LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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DOPO IL REFERENDUM SUL DIVORZIO: REPLICA DI AMINTORE FANFANI AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 21 luglio 1974)

Nel maggio del 1974 si svolge il referendum sull'abrogazione della legge sul divorzio, con la vittoria del no. Il forte impegno della DC non è servito alla vittoria referendaria.
Il clima politico viene scosso anche dalla crisi (successivamente rientrata) del V° Governo Rumor, dovuta ai contrasti interni al centro-sinistra sulle misure per affrontare la grave crisi economica. All'interno della DC, i rappresentanti delle correnti di Forze Nuove e dei morotei si dimettono dalla Direzione centrale.
In questo quadro si riunisce, dal 18 al 21 luglio 1974, il Consiglio nazionale del partito, che approverà a maggioranza la relazione del Segretario politico sen. Fanfani.
Di seguito si riporta il testo della replica del Segretario.

* * *

Caro Presidente, cari amici,
la fatica della preparazione e dello svolgimento di queste giornate ha avuto largo compenso dalla serietà, dalla compostezza, dalla profondità ed estensione di un dibattito che certamente lascerà qualche traccia nella storia del Consiglio nazionale. E penso lascerà una traccia anche nell'animo del Presidente on. Zaccagnini che con tanto fervore ci ha diretti.
Allorché nello scorso autunno, proprio come seguito all'impegno congressuale di promuovere nel dialogo una sempre più convinta unità, pensai e proposi una tornata ad hoc del Consiglio nazionale sul tema che giovedì ci ha visti qui convenire, non immaginavo certo che avvenimenti particolari, economici, politici, referendari, elettorali, lo avrebbero potuto fare apparire di così grande risalto.
Debbo riconoscere però che né la drammaticità di certi eventi, né la consapevolezza del grave momento, né il convergere di tanta attenzione di amici, di osservatori e di avversari hanno distolto tutti gli intervenuti dal dibattito franco sull'oggetto della nostra riunione verso deviazioni particolaristiche.
Se qualche rara eccezione si è avuta, mi è parso di capire che ciò sia stato dovuto più che ad intenti polemici e disturbanti, alla necessità di citare esempi che in certi passaggi concitati del dire rinforzassero il ragionamento.
Proprio questa constatazione non invoglia affatto a discostarmi in questa replica dal criterio seguito nella relazione.
Ciò premesso, è per sincera convinzione che esprimo a tutti i presenti alle lunghe giornate di dibattito, e ai sessanta partecipanti ad esso profonda gratitudine per gli approfondimenti ad una relazione che né ambiva, né poteva essere completa, ma che ha cercato di essere stimolante, forse riuscendovi, se ha potuto provocare numerosissimi interventi, tutti di alta qualità ed alcuni, per la personalità di chi li faceva, per gli argomenti toccati, per le indicazioni fatte, particolarmente degni di attenzione.
Sentimenti particolari di gratitudine debbo esprimere verso il Presidente del Consiglio e i colleghi ministri che, sovraccaricati di cure pressanti, hanno trovato tempo per prestarci assistenza ed attenzione, richiamando la nostra mente alle risultanze delle loro antiche e recenti esperienze; ricambiando così la solidarietà che ad essi, e particolarmente al Presidente del Consiglio, nei momenti più difficili, come egli ha avuto la cortesia di dire, della vita e delle svolte dei due governi recentemente da lui presieduti, la solidarietà dicevo, che il Segretario, il Presidente del Consiglio nazionale, i Presidenti dei Gruppi, hanno dato nelle circostanze che Rumor ricordava.
Il primo risultato del dibattito è stato il convenire tutti sulle caratteristiche di fondo della crisi che stiamo attraversando in quanto cittadini del mondo e in quanto cittadini del nostro Paese.
Il secondo risultato – e in fondo dovevamo proprio arrivare a questo confronto – è stato il convenire di tutti sull'identità ideale del Partito, riaffermandola nelle sue caratteristiche tradizionali e ripetendo la consequenzialità che da quelle caratteristiche ideali nasce per l'esistenza della Democrazia Cristiana quale partito popolare, democratico e antifascista e sul tipo di azione che, in coerenza ai propri ideali e alle proprie caratteristiche, la Democrazia Cristiana deve svolgere anche e specie in questo momento.
Sul punto assai discusso di ciò che è stato il referendum e della lezione che da esso dobbiamo ricavare, mi pare che un quadro assai costruttivo risulterebbe da una armonica integrazione delle parti più significative, talora storiche, talora ideologiche e sociali, all'argomento stesso dedicate nella relazione e negli interventi di Moro, di Forlani, di Piccoli e di De Mita. Mi riferisco a loro perché più spazio hanno dato a questo argomento.
Una riflessione più accurata, anche alla luce della ideologia e dell'azione del partito, orienterà noi tutti anche sul tipo di azione positiva da svolgere verso tutto l'elettorato dopo quell'evento, ma particolarmente verso quella parte che in questa circostanza si divise da noi dopo aver partecipato con noi a tante altre significative battaglie.
