LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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DOPO IL REFERENDUM SUL DIVORZIO: RELAZIONE DI AMINTORE FANFANI AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 18 luglio 1974)

Nel maggio del 1974 si svolge il referendum sull'abrogazione della legge sul divorzio, con la vittoria del no. Il forte impegno della DC non è servito alla vittoria referendaria.
Il clima politico viene scosso anche dalla crisi (successivamente rientrata) del V° Governo Rumor, dovuta ai contrasti interni al centro-sinistra sulle misure per affrontare la grave crisi economica. All'interno della DC, i rappresentanti delle correnti di Forze Nuove e dei morotei si dimettono dalla Direzione centrale.
In questo quadro si riunisce, dal 18 al 21 luglio 1974, il Consiglio nazionale del partito, che approverà a maggioranza la relazione del Segretario politico sen. Fanfani.
Di seguito si riporta il testo di tale relazione.

* * *

“Ideali, programma, azione della DC di fronte ai nuovi problemi della società italiana”

1 – Ricorrenti riflessioni della DC

Quest'anno la trentesima ricorrenza della liberazione di Roma coincide con quella pure trentesima della ininterrotta partecipazione della Democrazia Cristiana al governo dell'Italia. Nella libertà si sono seguiti trent'anni di mutamenti. Molti indici li comprovano positivi. Anche se talora si presentarono con impeto e novità da sorprendere gli stessi che ne beneficiarono in Italia e quanti li osservano all'estero, imponendo sempre ai protagonisti pause di riflessione e ricerche di aggiornamenti.
La Democrazia Cristiana nei momenti di svolta non esitò a riunire i propri dirigenti ed i propri esperti a riflettere. Lo fece nell'ambito di statutari organi ed anche fuori di normali assemblee, per evitare proprio nel secondo caso che la preoccupazione di scelte riguardanti l'organizzazione o i dirigenti potessero turbare l'obiettività dell'esame.
Pochi mesi dopo un sorprendente successo la Democrazia Cristiana convocò nel 1949 un'assemblea al Brancaccio di Roma. In seno ad essa rimbombò una memorabile domanda di Rossetti: “fare l'unità per che cosa?”.
Dopo l'insuccesso elettorale del '53, al Congresso di Napoli Alcide De Gasperi, per l'ultima volta tra noi, passati in rassegna i problemi del partito, ed indicati i caratteri dalla cui esaltazione la DC avrebbe potuto ricevere nuova forza per superare le sopravvenute difficoltà, tornò alla questione sollevata da Rossetti e concluse che i democristiani dovevano restare uniti per essere liberi di far valere le loro proposte in Parlamento e nel Paese.
All'appello di De Gasperi insieme cercammo di dare una risposta per cinque anni, conseguendo il premio di una ritmica crescita di consensi in Sicilia nel '55, nelle province e nei comuni nel '56, in tutto il Paese nel '58. L'affievolirsi del vivo ricordo dell'ammonimento degasperiano concorse a far emergere nuove difficoltà interne nel '59 ed esterne nel '60. Per esaminarle e superarle il Segretario politico on. Moro opportunamente promosse nel '61 il Convegno di San Pellegrino.
L'avaro responso elettorale del '63 sulle decisioni coraggiose del VI Congresso di Napoli consigliò il Segretario on. Rumor a fare estendere l'esame avviato a San Pellegrino nell'Assemblea di Sorrento, nel corso della quale nell'autunno del '65 s'udirono coraggiosi inviti al rinnovamento del Partito.
In evidente connessione con le novità scaturite dal Concilio, a Lucca nel convegno del 1967 riflettemmo sui rapporti permanenti e nuovi tra idealità cristiana ed azione politica.
Quali anni difficili, malgrado la ripresa elettorale del '68, si succedessero poi attestano l'esplodere della contestazione giovanile, le violenze nel Nord, le rivolte nel Sud, i crescenti disagi economici, il susseguirsi di crisi di governo, l'anticipato appello al Paese del '72. Esso aprì un dialogo pubblico sulle cause politiche dell'aggravarsi dei problemi economici. Per approfondire l'esame dei quali il Segretario politico on. Forlani convocò a Perugia nell'autunno del '72 esperti di studio e di azione.
La succinta rievocazione di tutti questi convegni testimonia che nel nostro Partito non venne mai meno l'attenzione per il continuo evolversi della situazione del Paese. Il ripetersi degli esami e delle riflessioni attesta quindi che non mancò la volontà dell'autocritica.
Oggi per universale constatazione ci troviamo di fronte a serie difficoltà, che chiamano in causa le forze politiche, ed alla maggiore di esse impongono ancora una volta l'imperativo di riflettere.
La consapevolezza che le novità sono più radicali e le difficoltà sono maggiori di quelle analizzate in passato e superate, impone un più serio impegno, un esame più spassionato, una critica ed una autocritica senza reticenze, una coraggiosa enunciazione di propositi per il rinnovamento dei programmi, dell'azione, degli strumenti, con impegno deciso a non deflettere dal giusto cammino che potremo identificare.
A quanti pretendono di comportarsi da cristiani nell'azione sociale e politica, in un dotto convegno “sui cattolici per la società in sviluppo”, Giuseppe Lazzati ricordava che la loro presenza “non può farsi significativa se non quando essi accolgano con fiducia e generosità l'invito della Populorum Progressio ad assumere come loro compito il rinnovamento dell'ordine temporale”. Ed aggiungeva: “ma tale compito non si farà incisivo se l'attuazione, certo difficile, nemica delle improvvisazioni, non si farà anzitutto passione di ricerca, in collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, ma anche in fedeltà allo spirito evangelico, per trovare la soluzione dei problemi che attardano il pieno sviluppo dell'uomo e dell'umanità”.
Le vicende ci obbligano ad una nuova riflessione. Essa non può dimenticare quelle già fatte e – diciamolo ad onore di chi le guidò e a nostro comune rimprovero – non sempre compiutamente avvalorate. Essa deve essere commisurata in ampiezza e profondità alla gravità e vastità della crisi da superare. Ed essa tornerà compiutamente utile se, fedeli all'esortazione rivolta da Paolo ai Tessalonicesi uniti nel far progredire la loro comunità, “sapremo esaminare tutto, tenendo ciò che è buono”.

2 – Mutamenti critici nella società contemporanea

Per esaminare tutto non possiamo limitarci alla situazione propria al nostro Paese.
Undici anni fa, di luglio, di fronte a questo Consiglio, le vicende del tempo m'invitarono a prendere in considerazione soprattutto tre novità: l'evoluzione della società italiana, l'evoluzione della situazione internazionale, il nuovo spirito ecumenico della Chiesa.
Già allora – dieci anni fa – una crisi pressoché universale aveva come principale indice quella diffusa attesa di cose nuove, che aveva suggerito a Pio XII nel marzo 1958 il profetico annunzio di un rinnovamento di primavera. Velocemente da allora crescita, movimenti, istruzione delle popolazioni; sempre nuove scoperte della scienza ed applicazioni della tecnica nel globo terracqueo e nel cosmo; riforme e sviluppo della organizzazione umana in ogni campo e in ogni senso, hanno concorso a profonde mutazioni. In trenta Paesi con il 29 per cento della popolazione mondiale il progresso è stato strepitoso, portandoli a produrre il 60% dei cereali, il 72% dell'energia, il 79% delle proteine, il 90% dell'acciaio, e quindi ad usufruire l'89% dei redditi dell'intera umanità; tuttavia per calcolo, per prudenza politica, per generosità questa enorme potenza accumulata ha stimolato ed ha consentito iniziative di cooperazione per diminuire il ritardo di sviluppo degli altri Paesi. E sotto vari aspetti si è ridotta la schiavitù del bisogno, della soggezione, dell'ignoranza, della malattia; si è generalizzata l'insofferenza per l'ingiustizia, si è accentuato il movimento per la pace.
Malgrado tutto, ed in attesa di necessari e più vasti progressi, si deve constatare che il preannunzio rooseveltiano di un moto per una migliore umanità del dopoguerra si è avviato: non istantaneamente, non senza duri sacrifici, lotte ulteriori e pene per tutti; ma si è avviato.
I rapidi mutamenti di costumi, di sensibilità, di consapevolezza, di aspirazioni degli uomini in ogni parte del mondo hanno originato nuovi problemi, hanno creato nuovi punti di attrito, hanno suscitato accorgimenti per superarli. Ma, tutte le volte in cui essi si sono rivelati fallaci o lenti o inadeguati, altri miti di idee, di istituzioni, di persone sono stati demoliti, altre strutture pubbliche si sono deteriorate, nuovi squilibri si sono prodotti. E questi squilibri hanno avuto per prima sede le idee, i bisogni, la vita di ciascun individuo. Poi si sono allargati alle varie comunità: famiglia, scuola, azienda, consociazioni di vari tipi, ecclesia, stato, mondo. Hanno avuto ampie ripercussioni nell'ambiente economico: restringendo e deprimendo quello rurale-agricolo; mortificando quello urbano-artigianale; ampliando e valorizzando quello dei servizi burocratici; progressivamente pubblicizzando quello delle professioni; estendendo oltre ogni immaginazione quello metropolitano-industriale; ingigantendo quello diffuso della fascia terziaria; internazionalizzando e arricchendo quello della imprenditoria e della finanza. Hanno creato il nuovo incubo dell'inquinamento dell'ambiente nell'accezione più vasta della parola, con rischi imminenti per la conservazione della natura, per lo sperpero delle risorse, per la vita dell'uomo, per la sopravvivenza dell'umanità.
Tormentose esperienze, opportuni aggiornamenti, consapevolezza di propri diritti, ampliata partecipazione alla vita associata accentuano il dialogo critico specie dei giovani col passato, con le guide presenti, con preannunciati propositi di insediamenti nei vertici delle varie consociazioni. E questa immensa lievitazione di bisogni, di pensieri, di aspirazioni di miriadi di uomini, specie giovani, provoca, con ritmo pressoché quotidiano, profondi mutamenti di domande e quindi di risposte, di avvicinamenti e quindi di assetti, di consumi e quindi di produzione, di spesa e quindi di entrate, di perdite e quindi di profitti, di apparenti e di reali arricchimenti, di faticosi avanzamenti e di rapide ascese. Dall'insieme il mondo nel suo complesso e nelle singole aree grandi o piccole consegue istantanei equilibri, che però quasi subito si squilibrano, suscitando un moto vorticoso di novità.
Che in questo vortice di mutazioni cambino profondamente e spesso rapidamente le posizioni reciproche tra gli uomini nessuno può meravigliarsi. Come nessuno si meraviglia che mutino le posizioni reciproche di possibilità, di agiatezza, di inquietudine, di consapevolezza, di potere dei raggruppamenti. Ne consegue una mutazione vasta e profonda nei temi, nei toni, negli obiettivi del dialogo tra cittadini, tra giovani e anziani, tra gruppi sociali, tra gruppi politici, tra cittadini e governanti. E le assicurazioni che pochi anni fa venivano attese nelle stesse piazze non trovano più ascoltatori. Nelle istanze, nei discorsi, nella stampa sono coperte dalle richieste e dalle critiche della vecchia e della nuova contestazione, che ininterrottamente segnalano e comprovano i ritardi tra il moto accelerato dei popoli e il moto impacciato di coloro che, ricevuto il mandato popolare di provvedere sulla base di acclamati propositi, li solennizzarono in carte costituzionali, ne avviarono l'attuazione, rallentandola poi per stanchezza o per soddisfatto spirito di conservazione.
Il succedersi di tutti i fenomeni ricordati rende palese la tendenza universale a porre in termini nuovi i rapporti tra uomo e uomo, tra individuo e i vari gruppi sociali in cui è inserito, tra gruppi sociali e stato, tra stato e consociazioni internazionali, tra essi e l'intera umanità. E la ricerca dei termini nuovi suddetti pone in discussione in ogni sistema economico o politico, da molto o da poco divenuto prevalente in ciascun Paese, principi che lo ispirarono e le modalità del suo funzionamento. La aree della democrazia variamente modulata, le aree dei totalitarismi più o meno attenuati sono in subbuglio tra critiche a quello che c'è e suggerimenti di quello a cui si aspira. Le aree del capitalismo, ormai solo parzialmente liberista, e le aree del comunismo, non ancora pienamente realizzato, sono sconvolte dalla constatazione sempre più intensa degli obiettivi mancati e dalla richiesta sempre più diffusa di innovazioni che nell'area capitalistica facciano rispettare meglio la giustizia, e nell'area collettivistica facciano godere i vantaggi anche materiali della libertà.
Il rinnovamento richiesto al capitalismo ed alla democrazia nel segno della giustizia sociale e della ordinata funzionalità, ed il rinnovamento richiesto al collettivismo ed al totalitarismo nel segno della libertà politica e della partecipazione democratica diffondono la troppo facile convinzione che solo da una sintesi tra gli obiettivi e le manifestazioni degli opposti sistemi economici e politici potrà nascere una nuova era. Era ritenuta prossima: accreditata dal diluirsi di particolari credenze religiose in un labile ecumenismo; dall'attenuarsi di confini statali in una dilatazione a tendenza universale; dal centralizzarsi e quindi dall'unificarsi dei modi di comunicazione etero-spaziali, preannuncio di una lingua comune, di un giudizio convergente, di un modo univoco di sentire; dall'uniformarsi di esigenze, di bisogni, di soddisfazioni e pertanto di costumi e di rapporti sociali. Cresce la tendenza a credere che dalla costruzione di un mondo a misura dell'uomo avranno fine le convulsioni contraddittorie che rendono tuttora agitata l'umanità, ed in una nuova naturalezza ognuno troverà piena soddisfazione dei suoi bisogni di ogni genere; e quindi dall'appagamento d'ogni esigenza per ognuno nascerà un mondo rasserenato ed in pace.
Ogni svolta di fondo trovò l'umanità agitata ed aspettante. Di ciò diverse sono le testimonianze offerte dalla storia millenaria. Anche oggi, nella svolta in cui si trova, l'umanità è agitata e aspettante. La agitano l'evidenza degli squilibri che soffre; la spingono all'aspettativa segni di vario genere, in cui ancora una volta crede di poter ravvedere l'annuncio profetico della tante volte auspicata era dell'abbondanza e della pace.
Chi abbia riflettuto su quanto dice la storia circa analoghe esperienze di tempi passati, non può non dedurre dati preoccupanti del misto di agitazione e di aspettazione che è nell'umanità contemporanea. Questi dati segnalano caratteri profondi e non fugaci nell'agitazione universale dei nostri tempi; e segnalano caratteri ora negativi ed ora costruttivi nella aspettazione che a quella agitazione s'accoppia. L'insieme di queste segnalazioni inducono a sottolineare l'aspetto critico della fase nella quale viviamo e stimolano ad approfondire le cause che in essa hanno immesso la società contemporanea.
Un politico non sospetto di cedimento ad una visione cristiana della vita, il sen. Basso, la scorsa settimana ha detto di credere ormai “indispensabile cercare di costruire una società a misura dell'uomo, mentre oggi l'uomo è solo l'accessorio di un immenso meccanismo di cui lui stesso non conosce l'utilità”. Una diversa ispirazione etico-politica non impedisce di accomunarci a tutti coloro che con noi ritengono essere nata la crisi della società presente non tanto dalla forma delle istituzioni e degli strumenti operativi adottati per organizzare la vita, quanto dalla identità degli obiettivi in vista dei quali la società ha usato istituzioni e strumenti prescelti. E questi obiettivi sono stati definiti sia nelle aree democratico-capitalistiche, sia in quelle totalitario-collettivistiche, prendendo in considerazione l'uomo, ma dimenticando la sua peculiarità completa di persona e l'importanza della sua presenza attiva in comunità al cui progresso globale egli, come ogni uomo, deve prestare solidaristico servizio. Ed essendo stati scelti non in coerenza con la coscienza personalistica dell'uomo e con la vocazione comunitaria di esso, quegli obiettivi, proprio perché raggiunti, hanno creato l'insoddisfazione e l'agitazione odierne di ogni uomo e dell'umanità tutta intera. Agitazione volta in aspettativa quando gli uomini, dimenticando la loro essenza di persona e la propria vocazione comunitaria, lasciandosi illudere dalla potenza degli strumenti a disposizione e dalla riformabilità a piacimento delle istituzioni, hanno immaginato che con più intensa applicazione dei mezzi disponibili e maggiore funzionalità delle istituzioni le carenze sarebbero diminuite, gli squilibri si sarebbero colmati, gli attriti sarebbero stati eliminati; e nella nuova generalizzata abbondanza all'agitazione si sarebbe sostituita la quiete, la serenità, la pace, come credeva di poter preannunciare Hearnshaw.
In questa visione la crisi nascerebbe dagli intoppi all'andar delle cose, la quiete risolutiva nascerebbe dal superamento degli intoppi grazie in genere ad una accelerazione dell'andar delle cose. Si direbbe che l'umanità in genere abbia esteso a tutto lo scibile quanto, parlando di crisi economiche, Gianbattista Say asseriva: l'universalizzazione della crisi sarebbe stata sempre impedita da un accelerato aumento della produzione.
Ma se l'insieme delle considerazioni sin qui fatte ha fondamento, ne deriva che, al di là dei singoli aspetti che la agitano o la fanno sperare, l'umanità vive in uno stato di profonda vasta crisi, la cui causa prima è l'aver dimenticato, nell'operare e nel riformare, quali sono la natura e la vocazione dell'uomo, che deve essere posto al centro dell'operare di tutta la società, se da tanto travaglio innovatore vogliamo che all'uomo derivi piena soddisfazione del suo essere e pacifica convivenza nella comunità.

