LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL BICOLORE DC-PRI: INTERVENTO DI ALDO MORO AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 2 dicembre 1974)

Il "Patto di Palazzo Giustiniani" riporta nel 1973 Amintore Fanfani alla segreteria della DC, Aldo Moro nella maggioranza del partito e Mariano Rumor alla guida di un governo organico di centro-sinistra.
Anche a seguito delle forti polemiche intorno al referendum sul divorzio del 12 maggio 1974, il V Governo Rumor non ha la coesione parlamentare necessaria per continuare la propria azione, e il 3 ottobre 1974 si dimette. Dopo una lunga crisi, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone affida ad Aldo Moro l'incarico di formare il nuovo governo, che viene costituito il 23 novembre 1974: è un bicolore DC-PRI, con il PSI ed il PSDI che garantiscono dall'esterno la maggioranza al governo.
Moro presenta il 2 dicembre al Senato il programma del nuovo governo, chiamato anche il governo "Moro - La Malfa".

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Presidente, onorevoli senatori, il Governo che ho l'onore di presiedere è costituito secondo una formula, mai sperimentata finora nella politica di centro-sinistra. Si tratta infatti di una coalizione tra la Democrazia cristiana ed il Partito repubblicano italiano, alla quale hanno assicurato il loro appoggio il Partito socialista italiano ed il Partito socialista democratico italiano.
S'intende quindi proseguire, come è stato dichiarato, in questa forma nuova, la politica di centro-sinistra. Essa resta, quindi, nella sua forma organica, l'obiettivo verso il quale muoviamo ed esprime il significato essenziale del nostro sforzo. La quantità è espressa da una limitata coalizione; la qualità ha il respiro della politica di centro-sinistra. Naturalmente non è indifferente, ferma restando questa linea di tendenza, che si tratti di un governo monocolore ovvero di una coalizione a due o tre o quattro. Non per nulla, l'onorevole Fanfani prima ed io successivamente abbiamo tentato con ogni impegno, ma invano, di ricostituire un quadripartito organico. Ciò si è rivelato impossibile per la tensione esistente tra due partiti socialisti e per la motivazione stessa della crisi. Conseguentemente, proprio per non rinunciare alla prospettiva di centro-sinistra, pur rilevandone l'irrealizzabilità allo stato delle cose, si è ripiegato verso formule meno ambiziose; verso forme, come ebbi a dire, più flessibili, escludendo d'altra parte, poiché altra appropriata soluzione poteva essere data al problema di Governo, la costituzione di un monocolore che, oltre ad essere caratterizzata da una base più limitata e più fragile, si temeva rendesse più acute proprio quelle tensioni che avevano reso impossibile una formazione quadripartita. Ebbene, con atto di grande responsabilità, i due partiti non partecipanti al Governo, hanno promesso appoggio alla coalizione, mostrando di tenere più a cuore l'integrità del quadro politico che non i particolari problemi e gli auspicati successi della propria parte politica. Ed è di questo atteggiamento costruttivo che io desidero dare atto, ringraziando i partiti i quali hanno offerto una simile disponibilità. Viene così pienamente salvaguardata quella che è e resta, con accenti di serietà e severità, una politica di centro-sinistra e cioè di apertura democratica, di allargamento della base popolare del potere, di presenza e partecipazione di settori troppo a lungo restati a lato del nostro sistema sociale e politico.
Queste finalità desidero dire alto e forte, perché sia ben chiaro che non abbiamo subito deformazioni né fatto rinunce, consapevoli, come siamo, delle esigenze di libertà e di giustizia emergenti nel paese. La piccola coalizione, alla quale abbiamo dato vita, non rappresenta dunque una deviazione, ma un passaggio, nella presente situazione, obbligato, verso una più compiuta e puntuale rappresentanza del paese. È questo l'equilibrio politico meno imperfetto sulla via della realizzazione di quello più adeguato e durevole espresso in un'organica politica di centro-sinistra capace di sprigionare tutte le sue capacità costruttive.
Dichiarato questo obiettivo, che si colloca nella dinamica politica con una seria e precisa previsione, va detto subito che questo non è un governo a termine, o di transizione o provvisorio che sia. Esso sa di avere ed intende riaffermare la pienezza dei suoi poteri, anche se si pone esso stesso come strumento di dibattito e di decisione politica. Sarà nostra cura perciò, nello scrupoloso adempimento dei nostri compiti istituzionali, avere sempre presente l'obiettivo che ci siamo prefisso e porre in essere atti tali che facilitino, anziché contrastarle, le possibili ed utili convergenze in vista della ricostituzione di un organico governo di centro-sinistra. Ci muoveremo sempre nello spirito proprio di questa politica e cercheremo di conservarne la autentica ispirazione. La piccola coalizione dunque tra democratici cristiani e repubblicani non è un qualsiasi espediente per uscire da una situazione difficile; non è un modesto compromesso tra il continuare e il non continuare la politica di centro-sinistra. L'apporto repubblicano, cioè di un partito di alta tradizione democratica e civile, è valutato in tutto il suo significato, come fatto di sostanza e non di mera forma. Esso rinforza la base politica del Governo e corregge, a vantaggio di tutti, quel senso di esclusivismo e di chiusura che così facilmente viene ricollegato ad una formazione monocolore, dalla quale del resto la Democrazia cristiana, ha sempre rifuggito e che ha superato, quante volte vi era stata costretta, non appena è divenuto possibile. Né vorrei trascurare di considerare che la presenza repubblicana ha un senso ben preciso, per quanto riguarda la vasta opinione pubblica laica, nella quale sono presenti settori non irrilevanti dello stesso mondo cattolico. Vale, tra l'altro, a rassicurarla che il Governo è consapevole della sua responsabilità di governo dell'intera nazione, a prescindere da ogni differenza, tra l'altro, di religione, e geloso custode delle prerogative dello Stato, come dice la Costituzione, nel proprio ordine indipendente e sovrano. Ritengo che queste siano caratteristiche proprie di ciascuno di noi, fedeli come tutti siamo alla Costituzione repubblicana. Ma non vi è dubbio che, dopo le vicende del referendum del maggio scorso ed alla vigilia di una rinnovata iniziativa, che il mio Governo ritiene doverosa ed urgente, di revisione del Concordato, la presenza dei laici repubblicani accanto ai cattolici democratici della Democrazia cristiana costituisca un motivo di sicurezza ed un fattore di equilibrio nel paese.
Alla soluzione della crisi siamo giunti certo non senza difficoltà, ma non con i traumi di drammatiche alternative che da taluno sono state ipotizzate. Sensibili ad una opinione pubblica, su questo punto particolarmente esigente, ci siamo sforzati di contemperare da un lato la continuità e l'esperienza utilizzando personale governativo che ha già superato difficili prove, e dall'altro la novità nella distribuzione degli incarichi e nella chiamata ad alte responsabilità di uomini nuovi.
E' motivo di profondo rammarico che l'onorevole Taviani, al quale rivolgo il più amichevole saluto ed augurio, non abbia creduto di poter assicurare la sua presenza nel Governo che ho l'onore di presiedere. Sono grato agli ex presidenti del Consiglio Colombo ed Andreotti per avere accettato importanti responsabilità ministeriali. Ma un particolare ringraziamento va all'onorevole Rumor, alla cui lunga e saggia opera di governo desidero rendere omaggio in questo momento. Egli ha voluto assumere, aderendo al mio pressante invito, la guida della politica estera italiana. Pari omaggio rendo al vice presidente del Consiglio onorevole La Malfa per avere concorso a condurre il Partito repubblicano a dare una spinta decisiva per un'evoluzione positiva della crisi e per avere assunto l'oneroso compito della Vice Presidenza del Consiglio. Saluto tra i nuovi ministri il senatore Spadolini, al quale viene affidato, con l'impegno di un'immediata normalizzazione legislativa, tanto urgente quanto l'eccezionalità dell'esigenza richiede, il compito di presiedere ad un nuovo ministero incentrato sulla gestione dei beni culturali, ivi compresi quelli inerenti allo spettacolo, e sulla tutela dell'ambiente.
E' un principio di efficienza e di razionalizzazione che comincia ad avere attuazione, ma che presiederà al perfezionamento strutturale ed alla vita quotidiana del Governo. Desidero assicurare che nessuna nomina è stata, o sarà fatta, che non corrisponda ad obiettive ragioni, a funzioni realmente esistenti, che non dia vantaggio, invece che ai singoli, all'intera collettività nazionale. E ciò sia detto anche a proposito dei sottosegretari, la cui azione è necessaria per la guida della pubblica amministrazione ed il cui numero è commisurato alle sentite esigenze di un continuo e puntuale raccordo tra Governo e Parlamento, tra l'iniziativa dell'Esecutivo e gli indeclinabili poteri di controllo del Parlamento. La qualificazione politica e programmatica del Governo mette nella giusta luce il modo di essere dello schieramento politico italiano e, conseguentemente, la natura, la posizione ed i rapporti delle forze che in esso si collocano. Si è parlato di una possibile scelta, una scelta difficile, tra le due componenti socialiste, che, unite o divise, in aspra polemica o in atteggiamenti comprensivi ed amichevoli, hanno concorso, di volta in volta, alla politica di centro-sinistra. Nessuno può certo sottovalutare le disarmonie e tensioni che è accaduto talvolta di riscontrare e che hanno fatto da remora alla politica di centro-sinistra, la quale ha vissuto i suoi tempi migliori, proprio quando la polemica diversità si è attenuata, fino a dar luogo ad esperienze efficaci di collaborazione. Sarebbe un'illegittima interferenza del Governo prendere posizione sulle divisioni od anche solo sulle convergenze. E tuttavia non possiamo esimerci dal ribadire che appunto, là dove le frizioni hanno perduto la loro asprezza e le ragioni di divergenza non sono apparse insuperabili, ne ha guadagnato in prestigio ed efficacia proprio la politica di centro-sinistra nel suo insieme. Ma noi rispettiamo, dicevamo, la diversità e ci limitiamo a rilevare, anche per dare concretezza ad una prospettiva favorevole per il domani, che, quale che sia la posizione reciproca dei due partiti, essi possono concorrere e sono chiamati normalmente a concorrere entrambi ad una politica di razionalizzazione della nostra struttura economica, di adeguamento del nostro sistema sociale, di elevazione civile, di più ampia partecipazione popolare alla realtà dello Stato, di arricchimento ed approfondimento della vita democratica. Rinunciare a concorsi significativi per una tale politica, della quale l'Italia sente imperiosamente la necessità, sarebbe un disperdere forze idonee a dare contributi importanti per una meta tanto ineluttabile, quanto difficile da raggiungere. Lasciar risucchiare, a questo stadio del nostro sviluppo sociale e politico, la socialdemocrazia in una politica involutiva, moderata o conservatrice, significherebbe il venir meno, sia pure per un malinteso bisogno di chiarezza, di forze importanti per il progresso del paese e la stabilità, in questo ambito, delle istituzioni. Essere anche menomamente indifferenti alla sorte di quell'autentico partito di frontiera che è il Partito socialista, lasciarlo andare, con qualsiasi pretesto, lontano da quell'area del potere e della responsabilità, dove una forza popolare decide ad un tempo del suo destino e di quello della classe lavoratrice, sarebbe un atto di incoscienza del quale dovremmo vergognarci e pentirci. Resta il significato storico della politica di centro-sinistra, per la quale il socialismo italiano, respingendo la lusinga del massimalismo e della demagogia, s'impegna fino in fondo non per lasciare le cose immutate, non per perpetuare e cristallizzare ingiustizie, ma per assicurare nell'ordine democratico un profondo mutamento, nel senso dell'eguaglianza e della giustizia, degli assetti sociali e politici. Se si vuol chiamare questa sollecitudine a non disperdere una non scelta, lo si dica pure. In realtà la nostra responsabilità è di coinvolgere in una autentica politica di centro-sinistra, di progresso nella libertà e nella partecipazione popolare, tutte le componenti socialiste che la particolare struttura della società italiana genera e rende, ad un tempo, comprensibili e durevoli. Si domandano, e giustamente, atti di responsabilità. Ma non è forse, accanto ad altri, un atto responsabile il fatto stesso della disponibilità socialista, ed infine di tutto lo schieramento socialista, a sostenere un governo, quale il nostro, non chiuso in se stesso, non adagiato sul presente, ma aperto ad apporti attesi ed auspicati e caratterizzato da una lungimiranza che sospinge appunto verso un avvenire diverso e migliore?
Il dato della presenza del Partito socialista italiano nell'area delle responsabilità e dei compiti di Governo mi sembra, dopo una lunga e tormentata esperienza, acquisito. È nella logica della situazione, come seria e durevole linea di tendenza, trasporre dal centro alla periferia, dal Parlamento al paese, l'intesa di Governo, sotto la spinta, ad un tempo, della volontà politica dei partiti, dei loro intendimenti costruttivi e del successo della politica di centro-sinistra; una politica, la quale invece di essere messa in crisi dagli avvenimenti, sappia dominarli e trarre da risultati soddisfacenti una durevole investitura ad operare come forza dirigente non solo nei tempi tranquilli, ahimé quanto rari in Italia e nel mondo, ma anche nei tempi di difficoltà e di strettezza nei quali ci tocca vivere. Perché non c'è investitura intermittente, non c'è compito che valga un giorno sì ed un altro no, ma una investitura permanente, un compito continuo nitidamente disegnato nell'insieme, dalla politica interna a quella economica e sociale, a quella infine, internazionale. Quella coerenza insomma feconda che, rendendo certo il quadro politico e rassicurando il paese, sia la prima e fondamentale garanzia contro la tentazione della violenza e la minaccia del fascismo.
