LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LE DIMISSIONI DI FANFANI: REPLICA DI AMINTORE FANFANI AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 23 luglio 1975)

Dopo il terromoto politico causato dalle elezioni amministrative del 15 giugno 1975, ed il significativo spostamento a sinistra dell'elettorato, il Consiglio nazionale della DC si riunisce dal 19 al 23 luglio 1975 per esaminare la nuova situazione politica. La resa dei conti all'interno della DC avviene proprio in questo Consiglio nazionale. Si riporta di seguito la replica del Segretario politico della DC, Amintore Fanfani.

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La relazione introduttiva di questo dibattito mi ha consentito di richiamare l'attenzione del Consiglio Nazionale su punti essenziali del recente passato, del presente e del prossimo futuro dell'Italia e della Democrazia Cristiana.
Per il passato si sono messi in connessione i risultati del 15 giugno con i fatti partitici e di governo che, precedendoli da lungo o da recente tempo, li hanno influenzati ed in un certo senso preparati.
Per il presente si è accennato alle interrogazioni del dialogo politico corrente ed alle risposte che ad esse si può cercare di dare in modo costruttivo.
Per il futuro si è indicato per quali vie si può avviare quel rinnovamento atto a mettere il nostro partito in condizioni di essere ancora valido promotore e partecipe di una rinnovata solidarietà democratica.
Attorno a questi tre punti si è snodato un dibattito che per i trenta interventi, per la qualità di molti e per l'impegno di tutti ha pienamente corrisposto all'auspicio, che esso integrasse validamente le considerazioni introduttive di questa sessione del Consiglio nazionale.
Il nostro dibattito ha approfondito in primo luogo il senso e le ragioni del voto del 15 giugno. Confermando il parziale recupero che la DC ha fatto rispetto alle previsioni; la gravità del progresso del Partito comunista, le ripercussioni che questo nuovo mutamento di rapporti sta avendo e potrà ancor più avere nella vita del Paese, sia in sede di governo e di parlamento, che di giunte e di consigli regionali e locali.
Nessuno reputava che in questo nostro dibattito si potessi concludere un approfondito esame di ciò che è successo. L'esame è destinato ad ulteriori analisi ed approfondimenti. Ma intanto ha rivelato la piena generale consapevolezza che il voto del 15 giugno non è stato una improvvisa impennata dell'elettorato. E' stato la manifestazione di un malcontento diffuso, che da anni si era andato accumulando.
Tutti hanno concorso a confermare, in assonanza con la relazione, che il giudizio dell'elettorato ha investito soprattutto due temi dell'azione dei partiti democratici e dei governi da essi formati e guidati da uomini della DC: il tema della libertà ed il tema dei frutti di essa.
Tutti si sono giustamente compiaciuti del mantenimento della libertà nel nostro Paese. Ma non pochi hanno invitato a ricordare se non sempre la sua difesa in generale ha portato alla difesa di essa contro evidenti abusi in campi limitati ma importanti, quali quelli, che ad esempio si indicavano nella relazione: del lavoro, della economia, della scuola, della informazione.
E giustamente si è ricordato che in fatto di libertà, oltre un aspetto rigoroso del rispetto di essa, si è fatto avanti anche l'aspetto dell'ampliamento di essa, verso un movimento di liberazione, che ha interessato molto i giovani e non poco anche le donne.
Tutti hanno convenuto sulla giusta connessione tra il vigoreggiare della libertà e la presenza di particolari partiti politici decisi a difenderla in modo democratico, oppure, al contrario, decisi a condizionarla, subordinandola a particolari visioni, per lo meno non rigorosamente democratiche, dell'assetto sociale e della organizzazione statuale.
E' stato trovato giusto il rilievo che di fronte ai problemi della libertà esposti nel modo tradizionale, l'attenzione e la preoccupazione dei cittadini non sempre è sembrata vigile come un tempo, cedendo alla tentazione propria di vigilie ansiose, luogo di convulso trascorrere delle quali l'ansia di ordine purchessia finisce sempre per considerare la libertà un lusso troppo caro.