3 – Aspetti italiani dei mutamenti critici mondiali

L'Italia ha accompagnato con proprie peculiari modalità l'evoluzione del mondo. Di essa ha conosciuto certe positive manifestazioni, e ne ha conseguito vantaggi; così come ha sofferto anche le manifestazioni negative, subendone gli effetti. Ed al sopravvenire per tutto il mondo della svolta in cui esso si trova, anche l'Italia ha visto profilarsi davanti a sé i problemi che la svolta comporta.
Riacquistata nel 1943-45 la libertà politica, le forze democratiche che pilotarono vittoriosamente la lotta alla dittatura fascista, si fecero promotrici delle azioni politiche e sociali per soddisfare tutte le altre libertà, aiutate dagli Alleati e specialmente dagli Stati Uniti d'America, e coadiuvate con abnegazione e pronta iniziativa da tutti i ceti della popolazione.
Di questo sforzo che ormai perdura da oltre cinque lustri non possono proprio i democristiani dimenticare i risultati positivi. Essi riguardano: l'accelerata ricostruzione degli anni '45-'50; l'inserimento nella Comunità economica europea; i primi interventi innovatori ed anche riformatori degli anni '50 nei settori delle abitazioni popolari, della distribuzione delle terre, della bonifica e meccanizzazione dell'agricoltura, e nella vasta area del Mezzogiorno; l'impulso proprio degli anni '60 per le comunicazioni terrestri ed aeree, per le varie forme di partecipazione statale, per lo sviluppo dell'industria e l'espansione del commercio estero, per l'ampliamento dell'assistenza previdenziale, per la generalizzazione dell'istruzione; la crescita sotto tutti gli aspetti della società italiana.
Quali siano stati i vari effetti del ricordato lungo e molteplice impegno possono indicare i dati, riferentisi alla popolazione, all'economia, alla società, allo stato.
L'insieme delle cifre desumibili da ben noti documenti statistici segnala il mutamento consistente della popolazione italiana ijn quantità, in distribuzione territoriale accentrata, in composizione familiare, in occupazione, ed in passaggio dell'Italia da uno stadio agricolo-industriale ad uno stadio di sviluppo eminentemente industriale che la faceva annoverare nel centenario dell'Unità al 7° posto tra le potenze industriali del mondo. Le stesse cifre segnalano altresì un Paese che dal proprio generale sviluppo produttivo ha tratto mezzi per migliorare il tenore di vita della popolazione, e per ampliare considerevolmente l'area dell'assistenza sociale e generalizzare le possibilità di istruzione: tutti risultati positivi dei quali la Democrazia Cristiana, grazie all'opera dei suoi rappresentanti, deve menar vanto.
Dai dati cui si può attingere, si traggono però anche prove della disformità dei processi tra settore e settore e tra area ed area territoriale.
Così in campo agricolo la deruralizzazione, propria ad ogni Paese in similare fase di sviluppo, ha portato alla migrazione di abbondante popolazione verso le città medie e grandi, all'abbandono fino a tutto il 1970 di oltre 2 milioni di ettari, di cui quasi un milione nel Sud, all'invecchiamento della popolazione rimasta data la prioritaria fuga dei giovani. I redditi dei capitali e del lavoro impegnati in agricoltura non hanno seguito il corso ascendente di quello di altri settori. Ne sono risultati scoraggiati gli investimenti e le cure di cui il settore aveva bisogno per accompagnare lo sviluppo del Paese e soddisfare il crescente fabbisogno alimentare. Da ciò il contemporaneo e contraddittorio fenomeno della riduzione di produzione agricola e zootecnica all'interno, proprio nel momento in cui cresceva la domanda, che si è dovuta soddisfare con derrate di origine estera e appesantimento assai grave della bilancia commerciale.
In campo demografico l'invecchiamento della popolazione, fermi restando i limiti di pensionabilità, in qualche caso anzi con discutibili leggi speciali anticipati, e l'estensione della frequenza scolastica specie nei corsi successivi a quelli dell'obbligo, hanno accompagnato i fatti socialmente apprezzabili, di una sussidiata quiescenza per gli anziani e di una utile formazione per i giovani, al fatto immediatamente negativo a fini produttivi del peggioramento del rapporto tra quota della popolazione occupata e quota della popolazione non occupata.
Nel campo previdenziale il civile aumento del numero degli assistiti non è stato accompagnato da una accresciuta tempestività e da un miglioramento sempre sostanziale delle prestazioni, non facendo così registrare i benefici riflessi sperati sullo stato economico, fisico e psicologico degli assistiti.
Nel vastissimo campo della scuola agli innegabili progressi quantitativi – del resto non ancora completi, come dimostrano il persistere di analfabeti ed il completamento dell'istruzione dell'obbligo non raggiunto da tutti gli iscritti – non sempre sisono ancora accompagnati i progressi qualitativi necessari, vuoi per deviazione dei non abbondanti mezzi disponibili verso la prioritaria soddisfazione di esigenze corporative del personale, vuoi per la lentissima utilizzazione degli stanziamenti destinati all'edilizia scolastica, vuoi infine per il prevalere di sottili dispute sull'esigenza di non protrarre riforme ormai indilazionabili, come quella delle scuole superiori e professionali, e quella dell'università e delle accademie di belle arti.
Infine nell'area geografica del Mezzogiorno – l'aver pensato ad impostare il prioritario sviluppo della quale costituirà un permanente vanto dei governi presieduti da De Gasperi – non tutte le attese immaginate accoglibili hanno avuto la sperata soddisfazione. Illusioni che il promuovere pionieristico avrebbe suscitato vaste imitazioni: all'inizio. Fiducia che le nuove spedite procedure della Cassa avrebbero prodotto un anticipo sullo sviluppo del restante Paese; poi certezza che la programmazione nazionale avrebbe armonizzato il globale sviluppo con evidente beneficio acceleratore proprio per il Mezzogiorno; infine la brevità del boom degli anni '59-'61 non dette tempo agli imprenditori del Nord di rispondere all'appello a loro rivolto dal Governo in occasione del centenario dell'unità nazionale di dirigere verso il Sud le nuove risorse. “E quando – come ha annotato il Compagna – nel 1967-68 erano venute a maturazione le condizioni di un più rapido e più intenso sviluppo industriale del Mezzogiorno, si è ridotto il volume degli investimenti”. Sicché malgrado ripetuti aggiornamenti e nuove proposte un sostanziale avanzamento della politica meridionalistica non si è verificato nei termini necessari, nonostante il contributo crescente dell'IRI, “anche per la relativa modestia dell'intervento straordinario rispetto alle risorse prodotte dal Paese” (P. Saraceno). Ma nel complesso la politica non può dirsi fallita, per i risultati conseguiti e per aver predisposto le cose in modo da “far sì che il Mezzogiorno sia oggi più industrializzabile di quanto non lo fosse 20 o anche 10 anni orsono” (Compagna). Le decisioni annunciate nella scorsa settimana dal Presidente del Consiglio on. Rumor, coerenti con l'azione già svolta, danno la pratica dimostrazione che alle importanti realizzazioni dei centri di Taranto, di Pomigliano, di Vasto, di Augusta, di Porto Torres, altre se ne potranno aggiungere, dilatando così il vasto processo iniziato.
Naturalmente incertezze, soste, incompletezze, disarmonie hanno ritardato gli sperati benefici per le genti meridionali ed hanno avuto ripercussioni dannose per l'economia nazionale. Essa – ad esempio – ha dovuto sopportare le consistenti emigrazioni dei lavoratori del Sud nelle città del Nord, subendo così nel Meridione la utilizzazione parziale delle strutture che già recavano utilità o servizi alla quota di popolazione emigrata. Contemporaneamente si è aperta nel Settentrione la falla dei nuovi investimenti che comuni e province hanno dovuto affrontare per l'insieme di nuovi o ampliati servizi di abitazioni, di ospedali, di scuole, di trasporti, di viabilità, di assistenza necessari ai nuovi venuti. E mentre il mercato del lavoro si aggiustava nel Sud eliminando un certo numero di sottoccupati, e nel Nord si aggiustava arricchendosi di mano d'opera disponibile, mutavano nel Sud e nel Nord i livelli delle retribuzioni, dovendo quelle corrisposte nel Nord però essere ripartite almeno in un primo momento tra i padri emigrati e il resto della famiglia restata in paese in attesa anch'essa di emigrare.
L'economia nazionale, contraccolpi diversi, non sempre benefici al livello economico e al livello sociale, ha avuto quando la migrazione, specie dal Sud, ha varcato i confini. Certo, alleggerendo il peso di una sicura disoccupazione, recando il contributo di un periodico afflusso di rimesse; ma anche comparativamente deprimendo le possibilità italiane di concorrenza di fronte a mercati viciniori che si arricchivano della nostra mano d'opera esuberante; e attenuando una pressione demografica che, registrata, avrebbe potuto costituire una spinta benefica per operatori pubblici e privati (italiani e stranieri) attenti a combinare nelle aree di alta pressione le eccedenze di mano d'opera locale con le proprie disponibilità di capitali.
Questi ultimi rilievi, come del resto quelli che immediatamente li precedono, fanno intendere come pochi altri, quale disavventura sia stata quella degli anni '60 di intessere un non sempre conclusivo dialogo attorno al suggestivo tema del generale sviluppo civile del Paese. Certo l'estendersi del dialogo tra la Democrazia Cristiana e le altre forze democratiche, e l'allargarsi dell'incontro di maggioranza a forze politiche democratiche però sempre meno omogenee ideologicamente, hanno posto davanti alla difficoltà di concludere dialoghi ed incontri con scelte ben definite: impossibili quelle lontane per la diversa e talora opposta concezione della società, possibili quelle prossime per il comune interesse a migliorare la situazione, ad incoraggiare progressi economici e sociali, a consolidare la democrazia, a difendere la libertà. Da ciò l'incertezza degli obiettivi, la non sempre salda coerenza dei programmi, il ritmo incerto delle attuazioni, la non adeguatezza della scelta degli esecutori per l'eccessivo premio alle simpatie politiche sulle capacità tecniche. Da tutte queste cose sono nate talora riforme definite approssimativamente, faticosamente articolate, esposte alle interpolazioni delle opposizioni, lentamente attuate, qualche volta restate incompiute, e talvolta né fruttuose per l'intero Paese, né apprezzate dal corpo elettorale.
Nessuno può quindi meravigliarsi se in tale situazione la stessa programmazione quanto mai necessaria nelle condizioni politiche economiche culturali sociali dell'Italia dello scorso decennio non abbia potuto prendere il necessario slancio per disorganicità di ispirazione politica. Restò in bilico tra vaste ricerche, infinite contraddittorie richieste, miraggi di dettagliate indicazioni e finì per sentirsi definire una “non felice esperienza” (P. Saraceno). E, con una amministrazione pubblica e para-pubblica per tanti versi carente, si finì per programmare non come ci eravamo proposti.
Alla difficoltosa programmazione si devono i ricordati squilibri nel campo della scuola, contemporaneamente afflitta dalla residua vetustà di certi ordinamenti, dalla insufficiente contestazione giovanile, dal ripiegarsi mortificato del corpo insegnante. E, se non sopravverrà una previdente programmazione, la stessa espansione scolastica porrà di fronte il crescente numero di diplomati e laureati alla cocente delusione della disoccupazione, con evidente spreco di risorse impiegate in riforme, alle quali nessuno si cura di dare gli sbocchi attesi da chi vi partecipa e da tutta la comunità che le promuove e le paga.
Alle stesse carenze della programmazione si devono le deficienze del settore previdenziale ed assistenziale, afflitto contemporaneamente dal gigantismo delle incombenze, dal burocraticismo degli apparati, dalla non sempre incisiva partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori assistiti, tutti fatti che, coperti dalla imprevidente generosità dei legislatori (spesso ratificatori di contratti collettivi) hanno finito per accrescere anziché frenare quel deficit globale che per tanta parte rende non facile il riportare equilibrio nelle finanze pubbliche.
Salutiamo con soddisfazione il voto con il quale la Camera ha dato il via ad un nuovo tentativo di ridurre gli enti superflui; e confidiamo che attenzione venga posta anche alla facilità con la quale si erogano fondi dello Stato – con leggine a non finire – per società, fondazioni, et similia non sempre di evidente pubblica utilità.
Al difficile collegamento tra una inefficace programmazione economica ed una non occasionale programmazione politica si deve anche il dilagare degli sbilanci in quasi tutti gli enti locali senza possibilità di freno dal momento che le commissioni di controllo sono riuscite a far rimpiangere l'opera pur dilettosissima degli organi statali, che quelli regionali lasciavano sperare di saper correggere. La lettura di un recente saggio del senatore Rebecchini (L'indebitamento degli enti locali, nella rivista “Inadel”, gennaio 1973) – nel quale si documenta come nel 1971 gli enti locali deficitari erano quasi la metà dei comuni e province esistenti, e avevano deficit complessivo di 1.150 miliardi, salito poi nel 1973 ad oltre 2.200; mentre l'indebitamento complessivo degli stessi nel 1971 superava i 9.000 miliardi – fa tornare alla memoria l'appellativo che nel 1970 il Capo del Comitato democratico della Contea di New York dava ai consigli comunali del suo Paese di “mostri macina-denaro”. Maggiore sconforto reca la notizia che i mutui a ripiano dei bilanci per l'anno 1972 hanno una incidenza per abitante di lire 8.443 nei comuni fino a 10.000 abitanti, di 26.228 nei comuni tra 60.000 e 100.000 abitanti, di lire 56.379 per abitante nei comuni tra 200.000 e 500.000 abitanti ed infine di lire 63.293 per abitante nei comuni con popolazione superiore a 500.000 unità. Questo fenomeno comprova il mancato rispetto della giustizia sociale; e smentisce la critica che tanti muovono alla DC di agire solo e sempre per agevolare i suoi elettori, che, come è ben noto, non abbondano nelle grandi città, ma nei piccoli comuni.
Abbiamo sinora accennato ad alcune cause interne del progressivo manifestarsi di squilibri nella finanza pubblica; all'aggravamento di esse ha recato un notevole contributo la corrività con la quale portatori di interessi e di istanze di ogni genere, direttamente oppure tramite le proprie rappresentanze sociali, sindacali o politiche hanno chiesto ai governi o direttamente – grazie alla iniziativa parlamentare non sempre opportunamente moderata dai Gruppi – alle Camere di allargare la spesa pubblica, anche oltre i limiti consentiti dal ben noto ed aggirato articolo 81.
Questi eventi, che si verificano nel momento delicato del passaggio da un sistema tributario sorpassato a quello della recente riforma, completano il quadro preoccupante dello squilibrio della finanza pubblica, in tutti i suoi vari aspetti, statali, locali, previdenziali e fanno intendere quali aggiuntive preoccupazioni dovevano procurare ultimamente ai governanti i contraccolpi della crisi del dollaro, della crisi petrolifera e conseguente crisi energetica, degli aspetti economici della crisi del MEC, circostanze esterne capaci – insieme alla insufficiente produzione nazionale di alimenti già ricordata – di aumentare sensibilmente il deficit della nostra bilancia dei pagamenti.
Per queste vie si è giunti a partecipare all'inflazione che ha investito da almeno tre anni tutti i maggiori paesi democratici ed altri che democratici non sono.
Il solo avvio dell'azione pubblica per fronteggiare l'inflazione ha scatenato l'autodifesa dei produttori. Ostacolata dal controllo dei prezzi abbastanza rigido del secondo semestre del 1973, dalla non mobilità della mano d'opera, dalla politica impossibilità della chiusura delle aziende, essa ha suggerito agli imprenditori: di chiedere aiuti alla GEPI; acquisizione da parte dell'IRI, dell'ENI, dell'EFIM, dell'EGAM; di esportare clandestinamente i capitali disponibili; di accaparrare materie prime e di lavorare per il magazzino. I consumatori han cercato di autodifendersi con accaparramenti precorritori. I dipendenti e le loro organizzazioni han subordinato la generale rincorsa dei salari alle invocate remore pubbliche all'espansione dei prezzi, oppure alla promozione di nuovi investimenti pubblici. Ma nell'insieme queste autodifese, più che comprensibili e parzialmente efficaci per chi le pratica, hanno finito per peggiorare la situazione generale.
Le misure fiscali e tariffarie sono state il rimedio ad un ritardato intervento che doveva prevenire l'intensa operatività delle cause di inflazione e arrestare od almeno correggere i danni del funzionamento anarcoide di certe strutture, capaci di generare squilibri interni ai singoli campi d'azione ed esterni ad essi, e quindi generare inflazione. Severe notazioni su questo argomento fece nell'ultimo vertice interpartitico l'on. La Malfa; esse sono state riprese e rafforzate in un recentissimo studio di esponenti repubblicani.
Lo studio ricordato chiama in causa il Governo ed il sindacato, vittima, secondo i repubblicani, del processo di centralizzazione e di unificazione che, spingendo al vertice richieste contraddittorie di lavoratori di diversi settori, ha costretto le centrali sindacali a intrecciare la difesa di aspirazioni settoriali con l'identificazione di obiettivi del settore pubblico dell'economia, trasformando quindi dette centrali in antagoniste del Governo anziché della parte imprenditoriale.
Il moltiplicarsi di centri ed azioni di resistenza all'opera del Governo ha concorso, malgrado gli incessanti sforzi dei presidenti del Consiglio, a ridurne la capacità di decisione e a rallentarne l'operatività. Cosicché anche le misure efficaci, se attuate con ritardo, hanno finito per avere il risultato di essere di debole effetto sul mercato, ed allarmanti, per ciò esasperatrici, per il pubblico degli interessati.
L'autorità dello Stato ne è riuscita indebolita, agevolando fenomeni di sgretolamento dell'apparato statale, di trasferimento di responsabilità, di usurpazione di poteri. Questa catena di eventi ha portato ad estendere anche in Italia l'epidemia della instabilità politica, a far passare i partiti dalla posizione di forze non più credibili a quella di forze capaci di spianare la strada alle trame eversive, di alimentare le nostalgie del fascismo, di accreditare l'ipotesi infondata che solo il comunismo possa aiutare a riportare ordine nel Paese.
Questo è l'aspetto più “chiacchierato” della situazione dell'Italia in questo momento. Per fortuna esistono altri aspetti, e migliori, di essa; l'assidua persistente operosità dei più che, in mezzo a mille difficoltà, mantiene ad elevati livelli la produzione; la ferma volontà di imprenditori e di lavoratori a ricercare intese possibili per fronteggiare i mail lamentati; la compostezza di una cittadinanza che persiste a respingere idee d'eversione e solidarizza nella condanna di barbari attentati; il senso di responsabilità di chi ha la guida del governo; la riaffermata volontà dei partiti della maggioranza di assumere anche il pesante onere di decisioni impopolari, purché ne risulti avvicinata la ripresa della via dello sviluppo economico e del progresso civile; le autorevoli assicurazioni per conto dei nostri maggiori alleati fatte due settimane fa a Roma da Kissinger che gli Stati Uniti, come del resto i nostri partners europei, vogliono contribuire a far superare all'Italia le presenti difficoltà; la ricerca da molti centri di studio di modelli che possano suggerire nuove forme di azione per aggiornati giusti obiettivi.
I ricercatori cui abbiamo alluso vogliono arrivare al punto al quale siamo più volte tornati: una società per la persona umana, una persona umana solidale nel servizio alla comunità. Si è sempre partiti da questo principio, ma talora lo si è dimenticato. E lo si è dimenticato tutte le volte che nella pur lodevole ansia di fare, o nel proposito di convergere con altre forze democratiche, si è ceduto a dar più peso alla quantità che alla qualità, a secondare l'essere più che a ricordare qual fosse il dover essere da rispettare, per una società destinata all'espansione della persona umana impegnata solidaristicamente al servizio della comunità.
Con i ricercatori dei nuovi modelli non si deve dimenticare quante volte nel cercare di promuovere una generosa soddisfazione dei diritti, si è finito per cedere a chi non vedeva quali limiti ragionevoli alla immediata soddisfazione di essi nascevano dal rispetto dei diritti di tutti gli altri uomini, dal rispetto dei doveri che in ogni uomo sempre accompagnano la richiesta e l'esaudimento dei diritti a ciascuno spettanti, dal rispetto del freno delle risorse disponibili.
L'indulgenza, per il non rispetto dei ricordati limiti alla soddisfazione di tanti diritti, ha fatto sì che alle promesse siano seguite le delusioni, alle delusioni il rancore, al rancore la violenza, alla violenza l'eversione. E l'accecamento delle passioni ha fatto dimenticare le realizzazioni ed i progressi pur conseguiti, sulla base dei quali, con opportune revisioni, si potevano e si possono fare ulteriori passi in avanti.

4 – Forze sociali e politiche di fronte alla crisi

Di fronte a taluni dei fatti sinora ricordati o al complesso di essi tutte le forze culturali, sociali e politiche, tutte le organizzazioni, tutte le comunità, tutti gli stati, tutte le chiese hanno preso volta a volta proprie posizioni.
Ricorda ognuno le sfortunate decisioni dell'ONU di fronte ai focolai di guerra, quelle più felici in ordine ai problemi del disarmo e alle intese internazionali per lo sviluppo, quella per l'organizzazione della Conferenza ecologica mondiale. Sono presenti a tutte le iniziative a parecchie riprese promosse dall'America per gli aiuti ai Paesi sottosviluppati, la fine delle ostilità nel Viet Nam, la conferenza di Ginevra per la pace nel Medio Oriente, per la normalizzazione dei rapporti con la Cina, la distensione con l'Unione Sovietica. Così come presenti sono le intese raggiunte tra le due Germanie, tra la Germania federale ed i Paesi dell'Est; le proposte dell'URSS per la Conferenza sulla cooperazione e la sicurezza europea. Anche l'Italia ha partecipato alla costruzione della Comunità economica europea, alle iniziative di cooperazione verso i paesi sottosviluppati, alla ricerca di una tregua del Sud Est asiatico, alla pacificazione del Medio Oriente. L'insieme degli atti ricordati, e degli altri che meriterebbero di esserlo, testimonia con quale slancio da ogni parte del mondo singoli stati, piccoli e grandi, e le diverse comunità degli stessi, hanno secondato la profonda aspirazione dei popoli alla cooperazione, allo sviluppo ed alla pacifica convivenza.
In momenti cruciali le bonarie esortazioni ed i magistrali insegnamenti di un Papa come Giovanni XXIII; lo svolgimento e la conclusione del Concilio Vaticano II; i pellegrinaggi apostolici di Paolo VI in ogni continente hanno incoraggiato la diffusione di sentimenti di tolleranza, di ideali di unità, di propositi di solidarietà, oltre la cerchia dei cattolici e quella più ampia dei cristiani fino all'intera famiglia umana, riportando a dare la dovuta importanza ai valori dello spirito, e impegnando al riconoscimento teorico e pratico della posizione focale della persona umana per il riordinamento oggettivo di qualsiasi comunità.
E molti incontri a diversi livelli, in ripetute occasioni, fra i responsabili di diverse chiese e comunità religiose hanno confermato il soffiare nel mondo di un più sincero spirito di tolleranza, di unità, di solidarietà; anche se esso talora è stato smentito dal riesplodere di odi razziali, dall'acuirsi di diatribe ritenute ormai sorpassate, dal manifestarsi di riti orge e sacrifici di antico ricordo, dallo scatenarsi di licenziosi costumi più innaturali e irrazionali di quanto immaginino i non più giovani esaltatori.
Arturo Carlo Jemolo non esita a ritenere che di tante deviazioni si possano incolpare i cedimenti delle stesse confessioni religiose, cattoliche e protestanti, entro le quali di sempre meno ci si contenta. Ma una chiara puntualizzazione – almeno per quanto riguarda la Chiesa cattolica – è stata fatta da Paolo VI nel discorso del 22 giugno al Sacro Collegio: “Non vogliamo sottolineare più del dovuto i mali in cui si dibatte la società, oggi. Tuttavia essi ci sono. E non sarebbe realistico ignorarli per amore di quieto vivere. La condizione dell'uomo è tremendamente aleatoria: la violenza, in tutte le forme, lo avvilisce e degrada al rango di pedina di un gioco cieco, e non di rado lo distrugge spietata e crudele; l'influsso determinante dei mass media lo manovra dal di fuori, lo condiziona nei suoi sentimenti e pensieri, si sostituisce a lui facendolo ragionare a senso unico in un pericoloso e contrastante livellamento delle personalità; la società dei consumi lo rende schiavo dei bisogni procurati ad arte; una concezione alienante della vita lo assorbe totalmente, proiettandolo non di rado fuori della vera dimensione umana, che è libertà, autodeterminazione, vita intellettuale e spirituale, gioia di vivere. L'uomo è soprattutto condizionato oggi da un'atmosfera materialistica, dalla quale non riesce a liberarsi; visione della storia, concezione della vita, tempo libero, svago e spettacolo, sono non di rado totalmente pieni di edonismo, di determinismo, di materialismo; perfino la scienza è spesso impostata in modo tale che, invece di liberare autenticamente l'uomo, lo spinge ancora più profondamente in questa corrente materialistica, la cui forza è caratterizzante della storia e della cultura contemporanea”.
“Eppure, le soluzioni offerte dal nuovo umanesimo non possono certo soddisfare l'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e perciò infinitamente superiore alla pure evoluta materia, che egli trascende con lo Spirito che in lui vive, conosce, vuole e ama. L'uomo è fatto per il bene, per il vero, per il bello; ha in sé l'insopprimibile comando di “seguir virtute e conoscenza”; e se non raggiunge Dio non trova la pace a cui anela: Inquietum est cor nostrum. Ora, la Chiesa ha la missione di ricordare all'uomo tutto questo: essa, secondo il suo genio religioso ed umano, è al servizio disinteressato dell'umanità, di tutta la umanità, senza distinzione di mentalità, di razza, di religione, di cultura, come una presenza inquietante e benefica, come il luogo privilegiato di incontro degli uomini con Dio e tra di loro per la scoperta di ciò che li nobilita e li unisce, facendoli fratelli”.
Al duplice filone di fondo che solca il campo dello spirito hanno fatto da stimolo e da sostegno diversi pronunciamenti verificatisi in seno alla cultura. Questa si è manifestata divisa tra l'esaltazione dell'uomo privo di destinazione meno che terrestre, e il richiamo della origine e vocazione divina dello stesso. Donde il conseguente diverso atteggiarsi, in ogni campo della filosofia, delle lettere, delle arti, dello spettacolo, di esaltatori – con grande successo – della natura e di tutto ciò che nella vicenda umana naturalmente e quasi meccanicamente succede, e di rammemoratori – con successo ben minore, è doveroso ricordarlo – dei limiti che all'azione e all'iter dell'uomo sorgono almeno dal mistero concernente la sua origine ed il suo destino. Tutte le giustificazioni di qualsiasi modo di essere e gli affannati richiami a tipi diversi di dover essere hanno continuato a contrapporsi. Maggiori e più numerosi sono stati i consensi per i primi, meno grandi quelli per i secondi. Di conseguenza è risultata più efficace la partecipazione dei sacralizzatori dell'essere al magistero individuale e corale della società contemporanea, specie giovanile. Meno efficace è risultata l'azione di quanti han cercato di opporre alla supposta validità di tutto ciò che accade le correzioni che ad esso dovrebbero essere apportate dal rispetto di una certa concezione di dover essere.
Tra le forze sociali, ed i primo luogo quelle che organizzano i primi protagonisti della vita economica – cioè imprenditori e lavoratori -, l'accentuarsi delle trasformazioni della società ha dato la prova che il potere del tradizionale establishment politico, statuale o partitico che fosse, si andava affievolendo. E nel bisogno di ordinato sviluppo che l'economia del benessere acuisce – come ha notato acutamente Hans Zwiefelhofer – imprenditori e lavoratori si sono domandati se una intesa tra loro non fosse una vantaggiosa scorciatoia, sostitutiva delle lunghe non sempre concludenti discussioni tra industriali e governi o tra governi e lavoratori. Quali risposte abbiano dato gli interessati si è visto negli Stati Uniti d'America, in Gran Bretagna, in Francia negli anni scorsi. Recentissimamente in Italia tra la fine di giugno e questa metà di luglio abbiamo più volte udito segnalare gli ostacoli d'ordine pratico e costituzionale alla conclusività di incontri tra Governo e federazione dei sindacati e alle meno protocollari conversazioni tra Governo e Confindustria. Quasi a tagliar corto alla polemica dottrinaria, esponenti confindustriali hanno prospettato ai sindacalisti la possibilità di procedere ad intese dirette tra le parti contrapposte, che Governo e Parlamento avrebbero finito per ratificare per quanto di loro competenza. Riferiscono le cronache che non tutti i sindacalisti hanno consentito; e non tutti gli industriali hanno applaudito. Ma tant'è della scorciatoia si incomincia a parlare anche in Italia, e le difficoltà che l'hanno fatta accarezzare, accrescendosi, potrebbero farla ritenere ancor più commendevole.
Alcuni detentori del potere politico non hanno fatto finta di niente. E avendo condannato il gollismo politico, hanno ammonito contro il perdonismo sindacal-manageriale, portato alla ribalta come effetto di un “fatto sociale”, che distorcerebbe le forze politiche dalla funzione di protagonista, esercitata per mandato popolare, a quella di testimoni della proposta accoppiata.
Si è ripresentato un problema dalle molte facce, ma la cui soluzione finisce per incidere profondamente sia sulla politica antinflazionistica del momento, sia sulla politica di programmata revisione delle strutture, sia infine sulla posizione del Governo di fronte alle forze sociali, nel rispetto dei partiti che lo generano e del Parlamento che lo investe e lo controlla.
Sono molto diffuse le convinzioni che fanno ritenere la presenza e la libera azione del sindacato nel Paese un modo di essere e di progredire della democrazia. La storia di alcuni paesi ad alto grado di sviluppo avverte che il processo di unificazione delle forze sindacali è cosa naturale e può essere benefico; però alla condizione che per artifici vari, quel processo, anziché una crescita di autonoma e giusta difesa degli interessi dei lavoratori, non finisca per realizzare una subdola subordinazione della unificazione a particolari interessi, tattiche e strategie di natura politica. Allarma i democristiani che operano nel sindacato lo scoperto tentativo di trasformare una confederazione tanto benemerita del successo di lotte comuni per la libertà, in uno strumento di diretto antagonismo con il partito di maggioranza relativa.
Quanti hanno coscienza che non si deve rinunziare ad un bene solo perché esso è minacciato da pericoli, continuano a ritenere che modi nuovi di contatto con i partecipanti al movimento sindacale possano concorrere a garantire la reale autonomia del sindacato, e si impegnano in questo serio sforzo per evitare i danni temuti. Questo impegno avrà frutti ben maggiori se riuscirà ad accrescere nel mondo del lavoro la consapevolezza che grandi benefici di liberazione, di benessere, di sanità, di serenità, di giustizia, di partecipazione verranno dal diffondersi della grande verità che ogni struttura, ogni ente, ogni impresa, ogni comunità, ogni organizzazione ha per fine lo sviluppo e l'affermazione della persona umana, e questa restituisce alla società il bene che essa per ciò riceve prestando alle varie comunità, organizzazioni, imprese, enti e strutture in cui si trova ad operare tutto il servizio necessario a far sì che lo sviluppo e l'affermazione della persona non riguardi alcuni privilegiati ma tutti.
Queste cose segnalano i profondi effetti che il mutare della società produce sulle organizzazioni in cui si ritrovano imprenditori e lavoratori. E parliamo sia dei sindacati veri e propri, sia di quelle associazioni para-sindacali, che nel campo degli imprenditori e nel campo dei lavoratori sono sorte e continuano ad operare, magari dividendosi e contrapponendosi, tanta è la forza dei contrasti che dalla società si riversano sugli uomini, anche in questo particolare settore.
Può meravigliarsi qualcuno a questo punto leggendo o udendo ripetere che la crisi di crescenza e di valori della società contemporanea si sia riversata anche sui partiti?
Che non sia un fatto recentissimo si è comprovato esordendo col ricordo delle ripetute volte in cui la Democrazia Cristiana si riunì a convegno dal 1949 al 1972 per riflettere sugli aggiornamenti da adottare per adeguare programmi ed azione al mutamento della società.
Al Congresso di Roma – dieci anni fa – mi fu facile ricordare quattro testimonianze della ripercussione dei mutamenti sociali sui partiti: i saggi di Moore, dell'università di Harvard, sulla sopravvivenza di dinosauri ideologici in seno ai partiti, quale segno del loro invecchiamento; le critiche degli africani convenuti a Dakar nel 1963 agli schemi proposti a loro dai vari partiti europei, giudicando inaccettabile la sproporzione tra le vecchie visioni e la nuova società; la proposta di Wilson nelle elezioni britanniche del 1964 di un commissariato per collegare il governo con il pubblico, confessione palese della ormai ridotta rappresentatività dei partiti; l'esortazione testamentaria di Togliatti a Krusciov di sottoporre a revisione i rapporti tra partito e sindacato, le restrizioni alla libertà dei cittadini, la valutazione delle credenze religiose: così confermando i crescenti divari tra le posizioni dei partiti comunisti dell'est e le attese delle popolazioni.
E in questi dieci anni le ripercussioni delle mutazioni sociali sui partiti si sono accresciute. Lo dimostrano: le vicende del comunismo in Cecoslovacchia nel 1968-69; le vicende di Wilson, di Heath e poi tuttora di Wilson in Gran Bretagna; le vicende ancora intrecciate del partito repubblicano e di quello democratico negli Stati Uniti; le recenti sfortune di Btandt in Germania; il recentissimo duello tra Giscard e Mitterrand in Francia e la crisi del gollismo che lo ha preceduto e lo segue; le regressioni dei partiti ad ispirazione cristiana nel Lussemburgo; in Venezuela e nel Cile e, sino a pochi mesi fa, anche in Germania; gli sconvolgimenti che i partiti hanno subito in alcuni Paesi arabi perfino nel composto regime d'Israele; le rivoluzioni culturali e le agitazioni post-culturali della stessa Cina; il passaggio, in URSS, nel trattamento dei critici dal regime delle “purghe” e dal soggiorno nell'arcipelago Gulag alla estradizione. Gli stessi regimi presidenziali, da molti segnalati quali esemplari rimedi alla instabilità dei governi nei sistemi parlamentari, subiscono crescenti critiche e manifestano crepe in ogni continente ad ogni latitudine. Le stesse competizioni elettorali, ripetutamente e diffusamente, conclusesi con vittorie di stretto margine – ultime insegnano quelle inglesi e quelle francesi – stanno ad indicare che la crisi dei partiti esiste da tempo e non accenna ad attenuarsi. Del che prendiamo attenta nota, non ce ne rallegriamo, e convinti della garanzia che alla persistenza della democrazia offre la vigorosa presenza ed operatività dei partiti, riflettiamo sulle cause che a tanto hanno portato: all'interno il bizantinismo delle discussioni esasperate su cose secondarie e la gara all'accaparramento di poteri, il correlato correntivismo, l'affievolirsi dello spirito unitario e del rispetto della regola democratica della maggioranza, quindi la debolezza della dirigenza, e la perdita di capacità di confronto con altri partiti concorrenti. E, se questi si trovano nelle stesse condizioni, si manifesta l'inazione delle maggioranze, l'instabilità dei governi, la perdita di credibilità del sistema dei partiti.
Ad accrescere la crisi, per tramutarla in crisi dell'intero sistema, hanno pensato i promotori della violenza e del terrorismo. Anche qui gli esempi sono raccoglibili in ogni Paese, dagli Stati Uniti all'Irlanda, dalla Germania alla Francia, dall'Africa al Mediterraneo. Han variato le occasioni, i tempi, i metodi, le armi, i successi; ma lo scopo è stato sempre lo stesso e cioè mettere in chiaro l'incapacità dei partiti di provvedere oltre che al benessere, all'ordine, “esigenza di immensa importanza per l'avvenire delle società moderne” (Demaria).