È con profonda amarezza che si deve constatare come il fascismo rinasca dalle sue ceneri, dove lo avevano consumato la guerra esterna e la guerra civile, pur dopo trent'anni di normale vita democratica e di profonde innovazioni sociali e politiche; pur in presenza di un fortissimo schieramento popolare, diviso sulla soluzione da dare ai molteplici problemi del paese, ma certo solidamente unito nell'opporre ancora una volta la più forte, e vittoriosa, resistenza ad ogni tentativo di reintrodurre la logica assurda e disumana della violenza e di riportare l'Italia sotto il giogo fascista. Questo netto rifiuto, politico e morale, ribadito in un'epoca nella quale sarebbe sembrato impensabile il venire in evidenza di un fenomeno, nella logica delle cose, finito e chiuso, si colloca di fronte a fatti numerosi, gravissimi, legati da un filo neppure troppo sottile e tali da turbare profondamente la coscienza democratica del nostro paese. Per quanta efficacia possa esplicare il terribile gioco della violenza, per quanto ne risultino compromessa la sicurezza civile e minate le basi della convivenza, sia ben chiaro che non ci lasceremo sopraffare e che non sarà consentito ad un'infima minoranza di deviare il corso della storia e di annullare, con l'intimidazione ed addirittura l'uso della forza, il processo di riscatto civile, di elevazione sociale e di pacifica ed utile dialettica democratica; un processo instauratosi in forza della maturazione del paese e destinato, perciò, a continuare e ad arricchirsi ancora. Non sottovalutiamo la gravità della minaccia né il fatto, di per sé significativo, che nessuna, per quanto approfondita, indagine sia riuscita ad inchiodare ancora alle loro responsabilità gli autori, misteriosi ed ignoti, dei più efferati crimini che la storia dell'Italia moderna sia chiamata a registrare.
Tutto ciò, come altre cose, consigliano di affinare le tecniche della prevenzione e della repressione di siffatta inusitata forma di delinquenza. Mentre desidero ricordare che la particolare attenzione imposta dall'eccezionale verificarsi di violenze di netta origine fascista non ci rende insensibili ed inerti di fronte ad altre violenze che dovessero verificarsi ed in effetti si verificano, rendo omaggio alle Forze dell'ordine, le quali sono impegnate in molteplici forme, ed anche con il nuovo Ispettorato contro il terrorismo, in un'opera esemplare e senza sosta di prevenzione e di repressione. Intendiamo opporci oltreché alla criminalità politica, anche a quella comune che ha avuto specie negli ultimi tempi tanto allarmanti manifestazioni.
Nuovi strumenti legislativi, almeno per quanto riguarda il regime della libertà provvisoria, sono probabilmente necessari, per rendere più fecondo il lavoro di questi devoti servitori dello Stato, la cui condizione, in tempi e modi opportuni, dovrebbe essere sostanzialmente migliorata. Ma dobbiamo dire ancora che, quale che sia il vantaggio che con il compimento di simili gesta ci si proponga di conseguire, le forze politiche, direttamente espresse o indirettamente collegate a questo Governo, ritengono di avere stabilito un giusto equilibrio politico, in presenza del quale il paese può essere considerato secondo le regole democratiche adeguatamente rappresentato. Esso non rinuncerà a questa conquista civile per timore della reazione violenta degli scontenti e dei nostalgici. Come non c'è da temere che l'asse politico possa essere spostato a sinistra, il che sarebbe un'arbitraria pericolosa forzatura della realtà politica del paese, così nessuno può sperare di fare arretrare verso destra l'orientamento politico in Italia.
Siamo coscienti di tutte le nostre responsabilità e siamo fermamente decisi a continuare a percorrere la lunga e difficile strada che ci sta dinanzi, fino alla piena normalizzazione delle istituzioni e degli ordinamenti del nostro paese.
Il nostro atteggiamento nei confronti dell'estrema destra, che purtroppo non esaurisce qui la sua presenza nella vita nazionale, non può essere che di recisa opposizione, che sappiamo del resto essere ricambiata per quanto riguarda la formula realizzata e l'indirizzo politico perseguito. Vi è quindi una divergenza politica di fondo, che non lascia altro posto che all'esercizio dei diritti ed all'adempimento dei doveri sanciti negli ordinamenti democratici e parlamentari.
Diversa è certo la posizione del Partito liberale che giudica, pur nell'opposizione alla formula politica, atto per atto l'operato del nostro Governo. Il Partito liberale è un partito democratico, che ha rifiutato la suggestione della grande destra totalitaria, anche se resta, per sua scelta ed insieme per obiettive ragioni, del tutto fuori della logica della politica di centrosinistra. In quanto esso è mosso da ispirazione democratica, osservazioni, critiche e proposte di questo partito saranno sottoposte ad attento esame per una risposta non pregiudiziale tanto quanto non -è pregiudiziale l'opposizione liberale. Da questo ad intravedere un pentapartito che poggi sul consenso socialista e sul semidissenso liberale v'è una lunga strada. E devo dire francamente che non vedo esistere le condizioni politiche che potrebbero indurre a percorrerla.
Resta il discorso del Partito comunista. Di fronte ad esso i partiti che costituiscono o appoggiano questo Governo hanno, com'è naturale, una certa diversità di atteggiamenti in relazione alle loro tradizioni ed idealità. Essi convergono però almeno su di un punto, ed è poi quello che interessa il Governo come tale. Non si tratta infatti di dire in questa sede l'opinione mia o dell'onorevole La Malfa o di altri, che abbiamo avuto tutti occasione di esprimere in sedi proprie ed in armonia con gli indirizzi fondamentali dei nostri rispettivi partiti. Il punto nel quale ci ritroviamo certamente uniti è nel rilevare la diversità tra il Governo, con le sue intuizioni e propositi generali, ed il Partito comunista nella sua ideologia e funzione nello schieramento politico italiano. Una diversità che possiamo qualificare di polemica o dialettica, in quanto essa induce a ribadire che il Governo è collocato nel suo ruolo, che intende assolvere fino in fondo, di maggioranza, ed il Partito comunista in quello suo proprio di opposizione che esso porta avanti, del resto, egregiamente, ritraendone rilevanti possibilità d'influenzare in Parlamento, nelle regioni e nelle istituzioni locali (dov'è talvolta anche robusta maggioranza) la vita generale del paese. Il rapporto tra noi ed i comunisti è quindi per sua natura dialettico. Una democrazia è caratterizzata sotto due diversi profili, dell'alternativa cioè e del confronto. Non dirò che in linea di principio non vi siano entrambe queste caratteristiche in un libero gioco democratico qual è il nostro. Ma il realismo ci induce a prendere atto di quelle profonde diversità che rendono meno credibili in Italia che non sia altrove la prospettiva di quella vera alternanza al potere delle forze implicate nel gioco politico. Sicché ebbi a dire — e credo sia profondamente vero — che la democrazia italiana è, per la grande distanza che separa dall'opposizione comunista le forze alleate di maggioranza, una democrazia difficile, e cioè con ridotte possibilità di un vero e continuo succedersi di forze politiche nella gestione del potere. Da qui il rifiuto di prendere in considerazione il cosiddetto compromesso storico, una sorta di incontro a mezza strada, qualche cosa di nuovo che ad un tempo sia e non sia un alternarsi nei ruoli di maggioranza ed opposizione, il profilarsi di una diversità che non consista in un mutamento delle forze di guida, ma nel deformante aggiungersi ad altre della componente comunista. L'esistenza di questo Governo significa che non accettiamo questa prospettiva. Ma per quanto difficile sia, per le ragioni già dette, la democrazia italiana, essa non cessa di essere una democrazia, ed anzi resta scorrevole e feconda specie se si consideri il secondo profilo sotto il quale essa si presenta e cioè quello del confronto. Tanto infatti siamo chiusi alla confusione tra maggioranza ed opposizione, quanto siamo aperti all'attenta e costruttiva considerazione e valutazione politico-parlamentare di quel che viene pensando, dicendo e facendo valere con inalterata presenza il Partito comunista sulle questioni cruciali che soprattutto la crescita tumultuosa del paese va proponendo. Di questo confronto, dai limpidi contorni e che può approdare anche all'accettazione, concorde nella maggioranza, in tutto od in parte, di emendamenti e proposte dell'opposizione, non solo non abbiamo timore, ma anzi lo ricerchiamo come una sorta di verifica, comunque si risolva la comparazione, della giustezza delle tesi che in buona fede abbiamo professato e portato avanti. E innegabile del resto che il Partito comunista è la più potente delle opposizioni, ha forti radici popolari, elabora con impegno, e talvolta con finezza, tesi e proposte che il legame profondo con vasti settori di elettorato (non tutto ideologicamente comunista) gli vanno suggerendo. In questo stato di cose l'attenzione è dovuta ed il confronto interessante. Ma un dibattito come questo né significa né prelude in alcun modo ad un rapporto diverso da quello giusto e nitidamente espresso, quando si è detto che il Governo si colloca, nella sua autonomia ed autosufficienza politica e programmatica, come maggioranza di fronte ad opposizioni, lieto se il suo senso di responsabilità, che lo fa particolarmente pensoso in quest'ora difficile di corretto e costruttivo rapporto con il paese e le forze politiche nel loro insieme troverà una risposta polemica e stimolante, ma, come è stato detto, responsabile.
Nel quadro complesso, che sono andato delineando, non ho parlato esplicitamente della Democrazia cristiana. Né credo che tocchi a me farlo. Mi sia consentito solo di dire, insieme con la mia profonda gratitudine per la fiducia accordatami, che in questa complicata e difficile problematica la Democrazia cristiana è presente con lucida visione, con capacità dialettica, con senso della storia, con la consapevolezza delle responsabilità che continuano ad incombere su di essa come partito popolare e democratico di dominante importanza.
Il confronto, del quale stiamo parlando, si fa non tanto su idee generali (il che è piuttosto compito dei partiti) ma su precise impostazioni programmatiche, seriamente e responsabilmente elaborate. Dovrò qui limitarmi a cenni soltanto, tanto vasta ed impegnativa è la materia, per la quale del resto faccio riferimento sia al documento elaborato dall'onorevole Fanfani ed accettato, in linea di massima, oltre che dalla Democrazia cristiana, dagli altri partiti ora impegnati, sia al ricco patrimonio di idee contenuto nel programma dell'ultimo governo Rumor, le cui proposte, alcune del resto già giunte alla sede parlamentare, facciamo nostre.
Ma vorrei in particolare sottolineare quanto attiene ai diritti civili e politici, materia nella quale le innovazioni non costano in misura incompatibile con il momento di austerità che il paese vive. Mi siano però consentite alcune considerazioni.
L'attuazione del disegno costituzionale ha la sua linea fondamentale, tanto ai fini dell'efficienza dei pubblici poteri quanto ai fini di una reale partecipazione democratica, nello sviluppo delle autonomie locali e in primo luogo delle regioni, che rappresentano il dato più rilevante del nostro ordinamento e la cui collaborazione è necessaria al Governo per far fronte ai gravi e complessi problemi del paese.
La collaborazione tra Governo e regioni richiede un dialogo continuo, leale e costruttivo, per assicurare, fuori da esasperanti conflitti, l'armonia della politica economica nazionale e la pur essenziale unità dell'ordinamento. Tale dialogo presuppone un quadro di certezza sui rispettivi ruoli, le rispettive competenze e le rispettive scelte di politica economica, sociale e civile, che, nonostante gli importanti passi fatti sin qui, non può ritenersi ancora sufficientemente definito. È perciò necessario proseguire ed intensificare il dialogo tra la Presidenza del Consiglio e, per essa ed in essa, il Ministro per le regioni ed i presidenti delle giunte.
Oggetto più immediato di questo dialogo è l'impegno del Governo di completare, prima del rinnovo dei consigli regionali, la disciplina del trasferimento alle regioni dei poteri dell'Amministrazione centrale e degli enti pubblici nazionali, di riformare la legge finanziaria, di modificare la contabilità regionale, di sollecitare l'approvazione delle più importanti leggi-cornice e di risolvere infine le questioni più rilevanti delle regioni a statuto speciale. Contemporaneamente, si tratta di valorizzare la possibilità di coordinamento che a livello locale possono offrire i programmi regionali per la ripresa nel modo più proprio ed immediato della programmazione economica nazionale.
Il Governo sa perciò di poter contare fin d'ora sui positivi risultati della collaborazione con le regioni, per le quali giunge ormai il momento di spiegare tutte le loro capacità di governo e di amministrazione negli importanti settori ad esse affidati, per far fronte alle responsabilità politiche che loro competono rispetto a ciascuna realtà regionale.
Desidero poi assicurare la particolare ed amichevole attenzione del Governo per la Regione Trentito-Alto Adige con i suoi particolari ordinamenti, al fine di rendere possibile una pacifica e feconda convivenza tra i diversi gruppi linguistici.