Sull'azione economica attuale diretta a superare i più gravi momenti dell'inflazione e a non rallentare il processo di sviluppo, le preoccupazioni esistenti nel Paese sulla possibilità di armonizzare i due aspetti della manovra politica si sono anche qui manifestate, per poi conciliarsi nell'impegno unanime a perseguire detta armonizzazione a testimonianza che i rappresentanti della DC al Governo, e mi riferisco in modo specifico al Presidente del Consiglio e al ministro del Tesoro, debbono dare della capacità della Democrazia Cristiana di interpretare i veri sostanziali interessi economici e politici del Paese.
Tutti hanno convenuto essere stato il primo impegno di Palazzo Giustiniani far convergere ad un comune sforzo con la DC, con il Partito socialdemocratico e con il Partito repubblicano, il Partito socialista che, per la sua idealità e le sue tradizioni e la sua specifica rappresentanza di vasti ceti popolari poteva concorrere, come già concorse a lungo nel passato decennio, ad accrescere i consensi al nuovo governo di centro-sinistra. Tutti egualmente hanno convenuto nel notare le difficoltà in cui il nuovo governo si è venuto a trovare. Vi è chi le ha trovate queste difficoltà in cause esterne alla compagine governativa e perfino esterne al Paese; vi è chi ha creduto di attribuire ai tempi ristretti che non sempre hanno consentito, come già altre volte, di approfondire l'esame delle condizioni in cui ci si accingeva ad operare. Vi è infine chi ha creduto di attribuire le difficoltà alla stessa Democrazia Cristiana che eccedendo nella inclinazione a mediare, non avrebbe saputo trovare una propria linea.
Accusato come sono molto di frequente di voler pensare più al nostro partito che alla validità di incontri tra forze politiche, vi sembrerà strano che a quanto danno con rammarico la ricordata spiegazione io osservi che essi compiono l'errore di sottovalutare l'importanza del conservare il quadro politico, tanto dall'immaginare di sottoporlo oltre il sopportabile alla tensione di imposizioni di linee a noi proprie.
Le nostre idee, certo che dobbiamo esporle e difenderle; ma anche certo è che di fronte al pericolo di perdere la solidarietà di cui il Paese può avere bisogno, al partito di maggioranza relativa resta in queste vicende il compito di difendere quella solidarietà, anche se il successo di questa difesa può fargli assumere il dovere non sempre grato della mediazione. Compito ingrato quello della mediazione e talora costoso, ma dovere al quale una forza di maggioranza relativa non deve e non può sottrarsi, se il bene del Paese lo esige. Non avrebbe alcun senso declamare tutti i giorni aderenze alla politica e alla strategia di De Gasperi ove non ci rendessimo conto di quante volte egli si attenne a questo principio. Questo vuol dire avere senso dello Stato, di cui, a torto, ci si rimprovera fuori di qui la scarsezza e di cui sempre, per tradizione, la DC ha dato cospicue costanti prove.
Convengo con gli amici più esigenti che tanto meno difficile sarà il far prevalere le idee quanto più esse saranno appoggiate da argomenti validi, e quanto più, specie in una politica di centro-sinistra saranno l'esatta rappresentazione di larghi ceti popolari, quei ceti che è stato detto da molti, con genuino calore, per la nostra ispirazione, per la nostra tradizione, per i nostri consensi per i nostri impegni, debbono costituire la cura più intensa per tutto il nostro lavoro.
Perché questo sia, lo si è detto molto bene da alcuni, occorre che con i ceti popolari e il mondo del lavoro, in nome dei quali aspiriamo a parlare, noi riusciamo a mantenere più vivi e vivificanti contatti. Non si può non consentire; e del consenso pieno e totale reca testimonianza sia la constatazione chiaramente espressa nella relazione dei danni che ha sempre ricevuto la DC dal venir meno di quei contatti; sia l'invito espresso a riprenderli nel modo più sollecito congruo possibile, sia il proposito di un più sempre attento esame della evoluzione che tra i ceti popolari si sta verificando, in fatto di benessere sì, ma anche in fatto di consapevole e più larga ricerca di libertà. Sia, infine, quando per animare il dialogo con le forze del lavoro sollecitiamo nuove forme organizzative che non possono essere né il surrogato delle idee né il surrogato dell'azione, ma debbono assolvere il necessario servizio di cui le idee hanno bisogno per essere diffuse, i programmi per essere ben orientati e basati sul concreto, l'azione per avere giusta ispirazione dal basso e consensi tra coloro che la richiesero e che vogliono vederla manifestarsi in benefici effetti.
Anche stamane da alcuni amici si è detto con particolare ed efficace calore che occorre rianimare la politica di centro-sinistra liberandola da indicazioni confuse, da formulazioni approssimate, da previsioni inconsistenti e soprattutto arricchendola di una assistenza politica che la segua dalle prime formulazioni negli uffici dell'Esecutivo, alle approvazioni nelle aule del legislativo, all'attuazione in tutto il territorio del Paese, affinché tutto il popolo che la richiese l'accolga come segno fecondo della propria opera e quale testimonianza del progredire della propria libertà.
