LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

COMPROMESSO CON IL PCI, RAPPORTI CON IL PSI, SCELTE DELLA DC: RELAZIONE DI AMINTORE FANFANI AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 31 gennaio 1975)

Chiuso il 1974 con la soluzione della crisi politica, e la nascita del governo DC-PRI guidato da Aldo Moro, il Consiglio Nazionale della DC si riunisce dal 31 gennaio al 3 febbraio 1975 a Roma. Affronta nuovamente la proposta del cosiddetto “compromesso storico”, e la necessità del sostegno al Governo Moro. Sono presenti anche i temi della gestione unitaria del Partito. Il 31 gennaio, il Segretario politico Amintore Fanfani svolge la relazione introduttiva.

* * *

1) Fedeltà alle conclusioni del Consiglio Nazionale di luglio

Nel Consiglio Nazionale di luglio, assolvendo ad un impegno in precedenza preso, definimmo insieme in quale momento storico si trovasse la situazione del mondo, dell'Italia, della Democrazia Cristiana. E convenimmo all'unanimità su molte importanti conclusioni, ispiratrici della futura azione.
Sono trascorsi sei mesi non facili per il confronto parlamentare di luglio – agosto; per il successivo dialogo nel partito e tra i partiti sui rapporti col comunismo o sui problemi della ripresa economica; per le disparate valutazioni tra PSI e PSDI che a fine settembre anticiparono la crisi di governo; per lo sforzo unitariamente e positivamente compiuto per dare la migliore soluzione di programma di formula e di uomini alla crisi senza dilacerare il quadro delle convergenze tra i partiti favorevoli ad una politica di centro sinistra; per l'inizio promettente dell'attività del Governo; per definire il concorso del partito a sostenere il Governo nella lotta alla criminalità ed agli attentati alla sicurezza dello Stato; per concorrere a concludere positivamente l'annosa rielaborazione del diritto di famiglia. D'altri minori impegni non si fa menzione per brevità, così come per brevità non si fa menzione dell'attività svolta al centro ed alla periferia, per rianimare la nostra organizzazione e riportarla viva e presente nel mondo della scuola, della gioventù, del lavoro. Si sono ricordati invece specificamente momenti di un intenso impegno, che ha portato la DC a sostenere nella azione politica, con efficacia e con prestigio, il suo ruolo di partito di maggioranza relativa.
E nelle fasi di tanto impegno ci si è attenuti alle conclusioni cui giunse l'ampio dibattito consiliare di sei mesi fa.
Per ciò, nella fedeltà alla tradizione ed alla ispirazione proprie della DC, si è preso parte all'aperto e vivo “confronto con le forze sociali e politiche, per risolvere, con la più attenta considerazione dei dati della realtà, i grandi problemi del Paese”, ed all'azione per operare “in modo fermo e rigoroso per la salvezza della libertà in Italia”. Confermata la validità della politica di centro sinistra, nel suo quadro siamo restati per superare le difficoltà congiunturali e sciogliere i nodi strutturali dell'economia italiana, e per realizzare le riforme necessarie a rendere “efficienti le istituzioni democratiche ed ampliare lo spazio di libertà e di partecipazione dei cittadini”. Si è operato per mantenere, sia pure in modo flessibile, la collaborazione fra i partiti della coalizione di Governo, così adempiendo nel modo migliore alle nostre responsabilità verso il popolo italiano e accompagnando questo sforzo con l'attento confronto con le opposizioni, senza alterazione dei ruoli rispettivi, senza attenuare le ferma condanna d'ogni reviviscenza neo-fascista, senza indebolire la “contrapposizione ideale e politica” della DC al PCI. E consapevole dei “sacrifici, anche gravi”, da richiedersi “in questo momento al popolo italiano”, ci si è impegnati “a fare tutto il possibile, affinché fosse attuata una rigorosa giustizia nella distribuzione degli oneri, perché produzione ed occupazione fossero salvaguardate, perché apparisse evidente la capacità e volontà del potere democratico di assicurare, al di là delle attuali difficoltà,un avvenire di benessere, di dignità, di libertà e di giustizia”.
Dà soddisfazione constatare che nelle varie fasi del nostro impegno politico ci si è attenuti alle conclusioni, letteralmente testé ricordate, del dibattito di luglio. Anche a quella che invitava ad uno sforzo unitario nella gestione dell'attività e presenza della DC, come attesta sia la presenza al Governo di tutte le componenti interne di partito, sia l'invito ad assumere le massime funzioni di rappresentanza nel Governo ad un amico di cui tutti ritennero preminenti, sul seguito personale, la singolare esperienza, il lungo fedele servizio, e l'immutato prestigio.

2) Strascichi polemici

Subito dopo la puntualizzazione di luglio, tuttora meritevole di essere tenuta ben presente, fatti di vario ordine e prese di posizione in sedi diverse hanno introdotto o si sono domandate se non si dovessero introdurre alcune mutazioni di quadro. Ad esse bisogna riferirsi per aggiornare il nostro discorso.
Il proposito democratico di un corretto confronto tra maggioranza di Governo e opposizione non ebbe sempre una chiara applicazione. Da ciò varie ripercussioni nei rapporti tra partiti di maggioranza, nella conclusione dei dibattiti parlamentari, nella modifica non sempre perfezionatrice delle proposte di politica anticongiunturale, avanzate con coraggio dal V Gabinetto Rumor. Da ciò la ripresa ferragostana dei dubbi sulla sufficienza, per superare la grave crisi economico-sociale e politica, di un corretto rapporto con le opposizioni ed anzi proprio con la più consistente di esse, quella comunista.
Alcuni interrogativi plausibili e le risposte talora non totalmente rispettose delle conclusioni raggiunte nel Consiglio Nazionale di luglio, obbligarono il Segretario politico, con due distinti articoli, ed “Il Popolo”, con alcune note, a ricordare le deliberazioni del Congresso del '73 e del Consiglio Nazionale del luglio '74 circa la linea politica, sia per la costituzione e la funzionalità della maggioranza di centro-sinistra, sia per la posizione di essa verso le opposizioni, con quella dell'estrema destra per la DC irriducibile avversaria, con quella dell'estrema sinistra per ideali e per proposte di mutamenti di fondo della società in netta contrapposizione con la DC.
E affinché non passassero come conversioni strategiche alcuni accorgimenti tattici comunisti in materia economica, favorendo confusione in seno alla maggioranza ed in seno alla DC, sulla scorta di deliberazioni congressuali e consiliari il Segretario politico dovette ricordare i fondamenti della linea economica prescelta dal Partito in fatto di politica antinflazionistica, di politica antirecessiva, di politica di sviluppo e di riforme.

3) Difficoltà autunnali per la maggioranza quadripartita di centro-sinistra

A metà settembre anche il Partito socialista italiano tornò sulle intese convenute nella maggioranza al fine di riassorbire la parziale crisi governativa di giugno.
Sempre più convinto dell'aumento effettivo e prospettico dei propri consensi tra gli elettori e della contemporanea diminuzione attuale e futura di quelli della Democrazia Cristiana, abbandonando in ingiusti rilievi critici che ancora una volta respingiamo, il PSI richiese nuovi rapporti con il nostro partito. Questi rapporti dovevano tendere alla sostanziale parità tra due forze politiche e comunque dovevano conferire una posizione preferenziale al PSI rispetto alla posizione degli altri due partiti alleati.
Avanzando simile richiesta il PSI cadde in tre errori: sottovalutò l'indisponibilità della DC ad incoraggiare la fuga dei propri elettori, dando per scontato una sua futura perdita di forza; sottovalutò le immancabili reazioni degli altri partiti della maggioranza; mostrò indifferenza – a dir poco – per l'eventuale prodursi di una crisi di governo.
In breve sopravvenne la risposta del Partito socialdemocratico. In essa si rivendicava – ma in senso opposto a quello indicato dal PSI – un più stretto nesso tra i programmi della maggioranza ed i problemi del Paese; e, nell'ormai evidente disputa su ciò con il Partito socialista, non si esitava ad invocare il giudizio degli elettori. Con ciò il PSDI mostrò indifferenza – anche questa volta, a dir poco – per il prodursi di una crisi di governo, immaginando facile dopo appena due anni un nuovo scioglimento anticipato delle Camere e confidando ottimisticamente sulla propensione dei cittadini a premiare in un momento tanto difficile i promotori di una accesissima polemica elettorale.
Queste valutazioni non arrestarono il moto verso la dissoluzione del Governo. Per prevenirla – come già dicemmo nel Consiglio Nazionale di dicembre – non bastò il giro di orizzonte fatto ai primi di ottobre su nostro consiglio dal presidente Rumor. E per prevenire l'irreparabile rottura d'ogni possibilità del ristabilirsi della solidarietà tra forze di centrosinistra si dovette preferire la crisi, facendo affidamento nel corso di essa sulla ripresa di un dialogo conciliatore.
Promosso dal Presidente della Repubblica, incoraggiato dal Presidente del Senato, avviato dal Segretario politico della DC, quel dialogo, orientato da precise organiche impostazioni programmatiche con felice iniziativa avanzate dal nostro Partito, si concluse con la costituzione, ad opera dell'on. Moro, del Governo DC-PRI. Su di essa si riuscì a far convergere autonome decisioni di sostegno, sia da parte del PSI che del PSDI.
Su questa vicenda procedette ad attento esame il Consiglio Nazionale del dicembre, che all'unanimità approvò l'opera svolta dalla Direzione, dal Segretario politico, dalla Delegazione e dai Direttivi dei Gruppi, apprezzò lo sforzo compiuto da tutti i partiti democratici per giungere alla formazione del Governo Moro, al quale con l'augurio di completo successo assicurò pieno appoggio.

