LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LE DIMISSIONI DI FANFANI: RELAZIONE DI AMINTORE FANFANI AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 19 luglio 1975)

Dopo il terromoto politico causato dalle elezioni amministrative del 15 giugno 1975, ed il significativo spostamento a sinistra dell'elettorato, il Consiglio nazionale della DC si riunisce dal 19 al 23 luglio 1975 per esaminare la nuova situazione politica. La resa dei conti all'interno della DC avviene proprio in questo Consiglio nazionale. Si riporta di seguito la relazione del Segretario politico della DC, Amintore Fanfani.

* * *

1. Rinnovarsi con metodo corretto

Il dialogo cominciato prima del XII Congresso, e intensificato nel Consiglio Nazionale del luglio '74, è stato ripreso in queste ultime settimane, con particolare attenzione alla necessità di aggiornare programmi e linee di azione, rinnovando metodi e uomini.
Ho sempre creduto che l'età, l'invito unanime fattomi in occasione del Congresso, ed il mandato conferitomi due anni fa da questo Consiglio Nazionale mi sollecitassero ad operare in tal senso. Per cooperare a soddisfare la domanda del cambiamento non ho cercato settori a me estranei in cui operarlo. Ho anzi riflettuto come operare nei settori di mia personale presenza per favorire il mutamento in modo corretto. Sono arrivato alla conclusione che il nostro comune discorso dovesse osservare la regola fondamentale, che gli eletti da una assemblea ad essa rispondono, ad essa riferiscono, di essa attendono il giudizio.
Al non rispetto di questa regola nella vita dello Stato molti fanno risalire il male della partitocrazia e quello della pratica di oscure manovre non di alta ispirazione ideale, e comunque di dubbiosa lealtà democratica. Il non rispetto di questa regola in seno ai partiti ha incoraggiato la correntocrazia. Nello Stato e nei partiti il non rispetto di quella regola ha impedito ai cittadini ed agli aderenti di seguire, intendere, condividere mutamenti, forse anche opportuni, ma non sempre chiari.
Quale sincero fautore dell'esigenza di mutare, non dimenticando tutto ciò, ho cercato di riportare il nostro comportamento al rispetto della buona regola.
Solo il rispetto di una corretta metodologia mi ha condotto davanti al Consiglio che mi ha eletto, non anticipando le sue libere decisioni, ma attendendole, quale conseguenza di un aperto esame per la scelta di aggiornamenti e degli attuatori di essi, in conformità della linea di fondo che il XII Congresso decise e che solo un nuovo Congresso può mutare.
Sono sicuro che questa spiegazione darà soddisfazione a quanti credono sul serio che occorra procedere a mutamenti, partendo però da quelli di metodo, al fine di accertare, senza inquinamenti personalistici, i necessari mutamenti di idee, in conseguenza scegliendo gli uomini adatti a renderli operativi ed efficaci.
Sgomberato il campo dagli equivoci può ora serenamente iniziarsi l'esame della situazione politica e di quella di partito di fronte alle quali ci troviamo.

2. Mutamenti sociali e voto del 15 giugno

La relazione al Consiglio Nazionale del luglio '74 esordì rifacendosi alla crisi generale della società. Dai testi dell'ampio dibattito seguitone, risulta una vasta ed articolata indicazione delle cause della crisi. Esse hanno continuato ad operare, nel mondo e da noi: parzialmente fronteggiate da interventi di varia natura ed origine. Per quanto riguarda l'Italia il voto del 15 giugno prova in modo eloquente che la crisi della società continua a svilupparsi.
La relazione fatta alla Direzione del 19 giugno segnalò alcune delle specifiche cause del grave voto di cinque giorni prima, pur rifacendosi sempre alle cause generali e di fondo segnalate in questo Consiglio Nazionale un anno fa. Alcuni hanno voluto interpretarla maliziosamente come un elenco di accuse con qualche scusa. Però gli interpreti del primo momento ed anche quelli degli ultimi giorni non hanno tolto significato a quelle notazioni. L'elenco non conteneva accuse, ricordava succintamente fatti inoppugnabili. Aveva il difetto della incompiutezza. Essa era voluta per non creare danni al partito, elencando anche in qualche occasione, come in altre precedenti di grave impegno, le inadempienze, il riserbo, l'inattività, le malcelate attese. Cose tutte non commendevoli, largamente ripagate dal generoso impegno di moltissimi candidati, dirigenti, parlamentari, governanti, iscritti ed elettori, specie giovani, che hanno recato alla battaglia comune un contributo decisivo. Quanto sia stato efficace segnala il confronto tra le perdite previste, almeno superiori al 5%, e le perdite effettive risultate pari alla metà di quelle.

3. Aumento del PCI e parziale recupero della DC

Ad ogni candidato fu rivolto l'invito a concorrere a procurare alle liste nostre almeno 100 voti, per conseguire un risultato complessivamente soddisfacente. L'invito è stato accolto, sono stati 120.000 i nostri candidati e 13 milioni 365.000 i voti ottenuti dalla DC.
Perché non fu possibile un miglior risultato? E perché il PCI ebbe un aumento di voti, maggiore di quello da tutti previsto?
Per quanto mi compete mi rifaccio alla spiegazione offerta nella Direzione del 19 giugno. In quella sede vi fu chi spiegò l'aumento elettorale del PCI ed il parziale recupero della DC, con il fatto che il nostro appello a difendere la libertà non trovò molto ascolto, mentre fu accolto con simpatia l'appello del PCI a pretendere più consistente progresso e maggiore giustizia sociale.
Per esattezza va detto che il 60% degli elettori (votando per la DC e per gli altri partiti democratici, ma non votando per i partiti dell'estrema sinistra e dell'estrema destra) mostrò di persistere ad incoraggiare la difesa della libertà. Mentre circa la metà di quel 60% (non votando per la DC e votando invece per gli altri partiti democratici) sottolineò (insieme agli elettori dell'estrema destra e dell'estrema sinistra), che il modo di promuovere il progresso e la giustizia sociale, sotto la guida della DC, non era apprezzabile. E per la verità, in questa delicata materia anche tra i votanti per la DC non mancarono riserve.
Se ciò è vero – come ai più attenti osservatori pare vero – si può concludere che il 15 giugno il 60% degli elettori, votando DC, PSI, PSDI, PRI, PLI, dette il primo posto alla difesa della libertà; ma il 60% degli elettori, votando PSI, PSDI, PRI, PLI, PCI MSI-DN, criticò parzialmente o non approvò del tutto il tipo di progresso di giustizia sociale che anche la DC aveva concorso a promuovere. E la critica non sempre fu fatta da un punto di vista di accentuato sinistrismo, ma talora – anche da parte comunista – dal punto di vista di un prudente moderatismo. Il che ha consentito a Gonella di dire che il voto del 15 giugno inclina a destra più di quanto i simboli delle liste votate rivelino.
Sui problemi della tutela della libertà, da esse in modo diverso proposti, l'estrema sinistra e l'estrema destra non raccolsero più del 40%. Mentre sullo stesso argomento le tesi dei partiti democratici risultarono in maggioranza col 60% dei voti.
Sui problemi della promozione del progresso della giustizia sociale oltre il 60% degli elettori – comprensivo dei partiti democratici e delle estreme opposte – si dichiarò insoddisfatto, lasciando isolata la Democrazia Cristiana. Non perché essa ed i suoi elettori non avessero acuta sensibilità per quei problemi, ma perché la DC ed i suoi elettori ritennero che in questo particolare momento i problemi della libertà facessero premio.
Non è per ciò vero che l'appello della DC a difendere la libertà da ogni minaccia, non abbia conseguito la maggioranza dei consensi. Tuttavia è vero che parte di coloro che hanno votato per quell'appello ha contemporaneamente votato contro la DC sui problemi del progresso e della giustizia sociale. E lo hanno fatto talore per fondate ragioni, talora per impulsi emotivi, spesso non essendo giusti verso la DC e non sempre avendo la consapevolezza di recare un premio insperato al PCI. Questo è il senso essenziale del voto del 15 giugno. A questo senso occorre rifarsi per capire e per agire.
La prima prova che abbiamo capito dobbiamo darla con una sincera parola di gratitudine agli italiani che hanno ancora votato per la DC. Sono milioni di umili cittadini, fieri d'aver con noi partecipato a rendere grandi servizi all'Italia e fiduciosi che, correggendo i suoi difetti, il partito dello scudo crociato saprà restare valido baluardo della libertà e deciso promotore del progresso di tutto il popolo italiano.