Il contatto vivo con il popolo che aspira alle riforme e con il popolo che le giudica, difenderà i dirigenti politici e difenderà i governanti dal cadere nella rete della politica sostanzialmente conservatrice. Tanto più sarà facile questa difesa quanto più i nostri parlamentari saranno le prime forze con le quali si instaura quel confronto di cui tanto si parla, riuscendo talora a confrontarci con tutte le forze esterne, meno con quella che abbiamo in casa, cioè con i parlamentari che prima di noi debbono essere e sono i primi portatori, e per noi portatori particolarmente autentici, delle istanze dei nostri elettori.
Grande importanza, per comune convenire, si è data di nuovo alla programmazione. Forse solo per distrazione qualcuno ha potuto immaginare che in essa, nella relazione che vi ho svolto, venisse mortificata quella relativa all'industria per particolare predilezione per l'agricoltura. Certo la crisi ha dimostrato quali sbadataggini si sono compiute verso l'agricoltura e ad esse urge rimediare, dato il contributo che ne può venire e ne è venuto per l'equilibrio interno ed internazionale della nostra economia non appena si è iniziato a porre riparo. Ma è verso l'industria che si polarizza l'attenzione di tutti coloro che intendono lo stadio raggiunto dal nostro sviluppo ed i progressi che per esso possono essere ulteriormente conseguiti.
Del resto è stato qui opportunamente ricordato che il nuovo avvenire dell'agricoltura dipende dal grado di industrializzazione che ad essa sapremo assicurare.
Programmazione è ricerca di equilibrio e chi la postula informata, corretta ed efficace non può richiederla, se non per errore, squilibrata. Ma abbiamo detto insieme programmazione economica, tutti, come una esigenza, come un impegno particolare. Anzi qualcuno ha detto: come impegno particolare del partito, non soltanto del governo, addirittura prima del partito che del governo. Però è ben stato detto: programmazione ispirata da una anteriore programmazione di sviluppo civile, senza di che realizzeremmo altri progressi quantitativi senza quelli qualitativi, e nella carenza di questi siamo stati concordi a ritrovare una delle pecche dell'azione svolta, una delle carenze della politica dei governi di centro-sinistra.
In tutti i discorsi ad essa dedicati è sempre affiorata la giusta preoccupazione di riportare la programmazione ad essere, per i suoi risultati, una garanzia agli assalti degli scontenti, facile preda, del qualunquismo prima, della protesta poi ed infine degli orditori di trame che dalla rovina della democrazia si illudono di riportarci al fascismo.
Costante e non lassiva, si è detto, deve essere l'opera del Governo e dei partiti che lo sostengono di fronte ai ritorno nostalgici e alle trame eversive. Certo la premessa è la garanzia di una azione che vogliamo sempre più efficace e che non può non essere accompagnata da tutto ciò che mantiene salda la funzionalità dello Stato, tesa a rendere efficace l'operare in favore del progresso della società e della liberazione del cittadino sotto tutti gli aspetti. Contiamo tutti che a ciò possa portare una rianimata politica del governo e in tale prospettiva gli abbiamo dato e gli dovremo dare sostegno.
Ma questa rianimata politica deve essere garantita dalla confermata solidarietà ideale e operativa dei partiti che l'hanno costituita e può garantirla anche – l'abbiamo detto nella relazione e lo confermiamo, piacevolmente convenendo con tutta questa assemblea – il confronto del governo e della sua maggioranza con le forze di opposizione: confronto da realizzarsi alla luce del giorno secondo le norme proprie ad ogni retto ordinamento democratico per arricchire di contenuti, non per sconvolgere, le proposte della maggioranza, dopo di che cesserebbe ogni ragione della sua presenza; confronto che non può essere insidiato da discorsi confusi e, scusatemi, anche poco chiari sulle differenze di idee, di modelli sociali, di politica interna e internazionale con il Partito comunista, dal quale la DC continua a sottolineare le proprie differenze ed opposizioni (mi rifaccio alla mozione del Congresso) da far valere – è stato detto molto bene in questa assemblea – non solo ricordandole, il che è troppo facile, ma dimostrandole nei fatti, cioè nella politica produttrice di conseguenze diverse.
Del compromesso storico ritorno a ricordare quanto, dopo precedenti riflessioni ed accurato dibattito, la Direzione decise il 18 dicembre. A quelle decisioni abbiamo potuto constatare permane, se non erro, il consenso unanime. Naturalmente la credibilità alle nostre idee e ai fatti che esse sapranno ispirare sarà accresciuta dalla capacità di evitare, anche nelle apparenze, il dubbio che in seno alla DC ci siano cultori di propositi o di sogni, di svolte a destra di qualsiasi genere, a smentire le quali dovrebbe più di ogni altra cosa servire una nostra iniziativa che sul piano costituzionale precisi in che senso siamo e restiamo difensori del testo che i costituenti ci dettero.