La sempre più ricca articolazione del corpo sociale, i ritmi di sviluppo del sistema produttivo, la crescente domanda di partecipazione democratica danno particolare rilevanza, specie nell'attuale delicata congiuntura, all'elaborazione e realizzazione di una politica delle istituzioni amministrative. Tale politica non solo dovrà porre al servizio dell'interesse pubblico nel campo sociale ed economico una struttura amministrativa e di direzione politico-esecutiva modernamente efficiente, produttiva e competitiva, ma, nelle mutate condizioni culturali e sociali, dovrà conferire all'Amministrazione, diretta e indiretta dello Stato, autorità e autorevolezza nuove in un rapporto di comprensione e credibilità da parte delle forze culturali, sociali, politiche, delle organizzazioni sindacali ed economiche, dei lavoratori, dei giovani, degli imprenditori e dei cittadini tutti.
Il Governo intende perciò portare avanti la nuova legge sulla Presidenza del Consiglio, la ristrutturazione organica e funzionale dei ministeri, affrontare il problema di un più razionale impiego del personale secondo criteri di funzionalità e mobilità, adottare le misure necessarie per innovare le tecniche di organizzazione e di lavoro.
Il Governo chiede perciò al Parlamento che gli vengano conferiti in tempi brevi i necessari strumenti con riguardo al disegno di legge di delega già approvato dal Senato e si riserva di sottoporre, per altri temi, le sue proposte.
Sulla base del fondamentale documento Lucifredi, il Governo pertanto elaborerà, con la più ampia consultazione e collaborazione delle regioni e del mondo scientifico, un apposito disegno di legge.
Il rilievo poi che l'amministrazione indiretta dello Stato ha nella vita sociale induce a sollecitare al Parlamento la rapida approvazione del disegno di legge sul riordinamento degli enti pubblici già discusso dinanzi alla Camera. Il Governo da parte sua assume l'impegno di dare a tale riordinamento rapida attuazione, anche provvedendo, nel previsto termine di tre anni, alla soppressione degli enti non più utili.
Desidero confermare che il Governo intende continuare a sviluppare i rapporti con i sindacati. Si tratta di grandi forze sociali, espressione di esigenze autentiche che è nostra responsabilità conoscere e valutare. Grandi forze sociali non limitate ad un'episodica azione rivendicativa, ma dotate di senso di responsabilità, di misura e di consapevolezza civica, sono esse canali importanti per il raccordo tra Governo e paese. E, si noti, ciò può e deve avvenire nei due sensi, dal sindacato al Governo e dal Governo al sindacato e, per questo termine, alle masse lavoratrici, le quali hanno acquisito, anche per una sofferta ed efficace dialettica interna, una visione d'insieme ed un senso autentico delle necessità nazionali. Ciò può avvenire, prevalentemente, nelle forme flessibili dell'incontro politico, ma anche nelle sedi istituzionali del Consiglio, da riformare, dell'economia e del lavoro ed in quelle proprie della programmazione.
Tutto ciò, sia detto chiaramente, salvaguardando, come nostro preciso dovere, le prerogative proprie del Parlamento e del Governo.
Vorrei pure ricordare la concessione di diritti politici in un'età che la maturità dei nostri giovani mostra poter essere sensibilmente anticipata. Per questa, come per analoghe iniziative, il Governo si sente pienamente impegnato.
Per quanto riguarda i problemi dell'informazione, il Governo, avvalendosi delle indicazioni emerse dall'indagine conoscitiva parlamentare, intende presentare, nel più breve termine e dopo aver esperito le necessarie consultazioni con le categorie operanti nel settore, un disegno di legge di riforma organica dell'editoria.
È impegno del Governo sollecitare l'approvazione definitiva della riforma del diritto di famiglia, il cui testo — proveniente dalla Camera che lo approvò nell'ottobre 1972 e già lo aveva approvato nella precedente legislatura — è all'esame della Commissione giustizia del Senato in sede referente. È superfluo sottolineare l'importanza e il significato — nel campo dell'adeguamento alla Costituzione e alle esigenze della società moderna della nostra legislazione civile — di questa riforma, che fu iniziata dal primo Governo di centro-sinistra da me presieduto e che ha suscitato nel paese tanto fervore di discussioni, di approfondimenti, di attese.
Il Governo si propone di affrettare al massimo — con il proposito e la speranza di non utilizzare interamente i due anni di durata della delega — i lavori per la stesura del nuovo codice di procedura penale, secondo i principi, i criteri e le precise direttive contenuti nella legge di delega 3 aprile 1974, n. 108. Anche questa riforma, che ha iniziato il suo cammino nel 1965 su un disegno di legge presentato dal Governo da me allora presieduto, è attesa come necessaria ed urgente, per assicurare al processo italiano uno strumento moderno, unitario nella sua impostazione, meno attento alle formalità che al suo scopo essenziale di rendere la giustizia penale più sicura e sollecita. Sono al lavoro di redazione qualificati gruppi di lavoro le cui conclusioni saranno sottoposte — istituto per istituto — alla Commissione Consultiva prevista dalla legge di delega, la quale ha già cominciato ad esprimere pareri di indirizzo su alcuni argomenti fondamentali.
Il Governo confida nel prossimo compimento dell'iter parlamentare della riforma del primo libro del codice penale che, approvato dal Senato nel gennaio 1973, trovasi in corso di esame in sede legislativa presso la Commissione giustizia della Camera; ed egualmente in una prossima conclusione dell'esame, da parte della Camera dei deputati, che ha già esaurito la discussione generale, della riforma dell'ordinamento penitenziario il cui testo, pervenutole dal Senato, ha subìto, in sede referente in Commissione, aggiornamenti e precisazioni capaci di placare apprensioni e perplessità dell'opinione pubblica giustamente allarmata dal dilagare della criminalità e portata a reclamare non maggiore crudezza dell'espiazione (ciò che sarebbe inaccettabile), ma maggiore sicurezza della custodia carceraria nel pieno rispetto dello scopo della pena costituzionalmente determinato.
L'economia di queste dichiarazioni non consente l'esame di tutti gli altri temi affrontati in disegni o proposte di legge già presentati o in corso di preparazione che egualmente formeranno oggetto dell'attenzione e dell'impegno del Governo, dalla riforma dell'ordinamento forense alla legge sul patrocinio dei non abbienti, che dovrà essere realisticamente esaminata tenendo conto della dimensione effettiva della spesa statale che essa importa e della esperienza fornita dalle norme in materia di patrocinio gratuito già operanti nel nuovo processo del lavoro.
Ma va ricordato che parte rilevante dei problemi della giustizia sono di carattere organizzativo e strumentale. E pertanto la più solerte attenzione sarà dedicata a tali problemi (da quelli dell'edilizia giudiziaria e carceraria, a quelli della ricostituzione degli organici del personale ausiliario dopo l'imponente esodo), utilizzando con maggiore prontezza ed efficacia normative e stanziamenti già esistenti e proponendo gli altri provvedimenti necessari e compatibili con le necessità di contenimento della spesa pubblica.
L'entrata in applicazione della legge sullo stato giuridico per il personale della scuola statale e per la creazione dei nuovi organi di partecipazione è un momento importante nella storia dei nostri ordinamenti scolastici. Ad una scuola che si è quantitativamente modificata in questi anni in modo straordinario, giungendo a rappresentare ormai una realtà di circa undici milioni di studenti, si è voluto imprimere un carattere nuovo mediante la creazione degli organi di partecipazione, strumenti importanti di presenza, nell'ambito delle precise competenze di ciascuno, delle varie componenti della comunità scolastica, insegnanti, studenti, genitori come ai livelli propri di responsabilità i rappresentanti delle Regioni, degli Enti locali e delle forze sociali. C'è da esprimere l'augurio che il complesso avvio di questa esperienza molto avanzata possa svilupparsi nel modo più ordinato e fecondo. Condizione pregiudiziale è che essa venga rispettata da parte di tutti nella sua natura educativa ed interesse di tutti è che la scuola italiana si distingua per la serietà e la serenità degli studi. A questo riguardo precise sono le responsabilità del Governo come grande è la fiducia che il corpo docente saprà dare anche in questa delicata fase di avvio del rinnovamento delle nostre istituzioni educative il suo peculiare contributo di saggezza e di impegno.
Siamo, peraltro, tutti consapevoli dei molteplici interventi di riforma che ancora ci attendono al fine di migliorare il nostro sistema di istruzione. La tematica è vastissima e complessa così come molti dei problemi aperti non sono esclusivi nel nostro Paese. È, quindi, con lo spirito di apertura e di attenzione intorno ai problemi generali scaturenti dalla cosiddetta crisi della scuola come dall'esame approfondito degli specifici problemi della scuola italiana che possono e debbono prendere vita gli interventi di riforma.
Si deve sopperire con un nuovo piano pluriennale di spese alle indifferibili esigenze che scaturiscono dalle carenze in atto in materia di edilizia scolastica ed universitaria.
Si debbono rendere più incisivi gli interventi in materia di diritto allo studio, cioè di effettiva parità nelle opportunità, e che consigliano un confronto fra lo Stato e le Regioni.
Debbono essere affrontati in una visione generale di riforma i molteplici problemi delle università di cui è indispensabile preservare il carattere, anche nella sua nuova dimensione di massa, di fondamentale centro di propulsione e di attuazione della ricerca scientifica.
A questo riguardo e per accennare solo ad alcuni aspetti caratterizzanti della riforma delle nostre istituzioni universitarie, è importante introdurre l'organizzazione dipartimentale nell'ordinamento universitario come pure riprendere il vecchio tema del diploma di primo livello e della introduzione del dottorato di ricerca.
È necessario procedere sulla via della riforma della scuola secondaria superiore, anche al fine di correggere la frammentazione eccessiva di specializzazioni riscontrabili negli attuali ordinamenti, provvedendo altresì a ridefinirne i programmi di studio, anche per accompagnarne il processo di progressiva trasformazione. Nello stesso tempo è necessario definire meglio il ruolo delle regioni in materia di formazione professionale.
È altresì impegno del Governo di procedere al potenziamento della scuola nel periodo dell'obbligo e all'estensione della scuola materna.
È infine necessario affrontare in modo organico e realistico il vasto tema dell'educazione per gli adulti.
Sempre più ampie risorse sono state destinate dal Paese al sistema di istruzione. E doveroso, per conseguenza, con la fissazione di precise priorità e di organici piani di intervento, garantire, attraverso il canale della istruzione, il più alto beneficio per la collettività in termini di crescita umana e civile delle giovani generazioni.
Nel corso del 1974 le economie dei paesi industriali sono state caratterizzate da esplosioni inflazionistiche senza precedenti; il tentativo di contenerne l'ampiezza con il ricorso alla politica monetaria conferisce consistenza alla minaccia di una recessione generalizzata. La concentrazione di redditi nei paesi produttori di petrolio largamente eccedenti la loro capacità di spesa attribuisce a questi paesi il potere di ampliare le oscillazioni dei rapporti di cambio tra le monete dei maggiori paesi industriali spostando gli ingenti fondi liquidi dei quali essi dispongono. La costruzione di una sistema monetario internazionale coerente con l'obiettivo di un ordinato sviluppo dei paesi industriali e di quelli emergenti appare impossibile.
Ma l'incombente minaccia di disgregazione del sistema economico internazionale e la necessità di impedire che ciò accada nell'interesse comune di produttori e consumatori di petrolio dovrebbe convincere gli uni e gli altri della necessità di concordare una strategia globale. Da parte nostra non si è mancata e non si mancherà di cooperare in tutte le sedi affinché si giunga alla definizione di quella strategia, senza che alcuno tragga profitto dalla propria condizione di forza o dalla propria condizione di debolezza.
Tra i paesi industriali siamo il più esposto; intendiamo risolvere le nostre difficoltà accettando i vincoli derivanti dalla nostra appartenenza alla comunità internazionale. Quei vincoli sono divenuti più stringenti in seguito al nostro ricorso al credito delle istituzioni internazionali; non ci doliamo che ciò sia accaduto essendo nostra convinzione che l'avanzamento economico del nostro paese non riuscirebbe fattibile se esso recidesse i legami che lo uniscono al resto del mondo. La crisi in atto conferma che nessun superamento di essa sarebbe attuabile se tutti e non soltanto noi non accettassero qualche limitazione della sovranità nazionale.
Nell'ambito del Fondo monetario internazionale abbiamo appoggiato le iniziative volte alla istituzione di una speciale facilitazione di credito destinata a finanziare i disavanzi; siamo stati l'unico dei paesi industriali ammesso a quella forma di finanziamento. Auspichiamo che nel corso del 1975 l'azione intrapresa dal Fondo incontri il consenso dei produttori di petrolio e crediamo che quanto più ampia essa sarà, tanto maggiore sarà il contributo alla stabilità del sistema monetario internazionale. Abbiamo sostenuto le proposte della Commissione della Comunità economica europea concernenti il collocamento diretto di prestiti da parte della Comunità. Analogo atteggiamento abbiamo assunto nell'ambito dell'OCSE.
Il Segretario di Stato dottor Kissinger ha proposto un programma di cooperazione fra i maggiori consumatori di petrolio. Crediamo risponda all'interesse nazionale concorrere all'attuazione di quel programma alla condizione che esso non conduca ad una contrapposizione fra consumatori e produttori di petrolio ma ad un incontro fra gli uni e gli altri mediante il quale si definisca nella comunanza degli obiettivi un comportamento atto ad avvicinare al loro raggiungimento.
