LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LE DIMISSIONI DI FANFANI: INTERVENTO DI ALDO MORO AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 19-23 luglio 1975)

Dopo il terromoto politico causato dalle elezioni amministrative del 15 giugno 1975, ed il significativo spostamento a sinistra dell'elettorato, il Consiglio nazionale della DC si riunisce dal 19 al 23 luglio 1975 per esaminare la nuova situazione politica. La resa dei conti all'interno della DC avviene proprio in questo Consiglio nazionale. Si riporta di seguito l'intervento del Presidente del Consiglio, Aldo Moro.

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Vi sono momenti d'inquietudine e d'incertezza, i quali si riflettono a livello di governo. Ne derivano governi minoritari o composti in modo più ristretto che non comporti la maggioranza parlamentare sulla cui base essi sono costruiti. Li si accetta, malgrado tutto, in considerazione della insufficiente maturazione delle cose e come punto di passaggio verso un migliore assetto politico. Noi siamo in tale situazione dall'autunno scorso.
Poiché una diretta collaborazione tra Partito Socialista e Partito Socialdemocratico appariva impossibile e, del resto, tensioni esistevano pure tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista, si è fatto ricorso alla piccola coalizione con la partecipazione del Partito Repubblicano e l'appoggio esterno degli altri due partiti. In definitiva, pur non essendovi una base sufficiente per una normale cooperazione, vi era una certa concordia che giustificava almeno questa forma di contatto e l'assunzione, sia pure con minore impegno, di una comune responsabilità. Infatti c'erano la necessità di provvedere al governo del Paese e la prospettiva di una possibile chiarificazione, per quanto questo sviluppo apparisse difficile. E' perciò, quello che ho l'onore di presiedere, un governo propriamente di transizione. C'è da domandarsi, e ci siamo domandati, se la transizione è ora finita, se siamo giunti ad un approdo. E ci siamo ancora domandati, se, qualora si riconosca che siamo ancora in un momento di passaggio, vi sia uno strumento più valido per avviare alla normalità.
La risposta a questi interrogativi è stata sin qui positiva nei confronti del governo. Si è ritenuto che siamo ancora in uno stato d'incertezza, e che le elezioni regionali ed amministrative pongono problemi che non siamo allo stato in grado di risolvere. Si è constatato che non risultano esaurite la possibilità e la ragione di mantenere tra i partiti di centro-sinistra un collegamento quale quello sperimentato. Non si è creduto infatti doversi apprestare altro strumento per far fronte alla emergenza, fin quando non si compia il definitivo assestamento dopo la grande scossa elettorale. Tenuto conto della delicatezza della situazione, si è pensato che è meno difficile conservare quello che c'è, che non sia creare qualche cosa di nuovo. In questo senso, dall'una e dall'altra parte, si è rinunziato a prendere l'iniziativa di una crisi che sarebbe stata carica di incognite.
Non si può dire che questa sia, per il governo, una situazione agevole. Ad essa ci si adatta per senso di responsabilità, con freddo ragionamento, come con freddo ragionamento si sono orientati i partiti. Non si pensi dunque ad una pervicace difesa del governo in carica né alla volontà di prolungare, comunque, il mandato ricevuto per dirigerlo. In certi momenti ci vuole più coraggio per restare che per lasciare. Ci muove dunque soltanto la consapevolezza del rischio incombente di radicalizzazioni e tensioni della vita politica nell'ipotesi d'insuccesso nella soluzione della crisi e di conseguenti elezioni politiche anticipate. E' ragionevole infatti pensare che, in caso di rottura dell'attuale equilibrio, sarebbe tutt'altro che agevole, allo stato, giungere ad un'intesa organica di centro-sinistra, mentre un monocolore non troverebbe appoggi qualificati in Parlamento, per assicurare l'amministrazione nell'attesa di tempi migliori. Finché rimarranno questa situazione e questa valutazione della situazione, conviene quindi, con molto coraggio, cercare di svolgere un'iniziativa più incisiva e realizzare un aggiornamento programmatico, qual è suggerito dalla difficile condizione del Paese, specie per quanto riguarda i problemi congiunturali e lo sviluppo economico.
