LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL BICOLORE DC-PRI: REPLICA DI ALDO MORO AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 5 dicembre 1974)

Il "Patto di Palazzo Giustiniani" riporta nel 1973 Amintore Fanfani alla segreteria della DC, Aldo Moro nella maggioranza del partito e Mariano Rumor alla guida di un governo organico di centro-sinistra.
Anche a seguito delle forti polemiche intorno al referendum sul divorzio del 12 maggio 1974, il V Governo Rumor non ha la coesione parlamentare necessaria per continuare la propria azione, e il 3 ottobre 1974 si dimette. Dopo una lunga crisi, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone affida ad Aldo Moro l'incarico di formare il nuovo governo, che viene costituito il 23 novembre 1974: è un bicolore DC-PRI, con il PSI ed il PSDI che garantiscono dall'esterno la maggioranza al governo.
Moro presenta il 2 dicembre al Senato il programma del nuovo governo, chiamato anche il governo "Moro - La Malfa".
Il 5 dicembre, Moro replica al dibattito in Senato, che vota la fiducia al nuovo governo.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Presidente, onorevoli senatori, l'ampio dibattito svoltosi al Senato della Repubblica sulla mia richiesta di fiducia è stato tra i più alti e costruttivi tra quanti io abbia avuto occasione di seguire, un dibattito insomma in tutto degno delle tradizioni di questa Assemblea e capace, per i tanti stimoli critici e non critici venuti in evidenza, di impegnare il Presidente del Consiglio in una replica puntuale ed esauriente dello stesso tono degli interventi ai quali ha avuto la ventura di assistere.
Tuttavia, malgrado il cortese rinvio ad oggi, il tempo è troppo limitato per dar luogo ad una riflessione compiuta e ad una risposta adeguata. Chiedo quindi scusa al Senato per l'involontaria disarmonia tra i discorsi pronunciati e la mia replica piuttosto breve. Mi conforta però il pensiero che essa, in definitiva, è incorporata nell'ampio intervento introduttivo le cui linee essenziali, pur dopo la critica serrata ed attenta, mi sembra rimangano valide.
All'ampio dibattito hanno partecipato uomini così della maggioranza come delle diverse opposizioni, mantenendo in generale un tono distaccato ed obiettivo, salvo qualche eccezione dovuta forse più ad incomprensione delle mie parole che a deliberata volontà polemica. A tutti quindi si indirizza un cordiale ringraziamento per le cose che sono state dette stimolando all'approfondimento dei temi in esame, e per il modo rispettoso con il quale esse sono state dette. Da un simile rispettoso atteggiamento mi sento autorizzato a trarre conclusioni positive in ordine all'intesa di fondo al di là delle parti nelle quali naturalmente ci si divide, una intesa che corrisponda puntualmente alle eccezionali difficoltà del momento storico e all'ampiezza della crisi, di cui quella di governo è solo un aspetto, seppure, nell'immediato, più rilevante.
È naturale che dica il grazie più vivo ai senatori Bartolomei, Zuccalà, Cifarelli e Brugger, che hanno parlato per la maggioranza, ed anche al senatore Valitutti, che ha messo in evidenza, a parte una grande cortesia personale, motivi e spunti interessanti nella dialettica politica. Un posto a parte però va riservato al senatore Giuseppe Saragat per il suo sì, detto a nome proprio e del Gruppo, e per le alte e nobili motivazioni con le quali ha voluto illustrarlo.
Eccomi dunque al mio tentativo di risposta che non sarà sempre nominativa per ragioni di organicità e brevità, ma terrà presenti di volta in volta tutti gli oratori, anche se non personalmente citati, che hanno fatto sui vari punti pertinenti rilievi.
Non poche sono state le riserve critiche sulla composizione del Governo e, al di là di esse, vere e proprie interpretazioni politiche degli avvenimenti, spesso con accenti di seria preoccupazione. Ne è risultata l'immagine di un movimento politico tendente a dare uno sbocco involutivo alla crisi, un corso fortunosamente e fortunatamente contrastato, ma del quale sarebbe rimasta traccia o in alcune assenze o in alcuni cambiamenti troppo significativi per essere ignorati o sottovalutati. Da qui, malgrado parole ed atti di univoco significato costruttivo, una diffidenza che investe parte della Socialdemocrazia e della stessa Democrazia cristiana.
I tempi avrebbero dovuto essere: una soluzione della crisi, un irrigidito indirizzo politico, il ricorso a nuove elezioni per un arretramento e un mutamento di fondo degli orientamenti politici del paese. A questo proposito ho detto nella mia introduzione e desidero confermare in questo momento che la crisi è stata, sì, difficile, cosa del resto non nuova, ma non ha registrato quei traumi e quelle drammatiche alternative che sono stati da qualche parte ipotizzati. Che l'ipotesi elettorale fosse presente in qualche settore dello schieramento, non si può negare, tanto più che è stato detto con tutta chiarezza: si è trattato di uno stato d'animo iniziale, nascente da particolari preoccupazioni, ma che abbastanza rapidamente ha ceduto il posto ad intenti costruttivi, manifestati poi nel sì alla formazione bicolore.
Credo sia sempre doveroso identificare i pericoli e fare il possibile per fronteggiarli, ma non ritengo — lo dico per tranquillizzare secondo verità — che si sia trattato di un disegno maggiore suscettibile di destare serio allarme e da richiedere reazioni immediate ed adeguate.