5 – La Democrazia Cristiana di fronte alle mutazioni della società all'inizio degli anni '70

Le ripercussioni delle mutazioni ideali avvenute nella società furono ammesse dalla DC, allorché promosse il Convegno di Lucca nel 1967 sul rapporto tra ispirazione cristiana e azione politica. Le ripercussioni delle mutazioni economico-sociali furono ammesse dalla DC quando promosse il Convegno di Perugia del 1972 sui problemi economici. Delle ripercussioni delle mutazioni politiche la DC fece pubblica ammissione nel dialogo che nel maggio dello stesso anno essa sostenne con l'elettorato. In quel frangente la DC animò un'intensa verifica dei propositi e delle realizzazioni dei governi dell'ultima legislatura, alle cui incertezze, derivate del resto dalle contraddittorie impostazioni dei singoli partiti della maggioranza, attribuì la scarsa conclusività dell'azione riformatrice intrapresa. La DC di fronte alle crisi di fiducia da parte del proprio elettorato tradizionale, cercò di recuperarla non denunciando propositi di aprioristica e definitiva contrarietà alle coalizioni di centro-sinistra, ma proponendo precise indicazioni programmatiche sulle quali cercare un accordo che prevenisse nuove equivoche intese, quindi nuove incertezze ed in definitiva più gravi scollature della auspicata ricomponibile maggioranza. Le falle della organizzazione partitica si cercò di ripararle ampliando un intenso dialogo nelle piazze. Però esso rivelò divisioni di atteggiamento e di impegno tra gli oratori di partito; e sottolineò il tentativo dell'onorevole Forlani di dare in quel frangente alla Democrazia Cristiana le accentuate caratteristiche di partito di opinione.
Giustamente è stato scritto che “mai come nelle elezioni del '72 il sistema democratico ha dimostrato di dover la sua saldezza alla capacità della DC di mobilitare sui più pressanti problemi del Paese il consenso di una vasta parte dell'elettorato” (Cavedon). Il recupero dell'attenzione della comprensione dell'elettorato evitò le gravi perdite a destra che tutti gli osservatori avevano preconizzato, ed in questo senso, smentendo tanti ingiusti critici, dette un concreto senso di anti-destra all'operazione elettorale condotta in porto dalla DC. Però la risposta del corpo elettorale fu reticente. Essa dette diverse possibilità di governo differenti da quella di centro-sinistra che l'elettorato in genere giudicava criticamente per l'attività passata; ma alle formule diverse da quella concesse scarsa forza. Il dialogo con il PSI non fu potuto riallacciare, interrotto come era stato bruscamente da quel partito nelle ultime settimane della campagna elettorale. Ed al governo monocolore di Andreotti succedette il governo dallo stesso costituito con la partecipazione della DC, del PSDI, del PLI e l'aiuto esterno del PRI. Superando notevoli difficoltà esso riuscì a ben operare anche nell'ambito parlamentare fino a che, per le modifiche ai regolamenti delle Camere, fu possibile recuperare precedenti iniziative, che per aver visto all'avvio partecipi i socialisti, ottennero da essi almeno costruttive astensioni nella fase dell'approvazione finale. Ma quando, al venir meno dal gennaio '73 in poi di questa agevolezza, si accentuò la forza operativa dell'opposizione e quando l'aggravarsi della situazione finanziaria rese intollerabili certi colpi di mano promossi dalle opposizioni per snaturare i testi delle proposte governative, si accentuarono in seno alla DC i dissensi circa la vitalità della formula adottata ed i tentativi di ritrovare in essa la prova del rinnegamento totale e definitivo della linea politica di centro-sinistra. Così le difficoltà che, specie in materia economica, si ribaltavano dal mondo nel Paese accrescendo il disagio economico finirono per accrescere anche il disagio politico. E nella DC, promosso dallo stesso Segretario politico Forlani, si accentuò un discreto dialogo per vedere in qual modo si poteva rispondere alle inquietudini che la società italiana manifestava.
Le conversazioni che dal marzo al maggio prepararono una serie di idee orientatrici per l'imminente Congresso e che impropriamente si denominano patto di Palazzo Giustiniani, non vollero essere una risposta della DC alle mutazioni profonde della società italiana. Furono solo un tentativo di fissare il risultato di comuni riflessioni per agevolare la stesura di future efficaci risposte.
Le idee sulle quali convennero i partecipi alle due riunioni di Palazzo Giustiniani servirono a stilare il testo della mozione finale del XII Congresso. Essa partiva dalla rievocazione degli ideali originari della DC; riepilogava i nuovi problemi del Paese; riproponeva per risolverli la ricerca di un programma di sviluppo e di riforme, sostenuto dal nuovo previsto incontro di tutte le forze di centro-sinistra; ed impegnava il partito a rafforzare con appropriato dialogo interno la propria vitalità a garanzia di una efficace gestione unitaria delle linee prescelte con metodo democratico, affidandone l'attuazione ad esecutori scelti secondo le doti e le capacità manifestate e non secondo l'appartenenza a particolari raggruppamenti.
Si credette con questo confronto tra le mutazioni della società e la permanente ispirazione ideale del partito – capace di stimolare un nuovo impegno solidale di tutte le forze politiche di centro-sinistra, garantito dalla ricercata unità, fuori di accentuazioni correntizie – di poter dare al partito la serenità sufficiente per riparare alle intercorse deficienze di compattezza e di organizzazione, e restare – come fu ben detto da Donat Cattin – “non partito guida dello schieramento borghese, ma partito guida dello schieramento democratico”.
Al nuovo segretario si affidò il compito di recuperare una alleanza perduta, di concordare un programma armonizzato alla linea prescelta, e la fatica di accrescere l'unità attorno ai ridestati ideali, agli aggiornamenti da promuovere, all'organizzazione da rianimare.
Con queste decisioni del XII Congresso nazionale e quelle conseguenti del Consiglio Nazionale del 17 giugno, la DC non pretese di dare una immediata risposta ai nuovi problemi della società italiana. Intese avviare – come disse nel suo intervento l'on. De Mita – un processo che avrebbe dovuto portare ad una risposta meditata e la più completa possibile.
Questi furono gli intenti di quanti s'incontrarono a Palazzo Giustiniani; queste furono le decisioni del XII Congresso; questo il mandato che il nuovo segretario assunse di fronte a questo Consiglio nel giorno della sua prima riunione.
Sono passati tredici mesi da quel giorno. Molti avvenimenti si sono succeduti. Quelli favorevoli nessun più li ricorda. Quelli spiacevoli sono serviti a scatenare una serie di rilievi, di discussioni e di polemiche in Italia e fuori attorno alla DC ed al suo declino, favorendo la tendenza dei superficiali a concentrare tutti gli eventi spiacevoli in un breve recente periodo e quindi a trovare responsabili di essi i gestori delle ultime settimane.
All'affrontare l'argomento non si sfugge. E lo si fa nel quadro – il più sereno possibile – dell'esame di come la DC ha cominciato a confrontarsi con le intense trasformazioni sociali chiaramente manifestatesi dalla fine degli anni '60, avanzando, anche con questa sessione del Consiglio nazionale, nell'esame necessario a predisporre tutti gli utili aggiornamenti.

6 – Attività per avviare ad attuazione gli impegni congressuali

Tutta l'opera svolta dalla Segreteria politica – con la leale collaborazione della Direzione centrale, della Giunta esecutiva, della Segreteria amministrativa, dei Presidenti e dei Direttivi dei Gruppi, della Direzione de “Il Popolo” e della stampa di partito che merita segnalazione e gratitudine – ha avuto i seguenti obiettivi principali: 1) ricostituire e sostenere l'opera di un governo di centro-sinistra; 2) riaccendere in tutte le sedi ampia discussione sugli ideali, i programmi, l'azione del partito; 3) approfondire al centro ed estendere in periferia il convergere ad unità degli sforzi di tutti; 4) dare una nuova vitalità alle strutture organizzative tuttora valide, individuarne e avviarne la messa in opera di migliori; 5) orientare nelle previste scadenze gli incontri della DC con il proprio elettorato.
Con quale impegno e con quale successo sia riuscito lo sforzo di ricostruire e sostenere il governo di centro-sinistra indicano le cronache del luglio scorso, quelle dei vertici di dicembre e di febbraio, quelle della crisi di marzo e quelle della rientrata crisi di giugno. E se non bastassero le cronache a testimoniare della continuità e dell'efficacia dello sforzo compiuto, sovverrebbero i voti unanimi dati fino ad un mese fa dalla Direzione sull'operato della Segreteria. Se lo sforzo compiuto fosse meritevole di esser fatto in definitiva dirà l'esito della politica in cui l'on. Rumor ed i suoi collaboratori da un anno, con coraggioso impegno, con quasi trecento leggi del Governo Andreotti e proprie portate ad approvazione e con importanti decisioni anche di questi giorni, stanno svolgendo. I replicati voti della Direzione, quelli di agosto e di aprile del Consiglio nazionale, la partecipazione compatta dei nostri parlamentari ad efficace sostegno delle iniziative parlamentari stanno ad attestare che non abbiamo derogato alle decisioni del XII Congresso.
Per riaccendere in tutte le sedi un'ampia discussione sugli ideali, i programmi, l'azione del Partito, fin dalla metà del giugno 1973 furono sollecitati personalmente i segretari di sezione a promuoverla. Furono poi chiamati in luglio i segretari provinciali qui a Roma per fare un attento esame circa i modi di una nostra ripresa di contatto con gli studenti e gli insegnanti e con i lavoratori. Ripresa di contatto che è stata stimolata per quanto riguarda i giovani e la scuola con numerosi corsi e convegni che dall'estate scorsa per le solerti cure dei dirigenti centrali on. Tesini e Cervone si sono susseguiti con crescente frequenza e con gli effetti attesi per le prossime dure prove autunnali sull'applicazione dei decreti delegati per la partecipazione degli studenti e famiglie al rinnovamento della scuola secondaria. Né possiamo dimenticare quale sollecitazione hanno offerto, per riportare iscritti ed amici a considerare gli ideali e l'azione della Democrazia Cristiana, la ricorrenza cinquantenaria del martirio di don Giovanni Minzioni e quella del ventesimo anno della morte di Alcide De Gasperi. La prima è stata celebrata in moltissime sezioni, specie dell'Emilia e Romagna, nelle manifestazioni di Augusta e di Ravenna, ed ha ricevuto la sanzione delle opere nelle cospicue offerte per il Partito di oltre seicento milioni pervenute da ogni parte d'Italia. La seconda ricorrenza sta vedendo svolgere il programma predisposto, di cui momenti invocativi sul piano artistico furono il cippo dello scultore Berti posto nel cortile di questo palazzo e il ritratto donato dal pittore Annigoni per questa aula consiliare; mentre continuano a tenersi lezioni sul nostro fondatore, di cui, vita, pensiero ed opera sono illustrate in volumi editi da “Cinque Lune”, in un fascicolo illustrato ad alta tiratura curato dall'amico onorevole Belci, in registrazioni di discorsi di De Gasperi ed in cortometraggi su di lui.
La doverosa preparazione al referendum dette luogo ad animati convegni-dibattiti e corsi tenuti col dotto concorso di tanti parlamentari e dirigenti in tutte le province che han consentito di richiamare ad alcuni aspetti della ideologia democratica cristiana circa ventimila responsabili dei vari settori.
Altro campo al quale fu rivolta l'attenzione degli uffici centrali del partito fu quello del programma. Sembrò indilazionabile tornare a smuovere le acque della riforma sanitaria, il che fu fatto, ad opera dell'on. Rampa, con appositi convegni e riunioni di governanti, assessori regionali, medici, mutualismi, ospedalieri, esperti.
Uguale importanza annettemmo al riesame di alcuni aspetti della politica per il Mezzogiorno e dei relativi impegni per lo sviluppo della Calabria. D'onde altri sistematici incontri con responsabili del centro e della periferia, e con economisti. Quegli economisti – e sia consentito tra essi di segnalare in modo speciale per l'assiduità della sua opera Siro Lombardini – che furono di valido aiuto agli on. Natali e Vittorino Colombo, dirigenti degli uffici del programma, e al Vice segretario Marcora nell'azione di orientamento dell'opera dei nostri rappresentanti al Governo e in quella di sostegno delle valide decisioni prese.
Particolarmente importante fu lo sforzo svolto per procedere ad un giusto aggiornamento della politica agricola. Agli on. Marcora, Natali e Medici si debbono la preparazione ed il successo del Convegno nazionale che ha messo in condizione il Partito, sulla base di intensi contatti con le categorie e consociazioni interessate, di procedere ad una revisione critica della politica svolta ed alla identificazione di nuovi obiettivi e di nuovi mezzi prospettati prima all'on. Ferrari-Aggradi e poi all'on. Bisaglia, ad orientamento della loro azione di ministri dell'Agricoltura.
La preparazione di questa sessione del Consiglio nazionale ci ha fatto sollecitare Comitati provinciali, regionali, Gruppi consiliari d.c. delle Regioni e Gruppi parlamentari ad aprire dibattiti sul tema stesso della nostra sessione: tema che forma oggetto di illustrazione anche nei vari corsi che il Movimento Femminile sta svolgendo da alcune settimane, e nel Convegno nazionale delle delegate tenutosi in questi ultimi giorni.
Né deve essere sottovalutato il contributo che al dibattito ideologico e politico in seno al Partito sta recando la “Discussione”, la cui diffusione in abbonamenti si è quadruplicata nel corso dell'ultimo semestre, oltrepassando ad oggi il numero di 25.000, di cui ben 830 nella sola provincia di Grosseto e soltanto 50 in quella di Roma. Né può essere dimenticato il contributo de “Il Popolo” che, oltre a preparare in questa vigilia con opportuni servizi la presente discussione, da mesi per le regioni dell'Emilia-Romagna, della Toscana e dell'Umbria cura pagine quotidiane dedicate ad una vivace illustrazione della posizione ideale e politica della DC e proprio in tre regioni che vedono il nostro Partito alla opposizione. Il favore con il quale gli amici hanno accolto la novità è attestato dal raddoppio del numero degli abbonati e dalla quintuplicazione delle vendite quotidiane.
All'estensione in periferia delle ragioni e delle manifestazioni della nostra unità furono dedicati i convegni che nell'estate scorsa si svolsero in oltre metà delle nostre province. E non si direbbe che abbiano lasciato il tempo trovato, se da allora il numero delle giunte unitarie provinciali è salito da 24 a 62, e quello delle regionali è salito a 12. dall'unità perseguita al centro nazionale sono prova: la proposta approvata dal Consiglio nazionale di Ravenna di ampliare in via sperimentale il numero dei dirigenti degli uffici partecipanti alla Giunta esecutiva; l'appello indifferenziato in ogni circostanza a tutti gli amici disponibili per determinati incarichi senza tener conto di alcun particolare orientamento od atteggiamento; la posizione di riserbo tenuta di fronte a gruppi o singoli prima e dopo recenti battaglie, anche quando gruppi o singoli non solo recentemente e per primi infransero le regole che il Congresso stabilì di non portare fuori delle sedi proprie le discussioni e le valutazioni concernenti il Partito.
In un suo particolare intervento l'on. Gaspari dirà dello stato dell'organizzazione del Partito nel corso della presente esperienza. La fatica per far una ricognizione delle strutture esistenti ed una rianimazione di esse non è stata piccola. Il numero delle sezioni riportate a ricostruire i propri direttivi è di quasi tremila; il numero dei congressi provinciali celebrati dal luglio scorso è di 32, quello dei congressi regionali è di 18; il tesseramento per quest'anno è alla conclusione. Lo sforzo per sbloccare gli inconsulti sbarramenti all'arrivo di nuovi iscritti per il timore che turbassero preesistenti equilibri ha dato qualche effetto: i nuovi iscritti si avvicinano a 300.000. D'altro canto l'osservazione e l'esperienza hanno dimostrato che, specie nei grandi centri, occorre evitare le fatiche di Sisifo di inutili ricostruzioni di strutture superate, passando ad altre forme di intelaiature dei nostri iscritti e di contatto con i nostri rappresentanti. Per ciò siamo arrivati, con il consiglio dei segretari provinciali e regionali riuniti nel grande convegno organizzativo dello scorso ottobre, ad immaginare quelle specifiche proposte che l'on. Gaspari presenterà, in una con quelle relative alla costituzione dei Gruppi di impegno politico. L'azione svolta per riprendere contatto con i lavoratori iscritti alla DC o di essa simpatizzanti ha consentito di realizzare utili esperienze, in Toscana, in Abruzzo, in Campania, nel Lazio ed altrove, sulla base delle quali – previa valutazione che i Comitati provinciali e regionali hanno già fatto – il regolamento atteso da anni potrà essere in questa sessione proposto e speriamo approvato, aprendo nuovi orizzonti alla presenza del Partito in settori del nostro elettorato da tempo non più tanto curati, quali in primo luogo quello dei lavoratori, e poi quello dei giovani, degli insegnanti, degli artisti, dei letterati, dei giornalisti. Quello che si è potuto fare non è stato solo uno studio, ma anche un avvio di pratiche realizzazioni, meritevoli di essere riconosciute, ampliate ed inserite nella vita e nell'azione permanente del partito, ad arricchimento della sua sensibilità sociale e delle sue strutture articolate e diffuse, necessarie ad una sua più intensa e ben orientata azione.
Con la cadenza ormai propria alla vita dei partiti italiani in meno di dodici mesi si sono dovute affrontare due prove elettorali parziali: quella per il rinnovo del Consiglio regionale del Trentino – Alto Adige, di una provincia, di quattro capoluoghi, di 85 medi comuni e di centinaia di comuni minori nello scorso novembre, e quella delle elezioni regionali per la Sardegna dello scorso giugno.
La prova di novembre rispetto ai voti delle elezioni politiche fece registrare per la regione, la provincia, i quattro capoluoghi e gli 85 comuni con più di 5.000 abitanti un calo dell'1,5%, accompagnato da una crescita degli altri partiti del centro-sinistra che andò dallo 0,7% per il PSDI, allo 0,9% per il PRI, al 3,6% per il PSI; mentre le liste comuniste e delle altre formazioni di estrema sinistra registrarono una perdita del 2,7%, restando quella del PLI dell'1,2% e quella del MSI-DN dell'1,8%.
Tra questa prova e quella del giugno per la Sardegna si inserì la prova del referendum, alla quale anche per ragioni di data conviene accennare prima di soffermarci sulle regionali sarde.
La Democrazia Cristiana posta da tempo di fronte al problema del divorzio, assunse negli anni sessanta la posizione di chi confidava che le proposte socialiste e liberali non venissero a maturazione. Quando simile attesa andò delusa, fermamente in ogni settore del dibattito parlamentare i Gruppi d.c. presero atteggiamenti coerenti con le tradizionali impostazioni ideali del Partito, con le decisioni congressuali, con gli impegni elettorali, votando contro l'approvazione degli articoli divorzisti, ed una volta approvati, proponendo invano emendamenti per attenuare i temuti effetti del divorzio sul coniuge non richiedente e i suoi figli.
La DC non promosse né incoraggiò la richiesta di referendum; né si sottrasse ad esaminare nel '71-'2 e nel '73 proposte che il referendum potessero evitare, salvo la permanente opposizione del Partito a tutte le reintroduzioni anche in forme diverse dei principi divorzisti. La sicura constatazione che il referendum non poteva essere evitato mise la DC nella condizione di dover riaffermare nel '74 in sede popolare, le posizioni assunte in sede parlamentare dal '69 al '71. e come alle Camere così davanti al popolo la Direzione centrale nella deliberazione unanime del 9 febbraio “invitò gli iscritti a prepararsi, con approfondita conoscenza e maturo esame del problema del divorzio e delle sue implicazioni familiari e sociali, a sostenere la proposta abrogazione della legge Fortuna”.
Secondo queste direttive direzionali la Segreteria ha operato nella preparazione, nello svolgimento, nel commento all'esito del referendum.
Chiaro era che la prova cadeva inopportuna anche per l'appena avviato assetto del Partito, non in grado di aprire la strada a successi. Del resto la base degli schieramenti parlamentari intorno alla legge Fortuna preannunziava una vittoria del “no” contro il “sì”, prevista anche dai primi sondaggi resi noti dalla stampa.
Lo scrutinio del 13 maggio certificò che due milioni e mezzo di voti si erano spostati dall'ipotetico schieramento parlamentare del “sì” allo schieramento del “no”, registrando la vittoria di quest'ultimo con il 59,1% dei voti.
I primi commenti trionfalistici dei divorzisti furono smodati rispetto all'oggetto del referendum, rivelando ancora una volta la mai abbandonata volontà di politicizzarlo, anche se sempre mascherata dalle infondate accuse in tal senso rivolte alla Democrazia Cristiana. Essa prima durante e dopo il referendum mai fece nulla per recare nocumento alle alleanze in atto, con beneficio per gli alleati e non per la DC, come bene s'intende quando si rifletta quali reazioni le nostre ripetute dichiarazioni han suscitato negli elettori di altri partiti incerti circa il votare “no”, ma non disposti a rinunciare al “no” per passare al “sì” se con ciò avessero premiato una condizione politica di centro-sinistra ad essi o al partito al quale appartenevano non certamente gradita. E l'aver noi, nonostante ciò, insistito nel rispettare le indicazioni della risoluzione direzionale del 9 febbraio, conferma quale priorità abbiamo sempre dato al quadro politico sugli stessi problemi pur importanti della famiglia.
Delle valutazioni esterne non solo alla DC ma addirittura al mondo politico non si fa parola per non introdurre temi accuratamente evitati in tutto il corso del dibattito sul referendum, per non snaturare il carattere del raffronto fondato su argomenti sociali e civili e non religiosi, e per non contribuire ad approfondire divisioni che come cristiani ci fanno soffrire.
I risultati e i commenti ad essi fatti da parte di forze esterne alla DC, spesso hanno sollecitato anche valutazioni interne alla DC. Moltissime di esse furono affidate a colloqui o scritti, del centro e della periferia, confermanti solidarietà all'azione svolta, esortazione a non cedere a manovre avversarie, incoraggiamento a trarre dagli avvenimenti tutti i dati per utili aggiornamenti.
In questa sede non possiamo non ripetere che la DC non poteva tenere atteggiamento diverso. Prendendo quello che ha preso ha evitato accuse di incoerenza e di gravi corresponsabilità in ogni caso. Non prendendolo avrebbe certamente spinto all'estrema destra una fascia del suo elettorato, più consistente di quella che i nostri avversari dicono di aver noi perduto, con ciò contraffacendo la realtà, contraddicendo attente osservazioni e calcoli matematici che riducono la dispersione del nostro elettorato a poco più di un milioni di voti stante la consistente partecipazione al successo del “no” degli elettori del MSI-DN, cosa questa che quanti parteciparono al fronte divorzista si guardano bene dall'ammettere per restare immuni da quell'inquinamento che accusano la DC di aver sopportato. Tenendo ben presenti queste cose e non dimenticando le non superate deficienze del nostro apparato, il formale impegno di alcuni pochi dei nostri, e la decisa avversione di non pochi esponenti della divergenza cattolica su questo problema, non possiamo concedere che l'esser riusciti a far convergere sulle tesi sostenute ben tredici milioni di elettori rappresenti una sconfitta.
Questa somma, il tema del voto, le circostanze in cui fu chiesto, la convergenza di tanti avversari, porterebbero semmai ad augurarsi che la Democrazia Cristiana nelle prossime battaglie riesca a conservare, come base, tutti i suoi voti raccolti anche il 12 maggio; essendo ben sicuri che su punti meno scabrosi, completata la riorganizzazione in corso, aggiornati programmi e collegamenti, la DC riuscirà ad aggiungere a quella base qualche integrazione significativa.
Che questo augurio non sia campato in aria possono concorrere a dimostrare i risultati delle elezioni sarde. Le circostanze in cui esse si sono svolte, le quinquennali e francamente movimentate vicende che le hanno precedute, criticate non solo dal liberale Malagodi e dal comunista Pirastu ma anche da noi stessi, fanno ritenere dagli osservatori obiettivi i complessivi risultati superiori a quelli che si temevano, e in ogni caso largamente influenzati da fattori locali, e personali, come mostrano l'avanzata della DC nella provincia di Sassari, la tenuta in quella di Nuoro e la perdita consistente solo in quella di Cagliari.
Dopo aver rivolto al Vice segretario on. Ruffini ed ai suoi collaboratori centrali e regionali vivi sensi di gratitudine per la solerte opera svolta, dobbiamo soffermarci su una circostanza interessante. Mentre sul referendum in Sardegna l'ipotetico fronte politico del “sì” ottenne 338.025 voti, nelle elezioni regionali del '74 lo stesso ipotetico fronte ha realizzato 367.484 voti, cioè 29.459 in più rispetto ai voti del referendum. Ripartendo la differenza predetta secondo il rapporto intercorrente tra i voti della DC e quelli del MSI-DN cioè di 83,07% contro 16,93%, si ha che dei 29.459 voti guadagnati alla DC ne dovrebbero essere attribuiti 24.471. ora il rapporto tra i 24.471 voti d'aumento attribuiti alla DC e i 305.266 conseguiti dalla DC nelle elezioni regionali indica che la DC avrebbe recuperato circa l'8% sul totale dei propri voti, ed il 3% sul totale di tutti i voti validi, grazie al ritorno al voto politico di quegli elettori tradizionali che dalle posizioni del partito si sarebbero allontanati in occasione del voto particolare sul divorzio. Il ragionamento esteso alle province di Nuoro e di Sassari porta a risultati migliori. Il confronto quindi tra elezioni regionali sarde e risultati del referendum smentisce la sequenza trionfalistica di avversari ed alleati della DC. E avvia ad un più approfondito esame di ciò che è successo nel maggio-giugno del '74 in campo elettorale.
E' fuori discussione che la DC non ha avuto risposta compatta dai suoi elettori tradizionali sul voto del referendum. Un'attenta analisi ha portato eminenti esperti a trovare conferma nell'indicazione offerta dalla classificazione dei divorzi ottenuti secondo la categoria economico-sociale dei richiedenti: tipici rappresentanti della borghesia cittadina hanno certamente preferito votare “no”; gli elettori dei medi e grandi centri urbani più di quelli dei centri piccoli e piccolissimi hanno dato la loro preferenza al “no”; il controllo del voto nel suo insieme è sfuggito alle forze politiche ed è stato influenzato da fattori socio-economici, in progressiva divergenza delle posizioni etiche tradizionali.
Queste conclusioni ci fanno domandare: quali possano essere state le ripercussioni di progressive carenze non soltanto prossime ma anche remote nelle entità che le posizioni etiche tradizionali hanno fatto indebolire? Quali possono essere state le ripercussioni del distacco della Democrazia Cristiana dall'elettorato dei medi e grossi centri, denunziato come progressivo dal 1953 in poi, salvo la ripresa del 1958? Quali possono essere state le ripercussioni di un mancato dialogo su motivi etici tra un partito come la Democrazia Cristiana e quella parte del suo elettorato attratta a seguirla per tutt'altri motivi? Quali possono essere state le ripercussioni della trascuratezza con la quale la Democrazia Cristiana ha seguito il fenomeno della deruralizzazione del Paese, senza predisporre la dovuta assistenza ideologica e materiale per i suoi elettori che in numero cospicuo si sono trasferiti progressivamente dal Sud al Nord e dai comuni con meno di 10.000 abitanti ai comuni maggiori e, con maggiore intensità, nelle grandi metropoli?
Porsi queste domande vuol dire prendere atto della rivelazione che il Paese ha fatto di se stesso ai partiti politici e delle conseguenze che il movimento della popolazione e il mutare delle sue inclinazioni ed abitudini producono anche in fatto di orientamento politico. Prendere atto di tutto ciò vuol dire individuare in seno alla DC i temi per l'aggiornamento dei suoi programmi di azione e di organizzazione in corrispondenza ai mutamenti sopravvenuti nel Paese.
L'accusa di non aver fatto tutto ciò prima non è recepibile da coloro che in pratica dal momento in cui apparve indifferibile il referendum non hanno avuto a loro disposizione che meno di quattro mesi di tempo, utilizzati per rinverdire le idee essenziali ad almeno ventimila nostri dirigenti, per abbozzare materiale di diffusione tutto affatto differente da quello tradizionale, per portare pressoché da zero – come potrà documentare l'on. D'Arezzo – ad oltre sessantamila la rete capillare dei responsabili elettorali, restando essi tuttavia inferiori di più di un decimo al plenum necessario. Si dirà dai critici: ma questa è organizzazione? Certo è organizzazione, che non essendo a punto non coadiuva il contatto con gli elettori e finisce quindi per non recuperare tutta la massa dei consensi tradizionali. Non a caso – ad esempio – in parecchie province si è constatata questa coincidenza: grave incompletezza della rete capillare dei responsabili di seggio – come ad esempio nella città di Roma, a Livorno, a Napoli ma anche nelle province di Torino, di Trieste, di Imperia – e grave flessione dei voti per il “sì” rispetto ai voti d.c. del 1972. Per converso in altre province si è constatata questa felice coincidenza: completezza della rete capillare dei responsabili di seggio – come ad esempio a Rovigo, a Frosinone, nel Molise, a Lecce, ad Avellino, a Potenza, a Reggio Calabria – e risultati per il “sì” del tutto rassicuranti. Del resto anche le elezioni regionali sarde dicono qualche cosa: i risultati migliori si sono avuti a Sassari dove i responsabili di seggio in funzione hanno superato del 20% il numero strettamente necessario; tenuta a Nuoro dove il supero era soltanto del 10%; perdite a Cagliari dove non si è riusciti ad avere tutti i responsabili prettamente necessari. Il problema del successo e dell'insuccesso non sta tutti qui, ma sta anche qui; come del resto dimostra la cura con la quale il Partito Comunista segue e sostiene il permanente sviluppo del suo apparato capillare.
Del resto a dimostrare che non s'intendono colmare le deficienze di idee e d'azione con la proliferazione degli agitati, si deve aggiungere che la ricostituzione rapida della rete capillare è stata possibile solo nelle province in cui prevale tuttora fede, spirito volontaristico, entusiasmo, e dove i giovani non rifuggono dal lavoro di partito; mentre si è rivelata difficoltosissima nelle province dove alla fede si è sostituito lo scetticismo, allo spirito volontaristico una indifferenza che rasenta il disinteresse, all'entusiasmo l'ipercritica persistente. Naturalmente anche questi ultimi fatti hanno delle spiegazioni, e come i precedenti fatti contrapposti ci riconducono ad abbinare in ordine prioritario il primato della ideologia, della convincente giusta linea politica e dell'organico razionale programma con la complementarietà, però sempre necessaria, della organizzazione appropriata.
Ed ecco venire ad imporsi la necessità di un ripensamento globale basato sulle caratteristiche della evoluzione sociale in generale e su quelle proprie all'evoluzione della società italiana. Ripensamento che parte non dal rifiuto ma dalla riconsiderazione del modello ideale di società per la realizzazione del quale la Democrazia Cristiana fu fondata. Ripensamento che porta ad un attento inventario dei passi avanti compiuti, dei ritardi sopportati, delle delusioni sofferte. Ripensamento che sollecita ad accelerare – a proposito di referendum – l'adempimento dell'impegno preso di concludere la riforma dei diritti di famiglia, e la riduzione delle conseguenze per le vittime del divorzio. Ripensamento che non può risolversi in una pubblica autoflagellazione che, nell'oblio dei fondati meriti, convinca della irrimediabile perversione e inutilizzazione della Democrazia Cristiana. Ripensamento che – rispettando la verità oltre tutto e forse anche soddisfacendo lo spirito di aspettazione diffuso più di quanto noi immaginiamo tra fedeli amici ma anche tra critici ed avversari – può sottolineare di quali valori è portatrice tuttora la Democrazia Cristiana, di quali sopravvissuti consistenti consensi è depositaria, di quali positive spinte in avanti per tutto il Paese essa è ancora capace.