Mentre la situazione della nostra bilancia dei pagamenti ci induce a sollecitare qualunque iniziativa promuova una redistribuzione di fondi dalla quale il nostro paese possa avvantaggiarsi, osserviamo che, quando essa abbia luogo nella cerchia dei paesi consumatori soltanto, non elimina i pericoli insiti nell'accumulazione di fondi liquidi nel ristretto gruppo dei paesi produttori: la causa di instabilità del sistema monetario internazionale permane.
Uno sviluppo duraturo degli scambi internazionali non potrebbe avvenire in un sistema poggiato sopra un aumento indefinito di debiti e un aumento indefinito di crediti in forma liquida. Occorre muovere verso l'equilibrio degli scambi di beni e servizi e nel corso del tempo verso un avanzo dei paesi debitori; essendo fra questi ne sentiamo l'assillo. Gioverà a questo fine l'accelerazione dei programmi di investimento da parte dei paesi produttori di petrolio; nella misura nella quale quei programmi non siano sufficienti per assorbire la totalità degli introiti in valuta estera di quei paesi, dovrebbe porsi il problema di un loro trasferimento ai paesi in corso di sviluppo. Esportando verso questi ultimi maggiori quantità di prodotti, i paesi industriali pagherebbero una parte delle proprie importazioni di petrolio; sorgerebbe così un sistema economico più equilibrato e al tempo stesso meno ingiusto.
Il problema dell'altezza del prezzo del petrolio e di un suo possibile contenimento dovrebbe essere considerato nel contesto sopra descritto. La globalità delle soluzioni e la ricerca di esse in ambito multilaterale non esclude l'opportunità di accordi bilaterali con i paesi che hanno in corso programmi di sviluppo, all'attuazione dei quali anche il nostro paese ha contribuito e intende contribuire in sempre più larga misura.
La complessa situazione internazionale esige che insieme con le altre anche la nostra voce sia ascoltata. Ma ciò non sarebbe possibile quando essa seguitasse a levarsi da un paese che mostrasse di essere incapace di restringere nel proprio interno l'area della paralisi burocratica, del privilegio, della dissipazione. Non otterremo credibilità se seguiteremo a mostrare che l'eliminazione delle contraddizioni delle quali soffre la nostra società si compie battendo le strade facili che conducono all'inflazione.
L'obiettivo prioritario della nostra politica economica rimane ancora quello di frenare l'ascesa dei prezzi, aumentati dapprima sotto la spinta dell'anormale rialzo delle materie prime, ma che continuano oggi a crescere soprattutto per il tentativo dei diversi gruppi sociali di conservare il livello reale del loro reddito, in presenza di un prodotto nazionale che si è ridotto a seguito del peggioramento delle ragioni di scambio internazionali.
La politica per ridurre l'inflazione è strettamente connessa alle politiche per il riequilibrio della bilancio dei pagamenti, poiché nessun successo durevole potrà essere conseguito sul fronte dei nostri conti con l'estero, se l'aumento dei prezzi non sarà contenuto ad un livello pari a quello dei nostri maggiori concorrenti.
La prospettiva di un raffreddamento dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali giustifica ora un maggior ottimismo circa la possibilità di una progressiva riduzione nel corso del 1975 dei saggi dell'inflazione interna; tuttavia è assai probabile che, ancora per molti mesi, l'aumento dei prezzi in Italia superi quello di tutti gli altri paesi d'Europa, ad eccezione della Gran Bretagna.
A parte le gravi conseguenze sulla distribuzione del reddito e in particolare sul salario reale dei lavoratori e dei pensionati e sulla creazione di sacche di rendita presso taluni intermediari finanziari a danno delle imprese che producono, la continuazione del processo inflazionistico produce pesanti effetti deflazionistici sui livelli della produzione e dell'occupazione.
Siamo infatti ora entrati in quella fase del ciclo economico in cui l'inflazione non sostiene più con i suoi effetti di congiuntura drogata l'espansione della produzione, ma i costi tendono a crescere più rapidamente dei prezzi attesi e il gioco delle aspettative induce a smobilitare le scorte. La domanda finale diviene sempre più debole, sia perché cadono le opportunità di investimento, sia perché il timore della disoccupazione riduce la propensione a consumare, sia infine perché i redditi di molti gruppi sociali non sono cresciuti allo stesso ritmo del costo della vita. Il nostro sistema produttivo appare già oggi seriamente compromesso dal ristagno della domanda in termini reali.
Dalla presentazione al Parlamento della relazione previsionale e programmatica sono passate appena otto settimane, ma in questo tempo l'aggravarsi della crisi economica internazionale e il rapido peggioramento delle prospettive sul mercato interno, testimoniate da una generale caduta degli ordini alle imprese, inducono a correggere in senso più pessimistico le previsioni per il 1975.
Il nostro ciclo economico, dopo la sfasatura degli anni scorsi, è ormai sincronizzato con la fase di recessione che da tempo coinvolge le maggiori economie industriali e che ha assunto in questo autunno difficile dimensioni preoccupanti e non prevedibili, solo qualche mese fa.
Se la coesistenza di inflazione e di recessione è un male che caratterizza l'intero sistema dell'economia mondiale, essa assume in Italia un carattere più acuto e più pericoloso per le debolezze intrinseche della nostra economia e della nostra società e per le tensioni tra i diversi gruppi sociali che la crescita rapida e disordinata del passato ci ha lasciato in eredità. A questo si aggiunge il forte deficit dei nostri conti con l'estero: nei mesi passati, alla forte dipendenza del nostro paese per i suoi approvvigionamenti energetici dall'estero, si era aggiunto, a peggiorare la bilancio dei pagamenti, l'effetto sulle importazioni e sulle esportazioni di una domanda interna ancora vigorosa, sull'onda di un ciclo partito con un anno di ritardo rispetto a quello internazionale, con la conseguenza che per il 1974, accanto a un poderoso saldo negativo prodotto dall'aumento dei prezzi del petrolio, abbiamo accumulato altri tre o quattro miliardi di dollari di deficit non petrolifero. Tale deficit è ora, a causa del raffreddamento della nostra economia, in via di eliminazione e l'obiettivo di contenere nel 1975 l'indebitamento estero nei limiti del maggior esborso dovuto ai più alti prezzi petroliferi appare relativamente raggiungibile.
In questo quadro di un'economia in difficoltà i margini di manovra della politica economica sono ulteriormente ridotti dalla situazione della nostra finanza pubblica. Le spese sono cresciute disordinatamente negli anni scorsi sotto la pressione delle innumerevoli domande di una società esigente per l'accavallarsi di reali problemi di bisogni sociali da soddisfare con le riforme e di spinte corporative che avremmo dovuto con più coraggio contrastare. Nel frattempo i nostri ordinamenti tributari, anche in relazione alla delicata fase della loro riforma, sono stati impari all'esigenza di trasferire alle pubbliche amministrazioni quote crescenti del reddito nazionale, in modo da permettere un fisiologico finanziamento con maggiori entrate fiscali della crescente spesa pubblica.
Anzi, proprio quando l'inflazione provoca un gonfiamento dei redditi e della domanda, la proporzione del prelievo fiscale rispetto al reddito tendeva a decrescere, cosicché nessuna azione stabilizzatrice veniva svolta dalla finanza pubblica. La rigidità della spesa e delle entrate delle pubbliche amministrazioni e i pesanti deficit della loro gestione finanziaria, difficilmente comprimibili nel breve periodo, minacciano di scaricare sull'apparato produttivo del paese tutto l'onere dell'aggiustamento, poiché, in presenza di un mercato finanziario teso, la necessità di assicurare mezzi finanziari per coprire tale deficit riduce paurosamente il credito per le attività produttive e per gli investimenti destinati a creare in futuro nuova occupazione. Ma non solo per i suoi costi e per gli eccezionali livelli del suo deficit, più facilmente sopportabili fino a quando l'economia è in espansione, la macchina pubblica pesa così gravemente sull'attuale fase di cattiva congiuntura, ma anche perché i non risolti problemi della riforma amministrativa, la permanenza di ordinamenti arcaici che premiano valori e comportamenti contraddittori rispetto alle esigenze di una moderna gestione, la carenza di un decentramento razionale che responsabilizzi i diversi livelli decisionali impediscono di mobilitare l'apparato pubblico per gestire politiche d'urto che richiedono decisioni a tempi accelerati o per esercitare controlli diffusi sui comportamenti dei privati che siano in contrasto con il disegno della politica economica nazionale. Di qui gli insuccessi nella politica di controllo dei prezzi e di repressione delle evasioni fiscali e delle frodi valutarie; di qui la stasi degli investimenti in opere pubbliche; di qui, infine, le stesse gravi manchevolezze che andiamo scoprendo con crescente preoccupazione nello sviluppo di settori strategici come in quello dell'elettricità.
Non ci sfuggono quindi i rischi dell'attuale situazione economica caratterizzata dai pericoli di segno opposto della recessione e della inflazione, né i vincoli che devono essere realisticamente accettati derivanti dalle insufficienze negli strumenti operativi di cui il Governo dispone.
Come facemmo altre volte nell'esperienza degli ultimi quindici anni, dovremo accettare nei prossimi dodici mesi una battuta d'arresto nello sviluppo della domanda interna per distruggere i germi dell'inflazione e per creare più spazio alle esportazioni nette. Il Governo, tuttavia, non intende subire passivamente il ciclo economico, ma si propone di sorvegliarne l'evoluzione per scongiurare il pericolo che da una recessione controllata il paese scivoli in una lunga depressione.
Davanti a questo difficile quadro, anche la politica economica dovrà articolarsi in un insieme di misure, talune restrittive, altre espansive, in una strategia complessa, al successo della quale molto contano la rapidità delle decisioni e l'opportuna sequenza degli interventi.
Dobbiamo da un lato vigilare che taluni limiti di guardia siano rigorosamente rispettati nella dinamica dell'offerta di moneta, nell'evoluzione dei redditi monetari, nello sviluppo della spesa pubblica corrente; ma, nel contempo, dobbiamo fornire stimoli perché l'attività produttiva non si afflosci; eliminare talune strozzature dovute alla mancanza di investimenti pubblici; impedire che la disoccupazione aumenti pericolosamente. La congiuntura avversa non fornisce un pretesto per il rinvio delle riforme, ma anzi ci impone l'impegno di riparare la macchina mentre essa è in corsa, trovando il coraggio e la concordia di intenti, ispirati dal sentimento del pericolo mortale che, per l'intera comunità nazionale, la depressione dell'economia può rappresentare, per propositi audaci, per rinunce coraggiose, che in periodi di prosperità non abbiamo saputo fare. Il paese non uscirà dalle presenti difficoltà soltanto per la sua capacità di sopportare con pazienza, ma con passività, i sacrifici che la situazione impone, ma soprattutto per lo scatto di volontà, per il vigore e la fantasia con cui noi tutti sapremo affrontare la sfida di adattare l'economia ai nuovi equilibri internazionali, inventare nuove e più vere relazioni tra dirigenti e lavoratori, mobilitare all'estremo la capacità di lavoro delle pubbliche amministrazioni.
La lotta contro l'inflazione e l'obiettivo di riequilibrare i conti con l'estero impongono anche per il futuro prossimo un attento controllo della politica monetaria. L'offerta di liquidità deve essere contenuta secondo programmi precisi, sia per migliorare le partite correnti e il conto capitale della bilancia dei pagamenti, sia per impedire che un credito più facile fornisca un'ulteriore spinta al processo inflazionistico. La pressione di una politica monetaria severa va dunque mantenuta per un certo tempo poiché un prematuro mutamento di rotta rischia di farci perdere in un solo colpo i lenti, quasi impercettibili successi finora ottenuti sul fronte della politica di contenimento dell'aumento dei prezzi, e quelli, più sostanziosi, già conseguiti in termini di riduzione dei saldi negativi verso l'estero.
Taluni aspetti dell'attuale politica monetaria dovranno tuttavia, dopo l'esperienza degli ultimi mesi, essere riesaminati ed eventualmente corretti. L'esigenza di frenare le fughe di capitali e di incentivare il rientro di quelli già all'estero impone di mantenere i nostri tassi d'interesse più elevati di quelli internazionali. Il costo del danaro ha però raggiunto negli ultimi tempi livelli eccezionalmente alti, che non sono giustificati dalle dimensioni della manovra di restrizione del credito in atto, e minaccia di creare crisi di solvibilità a catena e di pregiudicare i conti economici di molte imprese.
La facilità con cui non pochi enti pubblici ricorrono all'indebitamento senza preoccuparsi degli oneri che si scaricheranno sui bilanci futuri ed il quadro largamente imperfetto ,nel quale si svolge la concorrenza tra le diverse banche e permette loro di spuntare tassi esorbitanti è alla radice di questo pericoloso fenomeno: bisogna dunque operare per correggerlo, senza per questo dover mutare gli indirizzi di fondo della politica monetaria. A ciò può giovare il richiamo dei dirigenti dei molti istituti di credito appartenenti al settore pubblico al loro ruolo e ai limiti che ad esso deriva allo spregiudicato sfruttamento di talune favorevoli situazioni di mercato; ma, ove ciò non basti, si renderanno necessari interventi più incisivi, volti a migliorare l'efficienza dei meccanismi concorrenziali e a reprimere gli abusi.