Comprendo bene la differenza che c'è tra elezioni anticipate in un determinato e grave contesto politico ed elezioni infraquinquennali, domandate talvolta, senza intendimenti e propositi definiti e radicali, come un fisiologico controllo popolare del Parlamento, eccezionale com'è del resto il referendum, ma sempre rientrante nella fisiologia del sistema. Lo stesso agevole ricorso al rimedio equilibratore del bicolore Democrazia cristiana-Partito repubblicano italiano, prontamente accettato, sta a dimostrare che non era in gioco un indirizzo di fondo, ma solo forse un calcolo, non del tutto appropriato, delle circostanze. Tutti devono dunque felicitarsi per il fatto che la legislatura continui e che i suoi indirizzi democratici non siano messi in forse. L'esistenza stessa del Governo è pertanto una risposta a siffatte preoccupazioni. Il che non lo fa meritevole di particolare indulgenza da parte delle forze che si opponevano alla temuta svolta, ma costituisce almeno un motivo di tranquillità.
Parimenti vorrei, in qualche misura, sdrammatizzare alcuni fatti di successione di uomini nell'ambito d'indirizzi di partito. Sono fatti, questi, che inducono a rammarico, o in quanto toccano la sensibilità di amici benemeriti, o in quanto ingenerano dubbi e preoccupazioni nello schieramento politico generale, che si preferirebbe evitare. Ma è pur vero che un tale indirizzo era stato adottato, sempre però con la preoccupazione di assicurare successioni suscettibili di mantenere invariato l'indirizzo politico. Rinnovo il mio dispiacere per alcune inevitabili conseguenze dei principi adottati (e che privano, tra l'altro, il Governo di validissimi sottosegretari quali Lattanzio, Vincenzo Russo e Pennacchini); ma vorrei insistere, con sicura coscienza, nel rilevare che le successioni assicurate ed i primi atti di Governo stanno a dimostrare che cari amici hanno, con vivo mio rammarico, lasciato o cambiato posto nella compagine ministeriale, ma che la linea politica è immutata.
Si tratta della linea di centro-sinistra in generale, alla quale continuo ad attribuire, e malgrado le difficoltà innegabili, un significato storico. Ma si tratta ancora di quella linea per la quale, nell'ambito della coalizione come oggi si presenta, ci si mostrai consapevoli dell'immane pericolo costituito dalla massiccia offensiva di netta caratterizzazione fascista, che va riconosciuta e chiamata con il suo nome e trattata, in sede preventiva o repressiva, in conformità della sua natura e della sua intrinseca pericolosità.
E perché non vi siano dubbi in materia così delicata, è mio dovere ricordare che ci sono altre forme di violenza, da reprimere ed in effetti represse dall'autorità, com'è suo dovere; si tratta di violenze non aventi una matrice fascista, ma una diversa.

ARTIERI. Non si nomina però questa matrice.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Non vi è dunque alcuna omissione od intermittenza nel responsabile esercizio dei poteri propri dello Stato. Ma sarebbe una inammissibile distorsione della verità, se si negasse che la parte preponderante della delinquenza politica è di chiara ispirazione fascista e che questo fenomeno, il quale indica la direzione nella quale prevalentemente svolgere l'azione di difesa, è, se non esclusiva, certo dominante e storicamente qualificante. È dunque su di un triplice fronte che sono impegnate le benemerite forze dell'ordine.
Non si è voluto eliminare dunque chi ha identificato un avversario deciso da battere od ha consentito di far luce significativa su persone e cose. Si tratta di continuare con uomini nuovi, sotto la responsabilità del partito impegnato e del Governo collegialmente responsabile, un'azione diretta a scoprire la verità, a colpire gli uomini eventualmente riconosciuti colpevoli, a procedere al disinquinamento, ove ne sia il caso, di qualsiasi amministrazione dello Stato. Si tratta infine di provvedere, avendo presenti le risultanze dell'apposita Commissione parlamentare d'inchiesta, alla migliore sistemazione dei servizi segreti.
Questo è un indirizzo politico estremamente fermo e che nulla concede alla passionalità, che qualche volta non sa attendere con fiducia l'esito dell'azione giudiziaria o la meditata ed obiettiva decisione politica a tutela dell'integrità delle istituzioni. Perché esse sono lo Stato ed, essendo al di sopra di tutti, tutelano tutti, proprio in quanto sono corrette ed integre e, per così dire, trasparenti. Questo aspetto, più squisitamente politico, si lega all'altro, analogo, della moralizzazione della vita pubblica e, nella misura nella quale essa è suscettibile di esserne influenzata, privata. Si sarebbe ciechi e sordi, se non si vedesse che, sia pure con alcuni punti di esasperazione, è il dubbio su questo tema che alimenta fortemente il malcontento del paese e contrappone a coloro che sono investiti di responsabilità politiche i cittadini che si sentono offesi ed indifesi di fronte all'arbitrio. Alcune iniziative di moralizzazione, riguardanti i partiti, sono state prese. Altre, attinenti più genericamente all'intera vita pubblica, continueranno inflessibilmente fino alla loro giusta conclusione. Altre saranno assunte al momento giusto ed a ragion veduta.
Quel che posso assicurare è che intendimento del Governo è non lasciare zone d'ombra o di sospetto, di evitare che, per inerzia o connivenza, abusi di qualsiasi genere, si tratti di profitti economici o politici, non siano prevenuti e repressi, dando limpidezza, ad ogni livello, alla vita pubblica del paese. C'è un potere-dovere di controllo amministrativo o politico che deve essere esercitato fino in fondo, lasciando all'autorità giudiziaria, invece che una funzione surrogatoria di quella politica o amministrativa, il compito suo esclusivo di reprimere i reati, i quali solo in parte si identificano con deplorevoli ed eliminabili disfunzioni amministrative.