4. Linea politica democristiana e voto del 15 giugno

E' possibile una definizione della linea politica auspicata dalla maggioranza pur composta degli elettori del 15 giugno? La risposta è affermativa, ed è apportatrice di qualche speranza di efficace difesa dal pericolo di una definitiva supremazia comunista.
La complessa linea politica auspicata dagli elettori del 15 giugno si articola in due parti. Esiste una maggioranza consistente degli italiani che crede senza riserve né tattiche né strategiche nella regola della libertà, e quindi nel sistema democratico pluralista antitotalitario. Questa maggioranza ha reso esplicite le sue richieste: il principio della libertà deve permanere regola fondamentale del nostro ordinamento; la regola della libertà deve essere difesa: dalle reviviscenze del fascismo; dagli attacchi, ormai molto consistenti, del comunismo; da insidie esterne di ordine internazionale. La regola della libertà deve essere fatta rispettare da quanti turbano la pace e l'ordine pubblico, con violenze di diversa origine, specie e finalità; la regola della libertà non deve subire mortificazioni nei campi della manifestazione dei propri ideali, del lavoro e dell'attività economica, della scuola, dell'informazione; infine la regola della libertà deve essere fatta apprezzare da tutti i cittadini con la appropriata, corretta, tempestiva, efficace funzionalità dello Stato e delle singole amministrazioni ed enti da esso controllati.
Il primo aspetto della linea politica, auspicata dalla maggioranza dei cittadini, si connette con il secondo aspetto. Però esso è auspicato da una maggioranza dei cittadini diversa dalla prima. Partecipano infatti a formarla: in modo polemico esplicito, anche se non sempre memore delle responsabilità dei loro partiti, gli elettori del PSI, PSDI, PRI, PLI; in modo duro ed anche ingiusto gli elettori del PCI e del MSI-DN; infine, votando con riserve di vario genere il secondo aspetto della linea politica è preso in considerazione anche da parte degli elettori della DC. Questo secondo aspetto della linea politica auspicata dai più non riguarda la regola della libertà ma quella del “buon governo”, cioè della funzionalità dello Stato, rapportata la raggiungimento di obiettivi di progresso, civile, economico, sociale.
L'esame attento dei risultati complessivi del voto del 15 giugno, e quello dei risultati differenziati per territorio o per altre qualificazioni, ora in modo esplicito, ora in modo ipotetico porta a concludere che la DC, oltre che in seno a certi settori dei ceti medi, ha subito diminuzione di consensi nel mondo del lavoro.
Errano coloro che ritengono questo processo essersi verificato nel corso della campagna elettorale o negli ultimi anni. Esso è cominciato ben prima. Si preannuncia già dal 1962. Da quell'anno infatti fino al 1971 – come ci insegna Radi nell'ultimo suo libro – il numero degli operai iscritti alla DC scese dal 16,7% al 13,6%, quello dei braccianti dal 10,8% al 3,5%, quello dei coltivatori diretti dal 12,1% al 10,6%. Quindi la quota dei nostri iscritti operai, braccianti, coltivatori diretti scese complessivamente dal 33,6% al 27,7%. Chi badò a questo preoccupante sintomo?
Certamente la DC ha recuperato al centro. Ma anche questo processo è anteriore al 15 giugno. Anch'esso si preannunciava dal 1962. Infatti dal 1962 al 1971 la percentuale dei pensionati iscritti alla DC salì dal 5,3% al 7%, e quella dei pubblici impiegati dall'11,1% al 12,7%. Complessivamente la componente dei pubblici impiegati e dei pensionati, nostri iscritti, dalì dal 16,5% al 19,7%. Chi si preoccupò dell'evidente ed allarmante preavviso di trasformazioni in corso tra i nostri iscritti, che avrebbe sicuramente portato a trasformazioni del nostro elettorato?
Sarà un caso, ma sta il fatto che la perdita a sinistra della DC è stimata tra il 5 e il 6%, ed il recupero a destra di circa il 2,5%. Ora il calo dei lavoratori iscritti alla DC nel 1971 rispetto al 1962 fu del 5,9%, l'aumento degli impiegati e dei pensionati iscritti alla DC nello stesso tempo fu del 3,2%. Tenendo presenti le due concomitanti tendenze si comprende come la contrazione della fascia elettorale a sinistra e l'espansione della fascia elettorale a destra non è stata nel 1972 il prodotto della strategia del Segretario Forlani e nel 1975 quella del Segretario Fanfani. Fu la conseguenza di precedenti trasformazioni non percepite in tempo, ma che, infine avvertite, obbligarono in fase di dialogo elettorale al rispetto delle motivazioni medesime. I Segretari politici del '72 e del '75 non cercarono voti a destra: tentarono di mantenere compatte le precedenti adesioni alla DC malgrado le trasformazioni subite.
Attenti quindi a non imputare le conseguenze di precedenti situazioni ai medici chiamati nel momento dell'urgenza estrema.

5. Nuovi rischi per la libertà ed esigenza della sua strenua difesa

Il fatale esaurirsi di voti di ceti propensi alla moderazione ed il pericoloso sviamento di nuovi voti a sinistra impongono che si passi senza dilazioni dalle cogitazioni urgenti del momento elettorale ad una sempre più seria, metodica ed intensa ripresa di permanenti contatti con l'intero corpo elettorale e specialmente con i settori che ci caratterizzano come partito popolare.
I fatti ricordati dimostrano come la perdita delle adesioni formali anticipa la perdita dei consensi elettorali. Di conseguenza il contatto permanente con i cittadini deve prevenire il dialogo elettorale con essi. Un partito elettoralmente presente non basta, se non è stato antecedentemente un partito aperto sui problemi del Paese e sui problemi dei ceti al cui voto si ambisce. Il PCI che aveva bisogno di consensi tra i cattolici ha cercato di dialogare con essi; ed avendo bisogno dei voti dei ceti medi si è trasformato in partito interclassista. La DC credendo di avere indelebile consenso dei cattolici e dei ceti medi non li ha curati quanto sarebbe stato necessario.
Da ciò l'imperativo di ristabilire, con tutti i cittadini e soprattutto con coloro al cui consenso aspiriamo, contatti di idee nel dialogo culturale e politico, contatti per adeguare alle loro attese le nostre decisioni, contatti per trarre giovamento delle loro critiche, contatti per informarli ed orientarli sulla nostra azione e sulle nostre scelte. Ed affinché i contatti diano i rianimatori frutti sperati occorre che la Democrazia Cristiana, attingendo al proprio permanente patrimonio ideale, riflettendo sui mutamenti continui della società, considerando le attese dell'elettorato, prendendo atto dei risultati del confronto tra le proposte delle varie forze culturali politiche e sociali, in questa fase storica aggiorni i propri programmi in vista della risoluzione dei problemi aperti e per recuperare consensi a se stessa e ridurre quelli degli avversari.
Convinti del già grave senso del voto del 15 giugno, non dobbiamo ripudiare la linea politica che ci ha portato in difficili condizioni ad avere in una elezione non politica la sinora massima somma di 12.365.000 voti. Però dobbiamo aggiornare quegli aspetti della linea politica e del modo di gestirla in sede governativa – anche per contraddizioni di qualcuno dei nostri alleati – che sono stati oggetto di pesanti critiche. Le manchevolezze in tal campo ci hanno portato alla diminuzione della percentuale di voti rispetto a quella delle elezioni regionali del 1970.
Il congiunto esame del duplice aspetto essenziale dei risultati ottenuti porta a concludere che non è stata sbagliata la linea con la quale il Consiglio Nazionale ci dette mandato di presentarci agli elettori; ma che non potevano essere riparati, in poche settimane di dialogo, i guasti prodotti per anni ed anni dalla applicazione di una linea giusta nella ispirazione e nel fondo, ma non sempre efficace nei risultati.
Queste cose devono essere dette non per ribaltamento di responsabilità, ma quale contributo alla identificazione dei mutamenti opportuni di linea, azione, uomini.
I ischi per il sistema democratico e per la regola della libertà sono evidentemente aumentati. In sede nazionale pochi punti ci separano dal più forte partito di opposizione; pochi punti separano una ipotetica maggioranza di sinistra, chiaramente dominata dal partito comunista, dalla tradizionale alleanza dei partiti democratici. Si osserva da alcuni che tale piccolo divario dipende da una confusa protesta degli elettori, priva di preoccupazioni ideologiche o di motivazioni politiche. Ma anche per questo la DC deve ribadire, applicare, illustrare con estrema chiarezza la propria linea basata sulla strenua difesa della libertà e del sistema democratico, contro tutte le aperte minacce del neo-fascismo e contro le sottintese e soltanto differite minacce del comunismo.
Ci è stato rimproverato di avere parlato troppo di Portogallo. Ma la sequenza degli avvenimenti e l'accentuata progressiva gravità delle decisioni dei generali filo-comunisti e dei comunisti pro-generali dà ragione a noi, non ai minimizzatori democristiani e socialisti, né ai cavillatori comunisti, atleticamente sospesi tra le idee di Mosca e quelle che dicono essere le loro nuove idee. Ormai si affretta a Lisbona il completo passaggio della pluralità delle fonti di informazione, della organizzazione sindacale, della presenza dei partiti, al monolitismo delle informazioni tutte di Stato, del sindacato unico, dell'organizzazione politica unica.
Furono detti dai nostri avversari – e riecheggiati in casa nostra – vecchi e superati, anzi quarantotteschi, i ricordi degli inscindibili legami tra ideologia leninista e la tattica mutevole e la strategia permanente del Partito comunista in Italia ed in ogni Paese del mondo. Tardi, dopo il 15 giugno, dichiarazioni di esperti d'ogni partito anche comunista, e documenti anche d'origine comunista, hanno confermato che quella da noi ricordata è una dura realtà e una preoccupante prospettiva. E' una colpa mascherare questa verità. E' un dovere richiamare ad essa: quanti accordano credibilità al volto umano del comunismo; quanti ritengono i comunisti possibili promotori di moderate politiche ispirate al rispetto della libertà nella promozione dell'attività economica o nell'esercizio e nella difesa dei diritti propri d'ogni persona umana. Siamo in presenza di concittadini che non vogliono ricordare la storia di ieri, né credere alla cronaca di oggi, per lasciarsi cullare da speranze, sinora garantite soltanto da parole.
Da tutto ciò non riesce indebolita la ferma contrapposizione della DC al comunismo ribadita dai deliberati del Congresso, del Consiglio Nazionale, della Direzione. Ora si accentua invece il dovere di rafforzare, esprimendola senza riserve, senza attenuazioni, senza compiacenti ammiccamenti, né al centro né alla periferia, né per partecipare noi al potere delle giunte frontiste, né per far partecipare i comunisti al potere delle giunte non frontiste.
Solo rinforzando la sua strenua difesa della libertà la DC potrà mantenere fede agli impegni assunti con i dodici milioni e mezzo degli italiani che l'hanno votata. Ed il vedere il partito della Democrazia Cristiana ancora presente e cooperante con tutte le altre forze democratiche nella difesa della libertà, ravviverà la speranza anche degli italiani che, per ragioni diverse, non ci hanno votato. Confermando il suo impegno di concorrere ancora alla difesa della libertà la DC fornisce un impulso ad agire a tutti i cittadini che vogliono rianimare la nostra vita culturale, politica ed economica e a tutti gli amici stranieri che in questo momento difficile possono concretamente solidarizzare con l'Italia.
Proprio il richiamo ai popoli che pienamente godono la libertà rievoca una delle domande stringenti che anche durante la campagna elettorale, e dopo di essa nelle stesse sedute della nostra Direzione, è stata formulata. A cosa serve la libertà, se poi tutti i cittadini non hanno modo di godere i frutti del buon uso di essa?
Il dialogo pre-elettorale, quello elettorale, quello post-elettorale, interno ed esterno al Partito, avverte qual peso quella domanda abbia avuto nel trapasso di voti dalla DC ad altri partiti, specie di sinistra. Per non perdere i voti ricevuti, per non farne perdere ad altri partiti democratici, dobbiamo insistere sul primo dei nostri permanenti impegni, quello della difesa della libertà. Però per recuperare i voti perduti e non perderne altri dobbiamo correggere molte cose sui fini, sui metodi, sui tempi, sui mezzi, sul controllo dell'azione di governo che vogliamo continuare a guidare per mandato degli elettori, non smentito, seppure indebolito, dal voto del 15 giugno.