A questo punto le considerazioni della relazione e quelle di tutti gli intervenuti nel dibattito si sono intrecciate non disarmonicamente attorno a quelli che il relatore ha definito i problemi del buon governo. E' stato ribadito ed approfondito quanti di essi riguardino il metodo del corretto governare, gli obiettivi del governare scaturiti dalle ben individuate attese dei cittadini, il perseguimento di essi con sicuro e retto metodo, la partecipazione al buon governo ed alla amministrazione dei suoi risultati, senza cedere all'arroganza del potere.
Qualcuno ha temuto che nella lunga ed articolata illustrazione di questo aspetto la relazione avesse ecceduto. Ma l'esigenza di una diffusa analisi era ancora una volta imposta e da quanti dei nostri avversari insistono sul fatto che la DC non dice cosa vuole, e da quanti segnalano le diffuse notazioni programmatiche cui il Partito comunista ricorre con sempre maggiore insistenza per accreditare la sua preoccupazione d'essere vicino ai problemi di tutti i ceti del Paese.
Da nessuno è venuta correzione all'elenco dei valori civili che l'azione del buon governo deve cercare di soddisfare nel momento presente. E da nessuno è venuto rimprovero di aver prospettato in proposito linee di azione o improprie, o impraticabili, od infeconde, oppure non correttive di quanto di lacunoso od errato c'è stato in linee di azione in precedenza seguite.
Nel fatto stesso che sull'importante tema di una diversa impostazione ed utilizzazione del necessario strumento della programmazione non siano state sollevate eccezioni, si ritrova una conferma dell'attualità di esso e della opportunità di considerarlo nei termini prospettati, sganciando la DC dall'esaltazione acritica della programmazione o dall'insensato rifiuto di essa.
Considerandoli nel quadro di un programma globale si sono passati in rassegna i piani di settore, variabili per ampiezza intensità durata, da portare all'approvazione del parlamento per sostenere e per godere i “valori civili”, in vista dei quali lo strumento della programmazione, suggerito dai tecnici, può essere adottato e messo in azione dai governanti. Tutto ciò per promuovere, curare e concludere l'aggiornamento della politica economica e sociale italiana per tempi lunghi.
Dopo ciò è affiorato il tema della condotta che deve essere tenuta, da un lato per fronteggiare le urgenze economiche del Paese, e dall'altro per fronteggiare le urgenze istituzionali dei rinnovati consigli regionali, provinciali e comunali testé eletti.
Su questi temi la relazione si era doverosamente attenuta a quanto in materia la Direzione del 10 giugno e quella del 30 ed 1-2 luglio avevano concluso. Per ciò si è sollecitata la conferma dell'appoggio al governo, anche nella ricerca attuale di convergenze delle forze che lo sostengono sulle soluzioni migliori da dare ai problemi economico-sociali indifferibili. E si è riproposto l'invito agli eletti d.c. a concorrere a ricercare soluzioni per i consigli e le giunte fondate sulla collaborazione tra i partiti che sinora hanno partecipato a realizzare o a sostenere la politica di centrosinistra, e rispettose della solidarietà democratica, per ciò difendendola da impossibili inquinamenti da parte della estrema destra e temibili collaborazioni da parte dell'estrema sinistra.
Il dibattito è stato unanime nel riconoscimento della giustezza delle decisioni prese dalla Direzione sia in merito al sostegno al governo, sia in merito alla formazione delle giunte. A proposito di queste ultime sottolineandosi, in alcuni interventi, le non piccole difficoltà che la profonda modificazione degli equilibri politici locali creati dal voto del 15 giugno e la ambivalente posizione assunta dal PSI circa il persistere della collaborazione tra gli alleati dell'ultimo decennio o l'accedere prioritariamente alla collaborazione col PCI, sia pure aperta alla partecipazione diretta o indiretta dei partiti in sede nazionale solidali nel sostenere il governo.
Nelle dichiarazioni di esponenti dei partiti democratici sinora solidali tra loro ed in quelle del PCI il problema urgentissimo delle giunte si riconnette al problema della collaborazione o della contrapposizione tra i partiti in campo nazionale e governativo.