Non mi soffermerò sull'analisi dei risultati delle elezioni del 15 giugno, essendo sufficiente un giudizio complessivo. Si tratta di un avvenimento importante nella vita italiana. E' un fatto l'arretramento, sia pure contenuto, della Democrazia Cristiana. E' un fatto il successo, sia pure limitato, del Partito Socialista. E' un fatto, soprattutto, l'avanzata comunista, particolarmente imponente in alcune zone del Paese. Il Partito Comunista si attesta su posizioni non molto lontane da quelle raggiunte dalla Democrazia Cristiana, anche se essa resta il partito di maggioranza relativa. Si registra la stanchezza di una parte del nostro elettorato, che si volge verso sinistra. Di fronte ad un fatto così importante, non giova rilevare una certa qual mutevolezza dell'elettorato, che ha costretto, tra le elezioni del '72 e quelle del '75, ad erigere particolari difese rispettivamente sulla destra e sulla sinistra. Del resto la Democrazia Cristiana si è difesa in queste elezioni anche sulla destra. Cosa certo necessaria, anche se non si può trascurare il fatto che la falla si era aperta sulla sinistra. Misurare l'entità dei due pericoli, per adattare a questa valutazione la tattica elettorale, è estremamente difficile. I fatti hanno dimostrato che la Democrazia Cristiana era, in questa contingenza, scoperta più sulla sinistra.
C'è stata dunque una vittoria dell'opposizione. Essendo la Democrazia Cristiana logorata da trent'anni di esercizio del potere, è comprensibile, anche se il movimento è avvenuto senza attenta riflessione, che ci si rivolgesse verso la più potente delle opposizioni. Il fenomeno è fisiologico, essendo tipico delle democrazie l'alternarsi delle forze politiche al potere. E' tanto fisiologico che esso si compie talora al di là dei meriti e demeriti delle forze in gioco, come un istinto di difesa di fronte al potere esercitato e perciò sempre, in qualche misura, deludente. Ma si constata, come dicevo, una certa mancanza di riflessione, nella misura nella quale viene prescelto il Partito Comunista senza riguardo per quei motivi di dubbio e di diffidenza che hanno fin qui fatto da freno all'espansione dell'area comunista nello schieramento politico italiano. Questo è importante e grave: che il riflusso di elettorato verso sinistra non sia avvenuto su posizioni socialiste, benché nella campagna elettorale di questo partito non fosse mancata una coloritura da vera opposizione, ma invece su posizioni comuniste. Si è trattato di un voto di protesta, di un voto di ammonimento, pertanto recuperabile? Può darsi che sia così, almeno in una certa misura. Ma la ricuperabilità ha bisogno di una verifica nelle elezioni amministrative previste nel '76, volendo escludere quella consistente in elezioni politiche anticipate.
E' da presumere che, accanto a quello di protesta, vi sia, nel successo comunista, molto voto giovanile. I giovani probabilmente non si sono ripartiti nelle forme tradizionali, ma hanno preferito il Partito Comunista. In generale si può constatare che il nuovo elettorato comunista non si colloca tutto, ideologicamente, nell'area comunista. La campagna elettorale ha avuto infatti un andamento tranquillizzante; si è venuta configurando una fisionomia del comunismo italiano ben diversificata di fronte a quella propria dell'esperienza storica del comunismo. Soprattutto il voto giovanile ha concorso fortemente a far cadere quella pregiudiziale che in passato ha, se non bloccato, certo rallentato e limitato l'avanzata comunista, quella pregiudiziale, in forza della quale si considera il Partito Comunista un partito “diverso”. I giovani elettori innanzitutto, ma poi anche altri, ideologicamente non comunisti, hanno trascurato od escluso la diversità del Partito Comunista ed hanno votato per il suo programma sfumato, senza che giocassero in nessun modo nel loro giudizio le esperienze storiche del comunismo internazionale. E' caduta così per molti quella barriera morale e politica, che, pur nello svolgersi della dialettica