Nel corso della relazione avanzai alcune precise proposte; a ciascuna di esse o sono venuti consensi o sono mancate contestazioni. Debbo pertanto ritenere che esse sono considerate utili ai fini per i quali furono date.
Nell'ordine, queste proposte riguardavano: primo, la costituzione di un gruppo di esperti giuristi e politici per un attento esame delle norme della Costituzione che non hanno avuto applicazione o che l'hanno avuta controversa. Dalla discussione qualche suggerimento è venuto ad estendere i casi contemplati in modo esemplificativo nella proposta e ci si è chiesto se non potesse essere controproducente portare l'attenzione su norme inapplicabili. Comunque il dibattito su questo punto ha portato almeno a far convenire quanti vi hanno partecipato che: a) il perdurare su polemiche circa applicazioni o disapplicazioni disinvolte, sovrabbondanze o lacunosità della Carta costituzionale non giova al credito della Carta, alla credibilità dei responsabili dell'osservanza della medesima, al rispetto delle norme che ci reggono; b) che una decisione in proposito non può essere preparata da estemporanee iniziative di un singolo gruppo, come mostra anche il fatto che quasi tutte le iniziative prese in tal senso sono state giudicate con sospetto dalla generalità di tutti gli altri gruppi non previamente informati e non hanno avuto seguito, accrescendo il discredito alla Carta imputata pubblicamente in sede parlamentare di difetti ed accreditando la taccia di indifferenza per i seri problemi che certa opinione qualunquista, con deplorevole facilità indirizza verso il Parlamento; c) ultimo punto di consenso è che a preparare comunque una proposta della DC devono attendere esperti del giure, della politica e dei vari aspetti della vita nazionale da chiamare ad espletare riflessioni, formulare suggerimenti in appositi gruppi di cui la segreteria politica, previa le opportune consultazioni, promuoverà la costituzione.
Si è tanto da tutti detto che bisogna preoccuparci di ascoltare l'opinione pubblica, di soddisfare le sue esigenze non solo a parole ma con i fatti. Ecco un fatto non grande ma capace di interrompere la serie delle lamentazioni sulla non osservanza della Costituzione, mettendo in opera procedure interne che consentiranno al nostro partito di estendere anche in questo delicato settore i suoi contatti con il mondo della cultura più impegnata e qualificata in questo campo.
La seconda proposta da me fatta a proposito di attento ascolto e di puntuale risposta alla opinione pubblica, oltre che di più intenso contatto con il mondo della cultura in generale e della specifica esperienza in particolare, è stata quella di trasformare il Centro studi della Camilluccia in un istituto superiore di ricerca, studi, informazione, di politiche sociali. Non sono venute obiezioni, anzi sono venuti consensi ed inviti a procedere sollecitamente e con ampiezza di vedute. Debbo da ciò dedurre che l'idea è approvata ed esiste quindi la condizione perché ad essa sia data la più sollecita attuazione.
Abbiamo inteso le preoccupazioni dell'on. Gaspari, da me condivise, che l'istituto nella parte di ricerca sappia orientare, e se del caso coordinare, iniziative specifiche presso i comitati regionali. Ugualmente intesa e condivisa è la preoccupazione che nella parte relativa alla funzione, l'istituto si indirizzi in primo piano al settore dei giovani e dei lavoratori e – debbo assicurare la Delegata femminile sen. Falcucci – a quello della donna. Ripeto quanto già dissi nella relazione: la DC non deve immaginare che si tratti di uno strumento a fini interni, ma deve tenere presente la funzione che l'istituto può svolgere, trovando nuovi spunti e il favore del mondo della cultura e delle arti, della tecnologia, dei vari settori della vita sociale, mondi capaci di arricchire ed integrare la vita di un organismo politico, aggiornandolo, svegliandolo, aiutandolo tempestivamente nel ruolo ascensionale dello spirito umano e della società.
Terza proposta, sempre nell'intento di migliorare la vita, la presenza e le strutture del Partito, riguarda il da farsi per agevolare il più appropriato modo di essere del Movimento giovanile. Tutti hanno convenuto sull'importanza vitale dei giovani per il futuro immediato della società italiana. Aggiungo che per la risoluzione del problema più grave basta citare quello di salvaguardare la gioventù nel suo insieme dalle insidie della propaganda neofascista, quello di riportare la gioventù ad essere protagonista del sollecito risanamento del mondo della scuola, quello di preparare la gioventù ad assumere ben presto in anticipo sul passato una importante funzione, rendendola partecipe del giudizio elettorale e quindi della espressione prima della sovranità popolare; quello di contribuire a ristabilire ampi organici contatti del Partito di maggioranza relativa con le parti più avanzate, più tormentate, più inquiete della società, nella quale direzione poco o quasi nulla si può fare senza avere con noi e quali diretti e graditi operatori, i giovani.