6. “Buon governo”: politica e tecnica della programmazione

Quali sono in concreto i frutti della libertà che i cittadini aspirano a meglio godere? Rispondendo a questa domanda la DC definirà le correzioni del passato, le novità del presente, il cammino verso il futuro che intende fare. Così sarà realizzato quel “buon governo” della cosa comune, dalle manchevolezze del quale è anche dipesa la fuga dei voti quale è stata e quale potrebbe divenire. La persistente difesa della libertà deve essere il primo nostro impegno: la promozione del “buon governo” è il secondo. Il mantenimento dei due impegni, darà la possibilità a tutti gli italiani di continuare a vivere liberi, godendo i buoni frutti della libertà.
Non bisogna lasciar credere che sia stata priva di benemerenza la lunga opera di governo svolta da Leone, Moro, Rumor, Colombo, Andreotti ed ancora da Rumor e da Moro.
Però si deve riconoscere che una delle cause delle difficoltà da loro incontrate è stata la fiducia eccessiva di certi loro collaboratori in una programmazione non ben definita. I fanatici della parola magica dimenticarono di accertare la natura strumentale della cosa da essi indicata. Per ciò non si premise all'avvio della programmazione una esauriente intesa in sede di Governo ed un approfondito esame in sede parlamentare dei “valori civili”, e cioè degli obiettivi di fondo da perseguire. Solo dopo, richiedendo ai tecnici l'indicazione delle vie, dei mezzi, dei tempi necessari per raggiungerli, utilizzando all'uopo, senza sprechi, le energie naturali, le capacità umane, le risorse accumulate, le nuove invenzioni, la congiuntura, le solidarietà internazionali. Così si inseguirono i sogni, finiti col duro risveglio della crisi economica e del voto del 15 giugno 1975.
Bisogna mutare ! Certo, ricominciando con altri criteri e da altre premesse. Il “buon governo”, necessario a far godere a tutti i cittadini della libertà, impone prima di tutto l'abbandono di sterili evocazioni liturgiche della parola “programmazione”.
Il “buon governo” invita a definire concordemente in sede politica i “valori civili”, per soddisfare i quali la programmazione deve indicare vie, tempi, tecniche, e fornire mezzi sul modo di far ciò, non dimenticando l'importanza della connessione tra valori di scambio e valori d'uso, nonché la riduzione della propensione consumistica nel quadro delle esigenze di un veramente umano ed economico sviluppo.
I tecnici daranno i suggerimenti utili. Tra essi i governanti sceglieranno quelli compatibili con le priorità che la situazione impone e con la gradualità che la situazione consente. Al Parlamento sarà chiesta dal Governo l'autorizzazione a svolgere i quadro generale del programma, domandando poi di volta in volta l'approvazione dei singoli piani esecutivi, diversi da settore a settore per l'obiettivo, per la zona d'applicazione, per l'intensità dell'azione, per la durata.
Spetterà ai nostri rappresentanti nella gestione della cosa pubblica per riconoscere che la programmazione non può favorire un tipo di sviluppo indifferenziato, ma deve agevolare un tipo di crescita differenziata ed armonica come avviene in natura e come è richiesto dal rispetto dell'ambiente, delle qualità degli uomini e delle loro aspirazioni.

7. “Buon governo”: piani settoriali per il rispetto di alti “valori civili”