democratica, per alcuni decenni era stata innalzata. La difesa di fronte alla penetrazione comunista è diventata così più difficile, specie con riguardo a strutture di potere usurate dal tempo, benché siano servite ad assicurare lo sviluppo sociale e politico del Paese. Ma lo stesso venir meno dell'efficace differenziazione tra Partito Comunista e partiti democratici non è senza ragione; non è senza una sua logica. E' la logica, innanzitutto, dell'abile e pronto proselitismo comunista. Ma è anche la logica dello spostamento a sinistra, in linea generale, dell'asse politico del Paese. Certamente anche il Partito Comunista si è adeguato ai moti dell'opinione pubblica. Si può domandare, se non abbiano votato per questo partito, facendo credito all'oppositore, persone allarmate dalla crisi dell'ordine democratico e dello stesso ordine pubblico. Si può domandare, se non vi siano stati elettori voltisi al Partito Comunista come garante di fronte al turbamento della normale vita delle aziende e dei servizi pubblici. Si può domandare come abbia giocato la crisi economica, che è affrontata, certo, in modo diverso da chi ha la responsabilità del potere e da chi invece è all'opposizione. Questi sono altrettanti coefficienti del successo che l'abilità del Partito Comunista nell'entrare in tutte le pieghe della società italiana ha reso più grande. Ma il dato più importante è quello cui accennavo dianzi e cioè lo spostamento a sinistra dell'asse del Paese. Esso è in qualche misura il frutto della presenza dei partiti di sinistra, ma è anche un dato obiettivo.
E' in atto infatti quel processo di liberazione che ha nella condizione giovanile e della donna, nella nuova realtà del mondo del lavoro, nella ricchezza della società civile, le manifestazioni più rilevanti ed emblematiche. In qualche misura questo è un moto indipendente dal modo di essere delle forze politiche, alle quali tutte, comprese quelle di sinistra, esso pone dei problemi non facili da risolvere. Questo è un moto che logora e spazza via molte cose e tra esse la “diversità” del Partito Comunista. Esso anima la lotta per i diritti civili e postula una partecipazione veramente nuova alla vita sociale e politica. E' un fenomeno che può essere anche, per certi aspetti, allarmante, ma è senza dubbio vitale ed ha per sé, in una qualche forma di autocontrollo e di temperamento secondo l'esperienza, l'avvenire.
Io non dico certo che al nostro partito, partito popolare, sia stata o sia estranea la sensibilità per queste cose: ma è certo che nell'incanalare questo movimento siano stati più pronti i partiti di sinistra, ed in particolare quello comunista, che non il nostro.
Se dunque si tratta di un fatto storico, di un dato di civiltà, che si esprime nelle articolazioni: giovani, donne, operai, sindacati, regioni, autonomie, se è questo che mette in crisi il nostro equilibrio politico ed il nostro partito, come si può pensare che sia un uomo, un uomo solo, a vincere o perdere? Vediamo insieme che cosa non abbiamo capito in tempo, che cosa non abbiamo saputo fare per condurre il movimento innovatore verso sbocchi positivi.
Le elezioni del 15 giugno spostano obiettivamente verso la sinistra la forza popolare della Democrazia Cristiana, per consentire ad essa di assolvere il suo compito, di rispondere pienamente alla domanda politica della società italiana. Rispondere nell'autonomia ed originalità del movimento cattolico e con le opportune collaborazioni democratiche.
Conviene toccare a questo punto il tema dei nostri rapporti con le altre forze politiche alla luce dei risultati elettorali.
Il Movimento Sociale si pone come l'antitesi puntuale della spinta democratica e popolare di cui dicevo innanzi. La sua posizione d'isolamento dimostra che, pur in presenza di resistenze di non piccola portata, le forze liberatrici della nostra società sono in opera.
Il Partito Liberale è collocato in una onorevole posizione minoritaria, nella quale esso può dare un contributo importante alla dialettica democratica.