L'eccezionale livello della remunerazione dei depositi bancari ha aggravato la crisi del mercato obbligazionario, che ha visto scomparire quasi del tutto l'offerta di fondi da parte di privati; ne è seguita una restrizione nella provvista degli istituti speciali di credito. L'espansione del credito globale interno è stata perciò inferiore ai programmi comunicati a febbraio al Fondo monetario internazionale ed esiste oggi di conseguenza spazio per una moderata accelerazione nel finanziamento dell'economia. Tale spazio potrà essere occupato sia attraverso un allargamento delle operazioni di credito industriale e del credito fondiario, sia permettendo una maggiore espansione del credito ordinario per il sostegno dei cicli di produzione delle imprese che programmano di aumentare la quota del loro prodotto collocata all'estero.
Nell'ultimo anno si è proceduto ad una più controllata politica dei bilanci della pubblica amministrazione il cui deficit di cassa si manterrà per il 1974, nonostante l'inflazione, a livelli monetari analoghi a quelli del 1973. Tale livello è tuttavia anormalmente elevato ed esso dovrà essere progressivamente ridotto nella prospettiva della espansione delle esportazioni e degli investimenti negli anni futuri. In particolare dovrà essere scartata qualsiasi ipotesi di un aumento delle spese correnti senza una immediata copertura fiscale e sarà dunque necessario, attraverso il più attento controllo da parte del Dicastero del tesoro dei flussi di cassa delle diverse amministrazioni, procedere anche al taglio di spese che per la loro natura possono essere rinviate nel tempo, pure se già contemplate nel bilancio dello Stato 1975 presentato alla Camera. La necessità di una severa revisione delle spese è legata anche alla probabilità che nel corso del prossimo anno lo Stato debba assumersi nuovi oneri in relazione alla necessità di socializzare una parte dei costi della crisi economica, in particolare di quelli derivati dall'aumento della disoccupazione. Un controllo attento, condotto al più alto livello di Governo, dovrà essere esercitato sulle assunzioni di personale da parte delle amministrazioni e degli enti pubblici, nel quadro di un impegno ad una migliore utilizzazione del personale, favorendo la sua mobilità tra le diverse amministrazioni, e dovranno essere valutate, in un franco scambio di opinioni con i sindacati, le gravi conseguenze sui deficit di molti enti pubblici derivanti da livelli salariali ingiustificatamente più elevati di quelli dell'amministrazione centrale dello Stato.
Una maggiore libertà di manovra esiste invece per il finanziamento delle spese di investimento, particolarmente di quelle nei settori prioritari cui accennerò successivamente, ove sia possibile assicurare una loro copertura sul mercato finanziario, senza aumentare il ricorso al finanziamento monetario da parte dell'Istituto di emissione.
L'equilibrio della finanza pubblica va anche perseguito con una rigorosa politica tributaria la quale non dovrà risolversi nell'approvazione affrettata di nuovi provvedimenti legislativi per compensare un gettito che potrebbe derivare dalla rigorosa applicazione della riforma, ma si concreterà attraverso una severa azione amministrativa che introduca rapidamente gli strumenti di accertamento previsti dalla nuova legislazione. In particolare si provvederà anzitutto, sotto il profilo normativo, alla emanazione delle disposizioni correttive ed integrative previste dalla legge delega in relazione alle esperienze acquisite nel periodo di applicazione finora trascorso. Eventuali esigenze di rettifiche o modificazioni che superino i limiti consentiti dalla legge di delegazione formeranno oggetto di provvedimenti legislativi che dovranno altresì considerare alcuni aspetti che derivano dai mutamenti della situazione economica e dalla diminuzione che si è verificata nel potere d'acquisto della moneta. Si esclude nel modo più netto che rientri nei programmi e nelle prospettive del Governo l'introduzione di un'imposta patrimoniale della quale così inopportunamente si continua a parlare in alcuni ambienti e da parte di alcuni organi di stampa.
Sotto il profilo amministrativo verrà compiuto ogni sforzo per consentire la precisa e rigorosa applicazione delle norme tributarie. Va fatto tuttavia presente che ci troviamo in una situazione di estrema difficoltà, per gli esodi ingenti che l'Amministrazione ha subito, non accompagnati dalla necessaria opera di revisione delle strutture organizzative e di riqualificazione del personale, nonché per il ritardo nell'approvazione dei provvedimenti legislativi presentati al Parlamento, intesi a far fronte alle esigenze dell'organizzazione dell'amministrazione. L'opera di riorganizzazione amministrativa — alla quale ogni possibilità reale di azione è inevitabilmente subordinata — non può essere improvvisata né può essere svolta in un -breve periodo, ma richiederà un impegno coerente e tenace di molti anni. La particolare natura dell'inflazione in questa fase della congiuntura economica del nostro paese non permette di affidare la politica di stabilizzazione dei prezzi soltanto al contenimento della domanda globale attraverso gli strumenti della politica monetaria e fiscale, ma impone anche di sorvegliare attentamente l'andamento dei prezzi e l'evoluzione della contrattazione salariale. In un periodo di alta congiuntura e di crescita inflazionistica della domanda, a poco valgono i controlli diretti sui prezzi dei singoli prodotti o la moderazione dei sindacati nella rivalutazione delle remunerazioni: ma in una fase come l'attuale, tali controlli e tale moderazione possono accelerare il processo di stabilizzazione e ridurre l'impatto deflazionistico dei meccanismi di inflazione e delle politiche di contenimento della domanda. Occorre dunque riprendere con oculatezza, ma anche con rinnovato vigore, le politiche di regolamentazione dei prezzi di taluni prodotti alimentari attraverso gli opportuni interventi dell'AIMA, le cui strutture operative saranno convenientemente rafforzate e a cui saranno assicurati i necessari finanziamenti. Si procederà altresì alla ristrutturazione delle tariffe elettriche nell'interesse dei consumi popolari necessari. Le strutture tecniche del CIP subiranno una radicale revisione e la sua azione di controllo sarà accentuata in modo che la caduta dei prezzi delle materie prime si rifletta prontamente nei prezzi dei prodotti finali. Un'azione a più largo respiro per razionalizzare la distribuzione sarà condotta promuovendo, con idonee forme di incentivazione, l'evoluzione strutturale del settore, con l'incontro tra forme associative di cooperative e di dettaglianti e iniziative commerciali di grandi dimensioni.
Sono consapevole che il dialogo tra Governo e sindacati nelle presenti circostanze, in Italia come in qualunque altro paese, non sarà né facile né privo di incomprensioni e di rischi di fallimento. Sono però anche convinto che i paesi che hanno una maggiore possibilità di sopravvivere all'attuale crisi non sono quelli più ricchi di materie prime e di fonti energetiche, ma quelli in cui sarà possibile instaurare un più fecondo rapporto e una più immediata comprensione tra il Governo e le classi lavoratrici. Se infatti i Governi, nel tentare di stabilizzare l'economia e di garantire il valore della moneta si vedono costretti a seguire politiche monetarie e politiche fiscali restrittive, mentre i sindacati per conto loro, nell'attesa di nuovi aumenti dei prezzi, si sforzano di ottenere aumenti difensivi dei salari che scontano l'inflazione futura, l'economia potrà risultare schiacciata come in una morsa e a lungo potranno coesistere fenomeni di inflazione e di recessione. Certo, le premesse di successo di questo difficile dialogo sono maggiori quando l'espansione crea redditi addizionali, la cui distribuzione può lasciare soddisfatti i diversi gruppi sociali, di quanto non lo sia una congiuntura in cui il problema fondamentale è quello di distribuire equamente l'onere di una consistente riduzione del tenore di vita.
Il Governo, ferme restando le sue prerogative istituzionali e quelle del Parlamento, intende aprire con i sindacati un ampio esame su concreti provvedimenti diretti, da un lato, a minimizzare gli effetti negativi sulla occupazione connessi con la caduta degli investimenti produttivi e, dall'altro, a sostenere adeguatamente i redditi delle categorie più colpite.
La discussione con i sindacati deve essere guidata dalla considerazione globale della situazione economica del paese e sarà pertanto affidata a un'autorità di governo particolarmente qualificata a valutare le conseguenze delle diverse ipotesi di soluzione delle controversie del lavoro sullo sviluppo dell'economia e a tener presente che soluzioni non appropriate potrebbero avere effetti rovinosi sulla bilancia dei pagamenti, sulla evoluzione dei prezzi e sui livelli di occupazione. Il Governo non ha una posizione pregiudizialmente contraria al problema di adottare meccanismi più efficaci di protezione dei salari contro gli aumenti del costo della vita, ma non potrà non fare presente nelle future discussioni con i sindacati che, secondo calcoli degli uffici della programmazione, la sola generalizzazione della misura dello scatto di scala mobile ai livelli attuali degli impiegati di seconda categoria, limitatamente ai quattro trimestri del 1975, assorbirà quasi integralmente quell'aumento del 16 per cento del monte salari che la relazione previsionale e programmatica valuta come l'aumento massimo compatibile per l'anno prossimo con l'equilibrio della nostra economia e lascerà pertanto uno spazio minimo per altri miglioramenti.
In particolare, il Governo non potrà tollerare in ogni caso che si apra una rincorsa tra le diverse categorie di lavoratori e una disastrosa concorrenza nel richiedere maggiori aumenti, guidata dai gruppi che già godono di remunerazioni più elevate. Esso ha il dovere di avvertire che gli eventuali provvedimenti fiscali che si rendessero necessari per contenere la crescita dei consumi, in relazione ad un'eccessiva espansione dei redditi monetari, non potrebbero non avere — come mostrano molte esperienze in Italia e all'estero — indesiderabili effetti sui livelli dell'attività economica e, di conseguenza, anche sull'occupazione.
Il Governo non vuole soltanto gestire la recessione e distribuirne più equamente gli oneri, ma è fermamente deciso a preparare la ripresa. La politica economica del 1975 si articolerà dunque in una serie di iniziative con uno scadenzario che già oggi appare chiaramente delineato e che risponde all'esigenza di graduare l'introduzione delle politiche di sostegno all'economia in relazione ai comprovati successi conseguiti nel risanamento della bilancia dei pagamenti e nella lotta contro l'inflazione.
I provvedimenti più urgenti sono quelli relativi al sostegno delle esportazioni e alla riduzione delle importazioni, attraverso i quali sarà possibile perseguire simultaneamente i due obiettivi fondamentali della nostra politica economica relativi all'equilibrio dei nostri conti con l'estero e al contenimento delle spinte recessive che minacciano i livelli di occupazione. In questa prima fase si dovrà perseguire con la maggiore rapidità possibile un sostanziale miglioramento dei nostri saldi con l'estero, condizione imprescindibile per ristabilire il credito, politico e finanziario, del nostro paese nel mondo e per consentirgli un più facile accesso al finanziamento del suo disavanzo petrolifero, senza dover accelerare, con effetti disastrosi per la nostra economia, l'aggiustamento anche di questa parte del deficit complessivo con l'estero. In concreto, il programma di emergenza inteso ad influenzare direttamente le esportazioni e le importazioni tende a sottrarre il paese all'alternativa secca tra l'obiettivo di migliorare i conti con l'estero, anche a costo di dosi massicce di disoccupazione, e quello di difendere i livelli di occupazione a scapito delle riserve valutarie.
Intendiamo anzitutto razionalizzare i consumi energetici con l'obiettivo di ridurre le importazioni di greggio per il 1975 ad un livello inferiore del 10 per cento a quelle del 1973: per realizzare questo obiettivo si dovranno introdurre misure di contenimento dei consumi per il gasolio destinato al riscaldamento attraverso la graduale adozione di contingentamenti accompagnata da una campagna per il miglioramento degli impianti e l'eliminazione degli sprechi; avviare un programma per la razionalizzazione dei consumi di olio combustibile nell'industria; introdurre misure per un miglioramento dell'efficienza dei sistemi di trasporto, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, attraverso una migliore regolamentazione del mezzo privato da collegarsi all'effettiva realizzazione dei programmi nel campo dei trasporti pubblici; controllare, sempre nel campo dei trasporti, il rispetto dei limiti di velocità a suo tempo introdotti.
Lo sforzo dei nostri esportatori, che deve essere inteso a recuperare la quota del mercato mondiale che eravamo riusciti ad acquistare qualche anno fa, sarà sostenuto da provvedimenti diretti a rendere operativi i tradizionali strumenti della politica del commercio estero: sollecito rimborso dell'IVA, aumento del plafond assicurativo, rifinanziamento del mediocredito centrale per garantire il credito agevolato alle esportazioni di impianti e macchinari a pagamento differito. Intendiamo inoltre facilitare con finanziamenti, anche in conto capitale, la costituzione di società e di consorzi per l'esportazione, introdurre norme fiscali compatibili con i nostri impegni internazionali a favore delle imprese esportatrici, autorizzare, come già detto, la concessione di credito ordinario, al di fuori dei plafond attualmente in vigore che limitano l'espansione degli impieghi bancari, a favore delle imprese esportatrici.
Oltre i consumi energetici dovranno essere scoraggiati anche altri consumi che incidono gravemente sulla bilancia dei pagamenti, sia con misure fiscali, sia utilizzando gli strumenti di informazione pubblica per una adeguata intelligente propaganda, sia limitando le vendite di alcuni generi in giorni determinati.