Donde la necessità di averli sollecitamente vicini, il dovere di aiutarli ad acquisire tutte le integrazioni delle quali la loro formazione dal punto di vista politico e sociale può avere bisogno; necessità di dare a loro modo di operare nello spazio e con l'autonomia che richiede una partecipazione non costretta da vincoli, ma sollecitata da vasti propri orizzonti; necessità di confermare a loro il diritto di essere pleno jure ed in tutte le sedi, istanze e circostanze, membri, iscritti ed attivi del Partito, compartecipi ai suoi dialoghi interni ed esterni, compartecipi ai suoi dibattiti e alle sue decisioni, compartecipi di tutti i modi a noi consentiti di rappresentanza nei vari momenti della vita nazionale, locale e centrale.
In questo campo non si può improvvisare, né si può dettare. Si deve ricercare e riflettere insieme: cioè, esperti della vita del Partito e giovani che stanno avviandosi alla vita del Partito. E il luogo della prima ricerca è l'incontro proposto tra i rappresentanti di questo nostro Consiglio nazionale e i rappresentanti che il Movimento giovanile designerà. Si è appreso dell'intenzione del Movimento giovanile di fare una propria proposta, sicuramente desiderata come giusta e opportuna. E dalla serietà, novità, costruttività di questa proposta dipenderanno molte cose: la fruttuosità delle riflessioni del Comitato proposto; l'aggiornamento giusto del Movimento; la sua incisiva presenza nel mondo dei giovani; il suo contributo a ristabilire quell'intima, convinta ed entusiastica partecipazione dei giovani alla vita, alle battaglie, ai progressi della DC, partecipazione che è stata una delle prime condizioni dei progressi che il Partito ha colto nei primi fervidi anni ed anche nei recenti anni difficili in seno alla società italiana. Auguro al Movimento giovanile di riprendere il vigore e la forza che esso aveva negli anni in cui operavano nel suo seno amici carissimi che sono poi ascesi a posti di massima responsabilità nel Partito e nel Governo. Parlo di donne e di uomini che tutti voi conoscete, che onorano questo stesso Consiglio, che hanno recato anche a questo dibattito l'ascoltatissimo contributo delle loro riflessioni e che con la loro ascesa dalle modeste originarie cariche dei gruppi giovanili alla massima rappresentanza nel Parlamento nazionale e in quello europeo, alle massime responsabilità in seno a tanto diverse forze sociali e sindacali, nel Partito, nel Governo, nella Comunità Europea hanno contribuito a sfatare la leggenda che nella DC ci sia ristagno e che in essa le doti native ed acquisite di ciascuno non trovino modo di affermarsi.
Certo bisogna rimuovere gli ostacoli che talvolta hanno fermato e possono sempre frenare il ricambio non solo di volti – che può essere gradevole – ma soprattutto il ricambio di idee, che è sempre necessario a chi vuole seguire ed intendere il segno dei tempi. Ho segnalato solo a titolo di esempio due di questi ostacoli. Non essendo venute obiezioni, essendo venuti anzi dei consensi, ritengo che i gruppi parlamentari debbano procedere all'abrogazione esplicita del divieto per i parlamentari di prima legislatura ad assumere incarichi interni alle Camere ed esterni di Governo. Torno a ripetere che a questa abrogazione si deve dare prima ancora che il senso di una apertura verso i nuovi parlamentari, un riconoscimento alle scelte degli elettori, affinché essi non ritengano di essere una appendice inutile e di comodo delle battaglie elettorali, dobbiamo dare il senso di un omaggio all'indicazione di rinnovamento che con il loro voto gli elettori hanno formulato. Del resto anche in questo la DC tornerebbe ad un buon principio che fu applicato negli anni 1946-48, quando gli anziani parlamentari del Partito Popolare – ascoltino i giovani che allora non erano nati – non ebbero alcuna esitazione a chiamare a posti di responsabilità nell'Assemblea Costituente, nel Governo e nel Partito uomini appena arrivati e che non avevano avuto prima nemmeno l'esperienza di un modesto Consiglio comunale o di un qualsiasi altro incarico pubblico. Anche in questo i giovani di oggi sappiano constatare che spesso la soddisfazione delle giuste esigenze delle quali si fanno portatori, non esigono rivoluzioni ma soltanto il ripristino di buone regole cadute malauguratamente in disuso: oltre naturalmente di quelle nuove regole che l'esperienza consigliasse.
Ciò vale anche per la seconda proposta diretta ai giovani di rivedere la norma che invecchia il loro movimento, rallentando il ricambio, con il consenso ai dirigenti di restare tali oltre il limite di età previsto per tutti gli aderenti.
Quinta proposta è quella che Gaspari vi ha illustrato e che in un testo articolato vi è stata sottoposta, e cioè la proposta di dare un regolamento ai Gruppi di impegno politico. Con quale spirito ad essa si è addivenuti ho detto nella relazione. Piacere mi ha fatto constatare che è stata largamente condivisa, da quanti hanno toccato l'argomento, la tesi in essa esposta.