Restano nel gioco le forze che si sono variamente associate per molti anni nella politica di centro-sinistra. Ad esse va la mia riconoscenza per l'apporto che danno al governo che ho l'onore di presiedere. Il Partito Socialdemocratico, con la presenza autorevolissima del sen. Saragat, è chiamato ad operare come partito di sinistra democratica; in una posizione certo differenziata, ma con una apertura nei confronti dei socialisti, che riproduca le fasi più fiduciose e più ricche di risultati della politica di centro-sinistra. Il Partito Repubblicano, che partecipa al governo con qualificato contributo d'idee ed esemplare lealtà, teso com'è verso una politica di contenuti, potrà essere prezioso strumento per verificare la rispondenza della nostra azione alle esigenze emergenti dalla società italiana e dalle forze politiche.
Il Partito Socialista Italiano ha nello schieramento, per forza di tradizione, robustezza ideologica e sensibilità sociale, una posizione dominante, con grandissime possibilità e grandissime responsabilità. L'avvenire del Paese, l'ordinato sviluppo della nostra comunità nazionale sono legati alle scelte del Partito socialista. Certo, il suo atteggiamento è condizionato a sua volta dalle nostre decisioni, dalla chiarezza e modernità della nostra linea politica. Ma ogni nostro disegno sarebbe frustrato, se mancasse la necessaria costruttiva risposta del Partito socialista. Nessuno di noi pensa, e soprattutto dopo un così chiaro responso del Paese, a mettere in discussione la collocazione del Partito socialista come partito di sinistra. Nessuno di noi pensa che esso possa transigere su alcuni contenuti di azione politica, nei quali si esprime il suo legame con le forze lavoratrici. Quel che chiediamo è che esso riconosca qual è il giusto punto di equilibrio della situazione italiana e concorra a dare un governo stabile al Paese con piena assunzione di responsabilità. Il programma dovrà essere seriamente innovatore. E' giusto che, soprattutto in questo momento, il Partito socialista sia indispensabile per le piccole cose. Ed è ovvio che il suo peso nella collaborazione debba essere misurato non matematicamente, ma politicamente. Si è detto che è finita la politica di centro-sinistra. Ed è vero con riguardo ad alcune forme nelle quali essa si è di volta in volta incarnata ed agli impacci che possono averla appesantita. Ma non può essere vero, se si abbia riguardo, in presenza di una situazione che rende ancor più stringente la necessità all'incontro, alla collaborazione tra cattolici e socialisti, per rendere davvero più ricca e viva la democrazia in Italia.
Il Partito comunista esce vincitore da queste elezioni e vede riconfermato il suo ruolo di grande forza popolare. Il risultato premia la sua abilità, la sua sensibilità, la sua eccezionale capacità di penetrazione e di persuasione. Esso ha fatto dei passi innanzi per avvicinarsi a posizioni di governo ed in specie con riguardo alla analisi della società italiana, al modello di sviluppo economico ed alla politica internazionale. Ma resta da vedere in che misura questi punti programmatici possono essere realizzati in una sintesi armoniosa. Resta da vedere, al di là della buona volontà delle persone, come possa instaurarsi un vero pluralismo sociale e politico nel quadro della solidarietà internazionale del comunismo e delle esperienze che in esso sono state e sono vissute. Vi sono dunque nodi che il Partito comunista non ha sciolto e che ganno da ostacolo alla collaborazione proposta. Ma la contrapposizione ideale e politica, che continua a caratterizzare la Democrazia Cristiana, include un confronto vigoroso ed efficace. E' comprensibile che, soprattutto in una situazione come quella creatasi con le elezioni e rivelata dalle elezioni, il rapporto tra maggioranza ed opposizione comunista sia costruttivo e pieno di significato, un modo per concorrere dialetticamente alla guida del Paese. Ciò vale così al centro come alla periferia. L'invocata autonomia degli Enti locali non toglie che in essi si esprima, in forza delle collaborazioni realizzate, una linea che non è senza riflessi sulla politica nazionale. Seri contatti nella elaborazione ed attuazione del programma ed il ruolo svolto sino in fondo dall'opposizione, sia essa comunista o democratico cristiana, sono tali da valorizzare tutte le componenti nelle regioni e negli enti locali e da assicurare che in essi si svolga un dialogo democratico nell'interesse delle popolazioni.