L'esportazione di capitali verso l'estero sarà combattuta attraverso un maggiore rigore nei controlli e una più decisa azione di repressione penale dei reati valutari, in particolare se commessi da funzionari di istituti di credito che favoriscono o rendono comunque possibili fughe di capitali; con maggiore fermezza saranno anche represse le violazioni alle disposizioni valutarie relative all'ammontare massimo di valuta concesso per i viaggi all'estero, in modo da ridurre sostanzialmente l'onere sulla bilancia dei pagamenti del turismo italiano fuori frontiera.
Queste politiche dirette a migliorare la bilancia dei pagamenti, senza contenere la produzione, costituiranno il primo tempo della politica economica del nuovo Governo e, di conseguenza, i provvedimenti, legislativi e amministrativi, richiesti per la loro attuazione, saranno approntati con la massima urgenza. Il secondo tempo sarà invece rappresentato da una serie di programmi intesi sia a riorganizzare importanti settori dell'attività produttiva, le cui carenze sono state poste in luce proprio dell'attuale crisi, sia a sostenere la domanda interna nel settore degli investimenti.
La distinzione dei due tempi riguarda la cronologia degli interventi; non solo la messa a punto dei programmi di investimento richiederà qualche mese e dovrà importare una più acuta sensibilità che non nel passato, per gli aspetti «gestionali» che sono il presupposto per una rapida ed efficace attuazione, ma anche, come si è detto, occorrerà ottenere un consolidamento dei miglioramenti in atto dei nostri conti con l'estero e della lotta all'inflazione prima di lanciare una concentrazione massiccia di nuove iniziative che attivino la domanda interna. In ogni caso la preparazione del secondo tempo impegnerà subito il nuovo Governo, che non intende trovarsi in ritardo all'appuntamento di un'auspicabile ripresa dell'economia mondiale nella seconda metà del 1975 che allenti il vincolo rappresentato dalla bilancia dei pagamenti.
Il Governo è consapevole di chiedere molti sacrifici ai nostri concittadini, ma questi sacrifici non debbono durare oltre il tempo strettamente necessario al riaggiustamento della nostra economia, ed esso considera suo dovere primario, a cui non intende venire meno, garantire per un futuro non lontano una prospettiva di ripresa dell'espansione.
La situazione congiunturale sconsiglia di tracciare un piano troppo vasto di nuove iniziative e induce invece, per un impegno di serietà, a concentrare gli sforzi in un limitato piano di emergenza che investe tre settori, la produzione energetica, l'agricoltura, l'edilizia, pubblica e privata, scelti in modo da affrontare già oggi, nell'ambito di un'azione di sostegno congiunturale, alcuni dei grandi temi di ristrutturazione a medio termine della nostra economia, imposta dal mutamento del sistema dei costi comparati, in un mercato internazionale profondamente mutato per l'aumento dei prezzi delle fonti energetiche e per la prospettiva di ricorrenti squilibri nella disponibilità di materie prime e di prodotti agricoli.
Il Governo assume l'impegno, per ciascuno di questi tre grandi settori di intervento di presentare alle Camere a scadenza ravvicinata le necessarie proposte di legge, di riorganizzare e di potenziare le relative strutture amministrative, di mettere a disposizione con assoluta priorità adeguati mezzi finanziari nell'ambito del bilancio pubblico e del controllo dei flussi finanziari e creditizi.
Il piano dell'energia dovrà essere inquadrato in una prospettiva a lungo termine, riguarderà l'intero sistema energetico e non singoli settori, sarà collocato in un quadro di collaborazione internazionale e in particolare di collaborazione coi nostri vicini della Comunità europea.
Le gravi difficoltà conseguenti alla crisi petrolifera mondiale hanno posto in evidenza non soltanto debolezze naturali della nostra economia, mancante di essenziali materie prime, ma anche difetti strutturali di organizzazione, che sono invece correggibili.
Occorre perciò procedere all'unificazione della politica energetica in un'unica autorità. Una iniziativa in questa direzione comporta una stretta integrazione delle direttive e dei compiti dell'Enel, dell'ENI e di altri organismi che si occupano della ricerca applicata e della produzione di energia nucleare. Occorre, del pari, assegnare all'ente di Stato, impegnato nell'approvvigionamento petrolifero, competenze globali in materia di approvvigionamento di tutte le materie prime energetiche, dal combustibile nucleare al carbone, ed esaminare alla luce dell'esperienza i criteri di economicità della gestione dell'Enel.
Tutto questo comporta una scelta prioritaria di finanziamento alla ricerca e agli investimenti in campo elettro-meccanico-nucleare e alle ricerche petrolifere all'estero e soprattutto in Italia, dalla quale tanto si aspetta il paese.
Il secondo programma d'urgenza dovrà permettere di assicurare all'agricoltura le necessarie risorse per una rapida espansione della produzione, in modo da rovesciare, già nei prossimi anni, l'impressionante scalata del deficit alimentare della bilancia dei pagamenti. Non puntiamo all'autosufficienza in ogni settore e intendiamo invece nell'ambito della politica agricola europea, al cui aggiornamento ci proponiamo di partecipare con un più continuativo impegno, valorizzare le produzioni per le quali l'agricoltura italiana presenta una più elevata vocazione.
Gli investimenti pubblici, con priorità per i piani di irrigazione e di forestazione e per le infrastrutture — compresa l'assistenza tecnica e la ricerca — saranno adeguatamente finanziati, mentre si provvederà a garantire alle imprese quella necessaria offerta di credito che, negli ultimi tempi è scesa a livelli pericolosamente insufficienti.
Saranno prese le disposizioni opportune per la definizione di precisi indirizzi produttivi, in particolare per i settori critici del grano duro, della bieticoltura, dei cereali foraggeri e della zootecnia. Per questo ultimo settore si provvederà a fornire incentivi, mezzi di finanziamento, interventi a regolamentazione dei mercati, per il consolidamento e la espansione degli allevamenti bovini e per un forte sviluppo della produzione carnea sostitutiva di quella bovina. Si chiederà al Parlamento una sollecita approvazione del disegno di legge governativo per il potenziamento della zootecnia, così come di quello che recepisce le direttive comunitarie per la riforma delle strutture. Per favorire un razionale reinserimento in produzione di alcuni milioni di ettari ora abbandonati, particolarmente nell'alta collina e in montagna, si proporrà un provvedimento legislativo per la cessione forzata dei terreni incolti suscettibili di valorizzazione agricola.
Per la politica dell'edilizia, mentre si provvederà al sollecito rifinanziamento delle opere pubbliche che, a causa dell'aumento dei costi, minacciano di non poter essere portate a termine, si assicurerà l'accelerazione dei tempi di realizzazione dei programmi già deliberati e, non appena approvati i relativi disegni di legge, l'avviamento dei nuovi programmi per l'edilizia scolastica e universitaria.
Accanto a questa azione che investe l'intera amministrazione, è necessario un intervento straordinario capace di incidere in modo immediato sull'industria delle costruzioni attraverso progetti di emergenza affidati alla regione, capaci di mobilitare rapidamente energie imprenditoriali e di sostenere l'occupazione.
Per la politica della casa si utilizzeranno i risultati emersi nell'indagine conoscitiva svolta dalla Commissione lavori pubblici della Camera per la riorganizzazione dell'intervento pubblico nel settore e per l'accelerazione delle procedure di spesa.
L'azione principale di questo programma di urto sarà tuttavia rappresentata da un vasto piano di edilizia convenzionata, collegato a nuovi meccanismi di raccolta del risparmio che permettano di superare la cronica insufficienza dei tradizionali canali di finanziamento dell'edilizia. Questo programma dovrà permettere l'accesso alla proprietà della casa a vasti ceti sociali a reddito modesto, e garantire un'offerta addizionale di case popolari in affitto.
Sono consapevole dello scetticismo e della diffidenza con cui l'opinione pubblica reagisce ai propositi di rilanciare la politica della casa e delle opere pubbliche: ma proprio per questo, traendo vantaggio dall'esperienza degli insuccessi finora accumulati, il Governo deve affrontare con energia e con impegno il compito di rimettere in marcia il settore. In collaborazione con le regioni e con i comuni, si dovrà realizzare nei prossimi mesi una vasta operazione di acquisizione di aree nell'ambito della legge 167 e della legge 865, che forniscono la base per un efficace intervento dei comuni nella politica dei suoli, mentre si appronteranno i nuovi strumenti finanziari.
Entro la fine del 1975 questo complesso di azioni dovrà permettere di avviare lavori addizionali nell'ordine di 2 mila miliardi di lire che, con i loro effetti diretti e indiretti, potranno sostenere un ruolo determinante nel contrastare i meccanismi della depressione.
La difficile congiuntura dell'economia mondiale, con la più acuta contrazione della domanda mai sperimentata finora in questo dopoguerra sia in Italia che all'estero, metterà le imprese del nostro paese di fronte a straordinarie difficoltà.
È intenzione del Governo coordinare ogni sforzo per riportare l'industria italiana nella situazione di espansione dinamica che essa aveva nel mondo fino a pochi anni or sono.
Le imprese italiane possono essere certe che il loro sforzo in questa direzione viene valutato nelle sue reali dimensioni, essendo esso condizione necessaria per la stessa sopravvivenza del nostro sistema economico. L'opera del Governo non può tuttavia fermarsi ad interventi e a sussidi di carattere settoriale, ma in essa si deve esprimere la chiara volontà politica di non restringere e di non umiliare quello spazio di intrapresa che ha dato negli ultimi anni minacciosi segni di debolezza.
Le difficoltà del momento non saranno quindi prese come occasione per creare nuovi ingiustificati processi di concentrazione, e, in ogni caso, non dovranno condurre ad un ulteriore allargamento della sfera pubblica dell'economia.
L'equilibrio tra pubblico e privato è già stato portato ad un punto oltre il quale sarebbe compromessa non solo la dinamica delle strutture produttive, ma quello stesso decentramento nelle decisioni economiche che costituisce la condizione di permanenza di una società pluralistica e democratica.
Il problema dei salvataggi industriali, che pure ha avuto in passato momenti di grande importanza per il benessere del paese, si ripropone quindi in termini nuovi: esso non può ulteriormente mutare i rapporti tra pubblico e privato per non mutare le strutture stesse della costituzione materiale della nostra Repubblica e deve trasformarsi in una azione di promozione soprattutto per le aree del Mezzogiorno.
Non è facile pensare momenti di ristrutturazione territoriale in tempi in cui tutto sembra concentrato nell'organizzare la ritirata e non il progresso. Ma è proprio in questi momenti che occorre fare lo sforzo massimo per non lasciare che l'andamento incontrollato degli eventi travolga soprattutto la parte più debole del paese.
E in tempi come questi che occorre impostare i piani per il decentramento delle aree metropolitane del paese, che stanno per essere travolte da condizioni di vita sempre meno umane e sempre meno correggibili, se non si frenerà o addirittura non si bloccherà la loro crescita demografica. Esse stanno infatti monopolizzando tutte le strutture del settore terziario superiore e rischiano di diventare un cervello sempre più isolato in un corpo sempre più lontano ed esangue.
Il recupero dell'Italia delle province, portando verso di esse, e soprattutto verso quelle meridionali, la maggiore quota possibile dell'attività ragionevolmente decentrabile, costituirà uno dei preminenti obiettivi del Governo da me presieduto e condizionerà in particolare tutta la politica della ristrutturazione industriale.
L'attività economica pubblica nel Mezzogiorno dovrà perciò essere rivolta ad integrare i grandi progetti delle partecipazioni statali con la mobilitazione di iniziative e di forze delle strutture private italiane e, appena questo diverrà realisticamente perseguibile, anche di quelle straniere.
Non è interesse di nessuno, infatti, mantenere gli attuali squilibri in Europa, e sarà perciò nostro dovere proporre soluzioni che, se portate avanti con serietà e continuità, non potranno non dare frutti di sviluppo economico e civile a noi e ai nostri partners europei.
Alle forze sociali, agli imprenditori ed ai sindacati, noi assicuriamo che quest'opera di decentramento e di recupero di tutto il prezioso contesto della provincia italiana, non solo non verrà realizzata senza di loro, ma richiederà anzi tutta la loro attiva iniziativa.
Chiediamo tuttavia a tutti di comprendere i sacrifici e le rinunce che sono necessari per questa opera di trasformazione: se non si accetta che nulla muti e che nulla venga tolto, si deve anche accettare che niente venga creato.
Il problema del Mezzogiorno e il problema stesso dello sviluppo economico del nostro paese e tale rimane anche in questa difficile fase congiunturale che si è abbattuta con una intensità direttamente proporzionale al grado di arretratezza sulle aree più povere del nostro paese.
I tre programmi di azione predisposti per l'emergenza interessano profondamente le regioni meridionali, sia perché in esse più acuti sono i problemi del decadimento delle strutture urbane e della carenza di abitazioni, sia perché i problemi energetici, più gravi nel Mezzogiorno che al Nord, potrebbero interferire pesantemente sulla sua industrializzazione, sia infine perché è soprattutto nel Mezzogiorno che l'agricoltura deve fare un salto di qualità per assicurare i rifornimenti alimentari del paese. Nel contempo tutti gli altri programmi dell'intervento ordinario e straordinario devono essere accelerati; si dovrà avviare a concreta attività la Finanziaria meridionale; si dovrà adeguare il sistema degli incentivi industriali con la rapida presentazione al Parlamento di nuove proposte di legge; si dovrà infine valutare le esperienze acquisite finora per predisporre in tempo il provvedimento legislativo per il rifinanziamento della legge n. 852.
