LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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COMPROMESSO CON IL PCI, RAPPORTI CON IL PSI, SCELTE DELLA DC: REPLICA DI AMINTORE FANFANI AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 3 febbraio 1975)

Chiuso il 1974 con la soluzione della crisi politica, e la nascita del governo DC-PRI guidato da Aldo Moro, il Consiglio Nazionale della DC si riunisce dal 31 gennaio al 3 febbraio 1975 a Roma. Affronta nuovamente la proposta del cosiddetto “compromesso storico”, e la necessità del sostegno al Governo Moro. Sono presenti anche i temi della gestione unitaria del Partito. Il 3 febbraio, il Segretario politico Amintore Fanfani replica al dibattito.

* * *

Mi sia consentito di esprimere sincera soddisfazione. La succinta relazione che ho avuto l'onore di farvi ha infatti provocato un dibattito singolare. Ho sentito già definirlo uno dei più seri, dei più stringati, dei più costruttivi, dei più sereni di quanti si siano svolti in trenta anni in seno a questo Consiglio.
E ciò consente di dire che, per le caratteristiche assunte, questa tornata del Consiglio Nazionale ha recato un contributo serio a ripresentare ai cittadini ed alle forze politiche, sociali e culturali il volto della DC.
Questa tornata fa da degno seguito a quella di luglio, completando l'ampia riflessione allora iniziata e dando luogo ad un esame di coscienza, che definendo i meriti ma anche i limiti della intesa che precedette il XII Congresso, ha portato a considerare la preannunciata distinzione sulla linea proposta dal Segretario politico tra maggioranza e minoranza non un fatto contraddittorio con l'unanimità prescelta nel giugno '73. accettata da tutti con entusiasmo e con disciplina, come un modo per superare le preoccupanti divaricazioni di quel momento, ma non come un ripudio permanente della salutare regola di non mortificata democrazia, come ben ha ricordato il Vice Segretario on. Ruffini. Anzi negli incontri avuti nei due mesi successivi con gli amici di tutta Italia, il Segretario politico avvertì e precisò che il convenire tutti in sede congressuale su una mozione non precludeva alla distinzione, ogni volta che essa rispondesse a scelte promosse non per dirompere e lacerare, ma per chiarire posizioni diverse e per valutare dal seguito di ognuna, la forza maggioritaria, che per legge di democrazia la trasformava, una volta approvata, da proposta di alcuni, in direttiva impegnativa per tutti, sostenitori ed oppositori che fossero.
E l'avvertenza era accompagnata dalla sottolineatura, on. Lattanzio, che l'impegno congressuale non imponeva l'unanimità ma la gestione unitaria della linea prevalsa: gestione unitaria che si realizza nel rispetto delle minoranze per la linea prevalsa, nella partecipazione di esse al controllo del modo di gestirla da parte della maggioranza, nell'aperto dibattito per consentire sempre correzioni che l'esperienza consigliasse la maggioranza a fare od accettare, e perfino sostituzioni che l'esperienza consentisse alle minoranze di disporre con successo, dando perciò a tutti una nuova linea ed una nuova base maggioritaria di essa.
In sede locale i fatti ricordati, quali pieni di legittimità democratica, si sono più volte verificati. In sede nazionale al prodursi di essi ha concorso il non sempre osservato rispetto da parte di alcuni – certamente per ansia di bene – di quanto per deliberazione, quasi sempre anche unanime, era divenuta la linea del Partito, con intempestive dichiarazioni in sedi esterne al dibattito interno di partito, contribuendo, certo involontariamente, a generare dubbi tra gli elettori, tra gli alleati, tra gli avversari su ciò che fosse o volesse veramente la Democrazia Cristiana.
Non la protervia di alcuni o la prepotenza di altri, ma l'attenta riflessione di tutti ha portato a porre la domanda, ripetuta da Carlo Russo, se non sarebbe stato meglio quale prologo a questo Consiglio Nazionale lasciare che nelle libere indicazioni di ognuno si addivenisse alla coagulazione di consensi, il volume dei quali avrebbe definito le scelte in questo particolare momento fatte dalla DC.
Nella relazione, di fronte ai ripetuti inviti rivolti alla DC di scegliere, si è ricordato come le proprie scelte la DC le avesse fatte. Non si può però non riconoscere, che le divaricazioni che dopo ognuna gli stessi approvatori manifestavano, facevano nascere negli osservatori più severi il dubbio che la DC non avesse scelto ma finto di scegliere. E non si può negare che questa apparenza o questo dubbio non ostacolava un fondato giudizio negativo da parte di tutti: osservatori, alleati, avversari, elettori che fossero.