4) Questioni non dibattute nel Consiglio Nazionale di dicembre

Nel Consiglio Nazionale di dicembre si ricordarono, ma non si discussero la rinnovata proposta di “compromesso storico” avanzata dal Segretario del PCI l'11 dicembre, e la rinnovata richiesta di rapporti preferenziali della DC fatta dal Segretario del PSI il 18 dello stesso mese.
E' vano nascondersi gli effetti di queste rinnovate richieste e delle antecedenti vicende, sul piano degli enti locali a Venezia, ad Agrigento e ad Avellino. In proposito non sono mancati da parte della Segreteria politica tutti gli opportuni richiami. Ad essi dovranno fare seguito le misure che saranno richieste dal coerente rispetto della linea risultante da questo dibattito.
Né può dirsi che eventi dell'estate-autunno e richieste rinnovate del dicembre siano stati senza ripercussione nella definizione dell'azione della Federazione sindacale, nello svolgersi sempre più difficoltoso del processo unitario, nella sequenza oggetto e conclusione di agitazioni per le tariffe, per le retribuzioni e la contingenza, per le pensioni, per l'occupazione.
Il ritorno su decisioni che dovevano apparire chiare ed impegnative ed il ripetersi di proposte politiche che avevano già ricevuto una risposta negativa, anche in sede di dialogo e per la costituzione del Governo e nel dibattito per la fiducia, hanno riacceso diverse questioni. Quella dei rapporti tra i partiti che, o per convenuta alleanza o per autonoma convergenza, han deciso di sostenere il Governo; la questione dei corretti rapporti democratici della maggioranza con l'opposizione; l'ipotesi di particolari intese e compromessi politici che turbano l'opinione pubblica, l'ambiente economico, il campo internazionale, la fiduciosa solidarietà del quale nella difficile situazione congiunturale non possiamo disattendere.
E' chiaro come tutto ciò concorra a rendere ricche di incognite la ripresa economica, le prospettive politiche, e confuso il dialogo tra gli elettori alle previste scadenze.
Anche in seno alla DC gli eventi rievocati hanno avuto sensibili effetti: hanno riaperto controversie su decisioni già prese; hanno accentuato differenziazioni, se non divisioni; hanno reso difficile l'operatività dell'organizzazione esistente e rallentato il rinnovamento; hanno reso arduo lo sforzo per far riprendere quota al partito nell'opinione pubblica; hanno ancora una volta obbligato ad affrontare il tema della linea politica.
Tutto ciò ha finito per indebolire il supporto della maggioranza, rafforzare l'azione dell'opposizione, inclinare la linearità delle scelte già fatte e rallentare l'attuazione di esse.

5) Persistenza di opposti inviti a scegliere

Si ripete che molte delle invocate difficoltà dileguerebbero se la DC procedesse a fare una scelta di linea, di programma e quindi di alleanze. E salvo il PRI, che sembra insistere nella priorità dei programmi sulle formule, tutti gli altri partiti, e molta parte dell'opinione pubblica e della stampa che la riflette, non lasciano dubbi che per essi dalla scelta delle formule dipende sia la formulazione dei programmi che la coerente e ferma attuazione di essi.
Dal Partito liberale si invita a scegliere nella solidarietà democratica una politica di ordine e di riforme, con ripulsa sia del centro sinistra quadripartitici, sia dei rapporti speciali col PSI, sia del compromesso col PCI.
Dal Partito socialdemocratico si invita a scegliere per una ordinata vita democratica o l'intesa originaria – come dice il segretario Orlandi -, oppure – come dice l'on. Saragat – una nuova intesa di centro sinistra. In mancanza di ciò per la dirigenza del PSDI non resterebbe che richiedere indicazioni all'elettorato.
Dal PSI si propone di scegliere nuovi rapporti paritari tra DC e PSI, sulla base di relazioni preferenziali, con abbandono del centro sinistra tradizionale, senza avvio, per ora, a compromessi con il PCI, pur chiedendo uno speciale confronto permanente con il principale partito di lavoratori all'opposizione in attesa di sviluppi che, secondo l'on. De Martino, non sono oggi possibili per nodi interni ed internazionali che il PCI non ha ancora sciolti.
Dal PCI si propone di scegliere subito una svolta democratica che faccia abbandonare ogni intesa di centro-sinistra, accerti la strada del compromesso storico, per passare dallo speciale confronto permanente alla partecipazione ed infine all'accordo definitivo tra forze comuniste, socialiste e cattoliche.
Delle proposte del MSI-DN non si parla, ripudiando esse in blocco il nostro sistema democratico, e condannando senza appello la DC quale principale sostegno di esso.

6) Scelte della DC

La DC ha fatto una scelta nel giugno '73, concludendo il XII Congresso. In quella sede ha elencato i problemi per risolvere i quali doveva ricercarsi la più ampia e coerente intesa tra le forze democratiche, al fine di svolgere una rinnovata politica di centro-sinistra con il recupero all'intesa del PSI. E, dopo aver escluso ogni rapporto con forze fasciste, si è riconfermata in netta contrapposizione con il comunismo, pur incoraggiando un chiaro confronto con l'opposizione per migliorare, non per sostituire, il programma della maggioranza accrescendogli così efficacia e consensi in Parlamento e nel Paese.
Questa scelta congressuale unanime, è stata confermata all'unanimità dalla Direzione Centrale nel luglio '73 quando si ritornò da una maggioranza quadripartita di centrosinistra, nell'ottobre '73 quando fu rifiutato il compromesso storico, nel marzo '74 quando si superò la crisi del IV Gabinetto Rumor, nell'ottobre-novembre '74 quando si formò il Governo bicolore presieduto dall'on. Moro. Il Consiglio Nazionale esplicitamente nel luglio '74 ed implicitamente nel dicembre '74 ha sempre all'unanimità confermato le ricordate decisioni congressuali.
Non è stata quindi la DC a non scegliere, sono stati gli osservatori a fingere di non vedere che la DC aveva scelto, in verità, in ciò incoraggiati da quei dirigenti di partito che, con indefinibile disinvoltura, dopo essersi associati alle scelte unanimi le hanno disinvoltamente criticate e addirittura imputate al Segretario politico che per istituto doveva rispettarle, ed attuarle. E questo obiettivo rilievo dica quale contributo alla non credibilità del Partito recano coloro che votano in un modo negli organi di partito e parlano fuori contro le decisioni prese anche con il loro consenso.