7 – Politica anticongiunturale

Che le restino energie e coraggio la DC ha dimostrato anche in queste ultime settimane, riassorbendo una crisi, recuperando alleanze che sembravano perdute, assumendo la corresponsabilità di misure certo non piacevoli, né per i cittadini che devono patirle, né per i partiti che devono imporle proprio ai loro elettori. Ma proprio la capacità di considerare senza paure, e con crudo realismo come stanno le cose ed il coraggio di prendere decisioni impopolari ma anche necessarie ed indifferibili, sono fatti che dimostrano come gli amici che ci rappresentano al Governo non appartengono ad una classe politica e ad una forza logora, morente, superata; ma ad una classe politica e ad una forza che conservano lucida la visione delle proprie responsabilità. Ora si tratta di compiere tutto ciò che è necessario per vincere la crisi congiunturale che ci stringe; ma di farlo in modo da non compromettere ciò che deve essere messo in opera per dare al nostro sistema economico un nuovo slancio.
Lunedì 8 luglio parlando ai giovani d.c. di Firenze Giulio Andreotti bene a proposito in questo difficile momento ha ricordato da quali traversie più gravi Alcide De Gasperi guidò l'Italia ad uscire negli anni 1946-47. non agli anziani d'oggi che vissero quelle dure vicende, ma ai giovani allora non ancora nati, si deve ricordare quante volte in Direzione, in Consiglio nazionale, nei Gruppi, nelle aule del Parlamento, nelle sedute dei Ministri, nelle piazze la Democrazia italiana, travagliata da crisi sociale, economica e politica, corse rischi mortali più gravi dei presenti. Li superò tutti per la lungimirante fermezza di De Gasperi, per la unitaria azione della DC pienamente consapevole della sua missione storica, per la piena solidarietà delle forze democratiche alleate di una DC che aveva colto il senso della linea di sviluppo del Paese e l'aveva guidata verso utili traguardi.
C'è restato l'esempio illuminante di De Gasperi, permane la solidarietà di cospicue forze democratiche, spetta a noi riprendere con unitaria concordia la missione che alla DC per ispirazione, per tradizione, per consensi spetta di svolgere. Viatico al suo svolgimento sono anche i ricordi delle antiche prove superate con successo; ma ancora più efficace sostegno perverrà dalla convinzione che il momento non lascia varco all'alternativa riposante di una ritirata. Il momento impone una decisa presa di posizione contro le difficoltà che minacciano il Paese, per potere dalla nuova frontiera riprendere il più sollecitamente possibile ad avanzare verso quelle mete di benessere civile e di giustizia sociale la cui prospettazione già di per se stessa fa sempre crescere di numero e di forza i difensori della libertà.
Il racconto succinto delle vicende politiche degli ultimi dodici mesi contiene cenni sulle cause, le fasi, le modalità dell'aggravarsi della crisi economica. Alla intensità di essa prestò attenzione l'on. Rumor dal momento in cui nel luglio 1973 assunse l'incarico di formare il nuovo governo di centro-sinistra e riuscì, debitamente sostenuto dalle decisioni in materia della nostra Direzione centrale e dell'azione della Delegazione democristiana, a far convenire i rappresentanti della ricostituendo alleanza sulle misure assolutamente necessarie. Una visione non ottimistica dei successivi mesi – in gran parte condivisa dal Segretario politico della DC – fece sostenere all'on. La Malfa misure anche più drastiche, sulla opportunità delle quali specie in fatto di raccolta con mezzi fiscali o forme idonee di risparmio – sollecitato, personalmente richiamai l'attenzione dei ministri della troika e dei colleghi segretari nel primo vertice che si tenne dopo il voto di fiducia. Le indicazioni da parte dei dicasteri sollecitati, necessari a fronteggiare la spinta inflazionistica di quel momento, furono prevenute dal ciclone delle drastiche misure varate in fatto di prezzo e di limitazioni alle forniture di petroli. Il problema delle risorse energetiche, troppo poco considerate nella programmazione, basata in materia sul previsto affluire per lungo tempo di combustibili liquidi a prezzi convenienti, esplose: introducendo nuove poste passive nella nostra bilancia dei pagamenti; accrescendo i costi dei trasporti, della industria petrolchimica, della energia anche elettrica, e facendo tardivamente apparire indilazionabile la costruzione di reattori, in un paio di casi inspiegabilmente ritardata da conflitti di competenza in materia di licenze appoggiate a ragioni ecologiche in materia per buona parte pretestuose, e fatta apparire velleitaria della carente capacità di autofinanziamento dell'ENEL costretto da quasi un decennio a cedere energia sotto costo. Così errori di previsione, di concezione, di azione, di armonizzazione aggravarono l'insidia delle manovre petrolifere esterne. Anzi non mancò chi in Italia, nel MEC e nel mondo pensava che quelle, cumulando acceleratamente grandi disponibilità in mano degli sceicchi, li avrebbero invogliati ad essere facili acquirenti di nostri prodotti finiti e li avrebbero costretti a diventare depositanti a lungo termine dei grandi istituti euro-americani di raccolta di risparmio estero. I “pensierini” andarono delusi, divergendo in primo luogo l'attenzione dalla serietà dell'aggravarsi della crisi, creando una catena di difficoltà ad ogni riduzione dei depositi a breve che gli sceicchi facevano, e lasciando ampio spazio agli americani di agire come tenaci pacificatori del conflitto arabo-israeliano e come consulenti degli ormai più grandi detentori di dollari. Per questa catena di eventi la difesa del dollaro che Nixon – sottovalutata dalla Comunità europea – aveva iniziato anni prima s'avviava al successo, accompagnata come era inevitabile dalla crisi di quasi tutte le monete europee, lira compresa. Di questi fatti e delle ripercussioni sull'economia, sulla finanza privata e pubblica, sulla società italiana e del parziale successo della politica di disciplina dei pressi, si occuparono i rappresentanti dei partiti convocati dal Presidente del Consiglio.
Al vertice dell'11 settembre la Segreteria democristiana, ricordati i ritardi frapposti all'adozione di misure da essa tempestivamente suggerite in materia di riduzione con manovra fiscale delle liquidità inflazionistiche, altri suggerimenti apportò quale contributo del nostro partito a combattere l'inflazione. Per contenere quella da costi ci richiamammo alla necessità di incoraggiare un aumento di produttività, anche ad esempio definendo finalmente l'assorbimento di una ventina di feste infrasettimanali nelle ferie normali e pertanto riducendo le conseguenze economiche dei “ponti”. Per contenere quella da domanda, tornammo ad insistere in un più snello ed appropriato controllo dei prezzi; in un controllo di consumi, specie di combustibili; in un'azione di accelerata utilizzazione delle vaste porzioni di terreno abbandonato per colture cerealicole, orticole e foraggere, con evidente beneficio per l'alimentazione umana e per gli allevamenti zootecnici. Per frenare l'inflazione da eccesso di richiesta di mezzi monetari da parte dello Stato, degli enti locali, degli enti previdenziali, tornammo a richiedere il contenimento della spesa corrente da parte di tutti, l'adozione immediata di consolidamento dei debiti degli enti locali e delle mutue con piani di ammortamento conseguenti, accompagnati da misure per evitare in modo assoluto la ripresa dell'accumulo di indebitamenti. Per evitare alle autorità monetarie di procurarsi liquidità con mezzi non ortodossi, per soddisfare le richieste dallo Stato e dagli enti suddetti fatte per investimenti previsti ed utili e l'alimentazione normale dei canali del credito per la produzione normale e lo sviluppo specie nel Mezzogiorno, ripetemmo l'invito a mettere a punto misure fiscali efficaci a raccogliere mezzi utili per le suddette destinazioni ed efficacemente sottratti alla persistente eccessiva domanda di beni scarsi.
Questa diffusa rievocazione di ciò che il Segretario della DC espose per oltre due ore nel vertice dell'11 settembre, serva a sfatare la leggenda che in molte circostanze si sia fatta soltanto opera di mediazione, non avendo nulla di peculiare da proporre. E che non avessimo proposito di fare mediazioni, né protezione di rendite parassitarie, ma volessimo stimolare ad adottare utili ed indilazionabili provvedimenti, si può testimoniare raccontando, a chi non vi partecipò, che in quel vertice, in base ai dati relativi all'inflazione sino al dicembre 1973, il Segretario della DC costruì un grafico dalla estrapolazione del quale a tutto il 1974 era facile prevedere che il tasso d'inflazione si sarebbe avvicinato al 20% - come poi si avviò a fare -, e che dalla fine del 1974 saremmo entrati in una fase di inflazione accelerata. Per far seriamente riflettere ai pericoli ai quali si era esposti fu ricordato che saremmo passati da un'accelerazione inflazionistica avente valori apprezzabili per il 1974 al trascorrere di una singola ora, ad una accelerazione inflazionistica per il 1975 calcolabile al minuto secondo, cioè con la cadenza verificata nella repubblica tedesca di Weimar nell'altro dopoguerra. Il comunicato di quella riunione attestò che essa non era stata infruttuosa; e si riaccesero anche le nostre speranze che il governo di centro-sinistra riuscisse a snodare una politica antinflazionistica e contemporaneamente non recessiva sempre più efficace.
Le intese interministeriali per mettere a punto i provvedimenti necessari a realizzare le proposte concordemente convenute dai partiti della maggioranza nel vertice testé ricordato richiesero un tempo maggiore del previsto, durante il quale le spinte inflazionistiche non restarono inefficaci, in rispettosa attesa delle leggi governative che le rendessero innocue.
Questa discrepanza tra velocità di espansione della crisi e lentezza di trasformazione in disposizioni concrete di quanto convenuto dalla maggioranza e ordinato dal Presidente del Consiglio, impose ai partiti alleati di soffermarsi sulla operatività della troika finanziaria ministeriale. Ciò fu fatto in un successivo vertice, quello di febbraio, che servì a superare gli intoppi verificatisi; ma non portò a prevenire la crisi di governo, che s'aprì sul dissenso circa l'invio della famosa lettera al Fondo monetario tra il ministro del Tesoro e quello del Bilancio. Altre settimane di discussione non agevolarono l'efficacia e soprattutto la tempestività dell'opera del Governo, che si costituì di nuovo attorno alla persona dell'on. Rumor, con l'appoggio esterno dei repubblicani, e ministro del Tesoro l'on. Emilio Colombo.
Le misure adottate presero avvio; ma il mercato mondiale delle materie prime e delle derrate, la persistente propensione ai consumi, e quindi la sostenuta domanda interna, la persistente fuga dei capitali, il non arrestato processo di indebitamento di enti locali e mutualistici e quindi la pressante richiesta di mezzi presso gli istituti di governo o no, le difficoltà di ottenere nuovi prestiti in campo internazionale, ed il contemporaneo mensile aggravarsi della bilancia dei pagamenti, costrinsero le autorità monetarie ad adottare restrizioni creditizie. D'esse immediatamente avvertirono l'effetto gli interessati pubblici e privati; e valutarono gli effetti sull'attività produttiva partiti ed organizzazioni sindacali.
La diversità di opinione tra chi paventava di più il pericolo presente della galoppante inflazione e chi paventava più il pericolo della recessione produttiva, riaprì divaricazioni tra i partiti e quindi tra i loro rappresentanti al governo. Ne nacque un vivace dialogo interno sull'insieme dei mezzi che si sarebbero dovuti adottare per frenare l'inflazione senza subire la recessione. Dialogo che fece da tutti accettare la duplice azione, ovviamente necessaria; ma fece dissentire sui tempi di svolgimento della stessa. All'esterno apparve che si discutesse se adottare prima le misure antinflazionistiche e poi le misure di sostegno dello sviluppo. In realtà si discuteva come si potesse arrivare ad enunciare contemporaneamente e le une e le altre, confrontandole con il temporaneo annuncio delle modalità per armonizzare il ricorso alla manovra fiscale e tariffaria, per contenere la domanda e raccogliere liquidità dal mercato, con la manovra di utilizzo dei mezzi raccolti sia verso l'obiettivo del risanamento delle finanze pubbliche, sia verso quello del servizio dei prestiti internazionali, sia verso quello dell'alimento creditizio all'attività produttiva ordinaria e a quello per nuovi investimenti. Che questo – al di là di tutte le speciose manovre propagandistiche dirette a dividere la maggioranza governativa e i ministri tra protettori dei produttori specie se medi e piccoli e protettori delle categorie parassitarie – fosse l'oggetto del dialogo sempre più circoscritto e meglio definito dimostra il fatto che mentre sulle equivoche polemiche propagandistiche, non per nostra volontà, una nuova crisi si aprì nei primi di giugno, sul chiarimento di fondo, del quale la Segreteria democristiana può vantarsi d'essere stata artefice entro e fuori gli incontri, la crisi rientrò. E non solo rientrò come richiese il Capo dello Stato, ma registrò la concordia che fece accettare da tutti i quattro partiti della maggioranza il programma proposto dal presidente Rumor, ricco certo di provvedimenti impopolari, ma ormai indifferibili per sottrarre a consumi contenibili, a spese voluttuarie, a disponibilità eccessive mezzi invece indispensabili per sanare almeno in parte squilibri della finanza pubblica centrale e periferica ed aumentare la produzione ordinaria e gli investimenti straordinari.
Questo programma – che tenne largo conto degli orientamenti espressi, anche in base agli studi coordinati dal Vice segretario on. Marcora, dalla Direzione centrale del nostro partito nelle riunioni del 3 giugno, tanto da meritare la ratifica data nella riunione del 21 giugno – è stato sollecitamente approvato dalle due Camere. Ed ora sta traducendosi nei provvedimenti presentati al Parlamento.
E' doveroso esprimere l'augurio che alla sollecitudine mostrata dal Governo nel tradurre le sue decisioni in efficaci norme, corrisponda la sollecitudine delle due Camere. Molti sintomi lasciano pensare che la ragionata opposizione “diversa” del PCI degli scorsi mesi, diverrà “diversa” in opposto senso. Ma tutto lascia credere che l'approvazione dei decreti sarà agevolata dalla fermezza della maggioranza e dal tatto del Governo.
Al popolo tutto che deve sopportare i sacrifici richiesti il Governo dia sollecita e ripetuta dimostrazione con parole e con atti che quanto richiesto servirà a ridurre la piaga dell'inflazione e a non fare arrestare il beneficio dello sviluppo.
I nostri amici al Governo, i nostri amici alla periferia, i nostri alleati ed i nostri avversari tengano per certo che la Democrazia Cristiana considera l'inflazione una piaga, fertile di effetti economici sociali e politici disastrosi – come la storia di secoli dimostra -. Ma ricordino con noi che “si sono avuti casi nei quali, per cercare di dominare l'inflazione si è finiti col mettersi nella peggiore delle situazioni: sviluppo economico sceso quasi a zero, disoccupazione preoccupante e persistenza dell'inflazione”. Queste recenti notazioni di J. Heptonstall sono da noi considerate giuste. All'ammonimento che da esse nasce dovremo tutti prestare attenzione.
Giustamente è stato ricordato da fonte autorevole ed insospettabile (Bruno Visentini) che “i soli interventi monetari o fiscali, e i relativi tecnicismi, non sono più sufficienti neppure in altri paesi che hanno situazioni ben più equilibrate della nostra e strutture economiche ben più forti… Una classe politica che abbia la consapevolezza della sua funzione e della reale portata delle difficoltà in cui il paese si trova, ma che abbia nello stesso tempo la consapevolezza delle grandi possibilità di azione che si offrono, può trovare in una politica di ripresa della produzione e di sviluppo economico il punto d'incontro e il fulcro di un'azione che riporti ad una collaborazione, esplicita o tacita, le diverse forze sociali, e all'equilibrio fra i diversi aspetti e le diverse componenti della vita economica…
“La gestione della ripresa e dell'espansione può indurre a temporanei sacrifici e all'accettazione di limitazioni, perché essa offre una prospettiva e uno scopo. Essa può dare una ragione di azione, di impegno e di entusiasmo ai sindacati, ai lavoratori, agli imprenditori, ai dirigenti, ai ricercatori ed agli intellettuali. Una politica di ripresa della produzione e di sviluppo economico è indispensabile ed è possibile. Ma essa può avvenire soltanto per l'iniziativa e per l'impegno delle forze politiche e anzitutto del governo”. A questa politica di ripresa la Democrazia Cristiana intende dare il suo contributo ed il suo pieno appoggio, senza sopravvalutare i sintomi di qualche riduzione delle precedenti difficoltà, e non lasciando credere ad incertezze nella conduzione di una manovra armonica delle misure fiscali e di quelle creditizie.