In tema di moralizzazione devo una risposta, sia pure interlocutoria, al senatore Perna, il quale pure si è richiamato all'esigenza di affrontare il problema con senso di responsabilità.
Il parlamentare comunista infatti ha posto in rilievo i problemi aperti dalla recente decisione del Consiglio di Stato sul trattamento economico dei magistrati e quelli relativi all'applicazione delle norme sul compenso per lavoro straordinario.
Desidero assicurare che il Governo darà piena applicazione alle disposizioni di legge concernenti l'onnicomprensività del trattamento dei dirigenti statali a tutti i livelli. È un impegno che, prima ancora di rispondere a un'esigenza politica di credibilità, esprime il senso di doveroso rispetto della legge, al quale il Governo intende adeguare la propria azione.
Nello stesso spirito verrà affrontato il complesso problema derivante dall'accennata decisione del Consiglio di Stato sul trattamento economico dei magistrati. È mancato ovviamente il tempo per un attento e approfondito esame della questione e per l'adozione di una determinazione di governo, che sia rispettosa dei principi di diritto sui quali si fonda l'ordinamento e tenga conto di tutte le implicazioni della questione.
Di fronte alle richieste di precisazione avanzate, e non solo in questa sede, devo dire che dalla soluzione stessa della crisi, dalle dichiarazioni programmatiche nel loro complesso e da espliciti riferimenti è chiaro come, a giudizio del Governo, le elezioni regionali e, contestualmente, quelle amministrative, debbano celebrarsi nel periodo previsto. Mi è però sembrato necessario ribadire esplicitamente che l'imminenza di tale scadenza debba segnare non una interruzione, ma una intensificazione del dialogo tra Governo e regioni, per meglio definire il quadro di reciproche certezze, nel quale i nuovi organi saranno chiamati ad operare, per sollecitare il Parlamento a confortare gli impegnativi propositi legislativi del Governo, e, quello che pur conta, per chiedere alle regioni ed alle amministrazioni locali di dare, senza un non necessario anticipo del clima elettorale, tutto il contributo di amministrazione che il momento richiede.
Il senatore Fillietroz, nel dare lealmente atto che vari problemi concernenti particolarmente la Valle d'Aosta sono stati risolti in modo soddisfacente, ne ripropone altri già noti, come quello dell'attuazione della zona franca, della definizione dei poteri della regione sulle acque pubbliche a seguito della legge di nazionalizzazione dell'energia idroelettrica, dell'assunzione di personale bilingue nei locali uffici statali ed altri ancora di carattere più specifico.
Assicuro il senatore Fillietroz che anche tali problemi — alcuni dei quali di notevole complessità — saranno attentamente esaminati dal Governo, in uno spirito di comprensione dell'autonomia della Valle e delle sue particolari esigenze.
Ringrazio il senatore Brugger di aver fatto cenno ad alcuni particolari aspetti concernenti il completamento dell'attuazione del «pacchetto» per l'Alto Adige; nel sottolineare il notevole e soddisfacente lavoro sin qui svolto dalle Commissioni paritetiche per le norme di attuazione del nuovo statuto per il Trentino-Alto Adige, desidero assicurare il senatore Brugger che anche le restanti norme saranno definite tempestivamente e nel rispetto delle previsioni e dello spirito del «pacchetto».
Il programma economico del nuovo Governo ha avuto nella discussione di questi giorni una significativa ed importante verifica.
Da quasi tutti i rappresentanti dei Gruppi politici del Senato che sono intervenuti nella discussione sono state colte le ragioni della strategia di fondo del piano di emergenza che ho illustrato lunedì scorso. Strategia flessibile, che affianca a politiche monetarie e fiscali, necessariamente intese ad impedire nuove spinte inflazionistiche sul lato della domanda, interventi diretti a sostenere qualificanti programmi di investimenti e di ristrutturazione in settori di tradizionale debolezza dell'apparato produttivo ed in altri la cui fragilità è emersa soltanto con la recente crisi petrolifera; ed anche più decise ed incisive politiche nel campo del commercio internazionale. Si è consapevoli dei rischi di un tale programma di emergenza, ma nel formularlo si è tenuto presente un orizzonte più ampio che non sia quello della mera stabilizzazione dell'economia nazionale sul fronte dei prezzi e della bilancia dei pagamenti. Le esperienze italiane ed altrui nell'ultimo decennio hanno insegnato l'inadeguatezza di politiche che, di fronte ai pericoli attuali, portano a sincronizzare tutti gli strumenti dell'intervento economico pubblico in una sola direzione e producono una reazione successiva alimentando dosi troppo massicce, a volte di impulso, a volte di freno. Nel programma del Governo ci si è guardati bene dall'agire in tendenza, come dicono gli uomini d'affari per le operazioni fatte seguendo l'onda delle prevalenti tendenze speculative, e si è prevista, sì, la necessità di continuare nelle politiche attuali di contenimento, ma ci si è anche impegnati con tempi precisi ad introdurre fin da oggi politiche di sostegno e di rilancio.