7) Compromesso proposto dal PCI

Le aspirazioni del PSDI e del PRI sono riconducibili facilmente alla linea scelta dalla DC, purché, attorno ad essa si ricostituisca la piena solidarietà programmatica e politica dei quattro partiti già legati nella formula di centro-sinistra. La proposta del PCI e quella del PSI sono invece da considerare proposte veramente alternative a quelle da noi già fatte.
La proposta del PCI conferma l'inutilità di una disputa fino a che da parte comunista non ci si renderà conto quale importanza abbiano per la DC certi valori ed idee di fondo che la fanno proponitrice di un sistema democratico economico e sociale diverso dal sistema politico economico sociale al quale il Partito comunista italiano non ha mai detto di voler rinunciare.
La proposta del PCI, concedendo l'equidistanza dell'Italia dagli Stati Uniti e dall'URSS, cerca di illudere su una specie di sua conversione al rispetto dell'amicizia politica per decisione di Parlamento e ratifica popolare stretta dall'Italia con le democrazie dell'occidente. In realtà chiede alla DC di accettare di spostare la posizione internazionale dell'Italia da alleata degli USA e di altre democrazie occidentali ad una posizione di equidistanza tra esse e Mosca. Questa nuova posizione, se assunta, darebbe evidenti vantaggi soltanto all'URSS. Che la proposta venga dal PCI serve a confermare i suoi collegamenti ideali e strategici con il comunismo internazionale, ma non serve a tutelare meglio gli interessi e la sicurezza dell'Italia, è la pace nel mondo.
La proposta del PCI, con il codicillo internazionale dell'equidistanza, non offre alcuna migliore sicurezza all'Italia almeno in tre casi. Nel caso in cui malauguratamente peggiorasse la situazione nel Medio Oriente con complicazioni per tutto il bacino del Mediterraneo; nel caso in cui novità, non escludibili a priori, si verificassero o nono avverandosi le poste previsioni di recente fatte da Ciu En-Lai – si raggelasse la politica di distensione alla quale per fortuna anche recentemente Washington e Mosca si sono dette ancora impegnate.
La proposta del PCI sopravvaluta, presentandoli quali segni di abbandono di finali e radicali riforme comuniste, gli adattamenti contingenti per la soluzione dei problemi italiani, prospettati in convegni organizzati per creduli imprenditori.
Altrettanto può dirsi della proposta del PCI per le conseguenze prossime e remote in campo politico, di fronte alle quali nessuno può fingere di dimenticare che la Costituzione italiana – e ciò il partito di maggioranza relativa non può dimenticare – richiede l'accettazione, non rinunciabile, di valori di libertà e quindi postula la pluralità partitica, la pluralità economica, la pluralità religiosa, e conseguentemente la libertà di pensiero, di opinione e di manifestazione, la libertà di iniziativa economica, l'accettazione di una società comunitaria ma personalistica, l'accettazione di un'organizzazione sociale e politica non classista, il ripudio del totalitarismo di qualunque tipo.
La svolta e compromesso proposti dal PCI per ora non sono proposte di assetto definitivo della società italiana però – e non è superfluo dirlo a tanti italiani che fingono di non averlo capito – sono l'avvio “morbido” della trasformazione del sistema sociale, economico e politico democratico italiano nel sistema totalitario in politica e di capitalismo di stato in economia che il PCI non ha mai dichiarato di voler abbandonare, né potrà dichiararlo, finché resterà coerente alle sue ispirazioni teoriche ed alle connessioni internazionali.

8) Il rapporto preferenziale del PSI

La proposta del PSI di un particolare e preferenziale rapporto con la DC, ferme restando le prospettive di un sistematico collegamento col PCI nell'attesa di un futuro incontro, indebolisce e finisce per annullare l'ipotesi di una politica e di un nuovo schieramento di centro-sinistra, accolta dal nostro Congresso di Napoli del '62 e poi sempre ribadita finora.
In conseguenza la proposta del PSI finisce per indebolire, seppure non elimina, malgrado le affermazioni contrarie, la solidarietà tra le forze democratiche. Ed indebolisce, altresì, se non annulla, uno degli obiettivi caratteristici della detta ipotesi, quello di una netta distinzione e contrapposizione sia in campo parlamentare che in campo elettorale tra Partito comunista e forze democratiche impegnate nel centro-sinistra.
Il PSI, proponendo di impostare con la DC un rapporto preferenziale rispetto agli altri antichi alleati, pretende che il nuovo rapporto parta da posizioni di parità. Dimentica che simile rapporto, sinora del resto non indicato dagli elettori, a ben vedere concernerebbe questioni di posti e di potere ? E, dato l'uso che di posti e potere verrebbe fatalmente fatto, anche dai nostri abitudinari critici in questa materia, obbligherebbe a paritarie scelte sui problemi di fondo. Quindi o all'immobilismo di compromessi impraticabili o al cedimento della DC per mancanza di alternative, seguito da rottura con tutte le altre forze politiche escluse dal quadro maggioritario per l'avvento del rapporto preferenziale. La DC ne ricaverebbe soltanto isolamento ed indebolimento.
La proposta comunista di compromesso storico tende al segreto obiettivo di togliere alla DC ogni possibile alternativa in qualsiasi altra direzione: di centrodestra e di centro per ragioni di permanente opposizione di quelle forze al comunismo ed ai suoi alleati; di centrosinistra per ragioni di esplicita concorrenza del PSI col PCI, concorrenza attestata in modo evidentissimo dall'opposizione odierna del Partito socialista ad ogni temuto compromesso tra PCI e DC.
La proposta comunista e quella socialista mirano, in primo luogo, ad isolare la DC da diversi ipotetici alleati, e poi discreditarla presso una parte dei propri elettori. Raggiunti questi due obiettivi, la DC diverrebbe nelle due diverse ipotesi debole alleata e quindi succube o del PCI o del PSI, e perderebbe ogni seria possibilità di concorrere a definire, in posizione rispettabile e coerente, la politica del Paese.
Cosa avverrebbe, sul piano pratico dei valori ideali che costituiscono il patrimonio della DC, può ben immaginarlo chiunque non sia accecato da interessi, da passioni, da polemiche.