Può costituire elemento di giudizio favorevole per tutti constatare che i partecipanti a questo ampio dibattito hanno preso coscienza della richiesta universale ad essere chiari. Hanno inteso che, se per essere chiari bisognava rinunziare ad una sforzata unanimità, meglio era rinunziarvi, come ha osservato l'amico De' Cocci. E l'ipotesi che rinunziandovi si creassero distinzioni di voto e quindi differenziazioni tra maggioranza e minoranza non ha scandalizzato nessuno. E sembra un fatto di maturità degno del massimo rispetto da parte di tutti, la serenità con la quale questa prospettiva è stata accolta. Si direbbe che essa ha finito proprio per distendere gli animi e per dare a ciascuno la piena consapevolezza di assumere in proprio la parte del protagonista lasciando quella del gregario. Ed il fatto stesso che tra gli amici di quelle che furono dette ed ancora non hanno cessato – ahimè – ha ripetuto accoratamente l'on. Vittorino Colombo, di essere le correnti si sia svolto un dialogo che li ha più volte con cautela perfino differenziati, è un fatto positivo di libertà e di liberazione, ed è l'avvio di quel processo di progressiva riduttività delle esasperazioni patologiche del correntismo, condannate dagli elettori, come si è sottolineato accoratamente nella chiusura della relazione.
Si è espresso da molti, e in modo particolare stamani dall'on. Moro, l'auspicio che il voto che distinguerà, non sia un voto che divida, guastando non solo i rapporti umani, ma lo stesso sereno confronto tra chi ha votato in un modo e chi ha votato in un altro. E sarebbe veramente un controsenso il constatare che un partito, il quale unanime da anni propone ed approva quale atto di vera democrazia il confronto tra maggioranze e minoranze nel Parlamento e nelle Assemblee, poi ripudiasse il confronto tra la sua maggioranza e le sue minoranze proprio in sede dei propri collegi. Come in sede statale così in sede partitica il confronto è il modo per completare il dialogo democratico, senza confondere i ruoli tra maggioranze e minoranze, senza annullare il mandato a provvedere, dato alla maggioranza, in un assemblearismo che fatalmente avvia a deleteri compromessi e dà luogo ad una subdola marcia verso l'unanimismo, del quale la chiave – e quindi l'antidemocratica possibilità di veto – resta in mano all'ultimo oppositore.
C'è un miglioramento nell'interno del partito quanto a rapporti tra maggioranza e minoranze, ed è la regola da chi parla proposta e che il Congresso approvò, che invita a fare sì che il mandato del Partito, a rappresentarlo in tutte le sedi nelle quali una rappresentanza di partito sia richiesta e possibile, deve essere conferito dagli organi responsabili non senza badare all'atteggiamento assunto nel dialogo interno di partito, ma in base alle effettive capacità ed esperienze. A questa regola dobbiamo continuare ad attenerci, così come abbiamo cercato di fare in quest'ultimo anno e mezzo. E ringrazio gli amici che pur erano maggioranza relativa di non aver opposto ostacoli, ed anzi di aver facilitato l'osservanza di questo deliberato del XII Congresso. Ciò tranquillizzi tutti anche per l'avvenire.
Queste annotazioni preliminari sul valore democratico costruttivo e quindi positivo di questo dibattito aprono la strada a dire quali atteggiamenti sono emersi rispetto alle proposte politiche e partitiche avanzate nella relazione. Essa aveva sollecitato a prendere atto di alcuni temi importanti nel dibattito politico in corso, puntualizzando la posizione della DC di fronte ad essi.