8 – Funzionalità dello Stato, armonico sviluppo dell'economia, progresso della società

Il discorso sulla crisi congiunturale in atto è stato imposto: 1) dal fatto che essa è una delle più recenti e gravi manifestazioni della crisi generale della società contemporanea, mondiale ed italiana; 2) dal fatto che ad essa bisogna porre rimedio per continuare ad avere mezzi economici, forze economiche sociali e politiche, tempi per affrontare le più gravi manifestazioni della crisi generale; 3) dal fatto che sul modo di affrontare la crisi congiunturale si verifica il grado di convergenza dell'impegno delle forze politiche che governano l'Italia e l'orientamento della DC nei riguardi sia dei problemi sollevati dalla crisi congiunturale che dei problemi della crisi generale.
A chiarimento della nostra posizione circa la situazione sociale e quindi circa le possibilità di convergenza tra forze politiche occorre ripetere anche in questa sede che non ritenendosi l'avversa congiuntura in cui il Paese si trova una parentesi accidentale apertasi in un sereno e continuo processo di sviluppo, ma anche una conseguenza delle trasformazioni che la società mondiale e quella italiana stanno subendo, la Democrazia Cristiana fedele al preciso impegno definito nella mozione del XII Congresso non incoraggia lo svolgimento di un'azione anticongiunturale a sé stante, perché ritiene che l'azione congiunturale non debba prescindere dal quadro generale nel quale l'avversa congiuntura si è manifestata, né, quindi, possa prescindere dai collegamenti che l'azione anticongiunturale deve avere con l'azione generale di presa d'atto, di controllo e di avvio al superamento della crisi generale della società, incoraggiando una fase di più armonico sviluppo.
Chi conviene su questa premessa non può, dopo un giusto discorso sulla congiuntura ed i mezzi idonei a fronteggiarla, non riportarsi ai rilievi in precedenza fatti sulle mutazioni strutturali verificatesi, per ragionato impulso delle forze di governo ed anche oltre le loro intenzioni e fuori del controllo di esse per impulso delle forze politiche di opposizione, delle attività imprenditoriali, delle azioni sindacali o per uno spontaneo scatenarsi di una meccanica reazione a catena a scala mondiale che ha sorpassato qualsiasi progetto di persone e di gruppi, portando la società mondiale, europea e nazionale al grado di evoluzione che sta offrendoci tanti importanti temi di preoccupazione e di riflessione.
Le multiformi manifestazioni della crisi dello Stato al vertice ed in periferia, nell'amministrazione diretta ed in quella indiretta furono tenute presenti nella mozione del XII Congresso. Essa nel punto II (lettera a) impegnò: “ad assumere particolare cura nell'attuazione degli enunciati costituzionali a presidio della libertà, della sicurezza, del progresso e della pace; in questo contesto svolgendo tenace opera di prevenzione e di severa repressione contro il rinascere del fascismo e contro i turbamenti dell'ordine democratico e della legalità repubblicana”.
E proprio il ripetersi di attentati all'ordine pubblico ed alla vita dei cittadini – a fronteggiare i quali non è bastato lo sforzo encomiabile delle forze di P.S. e dei carabinieri, comprovato solo sull'ultimo decennio da oltre 200 caduti e circa 40.000 feriti – ha fatto mettere a fuoco i problemi della difesa della sicurezza dello Stato, della stabilità delle istituzioni, della libertà dei cittadini. Si sono rinnovate le richieste di forme organiche di intervento, di rinnovamento di strutture, di aumento di mezzi, e se necessario di norme, per affrontare in modo prioritario l'accentuata minaccia dei gruppi neofascisti, il chiarimento dei collegamenti interni ed internazionali tra trame e brigate di diversa denominazione e colore ma di uguali pericolose mire eversive, i colpi d'origine politica ed anche delinquenziale che ribaldi sempre più ardimentosi inferiscono ogni giorno alla serenità ed alla libertà di azione e di vita della generalità degli italiani.
I recenti impegni di fronte al Parlamento presi dal Presidente del Consiglio in generale e quelli specifici del Ministro Taviani per quanto riguarda l'azione ed il riordinamento dei servizi di pubblica sicurezza, hanno l'approvazione del nostro partito. Essa si è manifestata in Parlamento oltre che sulle proposte per aumentare le forze di pubblica sicurezza e per dare alle famiglie dei caduti in servizio di ordine pubblico particolare riconoscimento, sulla recente proposta del senatore Bartolomei per agevolare l'opera di prevenzione e rendere più efficace la repressione delle gesta brigantesche. Essa continuerà ad essere pronta a manifestarsi per ogni altra iniziativa che nel fermo rispetto dei principi ispiratori della Repubblica, reprima ogni tentativo di rinascita del fascismo che la Costituzione condanna, e prevenga ogni altra iniziativa eversiva che la Costituzione non legittima.
Alla difesa della libertà concorre il sicuro esercizio di essa. Perciò abbiamo appoggiato la decisione presa nell'aprile scorso dal Governo di dare finalmente attuazione agli impegni ripetuti da anni di provvedere ad una riforma del servizio della radiotelevisione. Le recentissime sentenze della Corte Costituzionale incoraggiano Parlamento e Governo a perfezionare ed approvare la riforma proposta – integrandola con altre norme – liberalizzando l'installazione ed esercizio delle reti private di televisione via cavo e dei ripetitori delle trasmissioni via etere, con apposite norme di legge, “in modo da assicurare che, nel rispetto della libertà di manifestazione del pensiero e di iniziativa economica, siano salvaguardati gli interessi pubblici” (sentenza n. 226 della Corte Costituzionale). Il rianimarsi delle discussioni in proposito imporrà anche a noi di riflettere su ciò che è il monopolio e su ciò che può essere la liberalizzazione in questo campo ai fini della crescita e del consolidamento della libertà del nostro Paese. L'idea che la DC aprioristicamente sia per il monopolio è uno dei tanti luoghi comuni che spetta a noi sottoporre a verifica e a critica nel ricordo coerente dei nostri principi ed in una visione corretta della realtà.
Nel campo dell'esercizio di libertà fondamentali, deve essere apprezzata l'iniziativa presa dall'on. Piccoli di presentare una proposta legislativa che affronta molti problemi dalla cui giusta soluzione la libertà di stampa dovrebbe essere agevolata. Ma dovranno essere rimeditate certe soluzioni occasionali, nelle quali non tutti hanno visto conciliata la giusta esigenza del libero esercizio della benemerita e necessaria attività del giornalista con il rispetto di altre esigenze reali e giuste dell'iniziativa in materia di editoria e della certezza del cittadino di attingere a fonti di informazione non prefabbricate.
E' un modo di difesa della libertà, quello praticato dalla legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Essa ripartisce tra i cittadini l'onere di una funzione che costituzionalmente i partiti svolgono nell'interesse dello Stato democratico; e nel contempo accresce la certezza nei cittadini che i partiti, costretti dal bisogno, non corrano il rischio di restare infeudati o di essere sospettati di restare infeudati a elargitori in cerca di ausiliari nella difesa di interessi particolari. Avendo invano progettato fin dalla costituzione del terzo governo da me presieduto nell'estate del 1960 una simile riforma, non posso non riaffermare la funzione primaria di misura per la difesa della genuina rappresentanza democratica generale dei partiti e della sostanziale compattezza di essi nel giudicare delle cose pertinenti al bene comune.
Si ritiene da molti che una garanzia ulteriore delle nostre libertà potrebbe derivare da un diverso assetto degli organi e dei diversi poteri dello Stato.
E' doveroso diffidare del facile appello verbale ai mutamenti della carta costituzionale. I facili mutamenti cui si è ricorso in altri Paesi non è che abbiano dato buona prova. E in ogni caso non è esemplare la richiesta di mutare ciò che non ancora è stato compiutamente applicato. Proprio le sentenze da poco ricordate in materia di radio telediffusioni sono un solenne richiamo in argomento. Mentre altri richiami ci rivolgono l'articolo 94 della Costituzione, che dice come e quando entrano in crisi i governi; l'articolo 92, che dice come e da chi sono prescelti e nominati i ministri; l'articolo 95, che dice chi dirige e coordina l'attività di governo; gli articoli dal 55 all'82 che dicono quali entità ed organi concorrono, secondo particolare procedure, alla formazione delle leggi; gli articoli 39 e 40 che definiscono la presenza e l'azione dei sindacati nella società italiana; l'articolo 99 che introduce nel nostro sistema costituzionale, legislativo e amministrativo un organo ausiliario – il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro – il cui funzionamento offre una sede congrua a quegli incontri diretti ed indiretti tra governo e sindacati, tra sindacati e parlamento, tra lavoratori ed imprenditori, che tanti stimoli danno ai ricercatori di formule e di azioni, dietro le quali o non c'è nulla, ed è male, o c'è una usurpazione di funzioni altrui, ed è peggio.
Non si sta esortando al “quieta non movere”; al contrario si esorta a romperla con certo adagiarsi in consuetudini cedevoli, le cui conseguenze maligne non debbono essere imputate alla Costituzione, ma alla disapplicazione di essa. E se dalla sua integrale applicazione risulteranno – o risultarono già dalla integrale applicazione di qualche sua parte – manchevolezze da colmare, disposizioni da correggere o da sostituire, si provveda e si proceda.
In questa materia non è necessario e forse neppure opportuno attendere l'iniziativa del Governo. E questa consapevolezza dovrebbe decidere un partito come il nostro ad affidare ad un ristretto gruppo, di esperti politici e giuristi e di profondi conoscitori della nostra società e delle nostre istituzioni, il compito di accertare: 1) perché non si sono applicati o si è deviato dall'applicazione di precisi dettati costituzionali, decidendo se e come possono essere rimosse le cause della disapplicazione; 2) a quali nuove esigenze della nostra società la Costituzione non ha potuto far fronte, dicendo se e come le lacune possano essere colmate. I risultati di questi lavori consiglieranno gli incontri da promuovere all'interno del partito o fuori del suo ambito per definire meglio ciò che si deve fare, non nel nostro particolare interesse, ma per seguire, controllare e orientare anche nel quadro istituzionale gli sviluppi della società.
Per quanto riguarda il punto 1) dei presumibili lavori della prospettata Commissione si accrescono i temi già enunciati segnalando ad esempio quello della interpretabilità dell'art. 81 e del suo rispetto, oltre la cerchia parlamento-governo, ad evitare che i produttori periferici di deficit, nullifichino le fatiche restrizionistiche del Parlamento e del Governo. Per quanto riguarda il punto 2), a titolo di anticipazione, si segnalano non soltanto le molte proposte che in questi anni sono state presentate in Parlamento – e certamente non tutte meritevoli d'attenzione -,ma anche i ripetuti ritorni sui temi della bicameralità, del coordinato espletamento dei lavori delle Camere, del ripristino o meno delle sessioni, dei limiti dell'assemblearismo palese e mascherato, della preparazione tecnico-informativa sia dell'esame delle leggi che delle udienze conoscitive.
La più volte ricordata mozione e il crescere tumultuoso della società suggerirono al XII Congresso di impegnare il Partito “a favorire anche con la revisione dei codici e delle leggi connesse la puntuale e rapida opera della Magistratura”. Varie iniziative in materia han fatto qualche progresso. Ma gravi inconvenienti verificatisi in questi ultimi mesi hanno richiamato l'attenzione sul procedere, talora con zelo non sempre commendevole, talora con precipitazione emotiva che la stessa Suprema Corte ha dovuto censurare, talora con faciloneria deprecata dal Consiglio Superiore, ed infine con tralignamento da quell'austero senso di riserbo che costituì all'inizio del secolo – almeno così ci informano le storia – un assai onorato costume della magistratura italiana. Merita perciò ogni incoraggiamento la proposta dell'Associazione nazionale magistrati per un codice deontologico che determini “gli obblighi di comportamento pubblico e privato del magistrato”; la determinazione e l'adozione di esso nelle sedi competenti non potrà che accrescere il prestigio della magistratura italiana.
Al ricordato punto 3 (lettera d) la mozione congressuale invitava a “migliorare la funzionalità democratica delle amministrazioni centrali, locali e parastatali; e a definire in tutti i suoi aspetti il quadro e le garanzie di vitalità ed operatività delle nuove amministrazioni regionali”. Quando nel luglio '73 sentimmo che i provvedimenti sui prezzi erano accompagnati dalla proposta di assumere centinaia di nuovi dipendenti per provvedere; quando l'annuncio di nuovi tributi una settimana fa è stato accompagnato dall'imprevista assunzione di 12.000 nuovi impiegati; quando constatiamo quello che avviene a proposito di servizi postali, ci domandammo e ci domandiamo se la più sottile delle trame eversive non sia quella messa in moto facendo contemporaneamente aumentare e diminuire i servitori dello Stato, e cioè mettendo i capaci in anticipata pensione, assumendo gli impreparati per riparare la vacanza.
Quello che s'aggrava nell'amministrazione dello Stato richiede pronto rimedio. Credemmo di trovarlo nel decentramento, specie regionalistico. Avendolo anticipato anche sulle leggi quadro che potevano definirlo e quindi stimolarlo; avendolo sovraccaricato proprio nella fase attuale di persistente rodaggio, come in questi giorni sta avvenendo con il trasferimento della gestione dei servizi di spedalità e degli enti di sviluppo; c'è da temere che si sia riusciti a ritardare i primi benefici effetti che dall'ordinamento regionale erano attesi.
Le regioni sono state per tanto tempo generatrici di speranze. E lo sono tuttora, benché in modo più responsabilmente attenuato. Ma affinché queste ultime ridotte speranze abbiano a fiorire nel verde, occorre che questa riforma non sia considerata un inceppo delle amministrazioni pubbliche centrali e locali e non sia abbandonata a se stessa dal Partito. Ad evitare le due cose devono concorrere anche i nostri amministratori regionali, giustamente sentendosi investiti di una importante funzione profondamente innovatrice; però in nessun momento, per nessun proprio atteggiamento, per nessuna concessione a incontri di tipo federalistico, lasciando credere – certamente a torto, ma con conseguente deterioramento di relazioni e di consensi – di attendere a svolgere una funzione antagonistica dello Stato. Tanto più che non c'è lo Stato e le Regioni, essendo le Regioni un modo di essere della organizzazione del nostro Stato, ed essendo le Regioni esse stesse Stato.
Tra un anno circa l'elettorato italiano sarà chiamato a pronunziarsi su questa caratteristica innovazione delle Regioni. Ci sono diversi motivi per credere che il partito non si troverà unanime nel plaudire, se non alla novità, alla piena attuazione di essa. Altrettanti segni lasciano credere che il nostro elettorato tradizionale non sarà più compatto di quanto fu in recente prova per apprezzare la novità regionalistica. Questi cenni non vogliono segnalare i demeriti di nessuno, vogliono semplicemente richiamare ancora una volta alle discrepanze tra evoluzione della società e nostro modo di fronteggiarle, seguirle, aiutarle a divenire positive sotto ogni aspetto.
Abbiamo un anno di tempo prima di trovarci di fronte al giudizio popolare. Questi pochi mesi vanno utilizzati meglio di quanto facemmo nei molti che li precedettero. Gli amministratori regionali ci possono essere maestri sulle cose residue e possibili da fare. Da questi maestri invochiamo rispetto e cattivanti modi per conseguire tutta la necessaria collaborazione da parte del Governo e del Parlamento. A questi nostri amici, impegnati in un'opera di avvio molto ma molto difficile, possiamo promettere una modifica profonda dei modi di collegamento tra loro ed il Partito, sia a livello regionale che centrale, dove l'ufficio apposito diretto dall'on. Evangelisti per vicende e ragioni varie non è potuto andare molto oltre utili ma limitate prove di volenterosa cooperazione, forse anche per effetto di quel secondo incontro collegiale tra massimi dirigenti del Partito e massimi dirigenti regionali, che preannunciammo in autunno incontrandoci per la prima volta, e poi più volte da altre sopravvenienze fummo costretti a rinviare.
Il vivo ricordo del contributo che presidenti regionali, assessori e consiglieri hanno date alle assemblee già tenute per la politica dei prezzi in estate, per la riforma sanitaria, per la legge quadro turistica e per l'aggiornamento del programma e dell'azione del partito può avere aiuto efficace da una sempre più viva partecipazione dei nostri amministratori regionali alla discussione ed alla risoluzione dei problemi che ci travagliano. In questa considerazione per la prima volta nella storia della Democrazia Cristiana in vista di questo Consiglio nazionale i Gruppi d.c. delle Regioni sono stati invitati a convocarsi per discutere il tema della presente sessione, affinché anche dai nostri amici impegnati nei Consigli regionali come dai nostri amici impegnati in Parlamento giungesse a questa assemblea un atteso contributo di critiche, di idee, di suggerimenti.
Il discorso cade, anche per connessione con uguale scadenza del '75 che li riguarda, sui comuni e sulle province. La istituzione delle Regioni ed il difficile rodaggio di esse, le grandi dislocazioni di popolazione dalla campagna alla città, il gigantismo delle metropoli, la moltiplicazione delle fasce industriali nelle periferie, le nuove esigenze in fatto di urbanizzazione, servizi pubblici ed utenze varie a controllo pubblico, la riforma tributaria, il crescere di responsabilità degli amministratori per le esigenze di amministrare sollecitamente con impaccianti norme superate e per il contrasto tra il rispetto di antiche disposizioni e le aggressioni dilaganti all'equilibrio dell'ambiente da parte di crescenti fonti di inquinamento: tutti questi fatti rendono senescenti alcuni ordinamenti e norme che riguardano gli enti locali, rendono passibili di sempre nuove imputazioni quanti hanno la sorte di moderarne la vita, e quindi in complesso ne ostacolano l'attività proprio in una fase in cui l'accresciuta consapevolezza dei diritti di ogni cittadino e la conclamata decentralizzazione fanno richiedere dagli abitanti d'ogni comunità grande o piccola una vitalità, una prontezza ed una efficacia che esse più non hanno.
Questi problemi dai quali sono investite anche le province sottoposte, per di più ad una progressiva riduzione di atmosfera operativa dalle Regioni in espansione, pongono all'ordine del giorno delle questioni suscitate dal movimento in corso della società, almeno quattro temi: 1) quello della revisione della legge comunale; 2) quello della riconsiderazione della persistenza, della fisionomia, delle funzioni dell'ente provincia; 3) quello della integrazione della riforma tributaria, al fine di vedere se è un bene o meno l'orbare gli enti locali di una capacità autonoma di imposizione che funzioni come efficace freno ed in ogni caso come copertura delle iniziative creatrici di deficit riversato nelle vuote casse dello Stato; 4) quello di una riconsiderazione delle difficoltà e quindi delle responsabilità degli amministratori, per impedire che per mantenerli al posto che già occupano più che una candidatura che certamente – così stando le cose – non accetterebbero, si dovesse ricorrere all'obbligo coattivo per legge di non lasciare la carica, previsto negli editti imperiali dell'era della decadenza romana. Anche queste cose porta alla ribalta la crescita materiale e civile della società e le scadenze elettorali le presentano come cose che richiedono decisioni tempestive. A definirle l'ufficio centrale degli enti locali diretto dal sen. Abis si sta dedicando da tempo. Le ricerche compiute con l'ausilio di esperti debbono portarci a precise conclusioni.