I dialoghi parlamentari ed elettorali degli ultimi anni accertarono la diffusa attesa popolare di giungere alla piena pratica affermazione dei seguenti “valori civili”, ritenuti essenziali per un libero, giusto, progredito, apprezzato, e stabile sistema democratico: iniziativa libera in ogni campo; rispetto della sicurezza dello Stato, delle leggi, dei beni, della vita dei cittadini; istruzione ai capaci e meritevoli; case accessibili alle possibilità di tutte le famiglie; occupazione per tutti i lavoratori; retribuzione giusta; previdenza ed assistenza generalizzate; valorizzazione del tempo libero.
Connessa alla regola della libertà ed a quella del progresso è la libertà di iniziativa: essa è un'apertura alla partecipazione di ogni promotore di attività al progresso comune, ed è un modo per corresponsabilizzare chi la gode a consolidare col progresso la libertà generale propria e quella di tutti.
La libertà di iniziativa concorre allo sviluppo della persona, alla mobilitazione di tutte le capacità della società, al progresso in ogni campo. Contrastarla non giova all'equilibrio ed al consolidamento di un sistema democratico. Tutelarla deve essere cura costante del “buon governo”. Per ciò non deve essere contrastata con limitazioni non richieste dal bene comune, con arbitrari e magari corrotti freni, con oneri sproporzionati, con pesi pubblici trasferiti con una programmazione irrazionale. La regola di non sopportare costi superiori al rendimento è fondamentale per ogni collettività, nessuno può pretendere di imporne l'inosservanza a chi promuove a proprio rischio una qualche impresa.
Garantire la sicurezza dello Stato, degli ordinamenti, dei beni, della vita è un modo per sostenere la stabilità del sistema democratico, per esigere il rispetto delle istituzioni e delle leggi, per lo sviluppo della libera iniziativa, per la tutela essenziale della persona umana, per inclinare il cittadino all'operosità ed al risparmio facilitando il progresso in ogni campo.
Per ciò è primario impegno per la pratica del “buon governo” predisporre i servizi occorrenti: per l'educazione civica dei cittadini, per la prevenzione e la punizione delle trasgressioni, per la sicurezza e la difesa dello Stato democratico, per l'esercizio della giustizia.
Ingiusta è stata l'accusa rivolta alla DC di voler strumentalizzare eventi perniciosissimi, trame evidenti, violenze di ogni genere, disegni politico-criminali. Bartolomei e Piccoli hanno fatto una precisa proposta per appurare la fonte, l'ispirazione, le forme, il senso dei pericoli. Ma occorre riflettere anche sulla causa di certi disordini e sul motivo di certi scontenti. In conseguenza dovranno essere predisposte tutte le misure necessarie, costituzionalmente corrette, tempestivamente potenziando tutti i servizi di difesa militare, di sicurezza democratica, d'ordine pubblico, di giustizia, dando a quanti vi sono addetti il prestigio, i riconoscimenti, i mezzi, la tutela di cui hanno bisogno per operare efficacemente. I primi mezzi che la programmazione renderà disponibili devono avere questa destinazione. Certi disordini e violenze, certe carenze e certe inquietudini affioranti in delicati settori non possono lasciar tranquillo nessun sincero democratico, né lasciano sereni i cittadini. Anche questa diffusa inquietudine si è riflessa nel voto del 15 giugno. La piena coscienza di aver per tempo fatto il possibile per promuoverne le cause e prevenirne gli effetti, non esime dal ripetere accoratamente che è urgente completare in tutte le forme l'azione intrapresa.
Dare l'istruzione a tutti i capaci e meritevoli è missione affidata dalla Costituzione ai Governi della Repubblica. Tappe significative di essa si ebbero prima, durante e dopo i governi organici di centro-sinistra.
La diffusione sempre più generalizzata dell'istruzione impone ulteriori progressi. Lode merita l'on. Cervone per aver promosso cinque giorni fa la presentazione di una proposta di legge sul riordinamento della scuola secondaria superiore e la protrazione di un altro biennio della scuola dell'obbligo. Ci attendono la riforma dell'istruzione materna e di quella professionale, le misure definitive per le Università, il nuovo assetto delle scuole artistiche, delle Accademie di belle arti e dei Conservatori musicali.
I giovani sono desiderosi di conoscere e di partecipare. La nuova scuola li dovrebbe far passare dalle forme tradizionali alle nuove forme di conoscenza. Il che potrà avvenire se serietà dell'insegnamento, applicazione degli studenti, selezione dei capaci e meritevoli diventeranno senza eccezioni la caratteristica della scuola democratica italiana.
Ma il punto sul quale sarà misurata l'efficacia umana, economica, sociale e politica di tutta l'opera svolta e da svolgere è quello del passaggio dei giovani dalla scuola alla occupazione.
Problema questo che per i prossimi mesi ed anni si presenterà con gravità eccezionale e con conseguenze sociali e politiche, che potrebbero essere sconvolgenti.
Ai giovani che compiono l'itinerario degli studi prescelti la società non deve dare la delusione della disoccupazione, e quindi dello sperpero dei mezzi impiegati e del disprezzo per le doti dei meritevoli e capaci.
Si è giustamente provveduto dal ministro Malfatti ad approfondire la partecipazione degli alunni alla vita della scuola. Diventa urgente e grave il problema di far partecipare i licenziati, i diplomati, i laureati alla vita culturale, professionale, produttiva del Paese. Risolverlo coronerà gli sforzi compiuti per generalizzare l'istruzione, arricchirà l'economia di nuove energie e capacità, eviterà una frattura mortale tra i giovani e lo Stato democratico.
Giusto aver dato il voto ai diciottenni, anche se il 15 giugno gli effetti sono stati controversi per alcune forze politiche. L'effettiva anticipata partecipazione dei giovani alle responsabilità pubbliche in definitiva darà buoni frutti. Però essa deve essere accompagnata dalla effettiva e puntuale partecipazione dei giovani diplomati e laureati alla vita economica del Paese. Ancora una volta la regola della libertà da rispettare si intreccia ai fini del progresso sociale e della stabilità democratica con la regola del “buon governo”. Essa nel campo dei giovani impone di istruirli per essere consapevolmente liberi, e di occuparli per farli operativamente partecipi al progresso di tutto il popolo italiano.
Ai giovani la scuola, alle famiglie la casa. Essa integra la scuola, ospita genitori e figli, studenti e lavoratori, restaura le forze dei suoi ospiti e li impegna alla solidarietà.
Il numero di case in proprietà è cresciuto assai nell'ultimo trentennio anche per merito dell'azione dei governi. Tuttavia la metà delle famiglie italiane non è ancora proprietaria: ed è quindi sollecitata, dal progresso dei concittadini fortunati, a richiedere di godere lo stesso beneficio. Il volume di quanto c'è da fare in poco tempo uguaglia quanto è stato fatto in decenni e decenni. Da ciò l'imponenza del compito. Le difficoltà del momento stimolerebbero ad assolverlo in tempo brevi; obbliga ai tempi lunghi la necessità di raccordarlo al quadro dei piani di assetto del territorio, di sviluppo delle strutture urbanistiche, di razionalizzazione di servizi di trasporto e di inserimento dei programmi per le nuove case nei programmi per la dotazione dei nuovi quartieri degli impianti che servono al culto, all'istruzione, all'assistenza soprattutto ospedaliera, all'amministrazione pubblica, alla distribuzione commerciale, allo sport, agli spettacoli, al tempo libero.
Per svolgere questo capitolo complesso del quadro programmatico generale, dovranno essere formulati parecchi piani di settore: per la casa, per il territorio, per i trasporti, per i servizi.
L'urgenza di procedere e il volume dell'intrapresa induce a programmare la mobilitazione d'ogni privata iniziativa, l'incoraggiamento all'impiego dei risparmi familiari, l'agevolazione delle intese cooperativistiche, la entità di un vasto intervento pubblico. Dallo Stato, dalle regioni, dagli enti locali si richiedono vasti mezzi, norme agevolatrici, piani razionali, accelerato espletamento di tutte le procedure da ridursi al minimo.
L'esperienza insegna che in questo campo i criteri riformatori di fondo vanno conciliati con propensioni non modificabili in quei tempi brevi, richiesti dalla urgente domanda di abitazioni popolari. I pericoli della recessione stimolano a por mano speditamente ad intensificare la costruzione di abitazioni, lo squilibrio creato dalla inflazione tra salari e prezzi invita più che mai a ricercare il modo di costruire razionalmente ai più bassi costi possibili, consentendo quote di riscatto e canoni di affitto accessibili a molti. I problemi delle aree, dei capitali, del credito, della tipizzazione, delle procedure, dei servizi, vanno risolti con rapidità per fronteggiare la disoccupazione, procurando nuova occupazione diretta od indotta. In qualsiasi programma steso in vista del raggiungimento dei più apprezzati valori civili il problema della casa avrebbe un posto di rilievo; in quello italiano del prossimo quinquennio il posto è ancora più grande. La recessione chiede che l'attività edilizia sia sollecitamente portata da una morta gora ad una fase di intensa ripresa.
Anche la costruzione di case e delle strutture connesse darà consistente aiuto a svolgere, nel quadro dello sviluppo globale programmato, il piano settoriale della occupazione. Qual tributo ad esso può dare l'edilizia popolare e scolastica, è già stato detto. Il contributo consistente e permanente può derivare dall'ammodernamento dell'agricoltura, specie nei settori del rimboschimento, della irrigazione, dell'allevamento; ma più ancora dal sostegno delle esistenti imprese industriali, dall'ammodernamento di esse, dall'impianto di nuove.
Questi problemi si riconnettono: ad una appropriata politica del credito finalizzato, largo e meno oneroso; ad una riveduta politica degli incentivi collegati allo sviluppo concreto dell'occupazione; ad un più intenso sostegno delle esportazioni senza eccedere in operazioni che facendoci creditori di enormi somme ci espongono a penose ripercussioni per difficoltà o manovre politiche dei Paesi debitori; ad uno sviluppo della ricerca scientifica specie applicata. Si tratta di problemi non nuovi. La soluzioni sinora date ad essi non hanno fatto scomparire le insoddisfazioni. Da ciò le revisioni necessarie a facilitarne la utilizzabilità specie da parte delle imprese medie, piccole ed artigianali. Cure idonee vanno dedicate anche all'industria turistica, fonte di lavoro già per centinaia di migliaia d'addetti e suscettibile di ulteriori sviluppi, se sarà aiutata a sostenere la concorrenza che la minaccia.