9) Risposte della DC

La rinnovata proposta del PCI, se accolta, non risulterebbe utile all'Italia di oggi né sul piano interno né su quello internazionale; infrangerebbe definitivamente la solidarietà tra le forze politiche che finora han difeso la democrazia italiana; non rafforzerebbe la nostra economia, né aumenterebbe la nostra sicurezza; accrescerebbe l'inquietudine in tutto il Paese; porterebbe una fatale trasformazione delle strutture politiche e sociali della Repubblica democratica italiana; metterebbe la DC in contraddizione con il duplice mandato ripetutamente ricevuto dai suoi iscritti nei congressi e dai cittadini nelle consultazioni elettorali.
Quanto c'è di nuovo – in verità più in apparenza che in sostanza – nelle ultime posizioni del PCI è un frutto anche della resistenza che ai suoi ripetuti assalti hanno opposto le forze democratiche e con esse in prima linea la DC. Sarà bene che ciò ricordino tutti, e specialmente coloro che dalle novità parziali traggono motivo per sperare di provocarne di maggiori con qualche cedimento. Quelle parziali novità dovrebbero, invece, incoraggiare a persistere sui punti essenziali di una posizione che ha costretto il PCI a prendere in considerazione la necessità di qualche proprio mutamento. E nessuno creda di migliorare le proprie posizioni, contrastate ad esempio sul piano locale o nazionale dall'atteggiamento del PSI, sostituendo all'incontro con esso quello col PCI. Le conseguenze sarebbero certamente deludenti per tutti, comunque per accettare la proposta del PCI la DC dovrebbe chiedere al suo Congresso se quella proposta risulti utile al sicuro libero democratico sviluppo economico e civile dell'Italia, compatibile con i valori propri della DC, con il suo programma, con i voti richiesti e ricevuti. E in attesa di una nuova decisione impegnativa per tutta la DC nessuno localmente può compromettere le sorti di tutto il Partito e di tutto il Paese con l'inaccettabile pretesto del superamento di particolari difficoltà. La solidarietà di ognuno con tutto il Partito e la coerenza di ognuno con le decisioni che riguardano tutti devono far preferire il passaggio all'opposizione in questo o in quel Consiglio, anche per non cadere nel gioco di potere troppe volte, e non sempre con fondamento, rimproverato dalla periferia al centro.
Se per caso un Congresso democristiano accogliesse la proposta del PCI, la DC, per rispetto al mandato ripetutamente richiesto e ricevuto dai cittadini, dovrebbe verificare la validità delle sue decisioni congressuali da parte del copro elettorale, e tutto lascia prevedere che quella verifica farebbe perdere voti alla DC sia a destra per la fuga degli elettori che temono il comunismo, sia a sinistra per l'avvicinamento al vincente dei furbi che non vogliono mai perdere.
La risposta della DC alla proposta del PSI – per rispetto alle decisioni congressuali dell'ultimo decennio ed ai susseguenti responsi elettorali – non può essere che la riconferma di ricerca dell'incontro, per svolgere una politica costituzionale di libertà e progresso, per risolvere i problemi del Paese con tutte le forze democratiche a ciò inclini, riconoscendo ad ognuna il posto che deriva dalla quantità di consensi elettorali, giustamente valutando anche la qualità di essi, ai fini dell'azione che richiede la politica da realizzare a favore delle masse lavoratrici e quindi con la loro adesione ed appoggio.
La DC deve persistere a ricercare – senza pretese ed ubbie di predominio, e con viva preoccupazione di mantenere fede alla Costituzione e di aderire alla realtà sociale italiana – la collaborazione democratica più ampia possibile, concorrendo a qualificare la propria disponibilità sulla soluzione da dare ai problemi e auspicando uguale qualificazione da parte delle altre forze democratiche. Attentamente valutando le decisioni di ognuno, anche quale condizione affinché gli altri partiti attentamente valutino le decisioni della DC.
Nei rapporti tra i partiti in una vera democrazia il peso, per quantità e qualità di consensi, che a ciascuno spetta non è il frutto di benevolenza reciproca, ma l'effetto del giudizio del corpo elettorale.
Il quadro di preferenze, delle posizioni di ciascuna parte componente dell'auspicata coalizione, nasce dal peso quantitativo e dalla qualità dei consensi apportati da ciascun partito. Il rispetto di questa regola, di giustizia democratica e di accortezza politica, non nega a nessun partito ciò che ad ognuno spetta. Sostenendola, la DC non toglie nulla a nessuno; ma non consente a che altri le tolgano quello che ad essa gli elettori hanno riconosciuto.
Con le decisioni del Congresso di Napoli la DC dimostrò la volontà di rispettare nel PSI i connotati democratici che aveva, la capacità di rappresentazione di una larga base elettorale, la volontà di far valere importanti aspirazioni di socialità, di giustizia, di progresso, di pace. Successivamente la DC non ha mai attenuato questa volontà, mostrandosi ad essa coerente nel favorire la partecipazione effettiva di tutti gli alleati di centro-sinistra all'esercizio di un potere concreto dentro e fuori del Governo. Ed anche quando, come nel 1972, regioni di dissenso della DC col PSI furono esposte dinanzi al corpo elettorale, esse non furono mai presentate quali ragioni di rottura, ma quale proposta di un più chiaro e giusto accordo programmatico per il bene del Paese.
La DC anche oggi e soprattutto oggi, con lo sguardo attento al Paese, alle forze sociali che in esso operano, alle inclinazioni elettorali che si manifestano, alle solidarietà necessarie per affrontare ardui ed imponenti problemi, non sottovaluta affatto l'importanza dell'apporto del PSI ad una rinnovata alleanza politica e non nega che essa debba determinarsi in modo da riconoscere ciò che è e ciò che può il PSI. Però persiste nel ritenere che, per quanto la riguarda, non potrà desistere mai dallo sforzo per accomunare, all'ancora auspicata intesa democratica, oltre il PSI anche le altre forze democratiche che si dimostrino capaci di mettere insieme, ed insieme sostenere ed attuare, un programma largamente rispecchiante le attese popolari e capace di dare ad esse sollecita e giusta soddisfazione nell'interesse della libertà e dello sviluppo di tutto il Paese.
In conclusione si conferma il rifiuto della proposta comunista di compromesso storico, graduale o immediato, al centro od alla periferia. Resta fermo, come più volte affermato in solenni documenti, il principio della partecipazione al democratico confronto della maggioranza con le opposizioni; sia nell'occasione eccezionale di previa consultazione da parte del massimo responsabile della maggioranza con i capi delle opposizioni sui problemi di fondo e decisivi per la vita, la libertà, lo sviluppo della comunità nazionale e delle altre comunità minori; sia in occasione dell'esame nelle aule parlamentari e consiliari delle misure presentate dalla maggioranza e suscettibili di emendamenti che non le snaturino, non stravolgano i programmi della maggioranza stessa, e tanto meno ne mutino lo schieramento e la sufficienza dei suoi propri consensi.
Non possono essere fatti passare per confronti accettabili quelli che presentano alle assemblee una maggioranza od uno schieramento garantiti da intese preliminari contraddittorie con la linea del partito in fatto di programma e di schieramenti. Nessuna particolare esigenza anche locale, può contraddire la linea del partito, pregiudicarne la credibilità, indebolirne i consensi.
Si risponde in modo articolato alla proposta socialista, confermando la consapevolezza dell'importanza dell'apporto del PSI ad una coalizione di forze democratiche, che tuttora la DC persiste a ricercare con intese programmatiche e con reciproci riconoscimenti di peso tali da renderla in ogni momento la più ampia possibile, senza impedirne la funzionalità per scarsa omogeneità e incerto sostegno delle decisioni.
Si conferma in ogni caso la volontà di promuovere e mantenere con le forze sociali, non succubi di egemoniche influenze partitiche, tutti i contatti necessari ed utili a definire una politica aderente alle realtà del Paese e capace di soddisfarne le giuste attese nel modo migliore e con i più vasti consensi popolari.

10) Vantaggi e limiti di una scelta

La linea proposta consente di far fruttificare completamente l'apprezzato sforzo compiuto dall'on. Moro per formare su un programma proposto dalla DC il governo bicolore, con il significativo concorso del Partito repubblicano, col sostegno del PSI e del PSDI, con l'astensione del PLI.
La linea proposta è l'unica che, evitando nuove crisi al buoi, permetta di svolgere la politica – generale, economica e sociale, interna ed internazionale – convenuta e ritenuta capace di difendere libertà, ordine e sicurezza dello Stato democratico, frenare l'inflazione, contrastare iniziali fatti di recessione, preparare la possibilità di ripresa dello sviluppo e favorire la continuità delle riforme sociali.
La linea illustrata dà tempo di riflettere a tutte le forze democratiche, volenterose di riprendere, al momento più favorevole e con successo, il tentativo di definire un programma accettabile, sostenibile e svolgibile da una maggioranza organicamente impegnata in salda permanente solidarietà.
Né è di scarsa importanza il fatto che la linea proposta consenta l'adempimento degli atti necessari al rinnovamento dei Consigli regionali, provinciali, comunali nei termini di legge.
Così resta confermata la volontà della DC di concorrere a formare e sostenere governi di solidarietà e rinnovamento democratico, ad essi recando il contributo di proposte derivate da valori, attenuandosi la difesa dei quali il danno per il Paese sarebbe certo, e sicura la perdita di consensi alla DC. Perdita di consensi che evidentemente ridurrebbe l'attenzione verso di essa, sia da parte di altre forze politiche ancora oggi disposte alla collaborazione, sia delle forze desiderose di svolte per il futuro.
Con la linea proposta si comprova agli iscritti la fedeltà della DC alla sua originaria ispirazione ed alle decisioni dei suoi organi; si conferma la disponibilità ad accettare le revisioni che a quella linea i competenti consessi decidessero di apportare; si attesta agli elettori il rispetto per il mandato conferito ed il fermo proposito di risottoporre a loro giudizio l'opera svolta e proposta per la risoluzione dei problemi del Paese.
Nel complesso quindi: si conferma l'attaccamento agli ideali della DC; si chiariscono le sue caratteristiche essenziali; si stimola l'aggiornamento dei suoi programmi alle mutate realtà della società italiana; ci si impegna a ricercare alleanze politiche e contatti con le forze sociali, che non contraddicono ideali, caratteristiche, programmi ad essa propri; ci si obbliga ad adottare forme di azione e di organizzazione che offrano idee, convinzioni, direttive ad ogni iscritto e si incoraggiano confronti e contatti con i cittadini e le associazioni in cui essi si organizzano, riservando un particolare riguardo ai giovani, alle donne, ai lavoratori e a quanti concorrono a difendere le libertà del popolo italiano e a promuoverne il progresso economico e la crescita civile.
Qualche critico potrebbe accusare la linea proposta: di sottovalutare la nuova posizione assunta dal PSI; di sopravvalutare la possibilità di ricostituire piena ed organica solidarietà tra le forze democratiche; di non aprire possibilità di un immediato e sicuro rincontro del PSI con la DC; di non contrastare in modo efficace l'avanzata comunista nel Paese.
In realtà la linea proposta: oppone al PCI l'ostacolo insormontabile della volontà DC, di non secondare i suoi progetti di incontro; invita il PSI ad una ulteriore seria riflessione agevolata dal no della DC al compromesso col PCI; non discrimina e quindi non rifiuta la solidarietà delle altre forze democratiche per costruttive relazioni con la DC e con il PSI, nella costituzione di solide e stabili maggioranze.
Recentemente si è avuto modo di ricordare le parole pronunziate da Alcide De Gasperi al Consiglio Nazionale tenuto a Fiuggi nel 1949. esse furono pronunziate – è vero – in un momento in cui la DC aveva la maggioranza assoluta; ma erano state di fatto preconizzate nel 1947 quando la maggioranza assoluta la DC non l'aveva ancora; e furono tenute presenti da De Gasperi quando nel 1953 la DC aveva perduto tale maggioranza. Me v'è di più. Ad essi si sono attenuti sempre gli organi del Partito nel '57, nel '60, nel '63, nel '69, nel '72, nel '74, per non negare al Paese il servizio del partito di maggioranza relativa e per dare alle forze politiche – e talora anche agli elettori – modo e tempo per riflessioni che riportassero – come sempre hanno riportato – le forze politiche a relazioni di solidarietà.
La DC non ha cercato né cerca di sobbarcarsi da sola a compiti, per svolgere i quali ritenne e ritiene quanto mai utile la collaborazione di altre forze democratiche. Ma ogni volta che la DC, anche in difficili situazioni, ha saputo rimanere se stessa non le sono mancati i consensi, più o meno larghi a seconda delle stagioni politiche, ma sempre sufficienti a mantenerla quale forze ideologicamente ben caratterizzata, consistente, utile e necessaria alla libertà ed al progresso del Paese, e quale forza capace di riannodare validi vincoli di operante varietà tra i partiti democratici.