Da quali esperienze periferiche è nata e con quali suggerimenti pure giusti dalla periferia è stata perfezionata vi ha detto l'on. Gaspari, in un intervento che è stato vivamente apprezzato. Ora si tratta di decidere, perché da quando i GIP furono suggeriti sono passati nove anni, ed è tempo di utilizzare uno strumento organizzativo, valido soprattutto per ristabilire ed accrescere la presenza del Partito negli ambienti di lavoro, ma utilizzabile (come con Andreotti e Marchesi si diceva) anche in altri settori, a scala locale e nazionale, e perfino tra i nostri emigranti. Ho il piacere di informarvi che in diverse città della Germania e della Francia (Antoniozzi ha potuto constatarlo insieme a Moser) questo fatto auspicato da Andreotti sta già avvenendo: cioè si costituiscono i GIP in tutti i luoghi dove operano tanti amici che hanno bisogno di incontrarsi, di confrontarsi, di aggiornarsi indicando al Partito quanto di nuovo accade, quanto di nuovo si attende.
Oltre che proposte, ho rivolto al Consiglio una domanda e cioè che cosa pensasse della opportunità, con una ristretta Consulta, di confortare il Segretario politico nelle varie fasi della sua attività, specie in momenti delicati, di pronti orientamenti, salve naturalmente tutte le competenze della Direzione e quelle armonizzatrici in campo organizzativo della Giunta esecutiva.
Mentre a quest'ultimo aspetto – in coerenza, del resto, con il precedente invito del Consiglio del 5 agosto 1973 a non andare oltre i limiti sperimentati dell'allargamento della Giunta proposta in quella sede – non ho udito obiezioni, alla domanda sulla attuabilità della Consulta non sono mancati né nette denegazioni né tiepidi consensi.
Adempio al dovere di precisare – benché non sarebbe necessario dopo il lucido intervento dell'on. Moro – che l'idea di cui egli si fece formulatore non partiva affatto dal proposito di ribadire il correntismo, né di peggiorare li intese di Palazzo Giustiniani, né di esautorare la Direzione. Con la chiarezza propria della sua mente, l'amico Moro fu mosso dalla preoccupazione – da me condivisa – di far fare un passo avanti alle intese raggiunte nel XII Congresso, immaginando che una rappresentanza, non delle correnti in quanto tali, ma di tutte le liste presentate e votate al Congresso potesse confortare del suo avviso il Segretario politico, aiutandolo nel difficile compito di convenire su tanti modi anche modesti, per ridurre i fastidi che alla vita interna del Partito, all'attenzione degli elettori ed alle interrelazioni con i partiti alleati (mi rifaccio al mio intervento al Congresso nazionale) nascono da certi comportamenti di aggruppamenti correntizi, non ancora sempre dimostratisi persuasi che l'arricchimento che talvolta da particolari dibattiti può venire al Partito non è sempre esente da forti dazi che si pagano in fatto di urtata suscettibilità per una parte almeno del nostro elettorato.
Ma, al di là di questo aspetto, l'on. Moro fu ispirato dall'ansia di trarre da non istituzionalizzati ma più frequenti incontri dei massimi rappresentanti delle liste congressuali scambi di vedute, dialoghi, confronti che, anche quando non fossero giunti ad unità, in una sede impropria, avrebbero potuto concorrere a preparare il convergere ad unità o almeno ridurre al minimo ragionevole e plausibile le divergenze nella sede propria della Direzione.
I processi di convergenza evidentemente sono più lunghi di quanto desidererebbero tutti coloro che convergenza consigliano ed alla convergenza – convinta, non coattiva – più larga possibile ritengono sia sempre bene mirare. Ma proprio l'on. Moro, che in un momento difficilissimo – quello del luglio 1960 – seppe contentarsi di una convergenza non convergente ma soltanto parallela, saprà, con la grande pazienza e la tenacia che lo caratterizza, contentarsi se oggi, invece che della sua proposta di ufficio politico che preparava la sperata convergenza in Direzione, il Consiglio nazionale sembri ammettere qualche cosa di ancor meno formale, ma spero di ancor più amichevole, comunque di idoneo ad aiutare la Democrazia Cristiana a dimostrare che sulla via della unità imboccata un anno fa non si arretra, confermandosene lo spirito ed accentuandosene i propositi.