I problemi evocati sembrano d'ordine strutturale-amministrativo e tali essi sono: ma se bene risolti possono dare un ambiente politico-sociale più sicuro, meglio definito e comunque tale da agevolare l'azione, l'iniziativa di quanti operano nella società italiana per renderla più prospera e più progredita, più giusta.
L'uso della ricchezza, equamente definito per ciascun settore chiamato ad operare, presuppone un'adeguata produzione di essa. L'accavallarsi di iniziative per conseguire quella produzione e l'intreccio di pretese per accaparrarsene l'uso, generando attriti, conflitti, distorsioni, ritardi e costi, hanno da tempo suggerito agli esperti – al di là ed al di sopra di particolari ideologie – prima nell'ambito di ristretti settori operativi e territoriali, poi a scala nazionale ed ormai a scala supernazionale il ricorso alla stesura di un programma. Esso, in base ad inventari delle disponibilità presenti o prospettiche di mezzi, avrebbe dovuto assicurare l'ordinato sviluppo dell'area di applicazione presa in considerazione, in vista degli obiettivi prescelti.
Anche l'Italia – lo si è già ricordato – dopo precedenti parziali esperienze settoriali negli anni '50-'60 ha perseguito una programmazione globale con l'obiettivo del più intenso sviluppo, della massima occupazione e del recupero dei ritardi del Mezzogiorno. Come s'è già detto l'avanzamento della programmazione ha subìto ritardi ed ha dato luogo a delusioni. Eco di essi si ritrova nel punto III (lettera f) della mozione dell'ultimo Congresso, dove si legge “l'impegno a svolgere, nell'ambito della visione globale di un equilibrato sviluppo economico, definita dagli organi di governo anche attraverso il positivo confronto con le forze sociali, un'armonica politica congiunturale e strutturale… coordinando le iniziative produttive dello Stato e dei privati secondo un piano pluriennale, democraticamente definito dal Governo e dal Parlamento con il concorso delle Regioni e nel confronto con le organizzazioni imprenditoriali e sindacali, nel rispetto dei mezzi disponibili e dei dettami della tecnica, in vista di obiettivi di dignità umana e di giustizia sociale, in vista del costante accrescimento del prodotto netto e dell'occupazione, facendo del problema del Mezzogiorno il punto di riferimento essenziale ed assicurando lo sviluppo dell'agricoltura e la capacità dell'economia italiana di sostenere la concorrenza nel quadro del Mercato comune europeo ed in quello mondiale”.
Parole che non hanno bisogno di aggiunte, tanto rispecchiano esigenze profondamente sentite. Impegno che è stato tenuto presente quando abbiamo sempre cercato negli ultimi dodici mesi di far conciliare la lotta all'inflazione con l'obiettivo irrinunciabile dell'occupazione, e con la necessità assoluta di non interrompere l'avviata politica di sviluppo. Il moltiplicarsi di difficoltà più volte ricordate nel corso di questa relazione hanno attratto l'attenzione dei governi e dei partiti più sulla congiuntura avversa che sulla ripresa della organica completa programmazione. Però ad essa nessuno ha rinunziato, il punto di riferimento di essa – la politica di sviluppo del Mezzogiorno – nessuno ha dimenticato, al quadro generale di essa ognuno ha posto mente se non altro nei momenti in cui tornava vivo il problema delle riforme.
Al di là dei testi che possono in dettaglio accogliere il programma, il quadro ideale che deve ispirarlo non può non comprendere: 1) il preliminare adeguamento delle istituzioni e dell'amministrazione alla nuova realtà sociale; 2) propositi di azione per quanto riguarda la razionalizzazione della struttura economica, in vista sia di una più alta produttività, di una più completa utilizzazione degli impianti, con opportune intese con i sindacati sugli straordinari e l'assenteismo, di una migliore distribuzione territoriale dei nuovi investimenti, di una più efficace utilizzazione del territorio e delle risorse che ad esso sono connesse; 3) lo sviluppo della istruzione professionale della mano d'opera e dei tecnici, in una con l'adeguatezza dei temi e dei mezzi della ricerca applicata alle necessità peculiari del nostro sviluppo. Solo realizzando questo quadro si farà la migliore utilizzazione di tutte le nostre risorse naturali ed umane, si distribuiranno con equilibrio iniziativa ed occupazione nel Paese, si terrà il passo con le innovazioni, e si resterà sempre in condizione di competitività con la concorrenza internazionale, efficacemente concorrendo all'equilibrio della nostra bilancia dei pagamenti.
Questo quadro non solo richiama alla mente le possibilità di completezza che possono derivare dalla ripresa della politica per il Mezzogiorno; ma richiama l'attenzione del programmatore sul settore dell'energia, non solo per la disciplina che in materia in prossimità della stagione invernale bisognerà adottare, ma anche per l'accelerato recupero di troppi ritardi che bisognerà compiere.
Ed il quadro immaginato come realizzabile per l'Italia non potrà non essere ricondotto con immaginazione e con conseguente azione politica nel quadro europeo, se non altro – ma non solo per questo – per gli aiuti attesi alla politica meridionalistica e per la politica comunitaria dell'energia.
I pochi cenni finora fatti bastano a fare intendere quali temi immensi di riflessione e di preparazione di conseguenti decisioni spettino alle forze politiche che interpretano giustamente l'attuale preminente lotta all'inflazione non come il diversivo, ma come la diga per sottrarre il campo dello sviluppo abbondantemente arato e seminato alla devastazione della rincorsa maledetta dei prezzi, dei costi, dei salari, delle tariffe, delle imposizioni in continua ascesa.
La Democrazia Cristiana non deve ripudiare la politica dello sviluppo. Non tutto in essa è andato a segno; non sempre essa ha obbedito agli impulsi; ma essa ha sempre dato frutti di bene e di progresso che largamente superano gli inconvenienti. Di averla promossa la Democrazia Cristiana deve essere fiera; dando dimostrazione di questa fierezza esprimendo senza reticenze il proposito di voler proseguire a promuoverla come la garanzia maggiore di bene, di giustizia, di benessere, di libertà per il nostro Paese. E ricercando con tenacia tutti i punti di ritardato sviluppo per operare al recupero dei ritardi.
I dissesti che colpiscono l'economia italiana hanno dato di nuovo particolare rilievo alla importanza dell'agricoltura. Ci si è accorti del peso che essa conserva, dei danni che il suo indebolimento reca, delle cure che ad essa bisogna riprestare nell'interesse generale.
Dal Convegno nazionale sui problemi dell'agricoltura promosso in ottobre, la DC si è convalidata nella persuasione che “nello sviluppo economico del nostro Paese l'agricoltura conserva una funzione fondamentale; … perché soddisfa quasi l'85% del fabbisogno alimentare, … perché è nostra società essenziale elemento di stabilità e di equilibrio, … perché conserva il patrimonio di terre e di acque della Nazione” (Giuseppe Medici).
Per l'interesse generale del Paese, per la difesa delle condizioni di vita degli oltre tre milioni di cittadini che operano in agricoltura, per la valorizzazione dell'apporto che una ripresa dell'agricoltura e della zootecnica può dare al riassetto della bilancia dei pagamenti deve essere promossa quella politica delineata nella risoluzione direzionale del 26 ottobre.
Punti essenziali di essa restano: gli interventi (specie della Cassa del Mezzogiorno) per: la difesa del suolo, il rimboschimento, il completamento dei programmi d'irrigazione; l'adozione di un piano zootecnico; lo sviluppo delle zone montane, il riesame delle norme e degli istituti di credito agrario; l'evoluzione dei rapporti contrattuali e la ulteriore valorizzazione dell'impresa agricola singola ed associata; le nuove normative, collegamenti, funzionalità degli enti di sviluppo; la diffusione ed il potenziamento della cooperazione.
Su queste linee un fermo impegno del partito renderà possibile un ulteriore progresso del mondo rurale, innestandosi perfettamente nelle politiche anticongiunturali e di sviluppo che in questo momento il Governo persegue.
I disagi che l'agricoltura soffre anche per disordinato e non vantaggioso collocamento di prodotti, con ripercussioni sui redditi dei coltivatori e sui prezzi pagati dai consumatori, hanno rinforzato l'attenzione sul non razionale sistema in cui avviene in Italia la distribuzione dei prodotti. Una recente inchiesta ha riportato parte dei disagi del Mezzogiorno anche ad un sistema di distribuzione meno razionale di quello del Nord.
Ma in complesso tutto il Paese soffre considerevoli disagi per un certo regresso di questo settore rispetto all'insieme dello sviluppo. La sorte dei tentativi di sedici anni fa di porre rimedi d'ordine legislativo non fu incoraggiante; quelli successivi si sono sempre scontrati con l'ostilità di interessi che erano o si presumevano di poter essere colpiti. Le iniziative di grandi organizzazioni hanno subito l'ostilità del medio e piccolo commercio che temevano assedi asfittici. Gli enti locali e perfino quelli regionali si sono trovati a discutere con rappresentanze elettorali, non pronunziandosi sempre in senso giusto e comunque ritardando delle soluzioni quali che fossero. E così nel momento cruciale in cui, per l'avversa congiuntura la cooperazione del sistema distributivo doveva risultare preziosa, essa dopo un volenteroso inizio da parte di tutti o si è sentita scoraggiata o si è rivelata insufficiente.
Ma proprio la recente esperienza conferma che il problema della distribuzione è uno dei nodi che debbono essere sciolti da chi vuole armonizzare fatti di crescita con aree di persistente arretratezza nell'insieme dello sviluppo italiano. Ed è facile immaginare che il nodo si scioglierà innanzitutto con un confronto franco ed a fondo tra le esigenze e gli interessi dei vari settori e consociazioni di operatori e le esigenze e l'interesse generale rappresentato dalle autorità di governo. Il confronto metterà finalmente in chiaro quale è l'area propria che legittimamente e vantaggiosamente può spettare a piccole e medie aziende di distribuzione, personali e sociali che siano; quale è l'area che con altrettanta legittimità e vantaggio può spettare alle imprese dei grandi spacci; quale è l'area di attività e di sviluppo più confacente per gli esercizi cooperativi; e infine quali norme debbono regolare l'apertura degli esercizi ed il loro trapasso e quali quelle che concernono i locali; quale regime creditizio, quale sistema previdenziale, quale sistema tributario meglio possono concorrere a far sì che il nostro sistema di distribuzione funzioni con agevolezza, senza aumenti di costi dal produttore al consumo ingiustificati, con piena soddisfazione di chi è addetto a questo importante settore della vita economica e dei consumatori che da esso attendono servizi convenienti.
Il soffermarsi da parte delle autorità e delle organizzazioni interessate su questi problemi coopererà più di quanto generalmente si creda a eliminare i ritardi e gli intralci che dal disarmonico sviluppo dei commerci ricadono sull'insieme dell'economia italiana.
E a questo punto il nostro discorso si avvia al tema delle riforme, dato che delle quattro di solito ricordate, una almeno quella relativa ai trasporti sociali è tanto connessa all'assetto del territorio condiziona ed è condizionata dalle innovazioni che si sapranno introdurre nel campo della distribuzione.
Lo stato di sviluppo della società italiana mette tuttora in primo piano quattro gruppi di intervento, che per brevità son designati quali riforme.
La sproporzione tra il numero degli abitanti proprietari di una abitazione e il numero di abitanti che non la possiedono (5 a 4); la crescita e l'inurbarsi; la mobilità della popolazione; il rimpicciolimento delle famiglie; l'abbassamento dell'età medie per le nozze; le aspirazioni a ridurre l'affollamento medio per vano; lo spostamento dei nuclei abitati dai centri storici alle periferie delle città: tutti questi fatti hanno concorso a causare una scarsità di alloggi, soprattutto di alloggi a buon mercato. Il sopravvenire di annunzi di facili pubbliche provvidenze, la complicatezza di disposizioni che avrebbero dovuto essere agevolatrici, la scarsità di mezzi pubblici per agevolazioni ai costruttori e per urbanizzazioni dei suoli, il blocco degli affitti e la disciplina delle disdette, la non ancora risolta questione della rendita e quindi la crescita del peso dei suoli sul costo delle abitazioni, e l'aumento del prezzo dei materiali, hanno concorso a rallentare contemporaneamente l'edilizia privata e quella pubblica. Per tutti questi motivi il problema della casa è diventato uno dei temi più noti del grande oggetto delle riforme sociali. La Democrazia Cristiana che con piani e leggi particolari dagli anni '48-'50 in poi aveva assunto una particolare iniziativa in materia, l'ha perduta; né ha potuto concorrere sempre a far valere fino in fondo di fronte a progettazioni di alleati di governo punti di vista che, se accolti, avrebbero certamente evitato i ritardi che tutti concordi lamentiamo. Ad essi si cercò – ma invano – di riparare negli accordi di governo del luglio '73; ad essi finalmente sembra si sia riparato con le ultime intese.
Ora quindi non può non essere impegno di tutti operare affinché quanto deciso diventi operativo. Ma a tanto non basterà l'approvazione degli aggiornamenti legislativi proposti, è necessarie che nelle periodiche armonizzazioni della politica fiscale e tariffaria di reperimento di mezzi con quella creditizia di distribuzione dei medesimi si riesca a far giungere anche al settore dell'edilizia gli incoraggiamenti finanziari di cui esso ha bisogno. S'avranno così le case e costruendole si garantirà l'accrescimento di occupazione in un settore che invece corre il rischio opposto.
Sentito quanto e forse più del problema della casa è il problema della riforma sanitaria. Il ritardo alla soluzione di esso non ha soltanto creato insoddisfazione e disagio nel Paese, ma ha anche peggiorato enormemente la situazione di bilancio degli enti mutualistici e quella degli ospedali. Alla crescita di domanda di assistenza sanitaria, non ha corrisposto un'adeguata soddisfazione.
L'impegno di partito in questo settore è ripreso vigoroso fin dal settembre scorso. E grazie agli sforzi del ministro Gui e del ministro Colombo Vittorino, che hanno trovato aiuto nei colleghi di governo del Tesoro, del Lavoro e degli Interni, finalmente in questi giorni un progetto concreto di avvio alla riforma è in procinto di essere sottoposto al Governo. La tappa è importante, ed è significativa prova che anche in momenti di estrema difficoltà come l'attuale, è possibile conciliare misure che affrontano l'avversa congiuntura con misure che fanno procedere sulla via delle riforme.
Sulla stessa via si è proseguito in un altro campo oggetto di vive contestazioni, di evidenti ritardi, di eccessive dispute divaricanti di principio: quello della scuola.
Un frutto della ripresa della politica di centro-sinistra s'ebbe con l'approvazione finale conseguita dal ministro Malfatti sia delle disposizioni sulle scuole secondarie, sia dello stralcio e delle disposizioni riferentesi all'università.
Emerge anche dal continuo aumento della popolazione universitaria e dal continuo pullulare di iniziative in fatto di nuovi atenei la spinta a definire una buona volta anche nel suo insieme l'assetto degli studi universitari, e per connessione anche quelli del settore delle belle arti.
Consegue all'avvenuta approvazione dei decreti delegati sulla scuola secondaria, l'impegno per il prossimo autunno di dar vita agli organi elettivi che dovranno comprovare la fecondità dell'ardito proposito di collegare a beneficio della scuola italiana l'interessamento delle famiglie, degli alunni, degli insegnanti. Sono note le riserve ed i dubbi diffusi nel corpo insegnante; le contrarietà dei gruppi contestatari; la impreparazione della massa delle famiglie e degli studenti ad affrontare debitamente le prossime scadenze.
Fin dal luglio '73 la Segreteria politica ha richiamato l'attenzione di tutto il Partito sul concorso che avremmo dovuto dare per il rinnovamento della scuola. Debbo citare ad esempio lo zelo col quale l'amico on. Cervone si è dato a provocare una consapevole mobilitazione di tutte le forze disponibili ed altre suscitandone in ogni provincia d'Italia. Quasi come ai tempi della riforma agraria, siamo tornati a tentar di ribadire che un partito riformatore non può limitarsi ad inventare riforme, né a farle approvare, le deve popolarizzare, per suscitare il consenso di chi più o meno inconsciamente le aspettava ed una volta ottenutele deve adoperarsi per renderle feconde.
Non abbiamo rimproveri da farci in questo particolare settore. Insisteremo anzi nello sforzo, non tanto per l'ambizione del successo nella conta dei rappresentanti negli organismi elettivi, ma per dire a noi stessi, a tutto il partito, a tutti i nostri concittadini che la Democrazia Cristiana sa e vuol tornare ad essere il partito delle riforme non solo nelle aule parlamentari, ma nel Paese.
E lo sforzo particolare naturalmente non può farci dimenticare le cure che occorre prestare alla attuazione degli impegni già assunti in fatto di edilizia scolastica; le cure che occorre dare alla estensione delle riforme alla scuola secondaria superiore; le cure che dobbiamo mettere nel proporzionare, estendere, perfezionare la rete delle scuole professionali, anche per debitamente rivalutarle agli occhi di genitori e giovani ignari delle amare sorprese che attendono facili e generici laureati, ed invece delle prospettive che in una economia in sviluppo s'aprono a diplomati veramente periti nel ramo professionale prescelto.
L'urbanizzazione delle popolazioni, il metropolismo, il concentrarsi delle burocrazie nei centri storici, delle industrie nelle periferie, delle popolazioni nei quartieri satelliti, la scolarizzazione crescente hanno acuito il problema dei trasporti. I facili rifornimenti di benzina, i bassi costi di auto utilitarie, il possesso ritenuto prestigioso e qualificante di un autoveicolo, diffondendo gli automezzi tra i privati, han fatto ritenere che il moltiplicarsi dei medesimi lasciasse in mano ai privati la soluzione del detto problema.
L'accrescersi della popolazione in movimento pendolare quotidiano, l'intasamento delle vie di circolazione, e la sopravvenuta crisi petrolifera han riportato alla ribalta il problema dei trasporti sociali, quali vero economico mezzo per risolvere il problema delle agevoli comunicazioni urbane ed interurbane.
La questione ha costituito oggetto di recenti scambi di proposte nei vertici della maggioranza. In quello di febbraio si giunse ad un avvio di soluzione, sia con il finanziamento del completamento di alcune reti di trasporto metropolitano segnatamente per Napoli e Milano, sia con il finanziamento della costruzione di 30.000 autobus nei prossimi anni. Non siamo ancora alla soluzione del problema; ma ad esemplari iniziative che possono ridimensionarlo, in attesa che un capitolo speciale del tanto atteso organico programma di sviluppo, prendendo in considerazione la fondamentale questione dell'assetto del territorio, in esso dia il peso che le spetta alla questione dei trasporti sociali.
Negli anni '70 riuscire a completare con misure pratiche ed esaurienti l'avviata soluzione dei problemi sin qui indicati, nel quadro politico, nel quadro istituzionale, nel quadro giudiziario, nel quadro della programmazione comprensiva dello sviluppo generale e di quello meridionale in specie, nonché delle quattro riforme essenziali concernenti la casa, la sanità, la scuola, i trasporti, sarà una grande impresa. Le forze politiche che sapranno condurla in porto si meriteranno grande riconoscenza, se il popolo sarà stato condotto ad essere protagonista e sostenitore di questo grande fatto, e quindi sarà stato messo in condizione di apprezzare ciò che si fa e le forze cha l'hanno guidato. La Democrazia Cristiana cosciente del concorso sinora dato alla crescita del Paese concorrerà con idee, con progetti, con sostegno, con mobilitazione popolare alla impresa, dimostrando di avere inteso l'evoluzione della società, e di saper concorrere a dare alla richiesta delle cose e dei beni un'anima che li nobilita e li riconduce alla giusta misura dell'uomo.