Sulla inaccettabilità della proposta del compromesso storico fatta dal PCI la risposta negativa è stata unanime, e ad essa hanno portato significativi consensi non solo personali i presidenti dei Gruppi Bartolomei e Piccoli. Il rifiuto del compromesso storico è stato accompagnato talora dall'invito a non dimenticare che esso non è per ora una proposta di alleanza di governo e non può escludere il confronto. Che la nostra risposta negativa non escluda il confronto – senza alterazioni di ruoli – è cosa scontata, per chi l'esigenza del confronto quale caratteristica di una vera democrazia prospettò sia quale Presidente del Senato sia dopo, quale membro di questo consesso, il giorno in cui esso elesse Segretario politico l'amico Forlani. E sentir accogliere da tutti cose dette anni prima è cosa la quale dà conforto, invitando ad attendere sempre consensi, che il tempo poi non fa mancare. Che il compromesso storico non sia alleanza di governo, è detto chiaramente nella relazione, là dove si avverte che esso è l'avvio “morbido” ad altri sviluppi che fatalmente porterebbero ad un ordinamento sociale, al quale il PCI non ha mai rinunciato, e, secondo i più, sarebbe irrispettoso immaginare che vi possa rinunciare. E proprio perché subdolo avvio a traguardi inaccettabili, spero che quanti con gli amici ancora insistono a prospettare una versione accettabile del compromesso storico – in ciò distinguendosi chiaramente dalla relazione, dal discorso dell'onorevole Moro, e dall'opinione dei più – possano prima che sia troppo tardi, pervenire ad associarsi alle posizioni maggioritarie che qui sono emerse, e che, torno a ripetere con Moro, non rifiutano nulla di ciò che la democrazia consiglia per il dialogo con le opposizioni e nulla di ciò che serve ad accrescere validità e quindi consensi alla proposta della maggioranza.
Quanto alla seconda proposta davanti a noi, quella socialista di rapporti paritari e preferenziali con la DC, piace registrare che i più hanno apprezzato e condiviso la posizione assunta nella relazione. Posizione certo doverosamente preoccupata di non contraddire la costante ricerca della DC delle solidarietà più larghe possibili per la difesa ed il progresso della democrazia; preoccupata di non ripagare malamente ad esempio il PRI che con tanta generosità condivide il potere con la DC in un momento tanto difficile; preoccupata di non ripagare maldestramente il PSDI dell'appoggio esterno che sta dando al Governo.
Non indebolisce il Governo chi è critico della proposta socialista. Ma chi, come ha osservato il sen. Agrimi, dichiara di accettarla non preoccupandosi delle reazioni che detta accettazione produrrebbe in seno ai due partiti, il repubblicano ed il socialdemocratico, che insieme noi tutti abbiamo ritenuto tutt'altro che superflui per la costituzione e per la vita del governo presieduto dall'on. Moro.
Ed i pochi che qui hanno sostenuto misconoscersi nella proposta della relazione l'importanza numerica e qualitativa del PSI hanno semplicemente dimostrato che talora, per distinguersi, sanno anche non leggere documenti che criticano. Arbitrio questo che va condannato accomunandolo, come ha fatto l'on. Scalfaro, a quello compiuto dall'on. Galloni quando per sottovalutare con sufficienza le considerazioni circa i rapporti della DC col capitalismo, li si è detti rimasticature del codice di Camaldoli, dimostrando così di avere una conoscenza molto superficiale del lavoro che certi cattolici svolsero anni prima del codice suddetto, sul terreno di severe indagini scientifiche che lo stesso Maritain segnalò con onore nel celebre “corso di lezioni” già nel '35, che lo stesso Sturzo fece tradurre in inglese dalla sua segreteria, e che dettero modo a John Kennedy nel 1956 di riconoscere con gratitudine che esse avevano orientato lui, appena reduce dalla guerra, a intraprendere l'azione politica che tanto lo distinse. Questo contributo al completamento dell'informazione di alcuni nostri amici, lo si offre per metterli in guardia contro il malvezzo di considerare poco cosa si fa in casa nostra, magari sdegnosamente buttando nel cestino col tomismo anche il neotomismo che alla Chiesa prima di Gemelli dette Leone XIII, all'antifascismo dette La Pira ed i suoi “Principii”, ed alla Democrazia Cristiana ha dato Dossetti con “Cronache Sociali”.
E' cosa evidente per tutti, on. Donat Cattin, che senza il PSI non c'è centrosinistra. Ed è altrettanto evidente che, non riconoscendo il peso che spetta alle proposte di cui è portatore ed alla rappresentanza popolare che ha, non si può avere il PSI in una coalizione di governo. Queste cose nella relazione sono state riconosciute, e ci consentono di confermarle come convinzione diffusa tra i più di noi, come convinzione che suggerisce a noi tutti la massima attenzione per salvaguardare l'attività del governo da malaugurate interruzioni, consentendogli di essere davvero ponte verso la ripresa della solidarietà tra i quattro partiti alleati fino allo scorso ottobre.
Il convenire di tutti sulla mia proposta di confermare piena solidarietà al governo presieduto dall'on. Moro mi esonererebbe dal ripeterla. Ma la rinnovo, dopo il suo ampio e succoso intervento di stamane, richiamando l'attenzione di tutti su quanto siano coerenti ad essa le nostre risposte alle proposte del PCI e del PSI.