Proprio chi ebbe nel luglio 1960 dall'allora Segretario politico on. Moro, l'incarico di dimostrare che anche una convergenza soltanto parallela poteva servire il Paese – e lo dimostrò un Governo monocolore democristiano con rappresentanza larghissima di anziani e di giovani – dice al Consiglio di avere inteso che alla domanda posta, la risposta che potrebbe non trovare contrasti sarebbe forse quella di lasciare al Segretario politico, nei momenti in cui il suo spirito avrà bisogno di conforto e la sua mente di consiglio, di invitare intorno a sé tutti gli amici della Direzione, che per i consensi avuti dai delegati al Congresso, per gli uffici ricoperti e per la posizione che tutti a loro riconoscono, sono in grado di dargli e lumi e conforto. Se ciò fuga l'ingiusto sospetto che si volesse in altre forme precostituire una convergenza coattiva, ben venga la sollecitazione al Segretario di fare tutto quello che del resto ha già facoltà di fare. Alla sua responsabilità spetta però assicurare che tutto sarà fatto nello spirito di chi come Moro – ed io con lui – non voleva cristallizzare ma aprire, non unanimizzare ma discutere per cercare l'unità.
Quella unità, amici, che ha una sola base possibile: il dialogo sereno, approfondito, concluso da una decisione che può anche non essere unanime, che può, in un organismo altamente politico come la Direzione, anche vedere posizioni distinte da parte di ciascun suo membro, nel rispetto però di una regola che avevo il dovere di difendere, quella che tra i partecipanti alla Giunta esecutiva a chi la presiede non può veni meno il rapporto di reciproco fiducia.
Mi sia consentito di cogliere l'occasione per ripetere pubblicamente agli amici Marcora e Belci che ho considerato come un atto di correttezza, sul quale non conviene da parte loro insistere, le loro dimissioni dopo il voto sul rinvio delle decisioni proposto in Direzione.
Confido che ognuno prenda quanto son venuto testé dichiarando come una conferma che non ho mai preso decisioni, nel corso dell'anno, ispirate ad idee contrarie al mandato unitario che mi avete affidato, né intendo prenderle per il futuro. E proprio in questo spirito mi auguravo che la proposta di Moro potesse aiutarmi a intendere bene, prima di ogni decisione, quali fraintendimenti ogni decisione potesse correre il rischio di avere. Invece di partecipare all'ufficio politico, vuol dire che cercherò di incontrare più spesso nell'ufficio del Segretario tutti gli amici che continueranno nel proposito di manifestare idee e propositi, utili a decisioni ed atti che possono unirci, dando così una garanzia di concordia ai nostri iscritti, di operatività ai nostri alleati di Governo e di coerenza ai nostri elettori.
La vastità del nostro dibattito ha fatto sorgere la domanda se esso non dovesse continuare in tempi successivi, in questa sede o in altra (Assemblea, convegni ad hoc o Congresso).
I lavori del Consiglio nazionale si sono svolti attorno a un tema specifico, quello della posizione della Democrazia Cristiana – in fatto di idee, di programma, di azione – di fronte ai problemi nuovi della società italiana. Con un dibattito amplissimo, approfondito, esemplare per serenità, costruttività ed impegno, abbiamo dimostrato unanime consapevolezza delle novità sopravvenute; fiducia nella permanente fecondità delle nostre idee ispiratrici; punti programmatici da confermare, punti da aggiornare, punti da acquisire, secondo l'esperienza di ciascuno, senza prosopopea, in spirito di servizio sono stati segnalati per decisioni comuni. Infine, con critiche spassionate e anche crude, con indicazioni molteplici, quasi sempre appropriate, si sono fornite indicazioni per un congruo arricchimento della azione del Partito al centro e in periferia.
Venuti qui – si è detto e scritto prima di venire, lo ha ripetuto la stampa, lo si è sottolineato nella relazione e in tutti gli interventi – per dare una risposta al Paese, alle altre forze politiche, ai nostri aderenti, non saremmo interlocutori ma addirittura elusivi e contraddittori qualora rinviassimo ad altra sede, sotto qualsiasi titolo, il proseguimento dei nostri lavori.
C'è materia per decidere; si deve decidere.
Al centro del nostro dialogo è ritornato spesso il tema di sempre: essere uniti. Ma non a caso o per civetteria storica ho ricordato l'eco della domanda di Dossetti al Teatro Brancaccio: uniti, attorno a che cosa?
Giustamente diversi nostri amici – che non a caso a quei tempi erano con Dossetti – agli appelli anche qui ripetuti all'unità hanno detto: “non ci rifiutiamo di consentire, ma vorremmo conoscere attorno a che e per cosa”. E cioè sui problemi del Paese quale risposta di linea e di azione siamo pronti insieme a dare per ritrovarci uniti a sostenerla.
Ma così posto, proprio il commento all'appello unitario è un esplicito rifiuto a rinvii e a combinazioni i interlocutorie. Quindi, per non interrompere il processo unitario avviato – non concluso – al XII Congresso, per non essere elusivi con gli iscritti, con gli alleati e le altre forze politiche, con il Paese, noi dobbiamo considerare in sé conclusiva e concludente questa importante sessione del Consiglio nazionale, prendendo naturalmente le opportune misure affinché lo sia.
