LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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V° GOVERNO MORO: INTERVENTO DI ALDO MORO NEL DIBATTITO SULLA VERIFICA DELLA MAGGIORANZA ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 28 aprile 1976)

L'estrema fragilità parlamentare del V° governo Moro (un monocolore democristiano nato sulla crisi dei rapporti tra i quattro partiti del centro-sinistra) viene messa in evidenza dal voto favorevole da parte della Camera dei Deputati su un emendamento al disegno di legge sull'aborto, emendamento approvato anche con i voti dei missini. Il Partito Socialista ritira così il suo appoggio al governo.
Il Presidente del Consiglio, Moro, provoca un dibattito parlamentare per tentare di ricomporre una maggioranza che eviti le elezioni anticipate.
Moro prende la parola alla Camera dei Deputati il 28 aprile 1976.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, il programma con il quale questo Governo si è presentato in Parlamento è stato contestato prevalentemente per la sua eccessiva ampiezza. Ho già avuto modo di chiarire che io, d'intesa con i miei colleghi, l'avevo formulato senza certo farmi alcuna illusione circa il tempo che sarebbe stato necessario avere a disposizione, per poterlo realizzare. E tuttavia mi pareva opportuno elencare alcune riforme che appaiono non soltanto più urgenti, ma anche più mature nella coscienza pubblica e nell'opinione parlamentare. Basti citare, tra tutto, l'amministrazione e la scuola.
Ebbene, quando ho dato quelle indicazioni programmatiche, avevo la speranza, in forza della sia pur limitata fiducia che ci era stata concessa, che almeno una parte di questi importanti problemi potesse essere affrontata per una giusta soluzione. C'era, per quanto l'orizzonte fosse velato da nubi, la prospettiva che la legislatura potesse durare fino alla normale scadenza che si potesse compiere ancora un utile lavoro. Era in vista di questi desiderabili sviluppi che il mio partito aveva accettato il grande peso del potere da esercitare, proprio in circostanze straordinari, in quasi assoluta solitudine. Ma la permanente gravità della situazione economica ed il deterioramento dei quadro politico ci hanno preso alla gola e ci hanno posto dinanzi a problemi sempre più complessi, rallentando il ritmo della normale attività legislativa.

NATTA. Lo avete rallentato voi!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Desidero però confermare che il programma tracciato pochi mesi fa è, in linea di principio, tuttora valido e che esso meriterebbe, se appena le circostanze lo permettessero, di essere attuato. A fronte di queste cose urgenti ci sono però quelle urgentissime che l'evolvere dei fatti economici ci pone dinanzi.
Il cambio della lira ha perduto in questi mesi ogni rapporto con l'obiettiva situazione dei nostri prezzi e dei nostri costi rispetto a quelli degli altri paesi e con le prospettive di fondo dell'interscambio commerciale. E da presumere che, alla fine dell'estate, si faranno sentire le conseguenze positive dell'attuale sottovalutazione del cambio della lira. Molti esperti prevedono che da quella data e per tutto il 1977 la bilancia dei pagamenti sarà positiva e compenserà le perdite della prima parte del 1976. Ma se il cambio continua a cadere, sotto l'influenza di aspettative che riguardano piuttosto la stabilità e le prospettive del nostro sistema politico che la situazione tecnica del mercato valutario, il raddrizzamento della bilancia dei pagamenti si sposterà nel tempo.
Le incertezze del quadro politico, che necessariamente accompagnerebbero la fase elettorale e quella immediatamente successiva, continuerebbero infatti ad alimentare una speculazione destabilizzante e farebbero gravare soltanto sulle autorità monetarie il peso della difesa del cambio.
Una rapida inversione di tendenza sui mercati valutari, prima ancora che si operi il raddrizzamento della bilancia delle merci e dei servizi, sarebbe un prezioso contributo allo sviluppo della nostra economia. Infatti, un cambio tanto sottovalutato come l'attuale diviene un elemento autonomo di inflazione che trascina con sé i prezzi interni ed il costo della vita. Di qui la necessità di mettere in atto al più presto tutti gli strumenti che permettano di riportare la lira in una zona più vicina ai suoi valori di equilibrio.
I prossimi mesi sono dunque cruciali. Dal modo con cui sarà gestita l'economia dipenderà la possibilità di stabilizzare il cambio, di bloccare il processo inflazionistico, di sostenere la ripresa della domanda, che è in corso dall'ottobre 1975, ma che sarebbe gravemente pregiudicata ove non fosse possibile fermare l'inflazione.
Queste considerazioni il Governo deve responsabilmente comunicare alle forze politiche.
Se sapremo costruire un quadro politico che permetta di governare il paese per i prossimi dodici mesi, prima della fisiologica chiusura di questa legislatura, vi sono fondate prospettive di uscire dal lungo tunnel della recessione e della instabilità.