Nella formula adottata da Moro si riconosce una riconferma della disponibilità della DC a persistere nella ricerca della massima solidarietà democratica che è stata possibile organicamente realizzare almeno tra DC e PRI; della volontà di agevolare in ogni modo una costruttiva riflessione da parte degli altri partiti che noi persistiamo a ritenere non eliminabili da una ricostituita ampia organica maggioranza.
Nel programma del Governo Moro si riconosce quanto di essenziale c'era nel programma approvato dalla Direzione, ed un modo puntuale per affrontare con successo i gravi problemi del momento, tra i quali anche agli occhi dei più: 1) continua ad apparire prioritario quello dell'ordine pubblico e della sicurezza dello Stato sul mantenimento dei quali – è stato ben detto da Piccoli – tuttora si assidono i regimi totalitari, ma senza il mantenimento dei quali, sempre periscono le democrazie; 2) continua ad essere essenziale – come il presidente Moro ed il ministro Colombo hanno ricordato – quello del freno all'inflazione, dell'arresto della recessione, della ripresa dello sviluppo e di quelle riforme la cui promozione deve costituire non solo un punto caratterizzante, come ha ben ricordato il ministro Malfatti, della DC ma deve costituire un impegno costante sia nel facile momento della proposizione, sia in quello difficile dell'attuazione e della fruttificazione democratica; 3) continua ad essere la politica di cooperazione ed unità europea, di alleanza con le grandi democrazie, che – a sentirlo confermare anche dall'on. Taviani fa piacere a chi ad essa come Presidente del Consiglio la animò, non senza contrasti già nel 1961 – non esclude affatto la pratica di una sincera amicizia con l'URSS ed altri Paesi, che la nostra amicizia sanno ricambiare, non accogliendo come con troppa compiacenza fa da mesi la Spagna i nazifascismi che tramano contro l'Italia democratica. E conosciamo troppo bene l'on. Rumor per essere certi che nell'espletamento del suo nuovo incarico di capo della diplomazia italiana, con garbo ma con fermezza, richiamerà su ciò l'attenzione del governo di Madrid.
Un quarto punto ci ha chiamato a pronunziarci. Quello della persistenza di uno sforzo per agevolare il ritorno di tutti i quattro partiti già alleati, a riprendere piena coscienza della necessità del loro solidale ed organico servizio per riprendere a contribuire nel Governo alla difesa ed al progresso civile ed economico del popolo italiano.
Gli inviti a dar rilievo al fatto che se però non tutti faciliteranno questo traguardo si potrà procedere anche in accoppiata con il PSI, ha un solo difetto, ma già grave, on. Bodrato, ed è quello di esprimere già una preferenzialità che, lo si ripete per coloro che vogliono in ciò distinguersi dai più, insidia la vita del Governo Moro e condanna alla sterilità ogni serio sforzo per ricostituire la solidarietà tra i quattro partiti. Non sono gli apriorismi che possono indicare le formule possibili in ogni particolare momento, sono, on. Misasi, i consensi sui programmi proposti.
La DC non può rinunciare ad essere pienamente rappresentativa dei ceti popolari oltre che dei ceti medi, come han ben detto Forlani e Gaspari, ad essere il Partito preoccupato di un saldo ordine pubblico e di una costante e tenace difesa contro le trame eversive come ha confermato Moro; la DC non può rinunziare – come ha ben detto Ruffini – ad essere partner valida e creduta dei suoi alleati; la DC non può rinunziare, come ha ben detto Colombo, a difendere la propria economia dalla peste dell'inflazione e dal colera della recessione; la DC non può rinunziare ad essere, come ha ben detto Malfatti, il Partito delle riforme; la DC non può rinunziare, come ha ben detto Morlino, ad essere il Partito delle autonomie.
Sia tutto questo la DC: sappia validamente richiamare l'attenzione delle altre forze democratiche su queste esigenze; e proponga adeguate soluzioni per soddisfarle e non tema di restar sola. Incontrerà certamente – lo dice una trentennale esperienza – forze democratiche e pronte ad allearsi con essa, e come premio avrà poi anche il consenso dei suoi elettori. La DC non è il Partito dell'isolamento: è il Partito della solidarietà democratica; l'ha sempre ricercata, e quando l'ha conseguita o quando si è proposta di ripristinarla, ha sempre avuto larghi consensi tra gli elettori.