9 – Aggiornamenti di strumenti per la DC

Individuati gli obiettivi che la DC deve prefissarsi per secondare, orientandolo, lo sviluppo della società italiana nella fase attuale della sua evoluzione, è giocoforza porsi alcune domande: 1) quali sono state le circostanze che l'hanno fatta sorprendere da alcuni aspetti della evoluzione verificatisi nella società; 2) quali modifiche deve apportare alle proprie strutture, per ravvivare tutti i contatti con la società; 3) quali mezzi deve mettere in opera per rendere effettiva ed efficace la sua rappresentanza della società italiana; 4) se e quali modifiche sono opportune all'assetto degli organi dirigenziali.
Che le previsioni della DC in fatto di risultati della evoluzione della società italiana siano state superate dai risultati è un fatto. E' di moda spiegarlo con la tarditocrazia che avrebbe finito per insediarsi in seno al partito democristiano. Il che si sarebbe verificato per un mancato o ritardato ricambio della sua classe dirigente e delle sue rappresentanze.
Che il ricambio in ogni organismo individuale e collettivo sia garanzia di vita e di vivacità non v'è dubbio. Che non basti il ricambio normale a dare vita e vivacità ad individui e a gruppi ci attestano le conoscenza d'ogni giorno e le esperienze della vita. Però non è possibile imputare al mancato ricambio di dirigenza di un determinato organismo la carenza di rappresentatività dei movimenti della società ed i ritardi nell'aggiornamento di idee e di modi di azione, se non si verifica l'effettivo prodursi del fenomeno in questione.
Non avendo mai concorso ad impedire il ricambio in seno al partito, ed anzi di esso avendo offerto esempi nel '54 chiamando nel mio primo governo come ministro dell'Interno un allora ancor giovanissimo sottosegretario, nel '59 segnalando come mio successore alla Segreteria politica un allora giovane parlamentare, nel '64, '68 e '69 appoggiando la candidatura a nuovi segretari del partito di amici tutt'altro che anziani, spero che non si prenderà come inclinazione a difendere aprioristicamente la supremazia dei vecchi, la negazione che io faccio dell'asserto che la DC soffra di ritardato ricambio nella sua dirigenza e nelle sue rappresentanze. L'osservazione deriva dalle seguenti constatazioni: 1) in 97 Comitati provinciali e circoscrizionali nei venti anni dal '50 al '70 si sono avvicendati ben 9.676 membri, di essi il 57% è restato in carica da 1 a 3 anni, il 17% da 4 a 5, il 14% da 6 a 10, il 9% da 11 a 15, il 2% per più di 16 anni; 2) nel Consiglio nazionale in trenta anni si sono avvicendati 657 membri, di cui il 56% da 1 a 2 volte; 3) nello stesso periodo di tempo nella Direzione centrale si sono avvicendati 170 membri di cui 90, cioè il 53%, da 1 a 2 volte, e solo 23, cioè il 13%, per più di 5 volte; 4) alla Camera sono passati 718 deputati democristiani, di cui oltre il 36% per 1 o 2 legislature, mentre al Senato sono passati 409 senatori democristiani di cui il 65% per 1 o 2 legislature; 5) in ventotto anni di presenza al Governo la DC ha espresso 261 sottosegretari, di cui la metà per non più di due volte ciascuno, 100 ministri di cui il 37% per non più di due volte ciascuno, 12 Presidenti del Consiglio di cui 8 per non più di due volte ciascuno; 6) in ventinove anni la DC ha proceduto a mutare i segretari politici 12 volte, cioè un numero quadruplo di quello concernente uguale mutazione nel PCI, triplo di quello concernente il MSI, più che doppio di quello del PLI, maggiore di due unità del numero che misura i cambiamenti analoghi del PSDI e quasi uguale a quello che li misura per il PSI.
Questa paziente indagine mostra la faciloneria con la quale si ripetono luoghi comuni, deducendone suggerimenti, che per essere validi debbono partire da constatazioni sicure. E ci consente di concludere che non è stata la “vecchiezza” dei suoi dirigenti che l'ha fatta sorprendere. Resta però il fondato dubbio che il ricambio non sempre sia avvenuto con criteri idonei a far sì che i nuovi venuti rappresentassero davvero le nuove esigenze.
Ostacolo a ciò è stato opposto dalle pretese correntizie che hanno cercato di contrapporre alle scelte da parte dei responsabili (elettori, soci, o dirigenti che fossero, fino alla massima carica dell'esecutivo di partito o di governo) candidati che soddisfacevano particolari esigenze di parte. Altri ostacoli sono venuti dalla pretesa che i candidati ai vari posti dovessero avere origine territoriale idonea a soddisfare le attese di regioni, province e comuni. E gli ostacoli furono tanto più di impaccio alla giusta scelta fondata su particolari doti di competenza, quanto più ristretta fu la rosa entro la quale lasciarono operare le scelte.
Né può essere dimenticato che a complicare le faccende intervennero anche particolare disposizioni, come quella contenuta nella prassi dei gruppi di non consentire cariche di governo ai parlamentari di prima legislatura. Disposizione questa quanto mai contraddittoria con il ricorso fatto alle elezioni per avere un rinnovo della stessa dirigenza. E proprio coloro che l'elettorato cambiò con l'evidente intesa di segnalare nuove energie, fu disposto venissero accantonati per essere evidentemente utilizzati con cinque anni di ritardo ! Certo con l'intenzione di far acquisire a loro nuova esperienza nel quinquennale rodaggio, ma col risultato di far perdere freschezza alle energie emergenti dalla consultazione elettorale, e con quello di ritardare il ricambio che anche le elezioni di fine legislatura sono invece chiamate a favorire.
Questi rilievi di per se stessi consigliano i rimedi. Il primo è quello di abolire il ricordato veto alla utilizzazione dei nuovi parlamentari, per qualsiasi compito per il quale risultino idonei. Il secondo è quello di impegnarsi a non tener più conto sulla scelta a candidature e ad incarichi di fatto diversi da quelli comprovati di serietà di vita, di sicuro possesso di doti idonee al fruttuoso espletamento dell'incarico che ogni prescelto è chiamato a svolgere, e di fedeltà agli ideali del partito. Questo fu un impegno, l'ultimo contenuto nella mozione del XII Congresso. Il pieno rispetto di esso non è stato consentito dal persistere di pretese di natura correntizia e campanilistica. E lo sforzo deve essere continuato, confortati dalla constatazione dell'estendersi della richiesta a rinnovare e a ringiovanire i dirigenti. Per soddisfarla bisognerà però che anche i giovani ci aiutino, non insistendo a prolungare l'età dei loro dirigenti, sicché ve ne sono di oltre trent'anni in un movimento che comprende membri di non oltre ventisette.
Dobbiamo però riconoscere che non solo il modo di ricambio dei dirigenti e dei rappresentanti ha frapposto ostacoli alla tempestiva recezione dei mutamenti della società. Altri ostacoli sopravvennero per la riduzione di attività interna del partito sia a livello periferico, che a livello medio e di vertice.
Il ridursi del dialogo nelle sezioni tra gli iscritti, ma soprattutto tra gli iscritti ed i simpatizzanti, e tra gli eletti e gli elettori al di là delle circostanze di eccezionali dibattiti pubblici, quali quelli occorrenti nelle consultazioni elettorali, ha impedito non soltanto la diffusione nell'elettorato delle idee orientatici del partito, ma anche il risalire delle opinioni e delle critiche della cittadinanza verso i centri di riflessione e di decisione. Quanto più il dialogo in questione si è rallentato e rattrappito, tanto più la rappresentazione che il partito poteva avere della società si è impoverita.
Il rattrappirsi del dialogo all'estrema periferia ha finito per impoverire il dialogo nei centri provinciali, e per concatenazione quello dei vertici. Il discorrere in essi si è progressivamente trasformato da un dibattito sullo stato dell'opinione pubblica, della sua sensibilità, delle sue attese, in un dibattito sulle convergenze e difficoltà tra i partiti della maggioranza circa i problemi presunti del Paese o le ipotesi riformistiche derivate dalle rispettive ideologie, e sulla concorrenza tra i partiti della maggioranza e quelli dell'opposizione per l'accaparramento dei consensi. In questa situazione la spinta all'astrazione è facilmente immaginabile ed essa si è prodotta di fatto, come attestano le sempre più accentuate diatribe e polemiche, contrasti e crisi attorno a formule e slogan, di natura sempre più nominalistica. L'epidemia ha colpito ogni partito. Ma questa non è una scusante per il partito che, beneficiario com'è di consensi di una larga maggioranza relativa di cittadini, tanto più perde i connotati della rappresentatività ricevuta, quanto meno riesce ad avere oltre il conto dei voti la visione esatta dello stato d'animo di coloro che li hanno espressi.
Se poi, al rallentarsi di contatti vivi persistenti e su problemi dibattuti con i propri elettori, un partito non si preoccupa di mantenere efficienti e riflessivi i contatti con consociazioni professionali, sociali, e culturali in cui per specifiche finalità quelli si raccolgono, allora quel partito non perde solo certe forme di collateralismo preziose in vista della raccolta dei voti, ma vede chiudersi dei canali attraverso i quali le sue prospettive s'arricchivano di problemi, di conoscenze della realtà, di campanelli di allarme sui mutamenti della medesima. Anche questo è capitato alla Democrazia Cristiana, specie da quando, per effetto di certe decisioni del Concilio o di certe interpretazioni di esso, si aprì una falla, ed i suoi antichi elettori – dirigenti di associazioni già collaterali – han cominciato a credere non solo che non fosse più incoraggiato il convergere unitario dei cattolici verso la realizzazione di certi modelli di società, ma che certe interpretazioni potessero indurre a ritenere la dottrina del pluralismo sociale una specie di sprone alla diaspora ed al frammentarismo di un'azione diretta non più a raggiungere il più uniti possibile certe mete, ma diretta ad inseguire tutte le pecorelle smarrite in mille diverse ed opposte direzioni. E così è avvenuto che nuove interpretazioni dell'apostolato sociale hanno sospinto molte pecore dell'antico grande ovile a presumersi pastori e ad inseguire per convertirle le pecore smarrite; ed il risultato è stato che il grande antico ovile ha perduto parte del gregge, e le pecore già dette smarrite si sono reputate in missione, e le pecore autotrasformatesi in pastori, anziché raggiungere e riportare all'ovile quelle smarrite, si sono a loro valuta perdute.
Quella che si termina di narrare non è una versione nuova della parabola del buon pastore, ma in linguaggio di parabola è il racconto di ciò che in campo sociale e politico, tra gli elettori cattolici ed attorno al partito di maggioranza relativa, nel quale i più convenivano, si è verificato sempre più accentuatamente.
Il danno è stato evidente per il ridursi di contatti, per l'impoverirsi di idee, per il calare di consensi e quindi di voti.
C'è un rimedio. Il primo rimedio nasce dal diffondersi del dubbio che l'accaduto non abbia dato frutti positivi. Ma i benefici sarebbero pur lenti a verificarsi. Ed occorre qualche atto che acceleri la riflessione sui danni dell'accaduto, sproni alla ricerca di congrui rimedi ed impegni all'adozione di essi.
Ricordiamo l'oggetto delle nostre attuali preoccupazioni su questa materia: 1°) come rianimare il dialogo tra gli iscritti, il dialogo con l'elettorato, l'ascesa dello stato d'animo dei cittadini verso i vertici di riflessione e di direzione, la diffusione in periferia delle decisioni dei centri; rispondendo a questo si provvede a rendere di nuovo informata, aderente alla realtà dl Paese, concreta e quindi producente la riflessione e la decisione dei vertici, liberati dall'astrattismo delle formule delle riforme dottrinarie, degli slogan orientativi; 2°) come riallacciare i contatti con le consociazioni in cui si trovano parte di coloro che votano per noi o per convergenza di ideali o per similarità di prospettazioni.
Il primo problema ci porta al centro delle dispute sulla validità delle strutture operative del partito. Il secondo ci porta al centro delle dispute sui modi di rispettare l'autonomia consociativa settoriale dei nostri iscritti, non rinunziando a renderli solidali con gli orientamenti generali del partito ed anche con quegli orientamenti particolari che per la stabilità dei primi non possono essere dimenticati.
Approfondite vicende ed estese consultazioni, fatte prima, durante e dopo l'assemblea organizzativa dello scorso autunno, portano a concludere che la sezione è uno strumento di organizzazione e di operatività valido tuttora nelle frazioni e nei comuni rurali, nonché in quelli di media importanza demografica. Però le sezioni devono avere sedi disponibili, dirigenti capaci e non logorati dagli anni e dalla durata dell'incarico, ed essere rifornite dei mezzi necessari ad operare con continuità ed efficacia. Il confronto tra questo enunciato di una situazione ottimale con quella effettiva pone dinanzi problemi formidabili, sia di reclutamento di iscritti, di riunione periodica degli stessi, di elezione da parte di essi dei propri dirigenti con frequenze statutarie rispettate, sia di raccolta locale e di integrazione centrale dei mezzi occorrenti. Come è stato detto in altra parte di questa relazione, uno sforzo di rianimazione è stato avviato. Il completarlo sarà compito di altri molti mesi, e dovrà essere accompagnato dal consolidamento della rete dei responsabili di seggio, concepita non come contingente strumento elettorale, ma come permanente rete capillare di contatto recettivo e diffusivo di opinioni e di idee fra partito e cittadini sia in senso ascendente che discendente. Strumento questa rete capillare non solo di volgarizzazione di idee e decisioni in una società in cui poco ci aiutano i mass-media; ma anche di appoggio alla diffusione della nostra stampa quotidiana, periodica e propagandistica.
La rianimazione nelle zone rurali e nella fascia dei comuni minori del tradizionale schema organizzativo non basta. L'esperienza delle sue insufficienze di fronte alle esigenze imposte dal nuovo urbanesimo ha suggerito idee per quanto riguarda la presenza e lo schema organizzativo del partito nei nuovi grandi centri urbani. L'on. Gaspari illustrerà al Consiglio le conclusioni alle quali è addivenuto l'Ufficio organizzativo, la verifica che di esse è stata fatta dai Comitati periferici ed infine le osservazioni della Commissione per la riforma dello statuto fino a giungere a precise proposte.
Il presente dibattito le vaglierà e le perfezionerà, avviandoci a decisioni che possano dall'autunno consentire di mettere in prova il nuovo schema organizzativo per i grandi centri. Anche questo è un modo per comprendere i mutamenti avvenuti nella società e per dare ad essi una risposta positiva che consenta al Partito di non subire ulteriori distacchi pericolosi dalla cittadinanza, ma di mettere invece in atto forme nuove di collegamento con essa.
I mutamenti delle strutture economiche e quelle conseguenti nelle organizzazioni del mondo del lavoro hanno introdotto due altri elementi di crisi nella rete di contatto con gli iscritti ed i simpatizzanti. Il centro sezionale, di cui già s'era avvertita l'incapacità a seguire nelle grandi aree di occupazione le esigenze dei cittadini lavoratori, ha accentuato sotto questo aspetto la sua crisi. Il rimedio ad essa, voluto con la istituzione dei Gruppi aziendali si è mostrato insufficiente, forse anche per l'estemporanea crisi del collateralismo e per l'accentuarsi del moto verso l'unità in campo sindacale.
Dal convegno di Sorrento nacque la proposta di far posto nello statuto del partito ai gruppi di impegno politico, da costituirsi non solo nei centri di lavoro, ma anche in aree diverse entro le quali si trovassero a svolgere una peculiare attività nuclei di cittadini iscritti o simpatizzanti con la DC. Lo statuto ne autorizzò la costituzione, preannunciandone la regolamentazione che sinora non è stata disposta. Esperienze nel frattempo compiute con esito positivo in varie province ed in vari settori (scolastico, culturale, industriale, parastatale) hanno offerto materiale sufficiente per giungere finalmente a valide proposte. Anch'esse vi saranno sottoposte dall'on. Gaspari. Chiediamo un vaglio perfezionatore ed una decisione del Consiglio Nazionale. Essa consentirà di estendere, con ordine e con profitto, un adeguamento suggerito dall'esperienza alle mutazioni intervenute in seno alla società. Chi conosce la materia sostiene che con il nuovo mezzo si estenderà e si intensificherà il legame ideale ed operativo – ascendente e discendente – tra il mondo del lavoro, della scuola, della cultura, dell'arte ed il Partito, arricchendoci di conoscenza e di impulsi e consentendoci di rendere più adeguati servizi di orientamento e di decisioni a tanti nostri iscritti e a tanti nostri elettori, con essi procedendo in ordine allo sviluppo della società italiana.
La diffusione dei “Gip” certamente aiuterà lo sforzo che il Partito ha appena avviato nei mesi scorsi, e deve essere sistematicamente intensificato, per una consistente ripresa di presenza non solo attivistica ma costruttivamente operativa ed ispiratrice della Democrazia Cristiana nel mondo del lavoro, e tra quanti dei nostri iscritti con zelo sociale ed intelligenza politica prestano servizio in seno alle organizzazioni che quel mondo difendono, promuovono, rappresentano.
Agli accennati sviluppi non basteranno solo le decisioni normative che richiediamo al Consiglio, sarà necessario che ad esse segua una pronta rispondenza che sarà provocata, sollecitata ed assistita con appositi incontri in programma nei prossimi mesi, tra i dirigenti periferici ed i dirigenti centrali dell'ufficio organizzativo, formativo, e di quelli per i problemi del lavoro e della scuola.
Si profilano per ciò sotto i ricordati aspetti nuovi tipi di azione, sia degli uffici locali che di quelli centrali. Essa, però, dovrà rinnovarsi anche in altri settori, se vogliamo che risponda alle nuove esigenze che i mutamenti sociali impongono alla nostra attenzione ed ai nostri divisamenti.
L'efficacia della nostra presenza nella società italiana si è affievolita per la diminuita capacità di apprensione delle continue mutazioni di problemi e di attese sociali, per la diminuita vicinanza del partito con tutti gli operatori sociali assaliti dalle novità e dagli insorgenti problemi per la diminuita presa del nostro modo di pensare e di agire tra le nuove generazioni, i cui rappresentanti per le innovazioni verificatesi in seno alla comunità familiare, ecclesiastica e civile non venivano più a noi già con un tipo di orientamento culturale e di formazione sociale non molto dissimile a quello base della DC.
Una più robusta e aggiornata presenza in seno alla società italiana evidentemente richiede che si ripari alle carenze or ora ricordate. Anteriore a fatti organizzativi periferici, da ammodernare o suscitare, e che in parte possono essere ricondotti a quelli sotto vari profili ricordati sinora, v'è l'esigenza di un nuovo modo di porsi del Centro verso i problemi ricordati.
Più volte nel corso degli anni passati si è cercato di arricchire gli organi centrali del Partito di strumenti ad hoc che perseguissero l'aggiornamento delle nostre informazioni sui cambiamenti della società. Anche l'ufficio inchieste affidato mesi fa all'amico Nerino Rossi doveva a ciò concorrere, ed a ciò ha egregiamente concorso nei limiti fissati. Più volte negli anni passati si è riflettuto e parzialmente provveduto a uffici, centri e strumenti che meditassero le informazioni raccolte e ne traessero conclusioni per giudizi politici e per suggestioni all'azione. Fin dall'origine, poi, in forme accentrate o decentrate, con temi ricorrenti od occasionali, con periodicità o saltuariamente, cercammo di provvedere alla formazione ed all'aggiornamento dei nostri iscritti e dei nostri dirigenti. Tutta questa mole e varietà di iniziative si è dimostrata al render dei conti insufficiente, per respiro, per mezzi, per risultati. E questa constatazione impone dei rimedi organici. Esperienze di quest'ultimo anno portano ormai alla conclusione che un partito con l'ispirazione, con i propositi, con la diffusione ed i consensi del nostro esige uno sforzo continuo organico, articolato che investa e risolva i problemi che ci si impongono di essere compiutamente informati, continuamente aggiornati sullo sviluppo della società, di essere continuamente stimolati ad una adeguata azione da riflessioni e studi sistematici sulle soluzioni da dare ai problemi che si inseguono; di informare persistentemente tutti i nostri dirigenti su quello che le mutazioni sociali chiedono sia aggiornato nella nostra azione centrale e periferica; di formare sistematicamente i giovani che a noi vengono o inclinano a venire, aggiornando nel contempo la formazione di coloro che in anni precedenti la ricevettero; di preparare alle varie impegnative scadenze di assunzioni di responsabilità o di dialogo popolare, candidati e propagandisti, in modo da concorrere anche con la idonea presentazione degli uomini al successo non effimero degli incontri decisivi col nostro elettorato.
Questa succinta organica visione di ciò che ormai è necessario fare, porta a domandarsi come avviarci a farlo.
Premessa la constatazione del superamento della vecchia iniziativa del Centro Studi della Camilluccia, è pensabile che il Partito prenda la decisione di destinare definitivamente quel complesso a un vero e proprio Istituto superiore di ricerche, studi e formazione politica, dotandolo di mezzi adeguati, affidandogli il compito con la sezione ricerche di seguire le mutazioni della società, con la sezione studi di proporre nostre soluzioni e valutare soluzioni altrui ai problemi posti dalla evoluzione della società, con la sezione corsi di formare giovani ed aggiornare iscritti e dirigenti agli ideali, al programma, all'azione della Democrazia Cristiana. Tutta questa attività dovrebbe essere svolta o direttamente in uffici centrali con indagatori, esperti, ed insegnanti proprii; oppure indirettamente con commesse ad uffici di ricerca; e perifericamente con corsi da svolgersi in loco.
La direzione dell'Istituto dovrebbe essere affidata a persona altamente qualificata nel campo degli studi, di vasta esperienza politica e di viva sensibilità sociale, facendola coadiuvare dai dirigenti delle tre ricordate sezioni.
Vagliare, integrare, decidere questa proposta darebbe modo di passare dalle intermittenti fasi del nostro sperimentalismo in questo decisivo settore, ad un organico impegno di cui ormai tutti invocano l'assunzione. Esso avrebbe una incisiva influenza nell'opera di cui stiamo attendendo per l'aggiornamento di ideali, di programma, di azione della Democrazia Cristiana. Ed in quest'anno trasformare e potenziare il vecchio Centro intitolato ad Alcide De Gasperi venti anni fa, nel nuovo proposto Istituto assumerebbe l'altro significato di una responsabile risposta all'ispirato messaggio che egli ci lasciò nel V Congresso di Napoli.
La proposta è stata incoraggiata dalla certezza che l'Istituto per adempiere ai compiti prefissati dovrebbe chiamare intorno a sé numerose e vaste collaborazioni, anche con ciò mostrando un nuovo vivo interesse della Democrazia Cristiana per il campo della cultura, ed un proposito non generico di allacciare con i suoi maggiori protagonisti un nuovo discorso, nell'interesse del Paese, e per adeguare ai suoi vivi bisogni il servizio nuovo che alla risoluzione di essi vuol rendere il nostro Partito.
L'Istituto proposto avrà davanti a sé un vasto campo d'azione – come si è detto – anche verso giovani e per i giovani. L'interesse del Partito per loro non potrà però limitarsi a ciò.
Sia permesso a chi sin dal '67-'68 richiamò invano l'attenzione sul significato ideale e sulla portata profondamente innovatrice della contestazione giovanile, di ripetere in questa importante tornata del nostro Consiglio Nazionale che al problema dei giovani dobbiamo portare una grande e crescente attenzione. Non si tratta di promuovere una politica per i giovani, che già per l'espressione usata suona paternalistica e di modello un po' totalitario. Si tratta di far partecipare i giovani a far politica con noi.
Dalla consapevolezza della sempre più sollecita maturazione dei giovani, e dei vantaggi della dilatazione della partecipazione dei giovani alla vita pubblica, discendono almeno due proposte che avanzai nel ricordato incontro con i giovani del 1968: la prima consiste nel concedere il voto ai cittadini al raggiungimento del 18° anno di età; la seconda consiste nel prender coscienza che anche in seno al Partito fin dall'età del voto tutti gli iscritti diventano uguali ed hanno il diritto ed il dovere di partecipare senza steccati alla vita intera e piena del Partito.
La prima proposta se è accolta, com'io suggerisco, porta ad assumere conseguente atteggiamento sulle leggi in questione da parte dei nostri parlamentari. La seconda proposta invita questo Consiglio e la Direzione centrale a riflettere sulle modificazioni di fini, di strutture, di reggimento che occorre dare al nostro Movimento Giovanile, ricco di abbondanti delusioni per tante manifestazione di vertice, soggiogato da troppi allettamenti estranei alla idealità, alla cultura, alla tradizione della Democrazia Cristiana; assenti a troppi nostri appuntamenti e troppo presente – anche se non sempre ben trattato – ad incontri con gli avversari di sempre e con i costanti denigratori del nostro partito. A poco varrebbero tutti gli aggiornamenti di idee, di programmi, d'azione che ci avviamo a discutere e a decidere se non trovassimo modo con coerenza di adeguare ad essi il modo di reclutamento, di formazione, di presenza e di azione dei giovani in seno al partito della Democrazia Cristiana. E perché la proposta abbia un seguito propongo al Consiglio Nazionale di nominare tre suoi rappresentanti che insieme ad altri tre rappresentanti del Consiglio Nazionale del Movimento Giovanile affianchino la Segreteria politica nella ricerca delle modifiche da apportare al reclutamento, all'azione, agli ordinamenti del Movimento Giovanile.
Giungiamo così alla quarta domanda che all'inizio di questo settore della presente relazione era insorta: quali modifiche sono opportune all'assetto degli organi dirigenziali.
Che in un organismo vivo si ponga simile domanda è naturale. Che si ponga dopo una lunga constatazione di ritardi e manchevolezze è ovvio. Doveroso è poi porla al termine di un anno che si aprì al Congresso con un particolare mandato generale d'azione e al Congresso nazionale di Ravenna con l'adozione in via sperimentale di alcune modifiche all'assetto interno della Direzione.
Proprio l'esperienza di un anno, la riflessione sempre più approfondita dello stato del Partito nel confronto delle esigenze nuove poste dal mutare della società, le varie indicazioni e proposte in fatto di aggiornamento che siamo andati facendo, portano a qualche conclusione anche in fatto di assetto degli organi dirigenziali.
La prima conclusione è che con i compiti che il Congresso gli ha affidato specie in materia di superamento delle esasperazioni delle correnti, materia per operare sulla quale un minimo di cooperante buona volontà dei riformandi è pur necessaria, il di stanziamento del Segretario dall'ampia base direzionale è eccessivo in sé, e non trova riscontro in nessun partito. D'altro canto il trasformarsi, fissato anche categoricamente dalla Giunta esecutiva, da ristretto organo politico – di evidente collegamento tra il Segretario politico e la Direzione – in un comitato di puro coordinamento tecnico di alcuni uffici centrali, ha accentuato il ricordato e singolare isolamento del Segretario politico. Di esso la prima vittima è lui stesso; e poi la tempestività di certe consultazioni che, data l'ampiezza della Direzione, essa non sempre è in condizione di consentire con la speditezza e la riservatezza che in certi frangenti sono d'obbligo.
La seconda conclusione è che al Giunta, definibile quale organo di coordinamento degli uffici, nemmeno dopo l'ampliamento di essa fatto un anno fa a titolo sperimentale è in condizione di coordinare tutti gli uffici, perché non tutti i dirigenti appartengono alla Direzione e quindi possono partecipare alla Giunta. D'altro canto le esigenze di innovazione prospettate lasciano intendere che gli uffici dovranno subire qualche variazione in numero ed in competenze. Ne deriverà la necessità di riportare la Giunta alla ristretta composizione statutaria, provvedendo al coordinamento degli uffici i cui dirigenti ad essa non partecipano, mediante l'aggruppamento degli uffici in settori omogenei, coordinati ad opera dei vice-segretari. E se ciò doveva essere, forse il numero di questi ultimi dovrebbe essere aumentato, con evidente sollievo del Segretario politico da tante incombenze materiali e la possibilità per lui di dedicarsi di più alle massime cure politiche.
Da queste conclusioni derivate dall'esperienza, sorgono due questioni che pongo al Consiglio sotto forma di domanda, sollecitando risposte dalle quali ricavare utili decisioni: 1) agevolerebbe l'opera del Segretario politico diretta ad attenuare i voti espressi nella mozione congressuale formare nell'ambito della Direzione una ristretta Consulta, composta dai presidenti dei Gruppi parlamentari e dai rappresentanti di ciascuna delle liste presentate al Congresso nella misura di 1 per le liste con meno del 15% dei voti e di 2 per le altre? 2) agevolerebbe la nuova vasta opera propostasi dal Partito, l'ampliare il numero degli uffici, con la nomina di dirigenti capaci scelti anche fuori della cerchia direzionale delegandosi dal Segretario politico al coordinamento di essi per settori omogenei i vice-segretari, eventualmente aumentandoli di numero? Questa ultima misura consentirebbe di riportate la Giunta alla sua composizione ed alle sue funzioni statutarie, ponendo così tutti i suoi membri nelle condizioni ideali per mantenere col Segretario politico quelle condizioni di reciproca fiducia ed intesa, che sempre caratterizzano simili organi esecutivi.
Rispondere alle domande suddette, che non violano nessuna norma statutaria, rientrerebbe a rigore nei compiti della Direzione. Ma nello spirito in cui il Congresso fu concluso, e correggendosi qualche impostazione che sia pure a titolo sperimentale fu cominciata al Consiglio nell'agosto scorso, è sembrato cosa opportuna e rispettosa sollevare i problemi in questa sede, nella speranza che con franco appassionato dibattito per essi si sappiano dare buoni suggerimenti.