11) Validità della linea proposta

Indispensabile premessa all'acquisizione della cooperazione di partiti alleati e di consensi degli elettori è l'aderenza stretta dei programmi proposti alle reali necessità del Paese ed alle possibilità effettive di svolgimento degli stessi.
E' di ottobre la ricognizione da parte della Direzione della DC, su proposta precisa ed articolata del Segretario politico, dei problemi più urgenti in questo momento per il Paese: problemi di consolidamento della libertà e di espansione della libertà; problemi di sicurezza e di funzionalità dello Stato democratico; problemi di lotta alle forze eversive che lo insidiano ed alla criminalità che lo corrode; problemi di superamento dell'attuale grave pressione inflazionistica, della incombente minaccia recessiva; problemi della difesa dello sviluppo economico, della continuità delle riforme sociali, di mutamenti di strutture antiquate che ripetutamente possono mettere a repentaglio l'economia e disordinare la società; problemi di equa distribuzione della ricchezza prodotta e di giusta ripartizione degli oneri; problemi di tempestivo funzionamento della giustizia tributaria ed ordinaria; problemi di credibile ed efficace partecipazione dell'Italia allo sforzo europeo di unità, a quello alleato di sicurezza, a quello mondiale di pace.
Non sono ancora passati due mesi da quando l'on. Moro, sulle basi suggerite dalla Direzione democristiana, portò fuori dalle secche della crisi formando il Governo bicolore. E' appena passato un mese da quando il Parlamento approvò il programma del Governo e gli conferì una larga fiducia; e da quando questo Consiglio nazionale ratificò l'opera della Segreteria e della Direzione per identificare la base programmatica, la formula, la struttura più corrispondente al presente momento politico.
Risulterebbe controproducente tornare sulle definizioni già date e sulle approvazioni già concesse. Opportuno è invece riaffermare che nel programma del Governo Moro la DC riconosce gran parte del programma da esso presentato alle altre forze politiche già dai primi di ottobre, e da esse, nel corso della crisi, approvato con integrazioni che hanno avuto a loro volta la nostra approvazione.
Confermando questo consenso, confermiamo l'impegno a sostenerne l'attuazione in momenti che restano sempre difficili, per superare i quali restano ben ferme due regole: garantire la libertà e quindi l'ordine democratico; non consumare più di quanto si riesca a produrre in un ragionevole ciclo pluriennale.
Questo impegno dimostriamo concorrendo ogni volta che il Governo si accinge a dare soluzioni a singoli problemi, a fornire, per la formulazione di essi, i nostri particolari suggerimenti. Questi debbono essere coerenti con le idee ispiratrici del Partito, con le decisioni dei suoi organi, con le valutazioni delle particolari contingenze. E proprio avendo questi caratteri, i nostri suggerimenti appariranno – come ebbe a dire giustamente l'amico Moro in una recente riunione della Direzione – particolarmente significativi. Essendo tali attesteranno la coerenza degli organi che li hanno formulati, e conseguentemente potranno essere divulgati e difesi. Nella nostra coerente difesa di essi non dovremo dimenticare che per venire adottati dal Governo dovranno essere accettati da parte di tutta la maggioranza che lo sostiene, pena l'arrestarsi di uno sforzo e di una intesa che abbiamo promossi e continuiamo con convinzione a sostenere. Ma non rispetterebbe l'oggettività delle cose chi dimenticasse che l'opportuna e necessaria composizione, ad opera del Governo in seno alla maggioranza, delle diverse tesi, ha anche essa un limite. Esso è rappresentato dalla necessità per il Governo – ma anche per ciascun partito che lo sostiene e quindi anche per il nostro – di non operare mai, per nessuna ragione, contrastando gli interessi fondamentali del Paese e le attese più vive della generalità dei suoi cittadini.
Tenemmo presenti questi interessi e queste attese quando quindici giorni fa – preoccupati della sproporzione tra possibile attività dei servizi di ordine, di sicurezza, di giustizia e lo sviluppo della criminalità, la persistenza di mene eversive di netta ispirazione nazi-fascista, l'alternarsi da parte di brigatisti di opposta ideologia di attentati alla sicurezza, ai beni, all'attività dei cittadini ed alla vita delle benemerite forze dell'ordine – sulla base delle conclusioni di un nostro comitato di esperti costituito ad hoc presso l'Ufficio Legislativo, opportunamente informatosi degli orientamenti del Governo, delineammo il quadro del complesso problema dell'ordine pubblico e della sicurezza dello Stato, indicando, per i settori della prevenzione, della sorveglianza, della inquisizione, del giudizio, della punizione, carenze e possibilità di rimedio, tra i quali non soltanto, ma anche il fermo di polizia nel rispetto – dicemmo – della Costituzione ed avremmo potuto aggiungere tenendo conto delle intese che portarono precedenti Governi o a presentare in Parlamento progetti in materia o che concordarono al momento della loro costituzione – come avvenne nel luglio '73 – formule nuove per risolvere il problema.
Il rimprovero di essere scesi in analitiche proposte non può essere mosso da quanti – entro e fuori della DC – da tempo ci accusano di non saper proporre nulla intrattenendoci nella mediazione; e da quanti tra i partners della maggioranza o nei nostri Gruppi parlamentari non perdono occasione per lanciare proposte o intimare imposizioni senza preoccuparsi né del Governo né della DC. La critica di rendere più difficile l'opera del Governo, è dimostrata fatua dalla scelta da noi posta in accordo con il Governo del tempo per dare ai nostri suggerimenti, in anticipo delle decisioni del Governo, non il senso di una imposizione unilaterale, ma quello di un concorso alla definizione d'azione che il Governo, nella sua responsabilità, deve fare, conciliando le varie proposte della sua maggioranza con la vita della stessa e più ancora con le esigenze generali ed ineludibili del Paese. Crediamo di averle tenute presenti, sia formulando il quadro dei problemi, sia suggerendo per molti di essi possibili soluzioni. Ma soprattutto crediamo di averle tenute bene presenti quando abbiamo detto e ripetuto – rendendo omaggio alle due ultime vittime della violenza fascista ed agli ultimi due olocausti delle benemerite forze dell'ordine – che il problema della sicurezza dello Stato democratico fa premio su ogni altro problema, e le spese relative vengono prima di ogni altro impegno.
In questo stesso spirito di collaborazione abbiamo concordi operato in altri campi del nostro impegno civile: nella attuazione dei decreti delegati della scuola; nell'esame dei gravi problemi radio-televisivi; nella predisposizione delle riforme per il voto ai diciottenni; nel portare a completa definizione il testo del nuovo diritto di famiglia, di cui auspichiamo concorde e sollecita approvazione da parte dei due rami del Parlamento, reputandolo il migliore possibile in questo momento storico; mentre ci accingiamo, con chiara nozione della gravità e delicatezza dei problemi, a recare un nostro coerente contributo ala revisione delle disposizioni sui contraccettivi ed a quelle ancor più impegnative sull'aborto, nella confermata tutela del diritto alla vita ed alla assistenza di ogni creatura umana, gestante o nascitura che sia.