Nella relazione sono state ricordate le precedenti decisioni in materia prese dal XII Congresso, dal Consiglio nazionale, dalla Direzione e prospettate agli elettori quali impegnative per la DC. In termini generali nessuno ha smentito la contrapposizione ideale e politica della DC al PCI e quindi l'opposto collocamento che ne risulta nei campi della maggioranza e dell'opposizione. Campi distinti che impongono il rispetto di distinti ruoli: pur non escludendo, anzi richiedendo il confronto tra le tesi della maggioranza, ed in particolare della DC là ove essa guida la maggioranza, e le tesi del PCI, là dove esso della opposizione è la principale forza.
Sul tema della natura, limiti obiettivi del confronto il dialogo tra relatore ed intervenuti si è infittito; accentuando i termini dinamici di quel confronto, ma convenendo sulla necessità che esso, praticato su temi concreti, dia agli elettori il modo di intendere la validità della contrapposizione al PCI della DC in particolare e dei partiti democratici in generale. Validità di una contrapposizione che tutti ammettono debba risultare ferma e chiara sui problemi fondamentali della libertà, debba risultare essenziale e costruttiva sui problemi del buon governo, con particolare riguardo per quelli della corretta amministrazione, della equa soddisfazione dei bisogni più sentiti dai ceti popolari, del progresso civile e della giustizia sociale.
A giudizio del relatore e di tutti gli intervenuti la ricerca delle convergenze tra le forze democratiche deve persistere ad essere una costante per la DC. E ciò per rendere possibile ed utile al massimo: il buon governo nel rispetto della libertà, chiarire la contrapposizione del sistema democratico al sistema sinora introdotto dal comunismo in ogni Paese in cui è al potere e la sollecitazione delle forze democratiche al PCI di cambiare non solo il volto ma la sostanza del suo essere, sciogliendo in modo non provvisorio e fattivo i nodi che lo legano idealmente, strategicamente ed internazionalmente a forme, istituzioni e sistemi rifiutati da tutte le forze sinceramente democratiche ed in primo luogo la DC.
Tutti hanno convenuto col relatore che la ricerca di convergenze fra le forze democratiche deve essere persistente, rispettosa delle caratteristiche, degli ideali, del peso quantitativo e qualitativo di ogni componente. Essa non deve mirare a forme nuove di pretese egemoniche o privilegiate di nessuno dei partecipi alla rinnovata solidarietà. Questa a nessuno deve essere riservata per ripetere forme usate per svolgere la politica che il centro-sinistra si era proposta, forme ormai superate e che non avrebbero nessun beneficio ad essere riprese.
Per questa rinnovata solidarietà democratica efficacemente confrontabile col comunismo, a nessuno è sfuggito quale importanza abbia un rinnovamento serio e vasto della DC.
Rinnovamento che la porti a riallacciare contatti con tutti i ceti della società italiana, con tutti i centri in cui essa si organizza per coltivare ogni umana attività, da quelle culturali a quelle economiche e per difendere ogni legittimo interesse. Ognuno pensa che la ripresa di questi contatti darà alla DC un triplice beneficio: il non perdere più di vista le continue mutazioni della società; di aggiornare su di esse i propri programmi; di trasmettere ad ogni ceto sociale e ad ogni cittadino il contenuto e la portata delle sue decisioni. Così potendo reinserirsi quale testimone e quale operatrice del rinnovamento, rispettandone le tendenze, e concorrendo a sollecitarle e rettificarne eventualmente il cammino verso la piena soddisfazione delle fondamentali esigenze del progresso civile e della libertà democratica.
Potrebbe essere mortificato il relatore dagli scarni accenni fatti alle proposte da lui avanzate per stimolare il Partito ad intensificare i suoi contatti con il tessuto culturale-economico-sociale della società italiana, assumendo tutte le forme di azione e di organizzazione utili a ciò fare. Sembra ragionevole ritenere che il silenzio su questo o quel particolare fosse un via a passare dalla teoria alla pratica che tutti almeno in generale avevano richiesto. Tanto è vero che quando è sembrato che o troppe ottimistiche fossero le proposte per frenare il correntismo o troppo flebili, non è mancato chi ha sottolineato con forza la perniciosità di certe gravi deviazioni delle correnti, convenendo col relatore circa le misure da definire o da intensificare per ridurle alle proporzioni proprie di convergenze, naturali in un partito democratico, tra chi intravede soluzioni avvertite anche da altri per i vari problemi.