Un quinto punto della relazione ha invitato a pronunziarsi sulle forme essenziali di chiarimento interno. Su quelle di schieramento si è detto all'inizio valutando positivamente la serena democratica risposta ricevuta. Essa non sarà d'ostacolo – come ha ben detto Rumor, convalidando i nostri propositi – ad un dialogo ad una democratica cooperazione tra tutte le componenti del Partito; essa non impedirà il conferimento a tutti i capaci e meritevoli di mandati presso le istituzioni, i collegi ed organi della Repubblica; essa indurrà a chiedere la più larga cooperazione possibile nell'azione che il Partito al centro ed alla periferia avrà bisogno di svolgere. Non si torna sulle divergenze verificatesi in seno al concerto unanime della primavera scorsa; perché la questione fu dibattuta e per quanto mi riguarda risolta nel Consiglio Nazionale di luglio. L'invito a ricercare di ricomporre l'unità non fu, on. Granelli, disatteso dalla Segreteria, ma fu fatto rimandare alla ripresa autunnale dagli interessati, fu poi ritardato dall'aprirsi, dallo svolgimento della crisi, fu poi prorogato per consenso generale in attesa delle decisioni di questo Consiglio Nazionale. Il voto conclusivo di esso deciderà sul da farsi. E non si dice questo per influire su quel voto; ma per essere chiari, come chiari si è detto da tutti di voler essere.
L'aspetto della cooperazione e del controllo di tutti alla gestione dei fondi erogati al Partito dallo Stato – amici Galli, Golfari e Barbieri – è stato preso già in considerazione nell'ultima seduta della Direzione. Un ristretto Comitato comprensivo e rappresentativo anche delle minoranze collaborerà con il Segretario amministrativo on. Micheli, la cui obiettività del resto tutti riconoscono, alla definizione del bilancio preventivo del '75, predisponendo il quale dovrà tenere conto degli inviti qui formulati, anche dal Consigliere Bassi, a rendere più decentrata l'attività del Partito e quindi meglio distribuiti in conseguenza tra centro e periferia i fondi disponibili. Nessuno l'ha detto, ma bisogna dire che l'erogazione di fondi pubblici non soddisfa tutte le esigenze di un Partito grande e complesso come il nostro: il deficit di oltre trecento milioni per il 1974 lo dimostra, e la previsione del grande sforzo per le elezioni regionali ed amministrative lo conferma. Da tutti gli iscritti, da tutti i Dirigenti, da tutti i rappresentanti del Partito in ogni sede bisognerà ottenere maggiori contributi. E questi saranno tanto più volentieri dati quanto più si vedranno decidere ed applicate le riforme sul tesseramento, sull'organizzazione e sui contatti con l'elettorato che sono in corso di preparazione, e sulle quali si torna a chiedere una sollecita risposta di tutti i Comitati Provinciali e Regionali, per dar modo ad un prossimo Consiglio Nazionale di pronunciarsi. Sarà un modo anche questo di dimostrare che il Partito sa aggiornarsi, preparandosi anche così al grande confronto di primavera.
Delle due ipotesi da me illustrate per prepararci degnamente alle elezioni regionali, la ristrettezza dei tempi ha ragionevolmente fatto preferire quella di una grande assemblea. L'organizzeremo, preparandola convenientemente con varie forme di riunioni preliminari. Servirà come fu già detto nella relazione a delineare il programma e le inclinazioni di schieramento per l'attività delle regioni, province e comuni, nel prossimo quinquennio.
E per quanto di sua competenza il Consiglio Nazionale sarà chiamato alle conseguenti solenni deliberazioni.
A giusto completamento del dialogo aperto nel Consiglio Nazionale di luglio, anche gli atti di questo Consiglio Nazionale, onorevole presidente Zaccagnini, saranno sollecitamente raccolti in volume. Esso recherà a tutti una testimonianza del nostro comune impegno; assicurerà sulla serena convivenza in seno alla DC di tutti i suoi dirigenti; darà più chiara fisionomia al Partito nei confronti di tutti: preparerà degnamente l'assemblea prevista e la partecipazione della DC al confronto primaverile con gli elettori.
A tutti coloro che di questo dialogo sono stati protagonisti, e a tutti coloro che attentamente l'hanno seguito va un ringraziamento sincero. Esso si completa con un augurio di pieno successo, garantito anche dalla nostra affettuosa solidarietà, per gli amici che sotto la guida dell'on. Moro ci rappresentano nel Governo e per gli amici che sotto la guida degli on. Bartolomei e Piccoli ci rappresentano in Parlamento.

Sen. Amintore Fanfani
Consiglio Nazionale della DC
Roma, 3 febbraio 1975

(fonte: biblioteca Butini)


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