Sui pressanti problemi della congiuntura, dello sviluppo e delle riforme resta fermo quanto, secondo le linee in autunno approvate dalla Direzione, fu accolto nel programma di Governo. Seguiamo e dobbiamo appoggiare in ogni sede lo sforzo quotidiano dell'amico Moro e dei suoi collaboratori per ricondurre ad un quadro di compatibilità con le risorse disponibili la soddisfazione equa delle varie esigenze, di giustizia nelle retribuzioni, di equità nell'assistenza, di sollecitudine nei piani per l'energia, per l'agricoltura, per l'edilizia, per il commercio estero. Ed apprezziamo particolarmente l'invito rivolto dalla tribuna della “Conferenza regionale toscana dei lavoratori d.c. nelle fabbriche” dal Ministro del Lavoro Toros di non perdere mai di vista che la soddisfazione di ogni pur giusta, ma particolare, esigenza non deve mai costituire un ostacolo al risanamento ed alla ripresa generale. Queste parole suonano incoraggiamento alle grandi organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori a non perdere mai di vista nelle richieste, nelle offerte, nelle composizioni il grande obiettivo di una sollecita e generale ripresa. Ma le stesse parole sono ammonimento per tutti coloro che si sottraggono con inosservanza di disposizioni, con evasioni fiscali, con fughe di capitali, con irragionevole consumo dei beni disponibili, al convergente rispetto delle regole, venendo meno le quali molte saranno le prediche sulla ripresa, molte le agitazioni per sollecitarla, molti gli impegni per favorirla, ma scarsi i risultati.
Non si ripete ora quanto nella seconda metà di agosto si ebbe a scrivere su “Il Popolo” in merito alla linea di risanamento dell'economia; essa fu ribadita nel programma suggerito in ottobre dal Segretario politico alla Direzione e in quello presentato alle Camere dal Presidente del Consiglio. Tutto quanto si sta facendo e si farà per attuarlo ha ed avrà il pieno appoggio del Partito.
La Democrazia Cristiana né per ispirazione, né per storia ha particolare inclinazione a difendere le caratteristiche irrazionali e disumane del capitalismo, sia di quello privatistico dell'Occidente, sia di quello statale dell'Oriente. La visione che abbiamo della società e dell'economia non ci fa confondere la libertà di iniziativa privata in economia, con la libertà di sopraffazione e di sfruttamento nello svolgimento della attività economica a qualsiasi livello, in qualsiasi settore, in qualsiasi comparto privato o pubblico. La difesa che facciamo della proprietà privata, non ci fa essere benevoli con i modi ingiusti di acquisizione, né con l'egoistico godimento di essa. La tutela che promuoviamo della personalità di ogni singolo cittadino, in ogni fase del suo sviluppo e della sua vita, ci conduce ad inserire l'attività, anche economica, d'ogni persona in un quadro comunitario, ricco di vincoli a non fare ciò che l'afferma, non solo con la partecipazione di ciascuno agli oneri tributari e sociali comuni, ma anche con la partecipazione della propria persona, delle proprie esperienze, delle proprie capacità, delle proprie iniziative allo sviluppo economico, sociale e civile della comunità. Il personalismo comunitario al quale ci ispiriamo ci rende critici severi del capitalismo individualistico, che lo spirito comunitario offende e ci rende critici severi anche del capitalismo statalista, che le esigenze della personalità dispregia. Le nostre sincere aspirazioni ad una società sollecitata a riforme dalla larga partecipazione dei cittadini, ci mantengono sostenitori della presenza efficace dei lavoratori e delle organizzazioni in tutti i centri aziendali amministrativi e politici in cui il loro interesse deve essere difeso, il concorso deve essere acquisito come contributo alle giuste soluzioni da adottare e quale garanzia della agevole attuazione di essi. L'annosa gravità dei problemi economici, la urgente revisione delle strutture, il recente affiorare della insidia dell'inquinamento rendono sempre più evidente che nessuna misura potrà essere presa sul punto giusto, senza ritardi e con sicura efficacia senza la partecipazione di quanti costituiscono e rappresentano il mondo del lavoro.
Queste idee concorsero alla preparazione delle “Idee ricostruttive” di De Gasperi, ed all'avvio dell'attività politica della Democrazia Cristiana, ad esse bisogna tornare con vivacità senza esitazioni e senza remore. Questo sarà il nostro originario contributo ad adeguarsi al mutamento dei tempi, recuperando le occasioni perdute, e dimostrando praticamente in che modo si possono correggere le strutture del capitalismo individualistico senza cadere nelle grinfie del capitalismo di Stato, e consolidando quindi un sistema democratico di libertà.
Per questa via recupereremo punti di incontro con forze politiche non strette da nodi interni ed internazionali incompatibili con una democrazia personalistica e comunitaria. Così rivaluteremo anche agli occhi di tutti i nostri concittadini che difendono la libertà, amano la giustizia, vogliono il progresso, il genuino programma della Democrazia Cristiana: quello che la fece promotrice della ricostruzione interna per il progresso e della solidarietà per la sicurezza e la pace con le grandi democrazie; quello che la vide proponitrice di riforme seriamente eseguite ed avviate per la casa, per la terra, per il Mezzogiorno, per la generalizzazione delle varie forme di assistenza e previdenza sociale, per la nazionalizzazione dei servizi elettrici, per la progressiva – anche se purtroppo ancora incompleta – riforma della scuola, per il passaggio dell'ordinamento regionale dal campo delle regioni a statuto speciale, alla totalità delle regioni a statuto ordinario.
Un quinquennio è passato dal completo passaggio dello Stato dalla struttura centralizzata alla struttura regionale. Alla attuazione del principio non sono seguite le accettazioni di tutte le conseguenze. Per ciò i benefici ancora non sono apparsi evidenti, mentre perfezionando ed integrando precedenti decisioni il Governo centrale prosegue a rendere efficace il nuovo ordinamento, regolando meglio i rapporti tra le sfere di competenza dello Stato, delle regioni e dei comuni; occorre che esperti e forze politiche affrontino sia il problema insoluto della posizione delle province, sia quello sempre più pressante dei controlli, sia quello della partecipazione delle regioni a definire meglio nel rispetto della Costituzione e nella chiarezza certi modi di presenza e di intervento dello Stato e dei poteri legislativo ed esecutivo di esso. Matura ogni giorno più il problema dell'organico ripensamento della formazione, della struttura, della funzione del Senato della Repubblica. A questo problema può ricondursi anche quello del rapporto delle regioni col Parlamento e della partecipazione delle regioni alla definizione del programma di sviluppo e quindi del bilancio dello Stato.
Di questi ardui problemi è già diffusa la consapevolezza. La Democrazia Cristiana che dell'ordinamento regionale dello Stato fu promotrice, quale strumento di democrazia, di partecipazione, di giustizia, di libertà, di efficienza, deve mettersi alla testa di un costante tenace lavoro per far sì che con opportune leggi cornice ed anche con opportune riforme costituzionali – di cui occasione perduta è stata, quella pur meritevole, offerta dalla iniziativa della Camera sui nuovi livelli di età per l'esercizio del diritto attivo e passivo del voto – l'ordinamento regionale si riveli, quale fu pensato la vera rivoluzione democratica, strutturale e funzionale dello Stato italiano. E per garantire ciò non sarà inutile aggiornare anche l'ordinamento delle strutture regionali del Partito e la disponibilità di mezzi adeguati.
Torna così di attualità il programma originario della Democrazia Cristiana e si riconferma che la difesa e la ripresa di attuazione di esso le consente di non naufragare nell'indifferenziato sincretismo, di liberarsi dalla mediazione immobilistica, di riconquistare l'iniziativa spettante ad un grande partito, di non abbandonare le sue originarie caratteristiche, di partito democratico, antifascista, popolare, progressista.