Lo stesso dicasi per quanto riguarda certi ritocchi alla formazione della Direzione.
Il tema del Congresso si è intrecciato con quello del mutamento di azione politica, di organizzazione generale e di dirigenze in seno al Partito.
Il Congresso, ricondotto a coronamento della vasta azione di aggiornamento sinora ricordata in tutti i suoi spetti, è stata da tutti ritenuta prospettiva da perseguire. Persistono pareri autorevoli a sostenere che non fu un errore ricordare il suo statutario avvicinarsi. Si è convenuto che sarà buona cosa prepararlo con tutti gli accorgimenti che possano renderlo strumento e testimonianza della nuova vita di un Partito realmente aperto al benefico consenso di tutti gli elettori e dei loro rappresentanti. Opportuna è stata giudicata l'assunzione di particolari garanzie, affinché nella adozione delle nuove forme organizzative e rappresentative, nella preparazione e nello svolgimento non si creino situazioni suscettibili di deludere la volontà degli iscritti e la feconda partecipazione degli elettori.
E in attesa del profilato Congresso, sul quale evidentemente il Consiglio nazionale dovrà pronunziarsi, si è fatto esplicito riferimento all'avvio di modificazioni capaci di concorrere a testimoniare effettivamente, e non solo esemplarmente, la ferma decisione di far corrispondere per programmi, per azione, per organizzazione, per uomini, la DC alle attese dei suoi elettori fedeli, alle speranze dei suoi elettori scontenti, alle riflessioni dei suoi elettori emigrati verso altre liste.
Di fronte a tutte queste motivazioni cui il relatore aveva accennato, dicendosi di esse fautore e disponibile agevolatore, superate le questioni generazionali, si sono confrontate due opinioni: quella di chi persiste a chiedere il mutamento, e quella di chi, come l'on. Moro, definisce la richiesta mutazione ingiusta o di chi, come l'on. Forlani, la definisce erronea testimonianza agli elettori di un trasformismo post-elettorale, pregno non di recuperi, ma di nuove perdite.
Grato è al relatore esprimere riconoscenza ai due cari amici e a tanti altri autorevoli colleghi che gli hanno testimoniato riguardo e solidarietà. Dopo di che non dovendosi trasformare da giudicando in giudice, si limita a ricordare, come fece nella relazione, da quale posizione, con quale spirito ed a quale età accettò l'invito rivoltogli dal Partito due anni fa per adempiere ad un'ardua azione. E mentre si rammarica di non essere riuscito a soddisfare tutte le aspettative, data la limitazione delle forze di un solo uomo, la pervicacia di alcuni a non abbandonare le cattive abitudini e la gravità dei problemi, riafferma di esser sempre stato come tuttora è convinto che la democrazia è anche cambiamento.
Di una cosa è soddisfatto il Segretario politico, di aver portato il Consiglio nazionale a questo dibattito, di aver collaborato a farlo svolgere su veri problemi, senza personalismi e con tanta serenità. Non l'ha voluto per ricevere lodi, che solo da altra fonte possono essere abbondanti e perenni; l'ha voluto affinché gli elettori conoscessero che la DC, i dirigenti della DC ed il Segretario tra essi, non li hanno imbrogliati chiedendo voti su una linea di effimera vita pre-elettorale.
Questo è stato il mio proposito, sta al vostro voto dire a me per oggi ed agli elettori per domani se i membri di questo Consiglio restano convinti che la linea deliberata da loro qui a metà maggio era la linea giusta, che la DC può aggiornare alle esigenze manifestate dagli elettori, e soprattutto dai suoi elettori, senza tuttavia abbandonarla.
Ci conforti il ricordare che in quella linea cedettero 12.365.000 italiani. Ci allieti la speranza che altri elettori tornino ad apprezzarla, nei pur necessari aggiornamenti. Se ciò avverrà la DC resterà Partito di giusto progresso e di valida difesa della libertà per tutto il popolo italiano.

Sen. Amintore Fanfani
Consiglio Nazionale della DC
Roma, 23 luglio 1975

(fonte: biblioteca Butini)


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