E la misura è una sola: la presentazione e l'approvazione di un documento finale. La quantità dei consensi dirà se il processo unitario continua o no. La specificazione dei consensi mostrerà al Paese il grado di consapevolezza del Partito per la serietà dei tempi. La determinazione dei punti approvati dirà ai cittadini con quale spirito, con quali propositi la Democrazia Cristiana si accinge con atti essenziali, a portare avanti, perfezionandola l'azione del Governo di centro-sinistra che essa, con il Partito socialista e il Partito socialista democratico, ha concorso a ricostituire e che anche con l'appoggio del Partito repubblicano continua a sostenere.
Il complesso della conclusione, che sapremo dare a questa sessione del Consiglio nazionale, è decisivo per la continuazione di un'opera difficile ma insostituibile. Ed è per la DC un dovere morale di altissimo grado recare a questa opera un aiuto almeno non inferiore a quello che ciascuna delle forze alleate sta generosamente arrecando: il PRI, senza voler nessuna prestigiosa presenza al Governo, del resto ben meritata; il PSDI, continuando una collaborazione al servizio del Paese che costituisce una pressoché ininterrotta sua tradizione fin dalla sua origine; il PSI, assumendo di fronte ad un proprio elettorato particolarmente sensibile la partecipazione a gravi decisioni nell'interesse della continuità del progresso economico e civile.
Riaffermando l'esigenza di non cullare idee di provvisorietà o di non conclusività del nostro generale dibattito, non trascuriamo il fatto che punti particolari debbano e possano richiedere approfondimenti. Per quanto riguarda il modo pratico di attenersi ai propositi affermati, le sedi proprie delle precisazioni sono: la Direzione del partito e i Gruppi parlamentari in generale; gli organi regionali e provinciali in casi particolari; o le nuove entità – gruppi di esperti, Istituto, comitato misto – sulla costituzione delle quali poc'anzi ho registrato il consenso. Per quanto riguarda specifici temi – ed uno (quello delle regioni ed enti locali) non posso non ricordare dopo averlo a lungo illustrato nella relazione – credo che appropriato sia il suggerimento che Piccoli e Andreotti hanno dato di tenere particolari convegni; e in questi particolari convegni un tema simile può essere degno di dibattito.
Personalmente ritengo – e ripeto cose tante volte dette – che alla vigilia di ogni grande consultazione elettorale bene sempre farebbero i partiti a tenere congressi per stilare il programma da sottoporre agli elettori. Considerata l'importanza delle elezioni regionali e la generalità di quelle provinciali e comunali del 1975, non troverei affatto disdicevole che alla preparazione del programma relativo si dedicasse il Congresos, tanto più che per scadenza statutaria esso si deve svolgere nel 1975. ma non dovendosi improvvisare in materia tanto delicata, mi limito a proporre in questa sede un tema che al Direzione dovrà attentamente considerare, confrontandolo con la proposta alternativa di tenere – come del resto si fece in preparazione della consultazione amministrativa del 1956 (i veterani se ne ricordano) – un'assemblea, delle nostre rappresentanze nei Consigli regionali, provinciali e comunali, avente per oggetto proprio l'esperienza regionale in corso e i modi di proseguirla nella maniera più efficace, articolandola con l'opera delle province e dei comuni.
Si è detto da molti – e con argomenti che in buona parte personalmente condivido – dei vantaggi che ci verranno se sapremo sempre più far partecipare alla vita, ai dibattiti e alle decisioni del Partito tutti gli eletti che ci rappresentano a decine di migliaia nei Consigli comunali (sono 64.000 gli eletti della DC), nei Consigli provinciali e regionali. Ebbene: un secondo argomento del Congresso o dell'Assemblea cui si è alluso dovrebbe essere proprio questo, preparandoci anche così a fare delle elezioni regionali e locali del 1975 non l'osservanza di una scadenza ma un fatto di vivificazione della vita del Paese e del modo nuovo di partecipazione ad essa del nostro Partito.
Non chiedo su questo argomento al Consiglio di decidere, sarebbe improvvisare. Informo il Consiglio di un tema sul quale Direzione e Segreteria rifletteranno, per riferire al Consiglio decisioni o proposte, a seconda delle scelte, per quanto di loro competenza.
Amici cari, nella situazione del Paese, di fronte ai compiti gravi che il Governo sta affrontando, la prima prova di solidarietà che ad esso dobbiamo dare è quella di confermare l'impegno unitario del XII Congresso; oltre tutto è un debito perché il Governo si ricostituì con questa garanzia dello sforzo unitario del Partito. Questa conferma è il più atteso servizio che il Paese attende da noi; e sarà la testimonianza della testé riconfermata ideale ispirazione del nostro Partito. Né possiamo dimenticare quale considerazione potrà venire nello svolgimento della stessa vita di Governo, nei prossimi giorni in Parlamento e in futuro nel Paese, dalla presenza o dall'assenza di un impegno unitario al chiudersi di un Consiglio nazionale così importante.

Sen. Amintore Fanfani
Consiglio Nazionale della DC
Roma, 21 luglio 1974

(fonte: biblioteca Butini)


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