Se si confronta la politica economica che è stata annunciata con quella di altri Governi in situazioni ben altrimenti più agevoli di quella attuale, si può riconoscere nel programma dell'attuale Governo una più acuta sensibilità per i terribili problemi della disoccupazione e della depressione ed una volontà ferma di preparare fin da oggi le misure che invertano il ciclo recessivo. Non è certo sfuggito ai senatori che sono intervenuti l'orizzonte insolitamente ampio in cui abbiamo collocato l'azione anticongiunturale; una programmazione di mosse sull'arco dei dodici mesi, cioè per il periodo di tempo massimo entro il quale le previsioni economiche hanno un minimo di validità è almeno inconsueta in una fase in cui la maggior parte dei Governi sembra troppo preoccupata dei pericoli immediati e troppo poco impegnata a scongiurare il rischio di una depressione mondiale. Per questo, mentre prendiamo atto della disponibilità espressa da varie e qualificate parti verso politiche di austerità e verso il risanamento dei bilanci pubblici, ci auguriamo che essa non venga meno in relazione ai concreti provvedimenti attraverso cui tale austerità e tale risanamento dovranno realizzarsi. Né sottovalutiamo l'adesione anche del Gruppo comunista sulle scelte settoriali del programma di emergenza. Possiamo così confutare l'affermazione del senatore Perna che nel programma governativo si parta dall'ipotesi che l'unica manovra possibile sia quella monetaria e finanziaria. Queste manovre sarebbero davvero le uniche, ove l'economia e la società italiana fossero prive di capacità di reazione, ove mancasse ai sindacati la capacità di assumere il loro ruolo di autorità salariale che programma le rivendicazioni delle diverse categorie e le concilia con la politica economica del Governo, per impedire contraddizioni e contrapposizioni radicali che si scaricherebbero sull'occupazione, ove le imprese avessero perduto la capacità di conquistare nuovi mercati esteri ed ove, infine, le famiglie ed i produttori eludessero i programmi di contenimento dei consumi energetici e degli altri consumi ad alto contenuto di importazioni. Si è tanto lontani dall'affidarsi esclusivamente a manovre monetarie e fiscali che il programma governativo prevede, pur nel rispetto degli impegni internazionali, un'azione ricca ed articolata di interventi diretti sulle importazioni e sulle esportazioni. E ciò nella consapevolezza che bastano dieci-quindici milioni di maggiori esportazioni o di minori importazioni di beni o di minori trasferimenti di capitale all'estero per ridurre di una unità l'esercito dei disoccupati. Il senatore Branca ci muove appunto quando proponiamo anche di forzare le esportazioni, poiché, egli afferma, il commercio internazionale non potrà crescere quest'anno più del 4 per cento e quindi non potranno aumentare le nostre esportazioni di una percentuale maggiore. I mercati, a suo giudizio, sono già occupati da popoli più ricchi e più industrializzati di noi: tutta la manovra dovrebbe perciò pesare soltanto sul lato del rallentamento delle importazioni.
Ma questa proposizione è stata enunciata da altri nel momento in cui abbiamo dovuto introdurre misure restrittive e tende appunto a subordinare strettamente l'evoluzione del reddito nazionale alla politica di risanamento della bilancia dei pagamenti. Ora, l'intenzione del Governo è proprio, come ho detto, di uscire da questa alternativa secca tra l'obiettivo di garantire al massimo i livelli occupazionali e l'obiettivo di ricondurre in equilibrio i nostri conti con l'estero. Ma, forse, il senatore Branca intendeva suggerire ulteriori contenimenti diretti delle nostre importazioni con più drastiche misure autarchiche. Il Governo è molto prudente ad avviarsi su questa strada che colpirebbe presumibilmente soprattutto la produzione dei paesi emergenti e rischierebbe di creare una pericolosa soluzione di continuità nel processo di aggiornamento e di potenziamento della struttura produttiva nazionale sotto la continua sfida della concorrenza estera. Né, d'altra parte, sottostimiamo i pericoli di misure di ritorsione a cui siamo particolarmente esposti per la natura stessa delle nostre esportazioni, costituite non da materie prima, ma in gran parte da manufatti destinati a consumi non strettamente necessari. E non possiamo inoltre assumerci la responsabilità di spingere il mondo a ripercorrere, passo per passo, la tragedia degli anni trenta, quando, per sfuggire alla crisi, una frontiera dopo l'altra venne chiusa e nel nazionalismo commerciale si espresse il risvolto economico del più pericoloso e distruttivo nazionalismo politico. Certo, abbiamo dichiarato di essere disposti a ridurre le importazioni non necessarie ed in questo senso opereremo; ma non siamo così delusi sulla perdita di ritmo e di efficienza della nostra industria da dimenticare che in passato le nostre vendite all'estero sono cresciute ad un saggio doppio di quello del mercato mondiale.
Del resto la scelta tra agire sulle importazioni e sulle esportazioni non è senza conseguenza per il futuro sviluppo della produttività della nostra economia quindi sulla sua capacità di soddisfare la crescente domanda di benessere proveniente dalle classi popolari. In una situazione analoga, il professor Kaldor, uno dei maggiori esponenti della sinistra della scuola keynesiana, suggeriva al Governo inglese, proprio per questi motivi, una serie di misure dirette a rafforzare la capacità di esportazione di quel paese. Il senatore Branca invita anche a concentrare le disponibilità di credito sulle imprese che producono ed a vigilare che i prestiti siano effettivamente impiegati a rafforzare le strutture produttive e non invece dissipati in attività speculative. La preoccupazione costante delle autorità monetarie di rafforzare i canali del credito industriale, anche contenendo il credito ordinario, è infatti la sua stessa preoccupazione.