12) Credibilità della linea prescelta

Riaffermando e riprendendo a svolgere il suo originario programma, aggiornato alle mutate condizioni della società, la DC smonta le critiche di quanti ritengono che cercando di meglio seguire ed accogliere le istanze dei cittadini, essa cada nell'elettoralismo più meschino, rinunziando alla presentazione che ogni partito deve fare di se stesso come elaboratore e divulgatore di idee, nonché di promotore di scelte che gli consentano vicinanza e partecipazione alla vita, alle discussioni, alle decisioni degli elettori.
Si fa un gran parlare di attenuata credibilità di molti partiti, il nostro compreso.
La credibilità delle idee prospettate e della linea proposta dalla DC dipende dalla chiarezza di esse e dei programmi conseguenti; dipende dalla rispondenza di questi ai problemi emergenti, dalla giustezza ed efficacia delle soluzioni proposte, dalla adeguatezza delle solidarietà politiche ricercate per risolvere con le soluzioni prospettate i problemi accertati. Le incoerenze tra programmi e formule politiche effettivamente capaci di rispettarli e di attuarli tolgono credibilità al partito che propone ad un tempo programmi giusti e schieramenti che li contraddicono.
La scelta di programmi e di schieramenti da parte di un partito, che dopo averla decisa all'unanimità incoerentemente si divide sulla attuazione di essa, fa perdere credibilità alle decisioni di quel partito.
L'elettorato chiede chiarezza nelle decisioni, coerenza nelle attuazioni. Il venir meno dell'una o dell'altra fa perdere credibilità e quindi consensi.
Di tutto ciò la DC deve prendere piena consapevolezza, non cercando alibi alle colpe di gruppo nelle supposte deficienze di persone. E pur non dispregiando l'unanimità sincera deve saper apprezzare una maggioranza ben definita e salda attorno a scelte appropriate, che una volta fatte in base alla regola fondamentale della democrazia, divengono legge per tutti sino a che con procedimenti democratici non vengono modificate. E l'unità del Partito non si fa nella finta unanimità, ma nel rispetto della legge fondamentale della democrazia che obbliga alla ricerca di una maggioranza, le impone di non impedire alternative al suo mandato, ma richiede dalla minoranza rispetto alle decisioni prese, fino a che esse non saranno modificate. Rispetto vero, non rispetto finto; rispetto fatto di compartecipazione volenterosa all'attuazione delle decisioni prese; rispetto che non consente auspicio di sconfitte del partito in cui si milita, né permette attività sotterranee per rendere più facili quelle sconfitte.
Non si ricordano queste verità elementari per difendere posizioni esistenti, che non furono agognate e che restano sempre disponibili a diverse decisioni, conseguenti all'apertura delle idonee procedure democratiche per provocarle. Si ricordano queste verità per chiedere di esse quel rispetto, che alleati, avversari ed elettori invocano o per trattare con noi, o per prendere comprensibili posizioni contro di noi, o per votare per noi.
La democrazia vive del dibattito e dal leale svolgersi di esso ogni consociazione democratica trae chiarezza e forza. Ma chiarezza e forze dileguano quando in una particolare consociazione convivono, discutendo non militanti assetati di verità, ma coabitano fazioni desiderose ad ogni costo di distinguersi e di contrapporsi. Facilmente si ricorre a giustificare le ribellioni della base con supposte mistificazioni del vertice. Vecchio espediente denunziato da De Gasperi ventisei anni fa a Benevento, pronunziando queste parole: “Voi sareste la base ed io il vertice? Ora io vi dico che non mi sento il vertice. Siamo un esercito in marcia”. Esercito, quindi, della solidità del quale non possono sentirsi sicuri i cittadini che lo vedono riottoso alla regola della solidarietà, della disciplina, dell'unità.
Certo non si risolve tutto con l'invocare la disciplina, benché essa debba essere rispettata, non contando, come sinora si è fatto sulla personale sopportazione di chi pro bono pacis continua ad ascoltare l'invito evangelico di offrire l'altra guancia. Ritenendo però iscritti ed elettori colma la misura, bisogna convenire sulla necessità di astenersi dal compiere atti, dall'esasperare divisioni, dal praticare distinzioni, dal pronunciare discorsi, dal lanciare invettive, dispregiando sempre non solo lo Statuto, ma anche le elementari norme di convivenza in un partito che persiste a volersi dire cristiano e a qualificare tutti i suoi iscritti con l'impegnativo nome di amici.
Ci sono cause di tanti mali da rimuovere? Le si rimuovano. Ci sono ideali da coltivare e da elaborare? Li si coltivino meglio e li si elaborino. Ci sono programmi da precisare o da correggere? Li si precisino e li si correggano. Ci sono realizzazioni da attuare compiutamente e da divulgare? Le si attuino e le si divulghino. Ci sono attese da registrare? Si ricerchino, si analizzino, sene proponga l'efficace soddisfazione. Ci sono collaborazioni nuove da acquisire? Si acquisiscano, oltre la stessa cerchia degli aderenti, presso la vasta comunità degli elettori. Ci sono accorgimenti e strumenti nuovi da adottare? Li si individuino e li si adottino. Ci sono organi da ridimensionare? Si definisca e si passi al ridimensionamento. Ci sono accorgimenti regolamentari da prendere? Li si prendano. Ci sono diverse distribuzioni di mezzi e di compiti, tra centro e periferia? Le si facciano. Ci sono uomini da cambiare? Li si cambino.
Ma per rispondere positivamente a queste e ad altre questioni, non basta dire genericamente ciò che non va, bisogna proporre concretamente a queste e ad altre questioni, non basta dire genericamente ciò che non va, bisogna proporre concretamente soluzioni migliori di quelle già approvate. Facendo attenzione che esse risultino idonee a cementare l'unità del partito, a garantirne il democratico funzionamento, a difenderne gli ideali e la storia, ad incoraggiarne una seconda presenza tra le forze democratiche, che desiderano fermamente servire il Paese, dando soluzione ai problemi di fondo del rinnovamento di esso, ed a quelli contingenti del superamento delle varie difficoltà.