Non v'è dubbio che in questo articolato quadro di sviluppo, che deve rivolgersi in primo luogo al Mezzogiorno, all'iniziativa privata deve accompagnarsi ed armonizzarsi l'iniziativa pubblica, e quella a partecipazione privata e statale. E l'armonizzazione sarà tanto più producente quanto più essa si ispirerà sempre alla regola della economicità. S'è detto che essa non deve essere ostacolata nelle imprese private; ma deve essere fatta rispettare anche nelle imprese pubbliche e a partecipazione privata e statale. Per ciò quanti partecipano a definire il programma di sviluppo o ad affrontare acuti problemi ad esso connessi – governi, giunte, partiti, forze sociali – non devono pretendere di far avanzare il Paese, imponendogli costi superiori ai ricavi, anche con gli ostacoli di vario genere alla piena utilizzazione degli impianti, cosa quanto mai lacrimevole in una economia povera di capitali e soprattutto in questo momento. I problemi sociali di occupazione provvisoria, di assistenza, di integrazione salari, di costoso avvio al passaggio dal sottosviluppo allo sviluppo devono e possono essere risolti con altri interventi pubblici e con altri strumenti, comunque chiaramente e pubblicamente definendone i costi. Privati o pubblici partecipanti a processi produttivi devono rispettare la regola fondamentale d'ogni economia in sviluppo. Al privato che non la rispetta il mercato dà note sanzioni; al cittadino, incaricato di reggere una impresa a partecipazione statale e che non rispetta quella regola, i pubblici poteri applichino le misure previste per gli incapaci e le sanzioni previste per i colpevoli.
Affinché le imprese a partecipazione statale siano fattori fecondi di sviluppo economico, bisogna riformarle negli ordinamenti, nelle strutture e concentrazioni verticali od orizzontali, nelle competenze, nella amministrazione, nella dirigenza. E da chi deve rispetto della regola fondamentale d'ogni economia, non si può pretendere ossequio a decisioni o scelte politiche che il rispetto di quella contravvengono. Non c'è in queste notazioni nessun rilievo che riguardi le persone passate e presenti, di molte delle quali è doveroso riconoscere le capacità e le benemerenze, confermate proprio in questa settimana dal programma reso pubblico dalla presidenza dell'IRI per incrementare di 52.300 unità il volume dell'occupazione nel quinquennio 1975-'79, di cui oltre la metà nelle aziende meridionali. Nei nostri precedenti rilievi c'è invece l'ammonimento ai politici, che vogliono veramente sostenere il “buon governo”, a mutare tutto quello che occorre, affinché un piano di sviluppo o in fase di ideazione o in fase di esecuzione non sia tale da creare “feudi” zonali o personali, convertendosi per ciò in un piano di sperpero e quindi di sottosviluppo.
Il rispetto della regola fondamentale d'ogni economia dà al lavoratore il diritto a richiedere una retribuzione che lo ripaghi di tutti i costi incontrati; che gli consenta – come per primo un moralista medioevale sostenne – di sopportare i carichi familiari, preparando la propria sostituzione nel complesso economico con i giovani di nuova generazione; che lo metta al riparo dalle evenienze di infortuni, di disoccupazione, di assistenza e di vecchiaia; che lo renda partecipe alle rendite congiunturali di cui può beneficiare l'impresa.
I governi si sono resi benemeriti a più riprese di accordi che hanno migliorato le retribuzioni e i trattamenti assistenziali. Questa opera prosegue anche nella presente fase di avversa congiuntura. V'è stata però la lacuna della mancata rivalutazione delle pensioni per i dipendenti statali collocati a riposo prima del 1 gennaio 1973. Essa, tenuto conto del fatto disordinante delle cosiddette “pensioni d'oro”, ha creato un vivo risentimento in vasti strati della popolazione, consigliando di non giudicare atto di “buon governo” quello ricordato.
Se lodevoli sono le decisioni per adeguare i redditi al costo della vita, è da lamentare che la non ancora avvenuta razionalizzazione del sistema di distribuzione dei prodotti non abbia infine prodotto gli attesi effetti riduttivi del costo della vita. Il programma di sviluppo non può prescindere da quella razionalizzazione. Compiendola, senza alterare l'occupazione globale del settore, ma riducendo il costo del servizio di distribuzione si recherà notevole contributo all'accelerazione del nostro sviluppo.
In Italia ormai le erogazioni sociali superano annualmente i 20 mila miliardi di lire, cioè un quarto del reddito nazionale annuo, e – come è dimostrato in un recente studio del prof. Coppini – si trasferiscono a favore dei lavoratori del Mezzogiorno per un ammontare superiore a quello di tutti i contributi da loro versati.
Più che raddoppiato dal 1965 al '74 è l'importo medio delle pensioni di vecchiaia dei lavoratori dipendenti dal sistema della assicurazione generale. L'aumento medio annuo pari all'11,50% ha largamente coperto l'aumento del costo della vita, ed ha quasi uguagliato l'aumento medio annuo delle retribuzioni degli operai dell'industria. E' solo l'alto numero di 11.500.000 di pensionati INPS che nel 1974 ha costituito, e costituirà anche in futuro, un freno ad ulteriori miglioramenti.
In questo quadro ad una azione programmata di settore si impongono tre obiettivi: coordinamento dei molteplici sistemi esistenti per una gestione unitaria o per lo meno limitatamente articolata; prevenzione (anche sul piano economico-sociale) del fenomeno dell'invalidità per contenere il numero complessivo delle pensioni relative; iniziative per agevolare i pensionati che intendono parzialmente partecipare alla vita attiva o che possono meglio utilizzare le risorse a loro disposizione.
Nel sistema di previdenza e di assistenza hanno preso notevole sviluppo in questi anni di crisi le misure per garantire il salario nei casi di sospensione o di interruzione di lavoro. Proprio con legge del maggio scorso è stato in detti casi assicurato l'80% della retribuzione globale, senza sospensione dell'assistenza sanitaria e con considerazione del periodo retributivo ai fini della pensione. Il passo avanti è notevole e comprova la fedeltà di Moro, di Colombo e di Toros agli impegni programmatici, che la DC suggerì nell'ottobre scorso. Ma non possiamo nasconderci che la nuova forma di intervento deve essere coordinata con quella tradizionale del sussidio di disoccupazione, con le procedure e le mobilità necessarie a favorire la ristrutturazione dei settori in crisi, e con la politica antirecessiva di questo momento.
Generale è l'attesa che tutto il sistema di assistenza sanitaria muti. Misure d'avvio sono state adottate dai ministri Vittorino Colombo e Gullotti. L'imponenza degli oneri non deve dar luogo a ripensamenti conservatori, ma a miglioramenti, prendendo le opportune intese con le forze sociali e professionali interessate al sistema, in modo da almeno spendere meglio quello che in modo molto discusso già si spende, senza che la necessaria razionalizzazione del settore porti ad una statica burocratizzazione.
L'espandersi e l'estendersi dei trattamenti previdenziali lascia intravedere qualche novità riduttrice di impegno e di oneri nel campo dell'assistenza. La Commissione d'inchiesta sulla miseria ha avvertito che le somme spese per l'assistenza erano già allora sufficientemente elevate; però i risultati erano criticabili per l'eccessiva dispersione tra troppi operatori. La situazione è migliorata per l'intensificazione dell'azione previdenziale e per il coordinamento che le Regioni stanno operando. Un attento esame della situazione incoraggia e procedere in tal senso, non dimenticando che solo il raggiungimento dei generali obiettivi del programma di sviluppo fornirà i mezzi necessari a garantire a tutti i cittadini, oggi meno protetti, la libertà dal bisogno.
Per completare la ricognizione dell'azione da svolgere per dare col “buon governo” soddisfazione a tutte le principali attese dei cittadini, resta da fare cenno al problema della valorizzazione del “tempo libero”. La disponibilità sempre più larga di esso è una delle conquiste della società contemporanea. Uno stato democratico e quindi non totalitario deve difendere anche la libertà di disporre a piacimento del “tempo libero”. Quindi deve rinunziare alla pretesa di irreggimentare i gitanti o di regolamentare lo svolgimento dei fine settimana e il godimento delle vacanze. Però uno stato democratico, che voglia aiutare ogni persona umana a raggiungere il suo pieno sviluppo, non può sottrarsi al dovere di agevolare a tal fine l'utilizzazione – per il benessere fisico, per l'accrescimento di cultura, per il recupero di energia e di salute – del tempo libero.
Il problema delle palestre e degli spazi verdi nei centri urbani e quello dei parchi e delle spiagge libere si inquadra perciò nella politica del tempo libero e postula tutta una serie di correzioni alle decisioni vigenti, alle strutture manchevoli, alle lacune esistenti in questa materia. Il farlo sarà un modo di andare incontro a quella sempre più intensa necessità che la gioventù sente, e per le età minori sentono le famiglie, di avere e d vedere una società che agisce anche in questo settore. E nella politica del tempo libero si inquadra anche il problema degli spettacoli, delle biblioteche, dei beni culturali, del facile accesso ai centri turistici, dell'agevolata utilizzazione del tempo di vacanza anche in stazioni termali. Ingiusto è il dire che non è stato fatto nulla, ma prudente è ricordare che quanto si è fatto ha generato osservazioni e quindi critiche per la sua estensione non generalizzata, per la sua intensità non sufficiente, per la sua qualità non ottima.
Per il raggiungimento graduale ma pieno di tutti gli obiettivi ricordati ci siamo sempre richiamati ad un programma quale strumento indispensabile. Insistendo nel premettere ad esso i “valori civili” per la tutela dei quali ai programmatori si chiedono indicazioni e mezzi appropriati. Il Governo darà avvio a quelle novità che tutti invocano, e porrà le premesse per la rimozione degli ostacoli e delle manchevolezze che gli elettori hanno segnalato. Traendo dal programma richiesto i piani settoriali pluriennali e, previa approvazione, ad essi informando la propria organica azione, il potere esecutivo coopererà a ridare agli italiani fiducia che la libertà è capace di dare frutti d'apprezzabile e generalizzato godimento.
I rilievi dell'elettorato, le prese di posizione delle forze sociali, dei partiti, delle regioni, del Parlamento, consigliano di aggiornare la “proposta” democristiana quanto agli obiettivi, le vie ed i mezzi per consentire, col “buon governo”, a tutti gli italiani di apprezzare e godere i frutti della libertà. Pienamente consapevoli dell'aggravarsi delle difficoltà economiche, sociali e politiche la DC deve concorrere ad affrontarle e a superarle offrendo queste considerazioni preliminari e le integrazioni ed i miglioramenti che certamente scaturiranno dal nostro dibattito, quale contributo alle ricerche che i partiti già alleati stanno compiendo per identificare su un concreto programma, quali tra essi si riconoscono capaci di ricomporre un organico governo che per orientamento, per impegno, per forza, per stabilità sia atto ad assicurare la fruttuosa utilizzazione della ventina di mesi che ormai ci dividono dalla fine della legislatura. Queste espressioni confortino tutti i colleghi del Consiglio ad integrare e perfezionare quanto è stato prospettato, ed i partiti democratici a credere nella ferma unitaria volontà della DC di evitare anticipati scontri elettorali di imprevedibili effetti, e di concorrere invece a promuovere un incontro nuovo tra le forze democratiche che nella libertà promuova nuovi giusti progressi del nostro Paese. Questi progressi costituiranno i momenti e la nuova base per la profonda trasformazione della società italiana, ricondotta al traguardo che l'art. 1 della Costituzione le indicò: “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Quella proposta fu di un democristiano, governanti democristiani ad essa si sono ispirati promuovendo riforme il cui complesso ha concorso alla trasformazione che ha portato alla crescita civile e libera della nostra società. Tutta unita la DC continui ad ispirarsi a quella proposta: così operando potrà ritrovare larghi consensi delle ore migliori.