Un apporto di estrema importanza a questa discussione economica ha voluto dare, con un discorso ampio, teso, informatissimo, il senatore Saragat. La sua è una esperienza che viene da lontano e che assume risalto e prospettiva storica dalla consapevolezza delle tragiche conseguenze sulla vita dei popoli che ebbe la crisi economica degli anni trenta. Mi piace sottolineare con soddisfazione che la sua diagnosi della ambigua situazione economica attuale, sospesa come su di una lama di rasoio tra l'inflazione e la recessione, anzi oramai coinvolta in tutto l'arco dell'economia mondiale nell'una e nell'altra direzione, sia la stessa sottesa al discorso programmatico del Governo. E identiche sono le terapie che insistono da un lato su un momento di austerità dei bilanci pubblici e dei comportamenti degli individui e,dall'altro, sulla riscontrata necessità di porre già oggi mano ad azioni di sostegno in qualificati settori dell'economia nazionale. La stretta interdipendenza tra il vigore delle nostre istituzioni democratiche, condizione per ogni seria riforma sociale, e la capacità dell'economia di crescere e di uscire rapidamente dalla stasi della recessione, mostrano che nel pensiero di questo grande rappresentante della tradizione socialista italiana non vi è contraddizione alcuna tra gli impegni severi di una politica congiunturale ed il progetto di una società più giusta, più aperta alla domanda di eguaglianza in cui si esprime da un secolo il significato più profondo della battaglia socialista.
Anche il senatore Zuccalà ha espresso il consenso della sua parte politica al programma economico del Governo ed a lui possiamo assicurare che esso sarà attuato con ferma e convinta deliberazione. In esso non è certamente venuto meno il respiro strategico della politica di centro-sinistra: la concentrazione sulla riorganizzazione amministrativa per l'intervento pubblico in settori importanti del programma storico del centro-sinistra — casa, agricoltura, infrastrutture produttive pubbliche — ed in quello decisivo di una politica tributaria al livello delle nostre ambizioni riformistiche, mostra che anche il programma di emergenza si iscrive nei propositi ambiziosi dai quali è sorto l'accordo tra i quattro partiti. Il programma di governo su cui hanno concordato i partiti della maggioranza non prevede alcuna battuta di attesa sulla riforma sanitaria, anche se esso richiede che nella discussione siano tenuti presenti «gli sviluppi degli oneri finanziari ed i problemi della loro copertura, nonché la necessità di disegnare sistemi di decentramento nella amministrazione sanitaria che forniscano incentivi e sanzioni per l'impegno corretto delle risorse ed íl contenimento dei costi delle prestazioni».
Il senatore Brugger ed il senatore Fillietroz hanno dichiarato la loro fiducia al Governo con discorsi in cui si esprimeva una attenzione puntuale ai concreti problemi amministrativi derivanti da una lunga tradizione di buon governo locale. Il senatore Brugger ha anche richiamato le condizioni della finanza locale. In questo campo vi è sì un problema di finanziamento dei deficit e di adeguamento delle entrate al ritmo delle spese, sollecitato da una domanda sociale nel settore, che vede in tutto il mondo costi progressivamente crescenti, del complesso dei servizi legati alla crescita urbana; ma vi è anche un problema di efficienza e di rigore amministrativo. Nel programma comunicato ai quattro partiti della maggioranza si afferma che «il ricorso all'indebitamento per finanziare deficit correnti non può divenire una copertura dell'inefficienza degli amministratori e si deve programmare una sua graduale eliminazione. Solo pensando con serietà a tale vincolo si può portare poi attenzione al problema, egualmente delicato, di un eventuale consolidamento dell'esposizione debitoria globale degli enti locali, tema per il quale occorre un appropriato approfondimento».
Il senatore Brosio ha trovato una serie di affermazioni interessanti nella mia esposizione programmatica. Non è da oggi che considero essenziale al pieno spiegarsi della ricca realtà di una società pluralistica una economia non burocratizzata. Una vigorosa imprenditorialità nel quadro di un serio calcolo economico, sia essa pubblica o privata, è un fattore essenziale di crescita del nostro sistema produttivo. Non posso invece condividere le osservazioni del senatore Brosio sulle due leggi fondamentali che regolano l'intervento dei comuni in materia di aree fabbricabili, poiché non posso ritenere espressione di genuina imprenditorialità quell'abnorme confusione di profitto e di rendita su cui in passato si è autofinanziata tanta parte dell'edilizia nel nostro paese. In tutta Europa, come si è ripetuto in questi giorni nel convegno dei comuni europei, condizione per un sano sviluppo di questa industria e della politica della casa è una vasta disponibilità di aree fabbricabili municipalizzate offerte sul mercato a prezzi non speculativi, come è appunto obiettivo delle legge 167 e 865 garantire. E ferma intenzione del Governo accelerare l'attuazione di queste due leggi, apportandovi, se del caso, quelle correzioni che l'esperienza suggerisce.
Con stupore profondo, ho ascoltato l'intervento del senatore Nencioni e le sue fantasiose insinuazioni su presunti intrighi economici internazionali nella moda delle novelle di fantapolitica. Colgo, comunque, l'occasione del suo intervento per chiarire un punto, che peraltro ritenevo già sufficientemente esplicito nelle mie dichiarazioni. Il Governo non intende rovesciare la linea di politica economica seguita nei mesi scorsi con l'obiettivo primario di debellare l'inflazione, ma adattare ed integrare tale linea pragmaticamente alle mutevoli circostanze di un quadro economico profondamente dinamico: il controllo sulla creazione di base monetaria e sugli andamenti del saldo di cassa del Tesoro va mantenuto, in modo da opporre una resistenza di intensità crescente via via che prezzi e costi debordano e superano i livelli di guardia. Ma, nel contempo, bisogna continuamente verificare che il complesso dei flussi di credito attraverso cui si attua il finanziamento dell'economia, e non soltanto l'offerta di base monetaria, abbia l'evoluzione prevista.