L'insegnamento delle elezioni è, globalmente, nel senso del rinnovamento. Vanno mutate, si dice, le pratiche di governo e si deve procedere, senza indulgenze, alla moralizzazione della vita pubblica, fondamento della buona amministrazione. Ma va cambiato, soprattutto, il Partito, perché sia sensibile alle nuove realtà, alla nuova dimensione dell'uomo, ai nuovi vincoli sociali. Prima che cambiare strutture ed uomini, è l'animo che bisogna cambiare, perché si disponga ad accogliere il nuovo ed a reagire ad esso in modo sano ed attivo. Il risultato elettorale, nel profondo, come dicevo, spinge a sinistra, per gareggiare con il Partito Comunista, ma in superficie tende a dare del Partito una immagine retriva, a collocarlo, sotto la pressione delle sinistre vittoriose, sulla destra, dove dovremmo gestire interessi conservatori. E' un'apparenza che dobbiamo cancellare, una tentazione che dobbiamo vincere. Sconfitti da sinistra non abbiamo cessato, e non dobbiamo cessare, di tutelare, quali essi sono, interessi popolari che ci sono stati affidati. La linea di confine che è tracciata, in modo più o meno sensibile, sulla sinistra, differenzia formule di governo della realtà sociale, non la realtà sociale stessa che è e resta, per noi come per gli altri, una realtà popolare di cui farsi carico. La stessa nostra forza dimostra che noi siamo un partito popolare. Questo significa non solo dare una certa risposta alle esigenze popolari, ma anche canalizzare opportunamente la domanda politica e cioè mettere il partito in contatto con il tessuto sociale dove sono i problemi aperti. Ciò comporta, tra l'altro, una estrema attenzione rivolta a tutte le forme associative ed in particolare a quelle sindacali, veramente determinanti nello Stato moderno. In questa consapevolezza profonda ed operosa c'è la linea adatta e sufficientemente omogenea con le altre destinate alla collaborazione.
Ma la ritrovata natura popolare del partito induce a chiudere nel riserbo della coscienza alcune valutazioni rigorose, alcune posizioni di principio che sono proprie della nostra esperienza in una fase diversa della vita sociale, ma che fanno ostacolo ora alla facilità di contatto con le masse ed alla cooperazione politica. Vi sono cose che appunto la moderna coscienza pubblica attribuisce alla sfera privata e rifiuta siano regolate dalla legislazione ed oggetto dell'intervento dello Stato. Prevarranno dunque la duttilità e la tolleranza. Ciò non mette in causa la ispirazione cristiana del partito, che è un dato di fondo ed in tanti modi può esplicare la sua influenza. Del resto se noi dobbiamo essere all'avanguardia, non lo è, per tanti aspetti, la Chiesa nel suo patrimonio ideale? Questa ispirazione, insieme con la matrice popolare e la pratica globale della libertà, resta uno dei punti qualificanti del partito, anche se s'impone grande discrezione, quando si passi dalla professione della propria fede alla descrizione delle regole di comportamento che debbono valere per tutti.
Piacerebbe poter dire che, per avere il passo giusto ed acquistare popolarità, la Democrazia Cristiana sia esonerata dal misurare le compatibilità, tener conto delle conseguenze vicine e lontane, di certi comportamenti, avere insomma quel senso di responsabilità che esclude la demagogia e la facile ricerca del consenso. Ma così non è. La Democrazia Cristiana non può comportarsi come opposizione e raccogliere, fuori delle regole del responsabile esercizio dell'azione di governo, tutte le attese che percorrono il corpo sociale. A coloro che tendono ad avvicinarsi al potere è necessario dire che è questo un esercizio difficilissimo, che non si può interamente soddisfare, specie nei tempi brevi, l'inquietudine e la speranza della società e che resta dominante il problema di come contemperare, nel contesto sociale, le libertà per tutti.