10 – Idee direttrici, azione, collaborazioni, confronti della DC nell'orizzonte italiano e mondiale

Gli strumenti aggiornati che siamo andati identificando al servizio di quali ideali e di quale azione devono essere posti, affinché la DC possa svolgere la missione che gli elettori le confidarono?
Ecco l'ultima questione che deve essere affrontata per concludere la presente relazione.
La Democrazia Cristiana nacque con gli ideali delineati da De Gasperi nelle “Idee ricostruttive” del 1943. essi furono organicamente precisati nella “Relazione” di Guido Gonella al primo Congresso svoltosi a Roma nel 1946. quella completa esposizione partiva dalla ammessa ispirazione cristiana del Partito. I mutamenti sopravvenuti nella società italiana hanno discreditato quella ispirazione? Sollecitano ad attenuarla? Consigliano di accantonarla? Ecco alcuni problemi che si agitano tra noi, e tra gli esterni critici.
Per tutti coloro che hanno fede cristiana, resta confermato dal Concilio Ecumenico Vaticano secondo e dai documenti che lo accompagnarono e lo seguirono, il dovere di operare per una animazione cristiana all'ordine temporale. Conseguente quindi è lo stimolo ad assumere un impegno politico per partecipare alla costruzione ed alla guida della società civile. Esso si adempie recando all'edificazione della società civile ed al perseguimento del bene comune il contributo delle idee sull'uomo e sulla società derivate dall'insegnamento sociale cristiano, al quale non possono non ispirarsi i cattolici. Le forme concrete del loro impegno aderiranno alla situazione storica, come vi aderirono, prima e dopo che l' “Appello agli uomini liberi e forti” di Don Sturzo e le “Idee ricostruttive” di De Gasperi, dessero vita al Partito Popolare nel 1919 ed alla Democrazia Cristiana nel 1943.
L'aver saputo suscitare tanti consensi per un'approfondita scelta della propria ispirazione cristiana e per una “non confessionale” utilizzazione della medesima, fu una causa sia del vivace ed impensato reingresso dei cattolici nella vita politica italiano col Partito Popolare, che della consistente ed incisiva partecipazione cosciente e pressoché unitaria a milioni e milioni di cattolici all'azione promossa dalla DC per la rinascita degli ordinamenti democratici in Italia, per la giusta definizione di essi nella Costituzione, e per il progresso economico e sociale e civile che, nel quadro del nuovo sistema di libertà, conseguì la Repubblica.
Già abbiamo ricordato quali mutamenti di mentalità, di costumi, di credenze, di aspirazioni, di strutture hanno accompagnato l'innegabile avanzare del progresso dell'Italia.
La dottrina e l'opera di Sturzo e di De Gasperi rivelano la profonda persuasione che i partiti politici, perseguendo obiettivi politici, debbono compiere scelte giustificabili in termini politici, sicché l'ispirazione propria dei partiti orientati dagli ideali cristiani non li rende “confessionali”, non li porta a confondere il proprio ambito d'azione con quello in cui opera la Chiesa, non offusca l'attenzione per i problemi della società e non riduce la lealtà verso lo Stato.
La storia comprova con quanta premura Sturzo e De Gasperi batterono queste strade, lungo le quali dettero prova di ferma coerenza e fecero dare dai loro partiti contributi decisivi al progresso civile dell'Italia ed alla affermazione in essa di pacifici e liberi ordinamenti democratici.
Le mutazioni sociali sopravvenute anche per nostra opera, e non sempre contro di noi, non attenuano la validità della formula politica incarnata nella Democrazia Cristiana. Perdura un motivo di ordine morale che impegna ogni cattolico al dovere di svolgere un impegno politico concreto per l'animazione cristiana dell'ordine temporale. Le peculiarità della idea cristiana e della dottrina sociale che da quella viene informata impongono tuttora ai cattolici coerenza per rendere efficace l'influenza dei loro ideali sulla società. Più grande sarà l'impegno, più vasto il convergere a sostegno del consenso di quanti ritengono tuttora l'idea cristiana valida e ricca di utili insegnamenti, tanto più visibili saranno gli effetti che gli italiani impegnati politicamente nel partito della Democrazia Cristiana sapranno conseguire, adattando opportunamente la loro azione alle nuove condizioni della società ed alle mutevoli esigenze politiche. Ed il successo sarà maggiore, se dando continua testimonianza di unità di azione, pur nell'articolato svolgersi di un costruttivo dialogo interno schivo da personalismi e non dimentico dei valori di cui ci si dichiara portatori, attirerà le simpatie e l'appoggio dei cittadini anche non cristiani ma capaci di apprezzare la validità dei concreti programmi commisurati alle esigenze del bene comune ed alle possibilità di realizzazione, con evidente abbandono di pretese integralistiche.
Per la sua primaria ispirazione la DC non può non essere il partito della libertà dell'uomo e della libertà del sistema sociale.
Garantendo la libertà dell'uomo dalle vincibili resistenze della natura, lo si libera dal bisogno; garantendo la libertà dell'uomo da ogni oppressione, lo si libera dalla tirannia; garantendo la libertà dell'uomo dall'ignoranza, lo si libera dalla non verità; garantendo la libertà dell'uomo dall'arbitrio, lo si libera dall'ingiustizia; garantendo la libertà dell'uomo dalla violenza e dalla guerra, lo si libera dalla paura. Liberandolo da tutte queste strettoie, si garantisce all'uomo la massima espansione della sua personalità.
Garantendo a tutti i cittadini la partecipazione alla conduzione del sistema sociale, si libera la società dall'antidemocrazia; garantendo al sistema sociale piena funzionalità delle norme che lo regolano, lo si libera dall'oblio del diritto; garantendo al sistema sociale ogni libera manifestazione del pensiero dei suoi membri, lo si libera dallo spreco di tutte le doti di quanti lo compongono; garantendo al sistema sociale tutti i mezzi per rendere piena giustizia ai cittadini, lo si libera dallo scontento e dalla rivolta; garantendo al sistema sociale tutti i mezzi per partecipare al pacifico progresso dell'umanità, lo si libera dalla guerra. Liberando il sistema sociale da tutte queste minacce, si garantisce ad esso la massima possibilità per ciascun cittadino di cooperare solidaristicamente all'assetto democratico, giusto, progredito e pacifico della società.
In questa duplice fondamentale azione per la piena espansione della persona umana e per l'ordinamento comunitario della società democratica, la Democrazia Cristiana si rivela un partito personalista, comunitario, solidarista ed interclassista. Per ragioni di intima non smentibile coerenza la Democrazia Cristiana si è rivelata e resta un partito contrario al totalitarismo fascista, ma anche al pur differente totalitarismo collettivista; e nel contempo contrario ad ogni sistema sociale che si affidi solo al gioco degli egoismi individuali, o secondi il predominio delle grandi coalizioni capitalistiche, o subisca l'imposizione sistematica dell'organizzazione comunista.
Queste stesse sue prese di posizione escludono che la vocazione sociale porti la Democrazia Cristiana verso il predominio delle burocrazie totalitarie, del managerialismo capitalista, del pianismo collettivista, dell'anarchia individualista. La difendono da questi allettamenti il fatto storicamente comprovato che essa, “invece che una astratta società politica, riflette una società reale con tutti i suoi umori, i suoi interessi, i suoi valori, i suoi incontri, i suoi assetti in evoluzione…, essendo non un esangue partito d'opinione, ma un partito sociale che segue tutta intera la vicenda degli uomini e ne guida in modo inflessibile le esperienze sociali, coordinandole grado a grado fino alle scelte di massimo livello” (Aldo Moro, intervento al XII Congresso della DC).
La manifestazione della sua vocazione sociale spiega perché alla Democrazia Cristiana siano sempre pervenuti copiosi consensi dai lavoratori che, nell'autonomia della terra da loro stessi coltivata, nell'iniziativa della bottega e del negozio da essi stesso promosso e condotto, nella libertà della professione personalmente esercitata, avevano già scelto per ciascuno la stessa strada che la Democrazia Cristiana proponeva ad esaltazione della persona umana, a valorizzazione delle sue qualità, a difesa delle sue doti, a soddisfazione delle sue aspirazioni.
Sono venuti consensi alla Democrazia Cristiana anche copiosi da parte di coloro che nel lavoro alle dipendenze altrui avevano cercato una possibilità di occupazione; poiché della dipendenza capivano il peso ed i rischi, e contro di essi intendevano quale tutela poteva derivare dall'attuazione di un modello sociale che difendesse tutti i lavoratori dalle prevaricazioni del capitalista, dalla cecità del burocrate, dall'arroganza del pianificatore.
Né mancarono aperti consensi di coloro stessi che avevano ereditato proprietà e posizioni predominanti, o avevano conquistato posti di comando nel settore pubblico o privato, ogni volta che il loro animo e la loro mente, difendendosi dalle tentazioni del potere, intesero quali benefici in una società giusta, personalistica e comunitaria potessero nascere da una concordia tra le classi e tra i legittimi interessi di cui ciascuna classe è certamente portatrice e gelosa rivendicatrice, raggiunta non per ordine del dittatore, o per sottomissione al padrone, ma per concorde ricerca di patti e di leggi capaci di ricondurre tutti al pieno rispetto della giustizia sociale.
Dal concorso di tutti questi consensi, colmati dall'adesione convinta di uomini di pensiero e da quella fiduciosa di moltissimi giovani, s'accumularono nelle urne sempre cospicui consensi alla Democrazia Cristiana.
Facile dal confronto tra le percentuali dedurre il calo che essi hanno alternamente subìto. Facile, dal confronto tra le curve che descrivono il variare dei consensi al passare dalle comunità rurali a quelle urbane, dedurre quale logorio ha subìto la somma dei voti democristiani al mutare dell'assetto territoriale, occupazionale e sociale.
Ma il trend può essere modificato col che la Democrazia Cristiana, a testimonianza della validità dei suoi ideali e della sua attenzione che presta alla folla dei lavoratori che la sostengono persistendo sulla strada delle riforme per rendere pieno il godimento da parte dell'uomo di tutte le libertà, concorra a definire giustamente le medesime, le attui speditamente, le amministri adeguatamente, ne agevoli politicamente la comprensione da parte dei cittadini, faciliti l'espansione dei benefici di esse; e dopo ogni riforma condotta in porto, continui ad ascoltare dalla voce dei cittadini, e a secondare i nuovi progressi che essi si attendono dalla società.
Ogni programma di riforme può essere integrato, corretto, migliorato. Certamente anche quello in corso nella società italiana. Ma non è vero che esso sia portatore autonomo di accresciuti consensi ad un partito che – pago delle riforme proposte e svolte – attenui la sua presenza nel Paese o, peggio, immagini di affidare la raccolta dei consensi a coloro cui ha commesso – e non sempre ad occhi aperti – la cura delle riforme conseguite. Il consenso ad un partito non cessa mai di dipendere dalla partecipazione dei suoi vertici, delle sue rappresentanze, della sua diligenza alla vita stessa di coloro che lo avviarono al successo con i loro voti e con essi lo assistettero nelle lunghe lotte. Si ritorna così con considerazioni già dette a far dipendere la forza di un partito dalla fecondità della sua azione amministratrice e riformatrice; ma anche dalla capillare penetrante continuità della sua presenza in seno ai gruppi sociali che lo sostennero.
L'aggressione presente alla Democrazia Cristiana non poggia soltanto nello sforzo di dividerla in se stessa, esaltando dall'esterno le criticate diatribe delle correnti, e nello sforzo di separare i sommi vertici dai livelli intermedi. Lo sforzo più insidioso è quello diretto a dividere il partito dalla sua base genuina. Il che si persegue tenacemente divulgando l'asserto che la Democrazia Cristiana è il partito dei ceti parassitari. Così si confida di ridurre a zero il suo elettorato, sperando che chi parassitario non è, per dignità fugga da un partito di parassitari; e che chi, essendo davvero parassitario, avesse cercato sinora di confondersi in un partito, che non avendo ancora la fama di parassitario, poteva ridargli dignità, cerchi subito un rifugio diverso, per meglio mimetizzarsi tra i molti adepti non colpiti dalla cattiva qualifica.
Per nostra fortuna i denigratori della DC divulgano tutte le sigle che hanno il semplice aspetto di apparire convenienti. Ritenuta l'etichetta di “parassitario” disdicevole per chiunque, l'hanno affibbiata ai nostri iscritti e ai nostri elettori, senza accertare prima a quali ceti essi appartenessero.
Se l'avessero fatto per prudenza o per amore della verità, si sarebbero accorti che circa il 40% degli elettori italiani non può essere composto di ceti parassitari; in secondo luogo, sezionando la ricordata posizione dell'elettorato, avrebbero constatato quanti milioni di essa sono lavoratori autonomi, quanti sono lavoratori dipendenti, quante migliaia sono professionisti, o insegnanti, od operosi funzionari e tecnici ai quali nessuno in blocco può dare la qualifica di parassitario, senza doverla estendere per ragioni di giustizia a quei colleghi che da loro si differenziano solo perché votano come i nostri critici che aspirano ad ereditare i voti della DC. Quei voti che stanno cercando i comunisti quando criticano il nostro interclassismo e sfregiano i nostri consensi tra i ceti parassitari, ma contemporaneamente si esercitano nel distribuire abbracci di amicizia e diplomi di benemerenza con espansioni e manifestazioni interclassiste negli stessi ambiti. Né si comportano da meno certi imprenditori che danno per scontato il trend sfavorevole alla crescita di potere della Democrazia Cristiana.
E quando vediamo anche ingenui organizzatori, inclinare ad imitare atteggiamenti volpini, ci domandiamo sorpresi come gli ultimi critici possono classificare tra i ceti parassiti milioni di pensionati o di invalidi che hanno ricevuto dalla società un ben modesto segno delle loro benemerenze, ed hanno creduto di sostenere col voto la Democrazia Cristiana non perché proteggesse la loro inesistente ignavia, ma perché valorizzasse anche il loro consenso per il bene di tutta la comunità.
A tutti i nostri iscritti ed elettori rendiamo onore per il ruolo di autentici lavoratori e di onesti cittadini che non meno degli elettori degli altri partiti stanno svolgendo con assiduità, diligenza ed onestà, fieramente e validamente contribuendo all'opera che restituì al Paese la libertà, lo ricostruì e l'ha portato ad alti livelli di progresso.
Forte dei consensi sinora sempre ricevuti e della rappresentanza tuttora detenuta di circa il quaranta per cento del popolo italiano la Democrazia Cristiana intende persistere a ricercare nel Paese quelle libere democratiche collaborazioni che, se convergenti su programmi confacenti alle necessità, consentiranno di compiere la missione ideale che in ben più gravi difficoltà fu iniziata trent'anni orsono.
Le vicende d'Italia dimostrano che qualsiasi steccato posto tra cittadini portatori di ideali cristiani e cittadini portatori di ideali laici ha sempre complicato il comune cammino. Anche certe dispute prima parlamentari e poi referendarie sul divorzio confermano ciò. Nella storia e nella contingenza allargare le convergenze tra le forze democratiche ha sempre giovato alla libertà ed al progresso dell'Italia. Lo sforzo di Sturzo e di De Gasperi per far partecipare all'ampliamento della convergenza democratica il più grande numero possibile di cittadini cattolici è stato un'opera benemerita ed è risultato un fatto altamente positivo. Questo sforzo è stato continuato anche nel ventennio seguente alla morte di De Gasperi. I frutti possono essere discussi in termini di risultati materiali, non possono essere sottovalutati in termini di difesa della democrazia e della libertà. E forse migliori sarebbero stati i risultati se maggiore fosse stata la chiarezza – senza timore di crisi più lunghe o di incedere meno spedito – delle prospettazioni delle posizioni peculiari ad un partito che rappresenta oltre un terzo dell'elettorato, traendo tanti consensi dalla fedeltà a certi principi e dalla prospettazione di certi programmi. La Democrazia Cristiana non giova a sé, non giova agli altri partiti, non giova al Paese mimetizzandosi. Essa non cresce di simpatie e voti presentandosi interprete di aspettative conservatrici che le sono estranee, né può pretendere ulteriori consensi facendo la concorrenza a partiti di sinistra che postulano modelli sociali molto diversi dal nostro. Da ciò il dovere di non porci di fronte alle altre forze politiche nell'atteggiamento spavaldo di chi pensa di risolvere i problemi da solo o soltanto in compagnia di chi soggiace alle sue imposizioni. Il nostro dovere democratico è di prospettare quali ci sembrano i problemi aperti, esprimendo la sincera volontà di intenderci con i partiti che convenendo in una scelta organica dei problemi da risolvere, vogliano con noi concorrere a dare ad essi soluzioni appropriate e giuste, senza compromettere con clausole sostanziali sulla politica interna, economica e sociale, né sulla politica estera, la solidità della casa civile comune promossa dalla Resistenza, fondata sulla democrazia e garantita dalla libertà.
Il XII Congresso prese atto che la disponibilità del Partito socialista a riprendere un costruttivo discorso con gli antichi alleati del centro-sinistra era confermata; ed autorizzò la ripresa dei necessari contatti con i partiti della predetta coalizione. Essi portarono a constatare che essa si poteva ricostituire. Fu quindi ricostituita sulla base di un programma, a diverse riprese aggiornato per rispondere alle rapide mutazioni della situazione congiunturale.
Gli organi dello Stato e gli organi del Partito hanno sempre confortato il ritorno alla coalizione di centro-sinistra. Posta di fronte a gravi responsabilità essa ha confermato l'unanime proposito di volersele assumere, tanto le ha considerate necessarie per salvare l'economia del Paese dalla avversa congiuntura e per far proseguire la politica di sviluppo e di riforma sociale. In precedenza si è detto dell'azione convenuta e dei programmi adottati.
La divulgazione analitica delle misure relative alla manovra fiscale – tariffaria ed a quella creditizia, con essa armonizzabile, hanno suscitato reazioni che solo gli sciocchi potevano immaginare piacevoli. Un governo ed una alleanza democratica non possono immaginare che ad essi spetti definire un programma, sottraendolo a tutte le costruttive conseguenze di un serio confronto con le relazioni che suscita nelle opposizioni parlamentari, tra le forze sociali, nel Paese. Certo quanto più maturate furono le scelte della maggioranza e del Governo tanto più franca ed unitaria deve essere la difesa di esse. Ma se dal dialogo col Parlamento, con le forze sociali, con l'opinione pubblica dovesse risultare qualche indicazione capace di consentire particolari miglioramenti, la maggioranza deve mostrare tanta sensibilità democratica da scendere ad un attento esame di quanto si osserva; e se unitariamente constatasse che l'accogliere quelli validi tra i suggerimenti avanzati potrebbe migliorare le misure prescelte senza turbare la linea di fondo attorno alla quale in via prioritaria si era pronunziata, la maggioranza facendo sue le indicazioni altrui non mortificherebbe ma esalterebbe la democrazia, consoliderebbe la propria autorevolezza, e agevolerebbe la buona e sollecita esecuzione del programma migliorato.
Si ripete da mille parti e soprattutto da parte di coloro che non amano troppo la democrazia, correre la situazione gravi rischi, ed essere il sistema di fronte ad una svolta pericolosa. Tra le molte esagerazioni e le paure artificiose, è fuori di dubbio, e l'abbiamo constatato, che la società mondiale ed italiana si trovano di fronte a mutazioni che possono spingere a innovazioni rischiose. La natura politica di molti di questi pericoli esige dalle forze democratiche una grande dose di consapevolezza della situazione e delle proprie responsabilità. Per quanto riguarda la Democrazia Cristiana ha dato prova di consapevolezza della situazione riflettendo sui mutamenti che da essa derivano per la proficua azione, per il proprio programma, per le proprie strutture e forme di presenza nel Paese. Ha dato prova di responsabilità insistendo nel comporre ed appoggiare una leale alleanza tra i quattro partiti di centro-sinistra che, anche per la presenza del Partito socialista, dimostra “la volontà di recupero – come ben disse l'on. Moro nel suo intervento al Congresso – delle forze di sinistra disponibili, di considerare utilizzabile tutta intera la componente socialista, di impedire il blocco egemonico costruito e guidato dai comunisti, di allargare la base popolare dello Stato, di far convergere forze diversamente ispirate per il sostegno e lo sviluppo della democrazia italiana”. Di ciò persuasa la Democrazia Cristiana anche nelle presenti difficoltà continuerà a dare prova di responsabilità, concorrendo a far sì che al Governo presieduto dall'on. Rumor mai manchi la sua adesione leale in Parlamento e nel Paese senza alcun sottinteso, riserva o riferimento sia a scadenza, sia a sotterranee intese esterne alla maggioranza, sia al ricorso a quel “compromesso” propostoci e rifiutato nella unanime decisione direzionale del 18 dicembre.
Troppi interlocutori estranei al dialogo politico mostrano di credere che la situazione economica e politica italiana faccia sistema a sé. Dimenticano le difficoltà economiche e le prospettive di ripresa che la collegano per fortuna ad un mercato europeo che di comune non può avere soltanto gli aiuti ma anche certe regole, ad un continente economicamente diviso in due comunità economiche ma non impermeabili ad un certo grado di cooperazione, ad un bacino mediterraneo che anche per i suoi collegamenti a centri petroliferi è per il nostro progresso economico particolarmente importante. Per di più certi interlocutori del dialogo politico dimenticano quali considerazioni, anche dopo i progressi della coesistenza, intesa quale garanzia di pace – e lo dimostra la cauta cura di cui continuano a circondarla i molti autorevoli protagonisti di recenti incontri bilaterali – debbono essere fatte, trattando delle realtà e delle prospettive anche per la politica estera derivanti dalle collaborazioni tra partiti in Italia. A meno che qualcuno non voglia introdurre avventatamente fattori dinamici nella costante che ha caratterizzato la politica estera italiana di tutti questi anni, adottata dopo memorabili battaglie parlamentari, mai smentita dai voti del popolo e non rimessa in discussione neppure in occasione del recente atto di revisione del patto atlantico, in cui quella nostra scelta di fondo trovò la sua consacrazione.
Si cercano le alleanze politiche per allargare la base della democrazia ed i consensi alla politica di sviluppo e di riforme. All'allargamento c'è un limite, a torto reputato recentemente da Gianfranco Pasquino attenuato dalla distensione; ed esso è rappresentato dalla inconvenienza di rimettere in discussione direttamente od indirettamente le decisioni che da quasi trent'anni hanno garantito la libera presenza dell'Italia democratica in un contesto europeo e mondiale, pacificato, ma non confuso grazie ad una prudente politica di sicurezza, di coesistenza e di cooperazione.
Gioverà anche nel nostro Paese, come giova in ogni paese democratico, il dialogo, ed il confronto tra la maggioranza, e per essa di chi guida le sorti del Governo, e l'opposizione. Confronto eccezionale quando sono in gioco problemi essenziali del Paese. Confronto permanente in Parlamento quando sono in esame le misure che devono risolvere i problemi assillanti. Confronti che devono avvenire alla luce del giorno, a testimoniare che in un sistema democratico tutti i cittadini sono chiamati a votare, e coloro che dai voti della maggioranza di essi traggono mandato per governare il Paese, intendono rendere omaggio alla volontà popolare consultando quanti rappresentano i cittadini restati all'opposizione. Il Governo di un Paese non è danneggiato, ma avvantaggiato dal massimo apporto della intelligenza, della sensibilità, dal senso critico di tutti i cittadini. Perciò il Governo e la maggioranza che lo esprime, estenderà il confronto fuori del Parlamento e dei consigli regionali, provinciali e comunali, anche a tutte le forze sociali capaci di portare l'eco viva dei problemi che turbano il Paese e delle prospettive che invece lo rasserenano. Tra queste forze sociali, per giusta consuetudine diamo eccezionale importanza a quelle che rappresentano lavoratori e imprenditori, gli uni e gli altri espressione tanto viva dell'attività produttiva del Paese. Come in precedenza si è detto ci sono dei limiti da rispettare in questo dialogo con le grandi organizzazioni economiche e sindacali, come pure c'è da utilizzare meglio il luogo naturale degli incontri in aree statuali; ma non c'è dubbio che pratiche recenti e pratiche rinverdite possono essere di non piccolo aiuto a definire alcuni aspetti essenziali degli interventi del Governo e delle decisioni del Parlamento nella vita economica. Non esaurendosi in questo aspetto tutta la multiforme vita del Paese, si pone nel contesto dell'adeguamento delle forme dell'attività dei partiti, del Parlamento e del Governo, l'espresso orientamento a sollecitare e ad appoggiare ogni e qualsiasi incontro e confronto tra gli esponenti della maggioranza e del Governo e tutte le altre forze che operano in seno alla società, arricchendola di aspirazioni, di idee e di energie, e sollecitandone il progresso. Forze dello spirito e della religione, forze della cultura, forze dell'arte, forze della scienza e della tecnologia, forze della scuola, forze della ricreazione e dello spettacolo, forze della cooperazione, forze della salute, forze delle sport, forze dell'assistenza, forze tutte in una parola che rivelano la civiltà e la intrinseca moralità del popolo italiano.
Con questo appello ed invito ad un'azione politica la più informata possibile, la più ricca di convergenze civiche, la Democrazia Cristiana riafferma il suo proposito antico di restare al servizio della libertà e del progresso degli italiani, e lo avvalora impegnandosi a trarre dalla storia di questi anni tutti gli insegnamenti che possono consentirle di restare caratteristica e valida forza tra le forze democratiche italiane.

Sen. Amintore Fanfani
Consiglio Nazionale della DC
Roma, 18 luglio 1974

(fonte: biblioteca Butini)


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