8. Misure urgenti

Completeremo i cenni sin qui dati toccando il problema di ciò che urgentemente va fatto per consentire quel ristabilimento benché minimo della situazione economica, che lasci serie prospettive per il prossimo avvio della formulazione del programma e dei piani settoriali.
Una realistica ricognizione della situazione politica confrontata con quella compiuta dal PSI, PRI, PSDI ha condotto la Direzione della DC a constatare che in questo momento non è possibile dare al Governo presieduto dall'onorevole Moro la partecipazione organica anche dei due partiti che lo sostengono dall'esterno. La dichiarazione nostra di disponibilità a ciò fare non era nata dalla nostalgia di forme superate per una politica di centro-sinistra. Era nata dalla gravità ed urgenza di problemi che per essere affrontati richiedono impegni chiari a non breve scadenza, e partecipazione organica e sostegno stabile. Di fronte all'impossibilità di far ciò si è concordemente ripiegato sulla proposta di promuovere tra i quattro partiti una intesa su essenziali e urgenti problemi. Essi riguardavano la complessa azione anti-inflazionistica ed anti-recessiva, e per ciò la promozione di nuove attività nei settori cruciali dell'agricoltura, dell'energia, della edilizia, dell'industria in genere, dei trasporti, dell'esportazione. La incentivazione di questi settori con appropriate e condizionate misure di credito vuol dire sostenere le iniziative in corso e promuoverne altre, allontanando rischi di riduzione nell'occupazione esistente e provocando invece il riassorbimento di operai collocati in cassa integrazione o di altri lavoratori, specie delle giovani leve. Ha prodotto soddisfazione ciò che Andreotti e Bisaglia hanno deciso per solleciti miglioramenti nel settore del Mezzogiorno ed il ministro Colombo per agevolare il credito alle medie e piccole imprese. Dalla convergente azione dei ministri Colombo e Donat Cattin è stato definito il piano ENEL per i nuovi impianti nucleari; da quella dei ministri Rumor e Marcora ha sostegno nel quadro comunitario l'agricoltura italiana, specie nel settore dell'allevamento; dal congiunto operare dei ministri Colombo e De Mita sono fronteggiate le previsioni dell'esacerbarsi della concorrenza internazionale alle nostre industrie esportatrici; infine gli interventi dei ministri Colombo, Gioia, Martinelli tendono a razionalizzare sotto i vari aspetti l'industria dei trasporti.
Di tutta questa preveggente opera benefici cospicui dovrebbero riversarsi sulla industria siderurgica, su quella cantieristica, su quella metalmeccanica, su quella alimentare. Il che avverrà se le misure amministrative entreranno sollecitamente in vigore e quelle legislative non tarderanno ad essere operanti; ma soprattutto se con le une e con le altre si sapranno rimuovere gli impacci procedurali, gli ostacoli di varia natura, l'intrecciarsi delle competenze che finora hanno ritardato sia l'edilizia, sia l'impianto delle nuove centrali nucleari.
Dobbiamo confermare tutta la nostra speranza nelle intese che il presidente Moro sta promuovendo, assicurandolo del persistente incoraggiamento di tutti e del convinto appoggio a quanto egli ed i suoi collaboratori stanno mettendo a punto o promuovendo. Facendo corrispondere alle gravi necessità interventi adeguati e pronti, si darà la prima testimonianza della volontà di ben governare nella non facile congiuntura politica, anche per facilitare il passaggio da essa ad una situazione più stabile, che consenta di affrontare il programma di vasto respiro poc'anzi su punti essenziali richiamato.