Negli ultimi mesi la ridotta funzionalità dei mercati finanziari italiani ha limitato lo sviluppo del credito interno, nonostante che l'evoluzione degli aggregati monetari abbia seguito la strada prefissata. Di qui la possibilità di una ulteriore crescita degli impieghi bancari in sostituzione della minore intermediazione sui mercati finanziari, senza per questo abbandonare il grado desiderato di restrizione nella politica monetaria. Tale maggiore possibilità di credito da parte degli istituti bancari ritengo debba essere destinata al finanziamento delle esportazioni. Ma, oltre questa decisione per l'immediato, intendiamo preparare la fase successiva della nostra politica economica: i necessari provvedimenti correttivi dell'inflazione.
Prepararli fin d'ora, senza lasciarci sorprendere dagli eventi, è fatto di responsabilità, non manifestazione di lassismo e di finanza allegra. Peraltro questi tempi possono essere accelerati se, con provvedimenti diretti e con una continua azione di stimolo, di chiarimento, di persuasione da parte dei pubblici poteri, riusciremo a migliorare la bilancia dei pagamenti e ad ottenere la dinamica interna dei prezzi e dei redditi.
Assurde appaiono infine le preoccupazioni del senatore Nencioni circa le possibili conseguenze negative sulla produzione delle misure per il risparmio di energia: è questo un tema affrontato in tutti i paesi industriali, e gli studi finora condotti rafforzano la convinzione che sia possibile, a parità di produzione, ridurre sostanzialmente la quantità di energia impiegata. La modesta incidenza sui costi totali dei costi energetici in molti settori non fornisce incentivo sufficiente per indurre le imprese a concentrare sul problema risorse umane, tecniche e finanziarie adeguate: di qui l'opportunità di programmi comuni tra Governo e industria e di interventi pubblici per imporre una rapida diffusione di strumentazioni tecniche che riducano l'inefficienza negli impieghi energetici.
Ringrazio il senatore De Ponti delle interessanti e importanti osservazioni che ha fatto in materia tributaria. Al senatore De Ponti posso confermare la volontà di attuare la riforma tributaria e di rendere più efficiente l'applicazione, pur nelle estreme difficoltà di strutture e di mezzi nelle quali l'amministrazione tributaria si trova, le quali limitano gravemente le nostre possibilità di agire. Come ho detto nelle mie dichiarazioni, e ringrazio il senatore De Ponti di averlo sottolineato, si deve evitare di cadere nell'illusione che imposizioni straordinarie possano riparare l'insufficienza delle imposizioni ordinarie. Al contrario, esse ne aggraverebbero i mali, perché determinerebbero più gravi i problemi dell'amministrazione, senza per altro verso dare il gettito sperato.
Il senatore De Ponti ha anche richiamato l'attenzione su due punti specifici. Il primo è costituito dal notevole inasprimento delle aliquote reali che consegue alla perdita di valore della moneta e al fatto che redditi di invariata capacità di acquisto vengono espressi in ammontare monetario più elevato e incorrono quindi nelle più aspre aliquote della progressività. Il secondo è costituito dal fatto che gli ammortamenti dei beni patrimoniali delle aziende commisurati sui costi storici dei beni non corrispondono all'effettivo costo sostenuto nell'esercizio in cui l'ammortamento ha luogo e soprattutto non corrispondono ai valori di riacquisto dei beni strumentali, con conseguente impoverimento delle imprese.
Mi permetto di richiamare l'attenzione del senatore De Ponti sul fatto che già nelle mie comunicazioni programmatiche ho esplicitamente dichiarato che si dovrà tener conto anche dell'avvenuto mutamento nel potere di acquisto della lira. Con ciò intendevo riferirmi ai problemi sollevati dal senatore De Ponti, il primo dei quali del resto ha formato oggetto di considerazione anche in un disegno di legge di iniziativa parlamentare presentato alla Camera.
Posso assicurare il senatore De Ponti che tutta la materia forma oggetto di attenzione, anche se essa è complessa e va vista sotto altri aspetti oltre quello da lui considerato e cioè valutando tutti i riflessi che la perdita di valore della moneta ha avuto sulle diverse categorie sociali e valutando le esigenze delle entrate fiscali, anche come strumento di limitazione del potere di acquisto. Penso quindi che la soluzione di questi problemi non possa essere immediata, né molto vicina, anche se alcune proposte potranno venire presentate senza troppo rinvio.
I vari aspetti della politica agricola comune, senatore Perna, sono oggetto di esame da parte degli Stati membri e degli organi comunitari, che si sono impegnati a completare entro il prossimo febbraio un inventario di tale politica, in funzione degli obiettivi fissati dall'articolo 39 del trattato di Roma, che riguardano principalmente la garanzia di un equo tenore di vita alla popolazione agricola, l'incremento della produttività ed il mantenimento di prezzi ragionevoli per i consumatori.
Nella realizzazione di tali obiettivi, occorre tener presente la particolare struttura sociale e le disparità strutturali e naturali fra le diverse regioni agricole.