Se la Democrazia Cristiana dev'essere ricostituita, io mi auguro che essa rinasca libera dall'arroganza del potere. Il che ha significato certo per il modo con il quale essa si presenta al suo esterno, per quel governare democratico e rispettoso al quale viene in maniera crescente richiamata. C'è senza dubbio dell'esagerazione in questa critica. Ma se essa è diventata così generalizzata e penetrante, è segno che qualche nostro atteggiamento offre lo spunto o il pretesto alla polemica corrosiva. Vuol dire che in qualche caso il nostro senso dello Stato, il nostro rispetto per la cosa pubblica sono stati meno rigorosi, la nostra imparzialità meno piena, il nostro affidarci all'autorità bene intesa e soltanto ad essa meno completo di quanto non sarebbe stato desiderabile. Valere per il servizio reso, e non per il viluppo dei favori e delle clientele, dev'essere la nostra ambizione. Ed a renderci così liberi, così distaccati nell'assolvimento del nostro compito, gioveranno libertà e distacco analoghi al nostro interno. Che si cessi dal contare per il mucchietto dei voti controllati, è un'esortazione così comune, che io non desidero soffermarmici più che un momento. Ma certo è l'ora che la Democrazia Cristiana non si affidi per niente alla avvilente pratica del tesseramento di comodo, ma alla impegnata adesione degli uomini, che sia veramente aperta a tutti, e da tutti liberamente vissuta, la milizia del partito. In questo quadro le correnti avranno diritto di cittadinanza come base di dibattito e veicolo delle idee e non come strumento di potere. Avendo la funzione di raccogliere i consensi intorno alla strategia del Partito, esse potranno favorire quella gestione collegiale, che è indispensabile in un organismo della complessità della Democrazia Cristiana e del resto in ogni partito democratico.
L'unità della Democrazia Cristiana sarà sempre dunque costruita sulla base del pluralismo e perciò non monolitica, ma multiforme e varia. Questa unità non potrebbe essere contraddetta della perdita di nessuna delle componenti ed in specie di quella, nel presente momento storico, più capace di realizzare il raccordo con la viva ed inquieta realtà sociale, sia con le forze la cui collaborazione è richiesta per l'equilibrio politico del Paese. Intendo riferirmi alla componente di sinistra che ha voluto dissociarsi, per una insindacabile valutazione politica, dalla gestione dl Partito nell'ambito della Direzione. Questa è cosa di tale gravità, che deve indurre alla riflessione e ad un responsabile esame della situazione.
Probabilmente il discorso sul Congresso è stato deformato dalle circostanze. In effetti non vedo dove altrimenti possa compiersi in modo serio il processo di riesame critico e di nuova e limpida determinazione degli ideali, dei progressi e dei compiti storici della Democrazia Cristiana. Il congresso rimette in discussione tutto, com'è appunto necessario che avvenga in questo momento. Esso contiene in sé, in forza del grande dibattito, la possibilità di una radicale innovazione negli equilibri e negli assetti del Partito. Ci viene chiesto, e noi sappiamo quali conseguenze ci siano nel rispondere sì o no, un'aggiornata linea politica che faccia da base ad una rinnovata collaborazione. Non vedo che ciò possa avvenire, con il necessario approfondimento, se non nel Congresso. Poiché la posta in gioco è così importante, ogni altro modo di risposta mi sembra inadeguato. E' ovvio che un Congresso, e soprattutto in queste circostanze, può e deve essere gestito con assoluta obiettività al di fuori di posizioni precostituite. Vi sono però i modi per garantirla.
Desidero esprimere a questo punto il più amichevole rispetto per il Segretario del Partito, la gratitudine per il grande sforzo che egli ha compiuto nel guidare la Democrazia Cristiana in una campagna difficile, la comprensione per gli intendimenti costruttivi che lo hanno mosso e lo muovono nel solco della tradizione democratico cristiana, la fiducia che egli voglia, come noi, una Democrazia Cristiana popolare, democratica e antifascista quale strumento corretto di lotta politica nella nuova situazione che si è creata nel Paese. A lui, nel ricordo di trent'anni di battaglie, tante delle quali combattute fianco a fianco, va la mia solidarietà umana prima che politica.