Il Governo non potrà portare a termine i suoi propositi per una politica di risanamento e di rilancio dell'economia senza la profonda convinzione da parte dei governi locali, dei sindacati e degli imprenditori, che la eccezionalità dei pericoli che incombono sulla comunità nazionale richiedono una rinnovata unità di intenti, un più meditato sforzo di integrazione dei comportamenti di ciascuno nel quadro di una strategia globale, una puntigliosa volontà di sopravvivenza nazionale.
Senza la collaborazione del sistema delle autonomie locali non sarà infatti possibile ottenere una rapida messa a punto dei programmi ed una sollecita realizzazione degli interventi in due dei settori sui quali si impernia l'azione di rilancio congiunturale: agricoltura ed edilizia, materie, l'una e l'altra aperte agli interventi regionali e, nel caso dell'edilizia, largamente condizionata dalle iniziative dei comuni.
Ai sindacati si richiede non soltanto di commisurare le loro rivendicazioni alle più strette compatibilità imposte dalla difficile fase congiunturale, ma anche di programmare queste rivendicazioni in modo da non creare tensione tra categoria e categoria e di concentrare le limitate possibilità di crescita del monte salari a favore dei lavoratori a più basso reddito. Pur nell'autonomia delle lotte del lavoro i sindacati dovranno inoltre valutare l'opportunità di assumere atteggiamenti di maggiore disponibilità in relazione ai problemi di mobilità e di orari, nei casi in cui tale disponibilità possa favorire l'adeguamento del nostro sistema produttivo al mutato quadro dell'economia internazionale e la promozione delle nostre esportazioni.
Alla tenacia e alla fantasia degli imprenditori e dei dirigenti fa capo la responsabilità di cogliere la grande sfida per la conquista di nuove quote di mercato nei paesi petroliferi, nelle economie socialiste e nei tradizionali mercati di sbocco dei nostri prodotti.
La crisi che attraversiamo è certamente la più grave che l'Italia abbia dovuto affrontare negli ultimi trent'anni ed i prossimi mesi saranno senza dubbio tra i più dolorosi e difficili della nostra storia nazionale.
Al di là del lungo tunnel vi è comunque la prospettiva che, attraverso il lavoro comune degli italiani, il paese possa riprendere la sua marcia verso obiettivi di giustizia e di benessere economico.
Onorevoli senatori, è mio dovere dire con sincerità che siamo in presenza di una situazione internazionale la quale desta preoccupazione. La questione medio-orientale è infatti carica di incognite; la crisi cipriota ha inasprito la convivenza tra le due comunità dell'isola e reso difficili i rapporti tra due paesi pur legati da vincoli politici. Gli accordi di Parigi sul Vietnam, nei quali avevamo riposto e riponiamo ancora, malgrado tutto, le più grandi speranze, non hanno ancora trovato la loro completa applicazione.
Dal canto loro i negoziati sul disarmo, nei vari fori nei quali essi si articolano, non hanno finora corrisposto alle attese dell'umanità per un mondo affrancato dalla paura.
In merito alla situazione economica anche il Segretario generale delle Nazioni Unite ha parlato di una crisi mondiale di straordinaria ampiezza. Non vorrei però mancare di fare menzione di avvenimenti incoraggianti che orientano i nostri sforzi nella giusta direzione. Fra essi sono certamente la restaurata libertà della Grecia, il serio avviamento del Portogallo verso la normalità democratica, l'iniziato processo di decolonizzazione, il miglioramento della situazione politica nel subcontinente dell'Asia del sud.
L'accordo di Algeri del 26 agosto fra il Portogallo e la Guinea Bissau e l'accordo di Lusaka del 7 settembre per l'indipendenza del Mozambico e del trasferimento dei poteri al Frelimo sono importanti e non solo perché evitano ulteriori spargimenti di sangue.
Questa concatenazione di eventi, confrontata con la ripresa democratica in alcuni punti del mondo, mette in evidenza come la libertà sia un bene indivisibile che, se si vuole per sé, non può essere disconosciuta ad altri, nonché il ruolo svolto nel processo di decolonizzazione dalle Nazioni Unite nel loro insieme, da gruppi di Stati, o singolarmente da Stati membri tra i quali certamente anche il nostro.
Nostre molteplici dichiarazioni sono state suggerite da avvenimenti connessi alla decolonizzazione dei territori sotto amministrazione portoghese, ma esse hanno un riferimento più ampio giacché dovunque, anche se con saggia gradualità, deve svolgersi il processo di decolonizzazione, il cui impeto e la cui inarrestabilità sono testimoniati anche dalla sola visione dell'Assemblea generale dell'ONU cui partecipano 138 delegazioni, mentre al tempo della Conferenza di Bandung i membri erano soltanto 58. Alle Nazioni Unite ed alla loro politica va il sincero appoggio del Governo italiano, anche in considerazione di nuove importanti funzioni che l'Organizzazione va assumendo.
La nostra biennale presenza in seno al Consiglio di sicurezza, a partire dal 1° gennaio 1975, ci permetterà di svolgere una azione impegnata ed assidua, a servizio dell'Organizzazione e nello spirito delle sue idealità.
Della grave situazione economica del mondo ho già detto. Vorrei qui limitarmi ad osservare che possiamo contrapporre ad una minaccia così grave la coscienza che noi ora abbiamo dei rapporti di interdipendenza i quali legano i vari sistemi economici e le prospettive di progresso di tutti i popoli del mondo.
Particolarmente grave la situazione di molti paesi emergenti ed in particolare dei più poveri fra di essi, che della crisi energetica e di quella monetaria (come di una eventuale recessione) rischiano di subire le conseguenze più gravi. Con questi paesi l'Italia si sente solidale, anche perché, pur trovandosi ad un diverso livello di sviluppo, essa è altrettanto priva di risorse naturali, tanto che la crisi mondiale in atto la pone di fronte a problemi fuori di misura per le risorse finanziarie di cui essa può autonomamente disporre.
A parere dell'Italia l'avvenire è condizionato da una autentica cooperazione e solidarietà internazionali nell'affrontare i problemi strutturali dell'economia mondiale — che sono quelli dell'energia, della popolazione, dell'alimentazione, del finanziamento dello sviluppo, del progresso e della diffusione della tecnologia — al fine di stabilire una migliore e più giusta ripartizione delle ricchezze del mondo.
Sulla base di questo convincimento l'Italia ha favorito, fra l'altro, la positiva risposta della Comunità economica europea all'appello del Segretario generale delle Nazioni Unite per il programma di emergenza a favore dei paesi più colpiti dall'attuale crisi economica. E in forza degli stessi principi l'Italia guarda ai rapporti della Comunità con i paesi del Terzo mondo, siano essi associati od associabili ovvero appartenenti ad altre aree, come il mondo arabo, il Mediterraneo e l'America latina. E proprio con questi paesi l'Italia, anche singolarmente, intrattiene le migliori e più feconde relazioni.
Ogni appello alla cooperazione internazionale in materia economica presuppone ovviamente, onorevoli senatori, il mantenimento della pace nelle varie regioni del globo.
Al riguardo non possiamo tacere, soprattutto come paese che dal continente europeo si protende nel Mediterraneo, le nostre preoccupazioni per la questione medio-orientale e per la crisi cipriota.
In Medio Oriente permangono infatti, e si sono da ultimo acuite, le tensioni, nonostante i progressi compiuti grazie all'opera del Segretario di Stato americano con la fissazione di un quadro negoziale, che opportunamente si colloca nel sistema delle Nazioni Unite, e con la conclusione degli accordi per il disimpegno militare.
È dunque necessario un nuovo e decisivo sforzo per superare posizioni contrastanti: il che richiede in primo luogo un contributo coraggioso delle parti direttamente interessate, nella consapevolezza che proprio i loro reali interessi esigono che col negoziato si stabilisca una giusta pace a vantaggio di tutti i popoli della regione.
L'oggetto di tale negoziato dovrà essere l'attuazione della risoluzione n. 242 nella sua integralità. Tale decisione del Consiglio di sicurezza fissa i principi per un regolamento del conflitto, tale da assicurare a tutti i paesi della regione una pacifica convivenza entro confini sicuri e riconosciuti. Il riconoscimento e la certezza di poter vivere entro frontiere sicure devono, a nostro avviso, valere tanto per gli Stati arabi quanto per Israele, la cui integrità politica e territoriale non può essere rimessa in discussione.
La piena applicazione del principio dell'inammissibilità di acquisizioni territoriali con la forza costituisce una condizione primordiale della pace.
La sicurezza di tutti gli Stati della regione, più che in equilibri militari, mai sufficienti, deve essere trovata nel consenso politico e nella convinzione che la coesistenza fra di essi è, oltreché necessaria, possibile.
L'altro aspetto essenziale della crisi in Medio Oriente concerne il popolo palestinese cui non può e non deve essere ulteriormente sottratta la possibilità di decidere del proprio destino. Ebbi già ad affermare sin dal 1970 che si tratta di un problema di natura politica, poiché ai palestinesi non si può negare il diritto di avere una patria. Di qui l'importanza che acquista il dibattito sulla questione palestinese in seno alle Nazioni Unite. Quanto più esso sarà costruttivo, e pertanto ispirato a giustizia e realismo, tanto più potranno scaturire indicazioni utili al negoziato di pace.
Quanto a Cipro, le tensioni che hanno punteggiato la crisi — anche quando era latente — di ricorrenti esplosioni di violenza sono state aggravate dalle drammatiche conseguenze del colpo di Stato del 15 luglio.
Ora più che mai il problema è di individuare per l'isola un assetto che tenga conto delle legittime aspirazioni delle due comunità, accordando a ciascuna di esse una efficace tutela, la quale, permettendone la pacifica coesistenza, costituisca una solida base della sovranità e dell'indipendenza di Cipro.
Quanto alla soluzione del problema di fondo, i nove paesi della Comunità europea hanno svolto — collettivamente ed individualmente — numerosi interventi, ed hanno auspicato che sia fatto dai responsabili, ciascuno per la sua parte, tutto quello che la ripresa del negoziato renda necessario con l'ovvio rispetto della dignità nazionale e avendo presente le mutate condizioni dell'isola in relazione all'assetto che per essa venne previsto dagli accordi di Zurigo e di Londra, salva sempre l'indipendenza e la sovranità di Cipro.
Una soluzione della crisi cipriota ci sembra possibile, purché i Governi greco e turco tengano conto che ciò che li spinge ad accordarsi è molto più di ciò che li divide.
Il problema della pace non è solo quello della sua restaurazione nelle zone che presentano conflitti o crisi in corso di sviluppo.
Esso ha invece una accezione più ampia, essendo collegato a quello della sicurezza, che sarebbe ben precaria se fondata sull'instabile equilibrio della reciproca paura.
Per quel che si riferisce al disarmo, ho già accennato agli insoddisfacenti risultati finora registrati nei vari fori investiti della questione.
Il Governo italiano ribadisce la sua adesione al trattato di non proliferazione, anche se è. consapevolmente preoccupato per tutto ciò che sembra contrastare il raggiungimento dell'obiettivo perseguito della non disseminazione dell'armamento atomico. Ma è possibile e necessario salvaguardare le prospettive della piena utilizzazione pacifica dell'energia atomica, auspicando a tal fine la più attenta disamina in occasione della Conferenza di revisione del trattato di non proliferazione, diretta ad adattare il trattato, come ha rilevato il Segretario generale delle Nazioni Unite, alle nuove realtà internazionali e raccogliere quelle universali adesioni che sono condizione imprescindibile per un suo effettivo successo.
Poiché siamo in materia di trattato di non proliferazione vorrei ricordare l'articolo VI di tale trattato che pone in prospettiva l'intera problematica del disarmo generale e completo, sotto un rigoroso ed efficace controllo internazionale.
E questo un obiettivo ancora lontano e sarebbe ingenuo sottovalutare le difficoltà del cammino da percorrere, di cui però uno degli ostacoli è stato già superato con l'instaurazione del clima di distensione nelle relazioni Est-Ovest.
La distensione nel mondo presuppone la distensione tra le grandi potenze; ma la distensione non realizza il suo pieno significato, se le intese tra esse non vengono accompagnate dal contatto assiduo e costruttivo, tra tutti i paesi.
Nata infatti come sola alternativa possibile all'immane pericolo di un conflitto nucleare, la distensione è andata lentamente, ma sicuramente, accrescendo il suo contenuto politico.
Come risultato di questa evoluzione essa non è più solo una politica diretta a stabilizzare la convivenza internazionale. Si tratta di passare ad una fase attiva di cooperazione tra gli Stati, alla ricerca di una nuova norma di condotta di tutte la relazioni internazionali e quindi non solo dei rapporti Est-Ovest.
Questi sono i motivi ispiratori delle due grandi conferenze multilaterali di Vienna e di Ginevra, per una reciproca e bilanciata riduzione delle forze in Europa Centrale e per la sicurezza e la collaborazione in Europa. Queste due conferenze vedono i paesi europei — accomunati dalla Storia ma dalla Storia stessa tante volte contrapposti — svolgere un ruolo di protagonisti nel convincimento che occorra trovare le vie per superare le barriere artificiali di diffidenza e di ostilità.
In particolare la conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa mira a porsi quale trattazione approfondita e quindi spesso complessa di problemi comuni ad un determinato gruppo di paesi, le cui intese non potranno fondarsi su terreno solido se non saranno accompagnate da un miglioramento dei rapporti tra i popoli e tra gli individui.