9. Garanzie della libertà e del godimento dei suoi frutti

Il mantenimento della libertà ed il godimento dei suoi frutti dipendono dalla efficace e corretta funzionalità dello Stato nell'insieme delle sue istituzioni e delle amministrazioni che esso comprende o controlla. Lo stato di funzionalità di tutte queste istituzioni, amministrazioni, enti controllati, servizi promossi e società partecipate non è nelle condizioni di collasso che una facile critica qualunquistica si compiace di descrivere. Però si deve riconoscere che la funzionalità dei decenni passati si è dimostrata impari alle nuove esigenze aumentate di volume per il crescere della popolazione e dei compiti, e presunte di più alta qualità dalla nuova consapevolezza e sensibilità che tutti i cittadini hanno acquistato circa il loro rapporto con i pubblici poteri. Sono stati compiuti sforzi e per ultimo dal ministro Cossiga per correre ai ripari. Ad ulteriori sforzi bisogna pensare, inquadrandone la intensità e la dimensione nel programma generale di sviluppo. Tale programma non porterebbe a nulla se non potesse contare su strutture pubbliche capaci di attuarlo.
Diffusi sospetti circondano quanti operano nelle pubbliche amministrazioni e negli enti e società da quelle controllate. La difesa sostanziale della libertà dai soprusi e del “buon governo” dalla disfunzionalità, esige che lo Stato doti tutti i suoi dipendenti delle condizioni di preparazione, di lavoro, di indipendenza economica, che lo sottraggano alle tentazioni dell'incuria, della inefficienza, della inconsapevolezza. Intensificandosi e perfezionandosi, questa opera deve essere sostenuta ed incoraggiata da interventi esemplari, che difendano quanti operano al servizio comuni dai corruttori e i cittadini dai corrotti. L'iniziativa di Piccoli per il finanziamento pubblico dei partiti voleva essere un modo per raggiungere detta duplice difesa in un certo delicato settore. Spontaneo è l'ammonimento ai corruttori di non girare l'ostacolo, cercando di attirarsi non più la benevolenza dio interi partiti, ma di alcuni intraprendenti che in essi possono vantare di “contare”. Ma a concorrere a salvaguardare il “buon governo” da critiche fondate e da mali assai gravi non basta invocare l'azione di pubblici poteri: essa deve essere accompagnata dalla vigilanza di quanti sono interessati a ridare allo Stato prestigio e alle amministrazioni pubbliche indipendenza ed autorevolezza. Anche in vista di ciò molto possono operare i partiti, nel regime di pluralità difeso dalla Costituzione italiana, e nella distinzione democratica che dà alla attenta maggioranza il beneficio di una non addomesticata opposizione.
E' garanzia della libertà e del “buon governo” il nostro sistema pluralistico e anti-totalitario, strutturato nel rispetto e a beneficio della piena affermazione della persona umana. Per non lasciare indebolire questa garanzia la Costituzione italiana ha condannato il fascismo vecchio e nuovo; ma per non correre lo stesso paventato indebolimento delle garanzie di libertà, nel rispetto dei principi costituzionali, diversi partiti democratici si contrappongono per ideali e per politica al comunismo. Ne ricordano e ne rispettano il contributo alla Resistenza ed alla guerra di Liberazione: ma ne temono la strategia e la tattica, che sinora in ogni Paese del mondo hanno contrapposto il comunismo a sistemi democratici personalisti, solidaristi, pluralistici, anti-totalitari.
In questo quadro ideale il sistema di libertà previsto per l'Italia e il “buon governo” che con coerenza a quel sistema si dovrebbe sempre riportare, ricevono altra garanzia dalla solidarietà tra le forze democratiche nella formazione di una maggioranza e nella operante convergenza che dia forza alla sintesi programmatica, dia rappresentatività alla compagine che lo compone e dia autorevolezza al governo da essa espresso ed infine garantisca alla sua opera il più vasto consenso da parte dell'elettorato. E quanto maggiori sono i rischi per la libertà ed impegnativi i compiti del “buon governo” tanto più vasta deve essere la ricerca da parte della DC della solidarietà tra le forze democratiche, sacrificando alla sua realizzazione tutto ciò che serve agli interessi fondamentali del Paese. E si trarranno sicuri benefici di coesione, operatività e stabilità se alla ricercata convergenza la Democrazia Cristiana ed ogni partito democratico disponibile, potrà partecipare con le caratteristiche ideali e storiche che gli sono proprie, assumendo le responsabilità adeguate ai consensi ottenuti in sede elettorale, vedendo riconosciuti ed apprezzati i suoi peculiari collegamenti con questo o quel settore culturale o sociale del Paese. Questa disponibilità della DC vale per tutti i partiti che oggi sostengono il governo Moro, e – ad evitare malintesi connessi con recenti polemiche – vale in modo particolare per il PSI, che tra essi ha particolare rappresentatività anche elettorale, consolidata dal voto del 15 giugno.
Giova alla maggioranza democratica mantenere i dovuti contatti con tutte le forze sociali che animano il Paese e ne interpretano, organizzano e rappresentano le sue varie componenti, difendendo, se utile, anche unitariamente sul piano sindacale, gli interessi dei lavoratori, senza subordinarli però ai giochi di particolari forze politiche.
Giova infine al “buon governo” un corretto rapporto della maggioranza con l'opposizione. La società umana è giunta ad adottare il sistema democratico nel reggimento di un paese quando si è convinta che ogni partecipe ad esso ha diritto di concorrere alla determinazione della linea da svolgere e quando ha constatato che la più confacente al bene comune è quella sostenuta dai più. Da qui è nata la regola democratica della ricerca della maggioranza, con diritto alla minoranza di continuare a partecipare al dibattito delle idee ed al confronto delle linee. Ciò stimola continui perfezionamenti della linea adottata dalla maggioranza, consentendo il controllo dell'attuazione di essa e lasciando aperta la sua sostituzione con linea diversa non appena il maggior numero di consensi passasse a sostenerne altra. Su queste regole si sono fondate, vivono e si sviluppano le libere democrazie. Per il ripristino di queste regole si sono battute nella Resistenza e nella Liberazione le forze democratiche italiane. Da queste regole parte la linea politica originaria della Democrazia Cristiana. A queste regole si sono richiamati costantemente gli organi collegiali del nostro partito, che anche alla vigilia della campagna elettorale hanno deciso di proporle all'elettorato quale caratteristica politica fondamentale della Democrazia Cristiana.
Per fedeltà ad un preciso dettato della Costituzione, rispecchiante anche le sue profonde convinzioni, la DC ha sempre manifestato la sua decisa avversità alle idee politiche ed ai metodi totalitari del fascismo e a qualsiasi forma di reviviscenza di esse. Per fedeltà alle sue impostazioni ideali, sociali e politiche di fondo, che trovano più di una significativa eco nella Costituzione italiana, la Democrazia Cristiana ha sostenuto dalla fondazione ed ha fatto ripetere dai suoi massimi organi collegiali la sua netta contrapposizione ideale e politica al comunismo. Per fedeltà alla sua natura ed alla migliore difesa della libertà e del progresso la DC ha sempre ricercato la massima intesa tra tutte le forze democratiche, senza preclusioni aprioristiche ma in base a chiare convergenze circa l'identificazione e la soluzione dei problemi del Paese. A queste linee sempre si è attenuta la Democrazia Cristiana e ad esse ha confermato di volersi attenere nella vigilia elettorale, invitando i suoi dirigenti ed i suoi candidati ad attenersi a tali decisioni.
Il mancato recupero totale di consensi da parte della DC, l'indebolimento complessivo di consensi dei quattro partiti sinora alleati con l'aumento sensibile di consensi da parte di uno di essi, e il notevole incremento di voti del maggior partito di opposizione hanno fatto riaccendere la questione della posizione dei diversi partiti democratici rispetto al PCI.
Al dibattito in corso reca il suo contributo il partito socialista italiano, anche tre giorni fa per bocca del suo Segretario politico affermando che “interessare il PCI alla costituzione di una democrazia più avanzata è un fatto positivo, che giova al consolidamento delle nostre istituzioni, insidiate e minacciate dalla eversione neo-fascista e della destra e dall'inefficienza e paralisi del potere democratico. Abbiamo fin dall'inizio rifiutato l'impostazione del centro-sinistra chiuso ed impenetrabile, soprattutto per le amministrazioni locali, ci siamo battuti contro la delimitazione della maggioranza, abbiamo sempre contato su una evoluzione democratica del Partito comunista in Italia. Si pone oggi l'esigenza politica di una partecipazione, sia pure indiretta del PCI, ad una maggioranza in forme da definire. Vi è un dato comune ed è quello di considerare utile e positivo un incontro delle forze di sinistra col partito della DC e con quelli minori, se non si chiudono in preclusioni pregiudiziali. Ma è certo che nelle condizioni presenti non si vede come il PSI, che esprime esigenze di rinnovamento del Paese pari a quelle che sono espresse dal PCI, possa accettare una qualsiasi responsabilità di governo, senza questo rapporto nuovo, ed avendo in comunisti all'opposizione”.
Allo stesso dibattito partecipa il PCI che, facendo leva sul problema delle giunte regionali propone, e richiede, la sua partecipazione alla definizione dei programmi della maggioranza ed almeno alle cariche di presidenza degli organi dei Consigli regionali e locali.
Sulle proposte avanzate dal PSI e dal PCI gli organi dirigenti del PRI e del PSDI ripetono la loro contrarietà alla partecipazione del PCI al potere esecutivo centrale e locale qualora sia esercitato da tutti o da alcuni dei quattro partiti sostenitori del governo Moro, pur non avendo ancora chiarito del tutto se ammettano la partecipazione di rappresentanti comunisti alla presidenza dei massimi organi dei Consigli: però accedendo alla opportunità di un accentuato confronto tra maggioranza ed opposizione anche in sede di definizione di programmi.
La Democrazia Cristiana, nelle deliberazioni dei suoi organi e nella pratica condotta delle sue rappresentanze, non ha ritirato la disponibilità al confronto tra maggioranza ed opposizione che per essa è una caratteristica del vero sistema democratico. La convinzione che le novità introdotte dal PCI nella sua veste e nel suo linguaggio, con le gravi lacune in fatto di linea democratica classica e di autonomia internazionale, sono l'effetto anche della persistente e tenace critica esercitata dalle forze democratiche al comunismo, ha portato sinora la DC a ritenere che solo la persistente ferma posizione dei partiti democratici potrà obbligare il partito comunista a quella completa evoluzione senza la quale continuerà a rappresentare la più grossa e temibile insidia per la democrazia italiana.
Nel XII Congresso la DC riaffermò la sua netta contrapposizione ideale e politica al Partito comunista. Il voto del 15 giugno avverte che non basta affermare la contrapposizione. Essa deve essere comprovata dall'obiettiva dimostrazione che ai problemi del Paese i due partiti presentano differenti soluzioni di fondo. Con questo spirito la DC può impostare l'incontro con i partiti democratici alleati ed il confronto tra l'insieme di essi, ed in particolare tra se stessa ed il PCI, sia che essa partecipi alle maggioranze, sia che assuma chiaramente il ruolo d'opposizione, consentitole dalla sua capacità di interpretare e rappresentare le esigenze di talune componenti della società italiana. Così impostato il problema, non si giustificano né alleanze, né convergenze, né incontri assembleari con l'opposizione, che la DC ha sempre condannato e non autorizzato; mentre consente il confronto specie in punti essenziali che possano riguardare interessi fondamentali di tutto il Paese. Così impostato il problema, sottolinea che le differenze tra la DC e il PCI non possono risultare soltanto da storiche constatazioni e da verbali enunciazioni, ma anche da una chiara linea politica e da una differente azione. E la distinzione delle parti, la chiarezza della linea, la razionalità delle proposte programmatiche e la giusta efficacia dell'autonoma azione svolta indicherà al popolo come la DC continui a distinguersi dal PCI, ritenendone l'ispirazione, la storia, i legami internazionali, le tattiche e la strategia niente affatto rassicuranti per la libertà, il civile democratico progresso, l'indipendenza dell'Italia.
Altra garanzia della libertà e di una efficace opera di governo può derivare dalla posizione dell'Italia nello schieramento internazionale.
La situazione politico-sociale, la posizione geografica, le passate dure esperienze fanno dell'Italia uno dei paesi più interessati al processo in corso di distensione internazionale. Proprio governi presieduti da democristiani hanno incoraggiato e sostenuto la necessità e l'utilità di una efficace distensione, della quale furono ritenute sempre promotori principali le due potenze che in questi giorni, in un memorabile confronto cosmico delle loro capacità tecniche e della loro volontà di cooperazione, riaffermano un fermo proposito di ulteriori intese. Anche da esse dipendono alcune attese conclusioni: quella della Conferenza per la “sicurezza” che proprio l'Italia chiese ed ottenne tra il '67 e il '68 fosse qualificata significativamente anche come conferenza della “cooperazione”; e quella della crisi nel Medio Oriente, di cui con tenacia gli uomini della DC dal 1956 in poi cercarono di prevenire la deflagrazione bellica, sostenendo poi di essa la sempre più accentuata tregua armistiziale.
L'Italia è interessata alla pacifica convivenza dei popoli del Mediterraneo e di quelli dell'Europa. Per la prima sviluppò una seria politica di collaborazione con i popoli arabi, pur nel rispetto della esistenza e dei diritti dello Stato d'Israele. Per la seconda partecipò a promuovere quella Comunità europea pa cui affermazione e sviluppo ha certamente concorso a richiamare l'attenzione dell'Unione Sovietica, e del partito comunista che in origine alla Comunità europea si oppose, sulla utilità di passare dalla fase della guerra fredda alla fase della ricerca di intese di sicurezza e di cooperazione tra tutti i popoli europei.
Questo passaggio in corso di sviluppo rende tutt'altro che superfluo l'approfondimento della integrazione unitaria tra le economie dei nove Paesi della Comunità ed il promovimento di quelle decisioni ed atti che, come ha affermato avant'ieri a Bruxelles il presidente Moro, possono far progredire verso la tanto auspicata unità politica.
Dimostreremo agli stessi alleati americani il nostro fermo proposito di sostenere con i fatti quel patto di sicurezza che con essi ci onoriamo di aver stipulato or è un quarto di secolo, consolidando le integrazioni economiche e le intese politiche tra i nove Paesi, senza l'unione delle quali non c'è prosperità per ciascuno di essi e per tutto il continente, né c'è sicurezza per l'Europa e quindi pace per il mondo. La prosperità nella solidarietà, la sicurezza nell'unità, la pace nella distensione di cui la democrazia italiana ha tanto bisogno per consolidare la propria libertà e per realizzare il “buon governo” impone al nostro Paese di proseguire il cammino che De Gasperi, Adenauer, Schuman, Spaak aprirono all'Europa, e della bontà del quale la Democrazia Cristiana fu dall'origine e resta tuttora convinta assertrice.