Cari amici, è più difficile parlare di una sconfitta che di una vittoria; più difficile trarre dalla sconfitta propositi costruttivi. Il grande disegno che abbiamo concepito nel 1962 e per il quale una netta maggioranza del popolo italiano si sarebbe ritrovata nel quadro della collaborazione tra cattolici e socialisti con l'apporto determinante di altre forze democratiche, al fine di porre su salde basi e di arricchire dal di dentro la democrazia italiana, è stato se non vanificato, certo duramente colpito. Nel suo moto di assestamento una parte rilevante del popolo italiano non si è fermata da noi, ma è andata ad accrescere la forza del Partito Comunista. Ad una Democrazia Cristiana, seriamente impegnata per una cooperazione vigorosa con il Partito Socialista, ad un socialismo collocato, pur senza rinunce alla sua natura di partito di classe, in una posizione responsabile e corrispondente agli equilibri del Paese, ha preferito l'approdo nel Partito Comunista. Ha scelto, piuttosto che la chiarezza delle nostre posizioni, la nebbia di una faticosa rielaborazione programmatica, in parte autentica, in parte tattica, del Partito Comunista. Non giova e non è di buon gusto accusare il Paese. Dobbiamo dire che non siamo stati capaci di attrarre. Abbiamo disegnato, nelle parole e nell'azione, una immagine che non è sembrata persuasiva.
Le enormi difficoltà che ci sono nel gestire un Paese, così inquieto e nervoso (mentre l'opposizione può sempre indicare, senza pagare uno sotto alla realtà, pregevoli alternative), non tolgono il fatto che non siamo riusciti a creare un assetto democratico e stabile. Questo spiega l'autocritica che siamo chiamati a fare e la nostra disponibilità personale a qualsiasi mutamento. E spiega anche gli eccessi dell'autocritica ed una certo suo tono eccessivo e scomposto. L'avvenire non è più, in parte, nelle nostre mani.
Ed è onesto e doveroso indicare le incertezze e le incognite della situazione, senza abbandonarsi al furore, senza puntare ad una rivincita che non sia quella del normale procedere della vita democratica nel suo perenne riesame, senza cedere allo sconforto. Non possiamo fare come se nulla fosse avvenuto. Qualche cosa è accaduta e peserà su di noi. Bisogna guardare avanti però con coraggio e dignità. Due momenti della nostra storia sono passati e si apre un capitolo nuovo. Pensare che tutto possa essere detto in questo Consiglio Nazionale e, probabilmente, nello stesso Congresso, è un'illusione. Ciò vale per noi stessi e per gli altri che si attendono qualche cosa di decisivo da parte nostra in un istante, nella immediatezza dei fatti. Ma ogni semplificazione è un errore. Noi risponderemo certo adesso, ma poi giorno per giorno nella vita interna di partito e nella sua proiezione esterna, nei rapporti cioè con la cultura, la realtà sociale e le forze politiche.
Ma almeno dobbiamo dire che, se è cominciata una terza difficile fase della nostra esperienza, in condizioni interne ed internazionali così diverse da quali erano all'origine, è tuttavia la vita della Democrazia Cristiana che continua. Per quanto difficile sia la situazione, c'è spazio anche per noi. Per quanto mutate siano le circostanze, è sempre valida l'ispirazione originaria, cristiana e democratica, e seria, importante, ammonitrice la nostra tradizione.
Questo non è perciò il momento di rivolgerci altrove, ma di guardare in noi stessi. E' il momento non di indulgere alla indifferenza, ma di accrescere l'attaccamento per la Democrazia Cristiana. Se sapremo innovare senza dilaniarci, se sapremo credere insieme nel passato e nell'avvenire, se sapremo essere diversi restando uguali, se sapremo essere rispettosi con gli altri ma non meno con noi stessi, se sapremo cogliere dignitosamente ogni opportunità di presenza e di affermazione, avremo un posto importante nella nuova storia d'Italia.
Io mi auguro che da questo Consiglio Nazionale, nel rispetto di tutti, esca una indicazione positiva e che, partendo da qui, noi riprendiamo il nostro posto nella vita democratica del Paese.

On. Aldo Moro
Consiglio Nazionale della DC
Roma, 19-23 luglio 1975

(fonte: biblioteca Butini)


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