In tale prospettiva riteniamo che vada rafforzata la politica delle strutture agricole, finora troppo timidamente avviata, e che si proceda ad adeguamenti della politica dei prezzi, in attesa che si facciano sentire gli effetti della politica delle strutture.
Comunque, l'evoluzione della politica agricola non può essere vista isolatamente, ma va collocata nel contesto dell'avvio delle altre politiche strutturali della Comunità, come la regionale, la sociale e l'industriale.
Sono d'accordo con il senatore Cifarelli sulla necessità di cogliere tutte le occasioni che si presentino sulla via della costruzione europea, con spirito pragmatico ma con lucida visione dell'obiettivo da raggiungere. Desidero assicurarlo che da parte italiana nessuna iniziativa sarà tralasciata perché, pur nelle difficoltà proprie del nostro paese e in quelle della Comunità, il processo della unificazione del nostro continente sia portato innanzi e l'Italia vi contribuisca con piena e convinta partecipazione.
Il senatore Artieri si è posto l'interrogativo se esista una concreta, intelligente politica araba dell'Italia. In merito varrebbe ricordare che l'impostazione della politica estera italiana è stata sempre coerente e che essa tende innanzitutto alla pace: una pace che sarà possibile conseguire solo su una base di giustizia.
Di qui la nostra comprensione per le istanze arabe, di qui anche la nostra fermezza nell'insistere sul fondamentale principio che non venga messa in discussione la esistenza e l'integrità di tutti gli Stati dell'area medio-orientale, ivi incluso Israele, entro frontiere sicure e riconosciute.
I paesi arabi ci hanno ripetutamente dato atto della nostra politica di apertura e di amicizia, conforme del resto alla nostra stessa posizione geografica ed alle nostre tradizioni.
Israele, analogamente, ci ha dato atto del nostro conseguente atteggiamento ogni qualvolta si sia voluto mettere in dubbio il suo diritto come membro della comunità internazionale. Così è avvenuto, senatore Cifarelli, benché senza successo, in occasione di voti in seno all'UNESCO, là dove le decisioni assumono il carattere di sanzione che esorbita dalla competenza dell'istituzione.
La questione della presenza di una nave appoggio americana alla Maddalena è stata più volte ed ampiamente discussa in Parlamento, ove il Governo ha fornito ogni chiarimento.
In risposta al senatore Branca mi limiterò quindi a rammentare la necessità di assicurare un valido e stabile equilibrio di forze nel Mediterraneo e le conseguenti esigenze di difesa che si pongono al nostro paese ed agli altri paesi alleati. A tali esigenze non possiamo provvedere da soli. In questo spirito ed in considerazione delle esigenze della sicurezza, premessa indispensabile per il mantenimento della pace, il Governo ha consentito allo stanziamento alla Maddalena di una nave appoggio americana.
Non si tratta comunque di una base statunitense, ma soltanto di una nave appoggio. Correttamente il senatore Branca ha rilevato che non si tratta di una base NATO: l'intesa italo-americana, tuttavia, è stata raggiunta sul piano bilaterale nel quadro ed in adempimento dell'articolo 3 del trattato nord-atlantico che stabilisce «che le parti contraenti si presteranno reciproca assistenza alla scopo di accrescere le capacità di resistenza individuali e collettive ad un attacco armato». Tale è infatti il fine delle intese operative di mutua assistenza concordate con gli alleati — nello spirito dell'articolo 3 — sin dalla nostra accessione al patto, fine limitato e difensivo che si rispecchia ugualmente nella decisione del Governo relativa alla presenza della nave appoggio americana alla Maddalena.
Restando intatto l'aspetto difensivo dell'alleanza, desidero assicurare il senatore Perna ed altri oratori che su questa solida base si svolge e continuerà a svolgersi un'intensa ed efficace opera del Governo italiano in favore della distensione e della pace in ogni settore, così come lo stesso senatore Perna ha voluto per alcuni aspetti riconoscere.
Vorrei fare infine alcuni rilievi sulle forze politiche, nelle quali posizioni corrette sono state espresse dagli oratori di maggioranza, il presidente Saragat ed i senatori Bartolomei, Zuccalà, Cifarelli e Brugger. Ma all'esterno non sono mancate incomprensioni. Così il senatore Nencioni, che ha irrimediabilmente distorto il senso del mio discorso, del quale comunque a me basta resti chiara la divergenza di fondo tra il Governo e il MSI-Destra nazionale. Da parte liberale, sia pure in una esposizione pacata e responsabile, si è preso atto del significato e dei limiti, per le due parti, della non opposizione pregiudiziale dei liberali di fronte a questo Governo. Ma il senatore Premoli mi ha fatto addebito di un rilievo che a mio parere definiva positivamente la fisionomia dei liberali sul piano dei partiti democratici ed antifascisti e cioè la circostanza che esso ha sempre resistito alla suggestione della grande destra totalitaria, nella quale lo si voleva attrarre. (Commenti dall'estrema destra). Il senatore Premoli vede questa come accusa di possibile cedimento liberale verso il totalitarismo fascista; io l'ho visto e detto in un altro significato e cioè come l'assunzione di un atteggiamento che dà titolo al Partito liberale italiano ad una particolare considerazione. E con ciò credo chiuso il piccolo incidente d'incomprensione. Resta il fatto della collocazione responsabile che il Partito liberale assume, restando però fuori, com'è ben chiaro, dalla logica del centro-sinistra. In questo senso non vi sono novità che possano intaccare la fisionomia politica della maggioranza, la quale resta definita nell'immediato e nell'obiettivo verso il quale muove da un diverso contesto di partiti. Ciò non vuol dire naturalmente che un consenso o non dissenso liberale, su determinati punti del programma, non possa essere vantaggioso. E penso in questo momento anche alla progettata revisione del Concordato.