10. Contributo di una DC rinnovata

Sull'ispirazione ideale, sulla fisionomia politica, sull'azione trentennale della DC si fece ampio richiamo nella relazione e nel dibattito al Consiglio Nazionale del luglio '74. Non si ripete, quanto allora fu detto, ma ad esso ci si rifà. Sottolineando che l'ispirazione di fondo della DC aderisce alla filosofia della trascendenza e a tutto quello che essa comporta per il rispetto della persona, per la conseguente organizzazione sociale, per il maggior bene di ogni comunità umana. Il ricordo di ciò è importante in questa fase di polemiche sulla contrapposizione ideale e politica della Democrazia Cristiana al Partito comunista, che più d'ogni altro si rifà ad una concezione immanentistica e da essa in modo sinora rigoroso ha derivato tutte le attuazioni che il comunismo è stato in grado di realizzare nel mondo.
Il ricordo della filosofia cui ci rifacciamo è anche importante, perché fa del nostro partito una consociazione politica che si riallaccia ad una riflessione sull'ordine umano anteriore alla stessa rivelazione cristiana, che pur lo convalidò e vivificò con determinazioni orientatrici di ognuno di noi quale credente, e confortatrici di ognuno di noi quale cittadino ed autonomo operatore politico.
Il ricordo della concezione di fondo cui si rifà la DC caratterizzandola in modo irrinunciabile, consente anche a non cristiani di sostenerla nelle scelte elettorali. Però non consente agli iscritti di proporre linee che contraddicano quella concezione di fondo. Queste annotazioni segnalano a che cosa si rifà in definitiva la nostra unità; e dentro quali limiti essa consenta di manifestare le disparità animatrici e stimolatrici di una appassionata e lodevole ricerca dei punti in cui un partito, non dimentico del suo impegno fondamentale, giustifica la sua presenza tra i partiti e comprova la sua capacità di intendere i problemi del Paese e la volontà di contribuire a ricercarne le più confacenti soluzioni.
Quanto più la collaborazione con gli altri, invece che semplice cogestione del potere, è anche confronto e ripensamento di esperienze diverse, tanto più una nostra peculiare caratterizzazione contribuisce alla bontà dei risultati.
Il dialogo interno al partito sarà tanto più utile quanto più, prima delle decisioni, mostrerà che tutti i partecipi non partono da preconcette ed irremovibili posizioni, restando pronti a convergere su quelle che risulteranno migliori. E quel dialogo sarà tanto più fecondo quanto più dopo le decisioni sostenute da una maggioranza, coloro che le condivisero e coloro che non le condivisero parteciperanno lealmente ad attuarle, eventualmente riproponendone la revisione in tutte le sedi proprie.
Il rispetto di questi limiti non impedisce anzi sollecita confronti tra le idee dei singoli, quindi il convergere di essi sulle proposte che risultassero comuni. Ma lo stesso rispetto condanna ogni tentativo di rendere permanente quella convergenza, con conseguente impedimento ad un largo ed aperto dialogo democratico tra tutti i membri del Partito, desiderosi di non imporre le viste di alcuni o di molti, ma pronti a discutere ogni proposta per scegliere la migliore, indipendentemente dalla personalità e perfino dal precedente comportamento politico di chi l'avanza.
Dobbiamo francamente dire che il correntismo è degenerato dalla convergenza di portatori di proposte simili, preparatorie d'ogni utile discussione d'assemblea, a forme organizzative permanenti ed esasperate, che finiscono – contro la intenzione dei promotori – per indebolire il partito, screditandolo presso l'elettorato, offrendolo inerme alle intrusioni dei faccendieri, sottoponendolo alle manovre degli avversari, impedendone il democratico funzionamento, portando fatalmente a diatribe che non riguardano scelte ideali ma lottizzazioni di potere, e talora al conferimento di mandati a persone povere di meriti e ricche di sostegni correntizi.
Diffusa è l'opinione che le correnti vadano abolite. Sarebbe un modo di rispettare lo statuto. Ma avremmo già potuto contentarci di non esasperarle, secondo il voto del XII Congresso. Confessiamo insieme che non ci siamo riusciti: per debolezza del Segretario dicono alcuni; e dice il Segretario per la preoccupazione di salvar l'unità, specie i momenti cruciali di difficili dialoghi con gli elettori forse per aver creduto di poter correggere il verticismo correntizio con rimedi di vertice. Siamo all'ultima ora per prendere decisioni salutari. E per queste non bastano misure disciplinari: occorrono decisioni che rendano improduttivo il sistema correntizio.
Per ciò credo il Gruppo parlamentare della Camera abbia deciso di modificare le norme per l'elezione dei suoi dirigenti. Spetta al Consiglio Nazionale l'approvazione, in base al disposto dell'art. 96 dello statuto. Dopo che il presidente Piccoli avrà illustrato le novità, il Consiglio farà bene a decidere, valutando l'ispirazione ideale che le ha suggerite al proponente on. Marzotto Caotorta in corrispondenza alle proposte che il sen. Orlando a nome proprio e di altri ha illustrato al Gruppo del Senato.
Altre proposte di cui si parla per conferire ai Gruppi il potere di designare con voto i ministri potrebbero acuire le contese correntizie, che il rispetto rigoroso del potere del Presidente del Consiglio a scegliere i ministri certamente invece affievolirebbe. Meglio i Gruppi coopererebbero ad una efficiente formazione governativa, seguendo attentamente l'opera dei deputati e senatori; correttamente valutando e facendo presente agli incaricati di formare i governi quali nominativi non hanno rivelato né doti né meriti per ricoprire incarichi ministeriali. Un invito, rivolto in tal senso dal segretario politico a fine luglio1973 ai Gruppi di esaminare la proposta si attendono i suggerimenti dei gruppi di lavoro all'uopo costituiti, ad esempio tra i senatori.
Dovranno essere mutate le disposizioni sulla esecuzione ed il controllo del tesseramento. Può giovare ad interrompere le faziose selezioni tra le domande il concedere facoltà ai cittadini di inviare domanda di iscrizione ad un apposito ufficio centrale, che deciderebbe della accettabilità, assegnando l'ammesso alla sezione territorialmente competente.
Sono indilazionabili salutari decisioni per avvicinare al partito i simpatizzanti. I GIP in via di espansione a ciò stanno già provvedendo, e più potranno fare se saranno adottate precise norme per inserirli organicamente nelle strutture del Partito, dando per ciò ad essi autorevolezza e sicura capacità di proselitismo tra gli elettori, di raccolta delle idee dei cittadini, di diffusione degli orientamenti del Partito.
Il dialogo elettorale non basta in una società democratica, specie se in via di rapido mutamento. Occorre trovare i modi di rendere quel dialogo permanente. Il che può farsi in diversi modi: adeguando la struttura organizzativa alle nuove strutture sociali, particolarmente nei grandi centri; facendo dei GIP le strutture essenziali della presenza del Partito nei luoghi o presso i luoghi di lavoro; diffondendo appositi centri di incontro culturale ed anche sportivo, per i giovani, iscritti o non, rinnovando, come ci siamo proposti, il Movimento a noi proprio tenendo in ciò anche conto di quello che significa l'estensione del voto ai diciottenni; aiutando il Movimento Femminile ad assumere un ruolo sempre più significativo ed efficace per il contatto ideale e politico della DC con le donne italiane; potenziando i Gruppi Libertas; aprendo in forme varie da settore a settore e da zona a zona un sistematico dialogo col mondo della cultura, in base a varie positive esperienze nei mesi scorsi avviate tra scrittori, economisti, giuristi, tecnici ed artisti.
Infine bisogna trovare il modo di far partecipare sistematicamente al dialogo con la dirigenza del partito, al centro ed alla periferia, le dirigenze e gli esperti di tutte le organizzazioni in cui si associano i cittadini per la difesa dei loro interessi o per lo sviluppo delle loro idee.
Affinché tutti questi sforzi trovino seria accoglienza da parte degli interessati la DC deve dare posto nelel sue assemblee e nei suoi congressi ai rappresentanti degli elettori – consiglieri comunali, consiglieri provinciali, consiglieri regionali, deputati o senatori che siano. Costoro nel loro insieme, ed escluse le duplicazioni, portano alla DC la voce di italiani almeno dieci volte più numerosi degli iscritti. Dall'orientamento degli elettori dei consiglieri e dei parlamentari dipende increscere o il diminuire dei consensi del partito. Dal peso riconosciuto nel partito a consiglieri e parlamentari dipende la loro autorevole capacità di garantire che la voce degli elettori non arriverà soltanto in assemblee locali e nel Parlamento, ma sarà ascoltata e concorrerà alle decisioni anche negli organi collegiali del partito.
Si ode più volte ripetere con certa sospettosa fretta che bisognerebbe mutare la Costituzione. Una lunga esperienza rende più prudenti, facendo domandare se al funzionamento delle istituzioni i partiti potrebbero recare un miglior contributo rinnovandosi. Per essere in condizione di farlo essi devono sempre più aprirsi alla voce degli elettori e mettersi in condizione di ascoltarla validamente. Per la Democrazia Cristiana orientarsi a dare il proprio contributo al rinnovamento dello Stato significherebbe individuare le forme idonee ed efficaci a far partecipare gli eletti nelle sue liste con voto proporzionato al peso elettorale alle assemblee sezionali, ai vari congressi ed in sede di quello nazionale anche alla elezione dei membri del Consiglio Nazionale. Riforma ampia e profonda che dovrebbe farsi nella tutela dei diritti e del peso degli iscritti, ma anche nella tutela dei diritti e del peso degli elettori. Se fatta produrrà fatalmente tre benefici affetti: il correntismo sarà indebolito, il partito sarà permanentemente raccordato con il Paese, la scelta dei dirigenti sarà più ampia e quindi la selezione sarà migliore.
Apposito gruppo di esperti designato da questo Consiglio potrebbe porre mano alla preparazione sollecita delle riforme necessarie per accogliere quanto di valido v'è nelle indicazioni esposte. Questi esperti dovrebbero dire se e come possano essere ascoltati nei nostri consessi anche rappresentanti qualificati di settori e di associazioni di vario tipo la cui esperienza può tornare molto utile alle decisioni del partito. Non si è esposto tutto quello che può essere fatto sin d'ora per avviare sollecitamente il rinnovamento culturale, associativo, politico, organizzativo dirigenziale del partito. Si è accennato alle linee e ad alcuni obiettivi essenziali che molti segnalano.
Il ripetersi di casi censurabili, il dilagare di sospetti, le critiche degli elettori, le ansie degli iscritti impongono di pensare al modo di chiarire, fronteggiare, eliminare tutto ciò che c'è di vero in materia di corrotto costume politico. Trasferisco al Consiglio la proposta da varie parti pervenuta di costituire un ristretto Comitato di uomini che per esperienza, età, distacco, stima possano prendere obiettivamente in esame i casi di scorrettezza più discussi, proponendo, a seconda delle rispettive competenze, al Collegio nazionale dei Probiviri o alla Direzione centrale le misure opportune, che liberino il partito dagli indegni, ma smascherino tutte le infondate accuse generalizzate. Aderendo a questa proposta si accentuerebbe l'opera che in occasione delle recenti elezioni è stata iniziata per presentare ai cittadini il volto del partito in modo non censurabile e rinnovato. I comitati elettorali che ci hanno ascoltato hanno riscontrato aumenti di consensi nelle grandi città e nei piccoli comuni. I comitati che non ci hanno ascoltato hanno avuto dal voto complessivo e personale l'amara prova che noi e non loro interpretavamo la sensibilità degli elettori. Tutti insieme persuadendoci che non perderemo i dodici milioni e mezzo di elettori conservati, recupereremo le centinaia di migliaia di elettori perduti, conquisteremo maggiori voti dei giovanissimi se accresceremo la credibilità della Democrazia Cristiana, mantenendo fermi gli impegni assunti, adeguando alle mutevoli situazioni linee d'azione ed uomini validi per sorreggerle.
Sollecitazioni ripetute vengono anche per un adeguamento della Direzione ai ruoli che ad essa sono propri. Sembra pletorica per azione efficace; sembra appesantita dalla presenza di membri non eletti; si teme possa essere frenata dalla partecipazione ad essa di membri del Governo.
Un sistema democratico non può mettere nel suo vertice decisionale membri non eletti, quale sia la carica che in passato possono aver ricoperto. Quando un anno fa d'accordo con Moro denunciai la pesantezza della Direzione e la opportunità di rimediare promuovendo particolari consultazioni tra un ristretto e qualificato numero dei suoi membri, restammo isolati quali perfidi progettisti di direttorii. Le recenti richieste di ridurre i membri della Direzione partono dalla constatazione che certe nostre osservazioni erano valide.
Con ciò non voglio avviarmi a ripetere quanto dissi in materia di Congresso nell'ultima Direzione. Però debbo chiarire che non vi era in quella proposta nessuna intenzione di porre un catenaccio ad un tempestivo effettuarsi di mutamenti necessari, né vi era un machiavello per consolidare posizioni di segreteria. Quando in febbraio qui, avanzai l'ipotesi che un Congresso potesse preparare meglio le elezioni di giugno, propendeste per l'alternativa dell'Assemblea; ma affermaste che dopo le elezioni il Congresso si dovesse fare. Ciò mi ha imposto l'obbligo di riparlarne in Direzione, specie dopo che il biennio del XII Congresso era già scaduto. E non ho chiesto alla Direzione di decidere nella seduta dell'1-2 luglio di fare il Congresso: proposi di affidare ad un gruppo di lavoro lo studio delle forme nuove secondo le quali il Congresso avrebbe dovuto tenersi per aprire il partito all'apporto degli elettori oltreché degli iscritti. Aggiunsi che sui suggerimenti del gruppo di lavoro la Direzione avrebbe delineato le proprie proposte in fatto di tema, data, luogo, norme organizzative e partecipazioni del Congresso. La decisione sulle eventuali proposte della Direzione restava riservata, a norma di statuto, al Consiglio Nazionale. Si temette che il Congresso potesse risultare soluzione o troppo affrettata o troppo lontana per risolvere problemi di cambiamento che richiedono riflessione ma non ritardi. Si disse che il Congresso deve costituire la conclusione del rinnovamento da avviarsi al più presto. Sono in tutto d'accordo con gli obiettori, per il semplice fatto che non ho mai pensato, detto, o prospettato cosa diversa. Posso anzi aggiungere che a consentire lo svolgimento del Congresso, nel modo che il Consiglio Nazionale quando crede deciderà, si può sempre costituire o nelle forme già altre volte adottate o in nuove forme un Comitato che garantisca a tutti i nostri elettori e agli iscritti la sicurezza di un Congresso ben preparato, corretto e fecondo di utili innovazioni.
Circa la posizione del Segretario politico di fronte ai mutamenti ventilati ho chiarito la mia posizione iniziando questa relazione.
Tutti abbiamo avuto nel Partito esempi luminosi di umile spirito di servizio, uno indimenticabile offertoci da Alcide De Gasperi al Congresso del 1954. Penso che ognuno di noi spesso rifletta a quell'esempio. Forse il ricordo era offuscato nel mio spirito, quando nel gennaio '59 mi ritirai in modo brusco da una scena politica, che meritava maggiori attenzioni anche da parte mia. Il ricordo dei rimproveri che quella decisione mi procurò da parte di allora giovani amici, mi ha consigliato oggi di non ripetere il gesto di allora. Esso in questo momento poteva offrire ragione o pretesto di tagli a quanti spesso con sacrificio restano elettori della Democrazia Cristiana, provocando così non i mutamenti attesi, ma altri più gravi.
Così decidendo di agire non ho fatto il mio interesse, i momenti tanto difficili consigliano a chiunque di sottrarsi a mandati tanto impegnativi e perfino rischiosi. Ho cercato di fare l'interesse del Partito, difendendone la credibilità presso i 12.365.000 elettori che lo hanno votato, e stimolando ripensamenti da parte di elettori che hanno cessato di votarci.
Credo infine di fare anche l'interesse del Paese, non aggiungendo alle altre difficoltà presenti nuove difficoltà nel delicato settore dell'esecutivo. Personali doveri di solidarietà con l'amico Moro, apprezzamento per la sua meritoria opera, constatazioni del vuoto in cui si cadrebbe, senza possibilità men che illusorie di ricorrere a elezioni dal risultato imprevedibile, e fedeltà alle decisioni che in materia la Direzione ha già preso, mi hanno confortato nella opinione che una mia eventuale personale fuga non avrebbe servito che a produrre danni.
Ho riferito al Consiglio Nazionale tutto quello che poteva essere utile. Con serena coscienza decida ognuno quello che può mettere in condizione la DC di rendere ulteriori e migliori servizi all'Italia.

Sen. Amintore Fanfani
Consiglio Nazionale della DC
Roma, 19 luglio 1975

(fonte: biblioteca Butini)


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