Questo incontro europeo — che si svolge mentre sono stati presi, impostandoli a realismo e a fiducia, i primi contatti tra la CEE ed il COMECON — nasce dalla consapevolezza delle realtà che sono venute a crearsi, il cui riconoscimento è il fondamento di una pace durevole.
La sicurezza e la collaborazione in Europa non possono essere dissociate del resto dalla sicurezza e collaborazione nel Mediterraneo, nel quale l'Europa ha la sua naturale proiezione politica ed economica.
Per l'affermazione del collegamento tra la sicurezza nelle due aree, la nostra azione è stata continua ed efficace.
Altro sviluppo della proiezione mediterranea è costituito dall'iniziativa per avviare un dialogo euro-arabo che potrà essere assai utile a tutte le parti interessate.
Profondi mutamenti avvengono nel quadro delle relazioni mondiali e problemi nuovi si aggiungono a quelli di ieri. L'attenzione a questa dinamica, che ci impone di rispondere con soluzioni creative alle situazioni ed ai pericoli che ci stanno di fronte, conferma la validità dei nostri principi ed obiettivi basilari. La scelta europea, l'Alleanza atlantica e il processo di distensione, che costituiscono da anni momenti qualificanti della nostra azione, continueranno ad essere le pietre angolari della politica estera italiana.
La trattazione di molteplici problemi internazionali indica di per sé che la Comunità europea è una realtà concreta ed operante sia nel campo economico sia in quello politico. I traguardi raggiunti non sono ancora tutto. Siamo convinti che conviene continuare i nostri sforzi per portare a compimento il processo dell'unità europea, iniziato circa venticinque anni or sono, affinché possa effettivamente nascere una nuova organizzazione politica sul nostro continente, la quale sia fattore determinante di stabilità e di armonico sviluppo economico dell'intera comunità internazionale.
Voglio aggiungere qui che, se è vero che noi dobbiamo costruire un'Italia sempre più europea, è anche vero che il contributo che noi possiamo offrire all'Europa non può essere sminuito da momentanee difficoltà.
Va detto, senza arroganza, ma con fermezza, che il nostro paese rimane componente essenziale di una realtà europea, che senza di noi risulterebbe distorta e, in rilevante misura, inefficace.
L'Europa attraversa un momento delicato per le difficoltà economico-monetarie internazionali; per quelle proprie di taluni paesi membri, tra cui il nostro; per il non ancora avvenuto superamento dei problemi posti dall'ampliamento della Comunità; per la natura stessa dei problemi che dobbiamo affrontare per progredire sulla via dell'Unione economica e monetaria e su quella dell'Unione politica.
Ma le difficoltà non ci faranno arretrare. Non abbiamo alternative da offrire ai nostri popoli. Semmai pensiamo ad una autentica comunità, cioè più equilibrata ed unita in forza di una politica lungimirante che speriamo si manifesti nel vertice di Parigi, cui l'Italia sta per partecipare.
Il saldo legame con i paesi europei non contraddice ma anzi completa quell'amicizia e solidarietà con gli Stati Uniti e con altri paesi occidentali che costituisce un dato importante della nostra posizione internazionale. Ed a proposito degli Stati Uniti vorrei ricordare la visita di Stato ivi compiuta dal Presidente della Repubblica, visita non avente né diretto né indiretto contenuto negoziale, ma volta a dare più salda base ai profondi vincoli di amicizia e collaborazione fra i due popoli, amici ed alleati. L'obiettivo è stato perfettamente raggiunto.
In corrispondenza con la scelta europea, la scelta atlantica rappresenta per l'Italia una fondamentale garanzia di sicurezza. Ma essa non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza di progressi reali per il consolida-mento della pace. Proprio nella cornice della sua appartenenza all'alleanza, è possibile per l'Italia influire positivamente sul processo di miglioramento dei rapporti politici in Europa. Ciò conferma la validità della scelta di venticinque anni fa, alla quale l'Italia intende restare fedele.
Ottimi sono in genere i rapporti tra l'Italia e i paesi confinanti non comunitari, e in primo luogo con la Svizzera.
Con l'Austria l'amicizia e la cooperazione, che abbiamo instaurato in particolare dall'incontro di Copenaghen in poi, appaiono reciprocamente vantaggiose e destinate a significativi progressi.
E' impegno del Governo risolvere residue questioni minori, che possono tuttavia influenzare le relazioni italo-austriache, sl da raggiungere nel più breve tempo le mete che ci siamo prefisse.
Per quanto riguarda la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, nel ripetere come l'Italia abbia un preciso interesse alla sua indipendenza, alla sua integrità e al suo sviluppo economico, sono lieto di constatare che la mutua buona volontà ha permesso di dare nuovo impulso, nella tutela dei rispettivi interessi, ai rapporti amichevoli tra i due paesi. È nostro proposito andare innanzi, con spirito di comprensione delle reciproche esigenze, sulla via di concrete realizzazioni sia nel campo economico sia in quello politico.
Nel settore dell'emigrazione e degli affari sociali, il Governo assicura che la conferenza nazionale dell'emigrazione avrà luogo nel prossimo febbraio. La relativa preparazione, svoltasi intensamente nel corso dell'anno e con qualificate collaborazioni, può ritenersi ormai prossima alla conclusione.
Questo evento importante per un paese come il nostro, che conta quasi 6 milioni di cittadini sparsi in tutti i continenti, sarà occasione per una presa di coscienza collettiva del problema e delle soluzioni a breve e lungo termine. Occorrerà altresì venire incontro, come si è incominciato a fare, a quelle esigenze di maggiore rilievo ed urgenza che sono già emerse nella fase preparatoria della conferenza stessa.
Una politica di pace, quale l'Italia persegue, comporta nell'attuale situazione mondiale una possibilità di difesa. Sicurezza del paese, tutela delle istituzioni democratiche, libertà dei cittadini da ogni minaccia sono proprio il compito delle nostre Forze armate, alle quali, per la loro completa dedizione allo Stato, desidero rivolgere qui il più deferente e grato saluto. Gravi problemi di strutturazione delle Forze armate italiane sono ormai sul tappeto e ad essi il Governo rivolgerà, pur nella presente difficile congiuntura, la più attenta considerazione. Mi sia consentito solo di ricordare, tra tutti, il disegno di legge sulla nostra Marina militare, già elaborato dal Governo Rumor.
Onorevole Presidente, onorevoli senatori, il quadro della situazione italiana, quale risulta da questa esposizione, è tutt'altro che rassicurante. Le strutture economiche sono deboli e quelle politiche ed amministrative non del tutto pronte a reggere il grande sforzo che il paese è chiamato a fare. C'è una crisi economico-sociale ed una crisi politica generale, dalle quali la formazione di questo Governo vorrebbe aiutare l'Italia ad uscire, per la sua salvezza. Ma non è facile. La speranza è soltanto una speranza che può tradursi in consolante realtà solo in condizioni propizie e con l'impegno di tutti, nessuno escluso. In certo senso da noi ogni cosa è, per ragioni profonde, in discussione. Il paese non ha trovato, evolvendo, un suo assetto definito ed accettabile. Il criterio interpretativo per intendere il significato vero di questa come di ogni altra pericolosa crisi di questi anni, è qui. Non si tratta di sovrastrutture, ma di fenomeni di base. E sarebbe vano approntare piccoli rimedi a fronte di cause importanti. C'è una sproporzione, una disarmonia, una incoerenza tra società civile, ricca di molteplici espressioni ed articolazioni, e società politica, tra l'insieme delle esigenze, nel loro modo naturale ed immediato di manifestarsi, ed il sistema apprestato per farvi fronte e soddisfarle. Le aspirazioni dei cittadini emergono e si affermano più velocemente che il formarsi delle risorse economiche ed il perfezionarsi degli strumenti legislativi. Antiche ingiustizie non sono state ancora riparate. Non è solo debole ed intermittente la nostra economia, ma è discontinua, nel suo stesso impetuoso fiorire, la vita sociale; stanca la vita politica, sintesi inadeguata e talvolta persino impotente dell'insieme economico-sociale del paese. Non dico tutto questo per scoraggiare, ma invece perché si moltiplichino le energie e si applichi la più tesa attenzione, non su di un punto solo, ma su tutti, dovunque, insomma, c'è qualche cosa che non va o un'istituzione che non riesce ad assolvere, puntualmente, il proprio compito. C'è una qualche confusione tra i poteri nel senso più ampio dell'espressione. Una molteplicità di centri di comando in fatto si sono costituiti con la conseguenza talvolta di paralizzarsi a vicenda e di non riuscire a contenere ed incanalare l'incandescente materia sociale.
Il Parlamento, il Governo, la Corte costituzionale, la Magistratura, l'Amministrazione compiono un grande sforzo e meritano il nostro rispetto. Ma non è men vero per questo che un malessere profondo impedisce, o per difetto non rimediato di struttura o per l'asprezza della materia da dominare ed ordinare, di muovere all'unisono in uno Stato democratico unito ed efficiente. L'incertezza, la confusione, il disordine, l'inerzia, benché abbiano ciascuno la propria spiegazione e la propria giustificazione, danno nell'insieme il senso di una generale impotenza a reggere all'urto delle cose troppo difficili o sproporzionate ed a rintuzzarlo efficacemente. A tutto questo si deve porre rimedio, guardando, più che agli effetti, alle cause prossime e remote. È in questo quadro che va restaurata la nostra economia in un nuovo ordine, più vero ed umano. Non è un luogo comune o un espediente dialettico dire che tutto ciò è un fatto di crescita. Essa, verificandosi, tocca i dati economici, mette a nudo e pone in crisi strutture superate, coinvolge, in una obiettiva accusa d'inefficienza, forse anche i sindacati, ma certo Governo, partiti e lo stesso Parlamento, rende insoddisfatti i cittadini che si sentono, invece che rappresentati, traditi ed abbandonati dal potere. Indubbiamente di una crescita si tratta. Questa Italia disordinata e disarmonica è però infinitamente più ricca e viva dell'Italia più o meno bene assestata del passato. Ma questa è solo una piccola consolazione. Perché anche nel crescere e del crescere si può morire. Ma noi siamo qui perché l'Italia viva, e non come uno Stato di gracili strutture economiche e politiche, ma come un grande paese moderno e civile, che abbia trovato il giusto ritmo tra lo sviluppo economico e sociale ed il progresso istituzionale e politico. Per giungere a tanto occorre che noi, governo e popolo, siamo collegati in modo reale e durevole e profondamente solidali. Ciò non significa interrompere, neppure per un istante, la normale dialettica politica e parlamentare, ma reagire all'emergenza, alla rischiosa, ma sempre affascinante avventura del nostro sviluppo, con il senso vivo della nostra unità di popolo, con la disponibilità ad affrontare sacrifici efficaci e giustamente proporzionati, con una richiesta severa che rimetta in moto e dia il ritmo appropriato alle istituzioni. Senza una simile coscienza, senza una simile dedizione al bene comune nel momento del pericolo, senza questo atteggiamento esigente, ma di più senza comprensione e sintonia tra noi e voi, tra governo e popolo, siamo battuti in partenza. In circostanze come queste, ove domini lo spirito della separazione, governare, cioè intraprendere qualcosa che il paese deve fare o subire, senza che si sappia e si voglia giungere, costi quel che costi, alla salvezza, è, direi, tecnicamente impossibile e drammaticamente inutile. Ma io mi rifiuto di credere che sia questa la vera posizione del popolo italiano in questo momento. Anche i più severi osservatori stranieri, che ci vedono, purtroppo, decaduti ed ai margini in un processo storico, del resto difficile per tutti, esitano alla fine nel prevedere che vada perduto e possa essere perciò abbandonato al suo destino un paese, come il nostro, che per la sua posizione geografica e la sua vocazione storica, europeo e mediterraneo, Nord e Sud, Ovest ed Est, coinvolgerebbe nella sua rovina molti che si sentono al sicuro. Ma quel che impedisce al pessimismo degli stranieri di esprimersi fino in fondo è, più che la fortuna, proprio il complesso talvolta velato delle virtù morali e civili del popolo italiano, quella sua pazienza e disponibilità e fantasia e capacità di lavoro che sono il riflesso di una storia dolorosa e coraggiosa, quell'attitudine a comprendere e cooperare che condiziona la salvezza.
Con tale spirito mi rivolgo ai rappresentanti del popolo, e, al di là, ma pur sempre per questo tramite, al popolo italiano, ai lavoratori, ai giovani, alle donne, agli imprenditori, a tutti coloro che hanno in mano, con un atto d'intelligenza ed un moto di volontà, il destino dell'Italia, perché essi tutti siano con noi, ci diano almeno, provvisoria e condizionata, la loro fiducia, ci accompagnino con il loro «si» nel duro cammino che stiamo per intraprendere. Chiediamo che non ci giudichino dalle nostre poche promesse, ma dalla nostra fede nell'Italia e dalla ferma volontà di risollevare e riordinare il paese, per portarlo ad un livello più alto di giustizia sociale e di libertà civile. (Vivissimi applausi dal centro, dal centro-sinistra e dalla sinistra. Congratulazioni).

On. Aldo Moro
Senato della Repubblica
Roma, 2 dicembre 1974

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di lunedì 2 dicembre 1974)


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