13) Prove che ci attendono

Le principali occasioni nelle quali con condotta democratica e coerente la DC sarà in condizioni di accrescere la propria credibilità sono diverse ed imminenti.
La prima di esse ci è offerta dalla necessità e dal diritto che ha il Governo, che anche noi abbiamo concorso a promuoverne e a costituire, di essere sorretto senza esitazioni, nell'arduo ed improbo compito che il Parlamento gli ha affidato.
La seconda occasione di dimostrare la nostra fisionomia sarà offerta dagli impegnativi dibattiti parlamentari ormai all'ordine del giorno.
La terza occasione ci sarà offerta dall'esame attento delle decisioni che tra un mese prenderà il Congresso del nostro alleato di Governo, il PRI.
Una quarta occasione tra due mesi sarà offerta dalle posizioni che certamente saremo chiamati a prendere di fronte alle conclusioni del Congresso del PCI.
La quinta occasione sarà offerta dal confronto che sul tema del rinnovamento di quindici consigli regionali e dalla quasi totalità dei consigli provinciali e comunali dovremo sostenere tra quattro o cinque mesi con le altre forze politiche e soprattutto con gli elettori.
Se possiamo ben dire che alle prime quattro occasioni anche lo svolgimento di questo Consiglio Nazionale può risultare sufficiente a confermare il nostro persistente sostegno al Governo e la nostra coerente condotta in Parlamento, e può anche risultare sufficiente ad orientarci per l'esame che dei risultati dei ricordati due congressi di partito saremo chiamati a fare; per la quinta prova, quella del confronto regionale ed amministrativo con gli elettori, questa sessione del Consiglio Nazionale può giovare, ma non basta.
Dopo tante polemiche interne, dopo tante critiche ed accuse esterne, gli elettori hanno bisogno di chiarezza da parte della Democrazia Cristiana. Del resto tutti all'interno del partito, sia pure in differenti direzioni, l'hanno invocata. E nessuno tra chi l'ha invocata può immaginare che gli elettori siano disposti a dare un voto di consenso prima di vedere tornare la chiarezza che a giudizio di taluni dirigenti ed iscritti alla DC manca. Immaginare di darla dopo il giudizio elettorale vuol dire o beffarsi degli elettori o provocarli, nell'un caso e nell'altro ottenendo un unico effetto, quello di vederli ricorrere al voto contrario o per sottrarsi alla beffa o per respingere la provocazione.
E' evidente che il Partito deve dare, prima della prova elettorale, solenne prova dei suoi orientamenti politici generali, dei programmi prescelti per l'attività dei consessi da eleggere, delle scelte che in fatto di schieramenti intende fare per far svolgere senza incertezze l'attività proposta.
La tradizione del nostro Partito indica due forme per la prova suddetta. O quella di una grande assemblea di dirigenti, esperti e candidati, del tipo di quella fatta in vista delle elezioni amministrative del '56. o un congresso, come si fece, ad esempio nel '47 o nel '62 o nel '67 in previsione delle elezioni dell'anno successivo.
L'assemblea ha il vantaggio di chiedere una preparazione meno complicata dal punto di vista procedurale. Offre un'articolata partecipazione che va al di là delle semplici delegazioni degli iscritti ed offre largo posto alle rappresentazioni dei vari ceti e dei vari interessi del corpo elettorale. Non è turbata da gare di tipo elettorale per la scelta di dirigenze.
Il Congresso non ha i suddetti vantaggi, ma in compenso offre quello di decisioni formalmente più solenni, garantite da una scelta coerente della nuova dirigenza per almeno un biennio.
Una scelta va fatta. Non è difficile dire che l'ormai prossima fine del biennio dal XII Congresso e l'opportunità di offrire agli elettori la visione, la più chiara e la più garantita possibile della Democrazia Cristiana, bisognosa dei loro consensi, consiglierebbe quella della preparazione e della convocazione del Congresso. Con la partecipazione alle assemblee sezionali degli iscritti consiglieri comunali o provinciali ed ai congressi regionali degli iscritti che siano consiglieri regionali, con uno o più voti rappresentativi dei consensi avuti dal copro elettorale. Con la partecipazione al Congresso nazionale dei parlamentari d.c. con un numero di voti per ciascuno non inferiore a quello portato da ogni delegato eletto dai congressi regionali. L'adozione di queste innovazioni semplificherebbe tempi e procedure per la modifica del regolamento del '73 e consentirebbe di dare evidente prova che la DC trae dagli iscritti il primo concorso ai suoi orientamenti ed alle sue scelte, ma sa riconoscere il valore dei consensi del proprio elettorato, accrescendo anche nei più impegnativi consessi suoi la presenza e la forza di coloro che la rappresentano nelle assemblee democratiche, da quella del Consiglio comunale al Parlamento. Questa innovazione darebbe agli elettori la certezza che il loro voto è ancora una volta richiesto non solo per concludere con successo la nuova prova, ma per trasferire in tutta la portata ad essi propria i giudizi dell'elettorato nella vita del partito per tutto il quinquennale lavoro dei nuovi consigli.
Doveroso è domandarsi se esistono i tempi tecnici per dare luogo nell'imminente primavera a due atti molto impegnativi. Il ricordo che tra l'inizio della preparazione congressuale e la celebrazione basterebbero forse 75 giorni e che tra l'avvio delle procedure per il rinnovo delle amministrazioni comunali e provinciali per legge intercorrono 55 giorni e 45 per quelle regionali, porta a concludere che tra la prima decade di febbraio e la seconda metà di giugno intercorrono non meno di 130 giorni capaci di concedere di stretta misura i tempi necessari per preparare e svolgere il Congresso e per preparare e svolgere le elezioni. Gli ostacoli non sarebbero pochi e la fatica sarebbe improba; ma il rischio di andare alla seconda prova senza il rinnovamento atteso dagli elettori incoraggia a soffermarsi attentamente sulla ipotesi, prima di scartarla del tutto. Comunque era mio dovere prospettarla, indicandone vantaggi e difficoltà. Anche perché nessun democratico deve aver paura dei Congressi, specie quando il termine statutario sta per essere raggiunto.
Ove ponderate riflessioni ed ostacoli fondatamente ritenuti insuperabili dovessero portare ad escludere l'ipotesi della celebrazione congressuale, non resterebbe che far precedere la prova elettorale di primavera dall'Assemblea.
Attentamente preparata e resa rappresentativa degli iscritti, dei parlamentari, dei dirigenti del Partito, e di quanti tra i cittadini e le consociazioni da essi promosse si ritrovano a perseguire gli stessi ideali della Democrazia Cristiana e a riservare su di essa i propri voti, ritrovando in essa una difesa credibile degli interessi generali del Paese e degli interessi dei suoi elettori. Tema dei alvori di questa assemblea dovrebbe essere quello delle scelte da compiere sul piano dei programmi e degli schieramenti per consentire a comuni, province e regioni, di procedere a definire i reciproci rapporti e le armonizzate funzioni, e a perseguire meglio che in passato le finalità a ciascuno proprie, con l'autonomia ad ognuno necessaria e con i riconoscimenti, le intese e i mezzi che ai vari livelli e nei vari campi lo Stato deve dare. Il dibattito dovrebbe portare e definire il programma per la nuova consultazione che la Democrazia Cristiana intende proporre. Ed il dibattito si dovrebbe concludere con il solenne impegno di una cospicua rappresentanza dei candidati di osservare ed attuare il programma deciso, e a rispettare la linea politica del Partito.
In vista di una scelta in questa sede tra le due ipotesi prospettate, dobbiamo prevedere che a brevissima scadenza se l'ipotesi prescelta fosse quella congressuale, dovremmo riconvocare il Consiglio Nazionale per dare al Congresso un tema, una sede, una data, aggiornando il regolamento del Congresso del '73. se l'ipotesi prescelta fosse la seconda cioè quella dell'Assemblea, ugualmente dovremmo convocare il Consiglio Nazionale, ma a meno breve scadenza per definire tempo, sede, tema e regolamento di essa.
Dalla scelta che faremo dipenderà anche il tempo e la sede dell'esame delle proposte di riforma del nostro Statuto già pronte per quanto riguarda l'organizzazione periferica ed in corso di esame da parte del maggior numero dei Comitati provinciali e regionali per quanto riguarda il tesseramento, la garanzia di una congrua rappresentanza delle iscritte negli organi dirigenziali, e le forme di consultazione e di presenza nel partito di rappresentanze appropriate al nostro corpo elettorale e spesso già esistenti nei GIP, le nuove responsabilità e disponibilità dei Comitati regionali, i modi di gestire e controllare l'uso dei fondi versati dallo Stato al partito. Una riflessione su ciò accresce la spinta ad una celebrazione congressuale capace di portare all'approvazione di simili novità. Ma nel caso che la scelta di questo Consiglio cadesse sulla prospettata Assemblea, in altra seduta tra non molto si potrebbe procedere all'esame delle proposte riforme per prendere le deliberazioni più opportune.
In sede di replica sulle risultanze del dibattito sulle due ipotesi prospettate, sarà prospettata la soluzione migliore.
O che si vada al Congresso o che ci si prepari all'Assemblea, in ogni caso va soddisfatta l'esigenza di rivolgere a tutti l'appello di rinunciare in modo impegnativo ad ogni manifestazione di corrente. Nelle sedi previste dallo Statuto ogni discussione, differenziazione, votazione è possibile, anzi utile. Fuori di esse ogni manifestazione frazionistica non è più tollerata né dagli iscritti, né dagli elettori. E' inutile preconizzare le colpe del Segretario politico da parte di chi ha constatato in passato o prevede per il futuro il declino dei consensi. Dopo tanto paziente silenzio è doveroso affermare che gran parte di quel declino è stato prodotto in tutti i recenti incontri con l'elettorato in primo luogo da differenziazioni pubbliche o sotterranee che hanno – come le prime – scandalizzato, od hanno – come le seconde – incoraggiato la contrarietà degli elettori. Non si sta parlando a difesa del posto, o della persona, o dell'attività del Segretario politico e di quanti con lui collaborarono lealmente sulla base delle decisioni da tutti prese all'unanimità: si sta concludendo un discorso diretto ad accrescere la credibilità delle decisioni che sinora abbiamo proposto insieme o ci accingiamo a proporre, offrendo la garanzia della nostra unità nel sostegno di quanto con metodo democratico di volta in volta decidiamo.
L'invito a rinunciare a differenziati incontri locali e nazionali fuori delle sedi di partito è amichevole, ma pressante. Accoglierlo può anche significare non offendere quegli iscritti che sono in disagio per mancanza di sede della sezione, lasciandoli apprendere la notizia che sedi posseggono a Roma ed in provincia gli iscritti che s'aggruppano in questa o quella corrente. L'invito a ricondurre tutte le manifestazioni di pensiero nelle sedi di partito è ugualmente fermo, esso non vuole impedire, come maliziosamente in questi giorni si è voluto far credere, iniziative culturali di quanti hanno la possibilità di svolgerle proficuamente per tutti; ma richiama al dovere di non far passare simili atti come atti di partito.
L'attesa che questi inviti siano accolti è viva tra gli iscritti e gli elettori, aspettando essi queste prove della nostra chiarezza e credibilità. D'aver fatto presente queste esigenze il Segretario politico si sente onorato e legittimamente attende in questo Consiglio Nazionale chiare risposte, a testimonianza di una fiducia senza della quale non si possono assolvere mandati di sorta, specie in momenti tanto difficili.

Sen. Amintore Fanfani
Consiglio Nazionale della DC
Roma, 31 gennaio 1975

(fonte: biblioteca Butini)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014