Non raccolgo, benché li abbia ascoltati con il rispetto che si deve ad ogni senatore, i rilievi critici, in chiave di ironia del senatore Plebe e di sdegno del senatore Nencioni. La maggiore e migliore opinione pubblica ha accolto come un fatto di chiarezza e responsabilità le mie osservazioni sui rapporti con il Partito comunista ed il cosiddetto compromesso storico. Io accenno al fatto che il Governo resta Governo con la sua impostazione politica e programmatica ed il Partito comunista opposizione nella sua propria funzione. E questa non è una constatazione lapalissiana, ma ricca del contenuto implicito, ma chiaro alla luce del dibattito politico generale, di intuizioni e propositi propri dell'uno e dell'altro e che condizionano l'assunzione rispettivamente dei compiti di governo e di quelli d'opposizione. Ma, nella mia posizione, non vi è solo una implicita, ma anche una esplicita differenziazione, là dove si parla della diversità, della grande diversità che separa la coalizione di centro-sinistra dal Partito comunista. E ciò non sulla base di singole posizioni, ma avendo riguardo a quell'insieme coerente che lega la politica interna, quella economico-sociale e quella internazionale. La convergenza, più o meno compiuta, su di un punto non vale, quand'anche la si riscontri. Occorre vi sia una intesa compiuta in tutto l'arco delle intuizioni politiche. E troppo evidente che essa non esiste e che non si vede se e quando una simile evoluzione si possa compiere. Lascio all'indubbia finezza intellettuale del senatore Perna di stabilire se una simile diversità possa essere considerata di principio o pregiudiziale, ovvero semplicemente politica. La diversità è un fatto rilevante, per quanto riguarda i partiti impegnati nel Governo, dà norma di comportamento e concorre a definire la ratio essendi di quella che ho chiamato la piccola coalizione. Né vale fare richiamo alla convergenza necessaria delle grandi forze popolari, le quali hanno voluto la Costituzione, e non possono considerarsi estranee, quando si tratti di definire gli orientamenti di fondo, le linee di sviluppo del paese che toccano non solo il presente, ma l'avvenire. Perché, soprattutto in siffatte materie, una reciproca attenzione, alla luce del sole, è possibile e desiderabile. Se il modo di essere in quanto alternativa della democrazia italiana può rendere insoddisfatto il Partito comunista italiano, il suo modo di essere come confronto dischiude la possibilità, già del resto sperimentata, di una serena verifica di opinioni, quando si tratti di fatti costituzionali o sociali di rilevante importanza. Del resto, in tema di confronto, siamo andati anche più avanti e la difficoltà propria della democrazia italiana non può essere chiamata in causa, per sancire l'estraneità di una parte rilevante del paese, là dove si decidono cose di rilievo e soprattutto dei suo destino avvenire.
Onorevole Presidente, onorevoli senatori, ho concluso il mio discorso di presentazione in Parlamento con alcune considerazioni sofferte e sincere. Come tali esse sono state in generale accolte qui e fuori con rispetto e con qualche favorevole reazione. Le richiamo oggi, senza che esse altro significhino che la comunicazione della mia emozione, della mia preoccupazione e della mia speranza. Credo che il giudizio più deformante su di esse sia quello espresso da destra con l'aperta accusa di volere così scaricare sul popolo italiano la responsabilità della gestione fallimentare del potere. E, con altro stile, una accusa è anche nel discorso del senatore Perna, quasi che ciò che ho detto valga ad alleviare od eliminare le responsabilità della Democrazia cristiana nella sua più che ventennale gestione del potere. Niente era ed è più lontano dal mio spirito che un siffatto rimbalzo di responsabilità. Se sono stato severo, lo sono stato in prima linea con la classe politica, il mio partito, me medesimo. La verità è che come non si può attendere tutto dal paese che ha assoluto bisogno di essere guidato, così non si può attendere tutto dalla direzione politica, che deve trovare, come condizione della sua efficacia, una comprensione ed una reazione adeguate.
È vero che il paese corre più veloce, in un mondo in rapido e completo mutamento, che non riescano a fare Governo, Parlamento ed istituzioni politiche, e ciò mentre sentiamo lo stimolo di una vita internazionale aperta e di una comunità europea senza frontiere. E vero che l'Italia cresce e mal si adatta agli schemi angusti del passato. Ma sarebbe troppo poco fermarsi qui, a questa constatazione. Proprio perché il divario è così grande, bisogna darsi da fare per colmare il fossato che ci separa; prima che diventi un incolmabile abisso. E perciò la mia richiesta non è di mettere in stato di accusa il nostro paese, che amo nella sua intensa bellezza e nella sua straordinaria vitalità, ma di impegnarsi, tutti, in modo che in un'armonia feconda sia scongiurata la decadenza, siano affrontate le sfide del nostro tempo, sia assicurato al nostro popolo nella concordia di intenti propria delle ore difficili, il suo avvenire di libertà, di benessere e di pace. (Vivissimi applausi dal centro, dal centro-sinistra e dalla sinistra. Molte congratulazioni).

On. Aldo Moro
Senato della Repubblica
Roma, 5 dicembre 1974

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 5 dicembre 1974)


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