Dall'ottobre dello scorso anno abbiamo superato il punto di svolta della congiuntura sfavorevole e la produzione industriale nell'ultimo semestre si è sviluppata ad un saggio annuale del 14 per cento — + 3,4 l'ultimo trimestre 1975 su quello precedente e + 3,6 il primo bimestre 1976 sull'ultimo 1975 — con una conferma di questa tendenza, sulla base delle prime informazioni, per il mese di marzo. La stabilizzazione del cambio ed il contenimento dell'aumento dei prezzi non può tuttavia, nelle presenti circostanze, non essere l'obiettivo primario della nostra politica economica, poiché nessuna durevole ripresa appare a lungo sostenibile, se il nostro grado di inflazione rimane significativamente più elevato di quello a cui sono soggette le altre economie del Mercato comune con le quali siamo ormai profondamente integrati.
Non intendiamo proporre certamente una classica manovra di stabilizzazione che comporti il ristagno dell'economia per un lungo periodo di tempo e pregiudichi quell'equilibrio nella crescita che è essenziale per fornire un lavoro produttivo alle nuove generazioni e per soddisfare i bisogni di una società esigente.
In questa prospettiva si pone e si giustifica la domanda di austerità che rivolgiamo al paese.
Non intendiamo sottovalutare il valore positivo della vivace e vasta pressione sociale per il progresso della nostra società, ma dobbiamo ricordare la stretta interdipendenza che esiste tra il rigore e la razionalità delle decisioni economiche, pubbliche e private, l'impegno del lavoro, la volontà di intraprendere, da un lato, e la capacità di crescita del nostro sistema produttivo, dall'altro.
Nei prossimi anni, modesti saranno i margini per la espansione dei consumi privati e dovrà essere sorvegliata anche la dinamica di quelli pubblici per concentrare le risorse nel risanamento della bilancia dei pagamenti e nella ripresa degli investimenti. Il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e dei ceti economici più deboli richiederà pertanto una ben dosata redistribuzione del reddito, da attuare attraverso una severa politica tributaria, piuttosto che con la rincorsa di aumenti salariali.
La stabilizzazione dei prezzi richiede di riportare il cambio della lira nel più breve tempo possibile a valori più realistici. Tuttavia i ministeri competenti esaminano, ad integrazione di questa manovra, la possibilità di un'articolata politica annonaria, basata sulla manovra degli approvvigionamenti e su interventi per garantire il contenimento dei prezzi di alcune derrate essenziali.
Difesa del cambio e politica monetaria sono strettamente collegate. Le restrizioni creditizie ed il conseguente elevato costo del danaro di questi ultimi mesi sono state le risposte necessarie ed immediate ad una situazione di emergenza. Il prolungarsi di queste restrizioni, tuttavia, in mancanza di un più complesso impiego di strumenti di politica economica, rischia di trascinare il nostro paese da una recessione all'altra.
La ripresa della produzione è oggi vivace, ma, se essa non sarà potenziata dall'incremento anche degli investimenti, ad autunno i ritmi produttivi potrebbero di nuovo flettersi. Si pone perciò il problema di un graduale ritorno a condizioni meno tese dei mercati monetari e finanziari, pure tenendo presenti i limiti alla espansione del credito globale interno che abbiamo concordato con le competenti autorità internazionali.
Una politica monetaria meno restrittiva può però essere ragionevolmente proposta ed attuata, senza il pericolo di doverla interrompere tra qualche tempo, provocando sussultorie alternanze di chiusure e di aperture del credito, soltanto se si riuscirà a realizzare una serie di condizioni. Esse sono: il miglioramento della situazione valutaria; la riduzione del deficit delle amministrazioni pubbliche; la possibilità di finanziare questo deficit contenendo entro limiti rigorosi il ricorso alla banca centrale; la dinamica dei costi del lavoro.
In relazione alla prima condizione il Ministero del bilancio ha esaminato diverse possibilità di limitare — attraverso interventi fiscali o anche diretti nella distribuzione — taluni consumi ad alto contenuto di importazioni; sono stati predisposti dal Ministero dell'industria provvedimenti per razionalizzare l'impiego dei combustibili per il riscaldamento e per attuare fin d'ora in questo settore opportune forme di razionamento.
Non si ritiene invece possibile ed utile reintrodurre il deposito infruttifero sulle importazioni, come è stato talvolta proposto, poiché siamo convinti che il nostro paese non debba assumersi la responsabilità di alimentare tendenze protezionistiche, che non solo minaccerebbero la prosperità dell'economia mondiale, ma finirebbero col danneggiare la nostra economia in maniera più grave di quanto non sarebbero colpite quelle di paesi più ricchi e più specializzati in settori produttivi tecnologicamente avanzati.
La nostra bilancia dei pagamenti sarà ancora passiva per alcuni mesi: dobbiamo dunque provvedere a riempire questo vuoto. A ciò mirano le iniziative volte ad aumentare la consistenza delle nostre riserve valutarie attraverso prestiti con autorità internazionali ed autorità monetarie di altri paesi. Ma dobbiamo anche accelerare quel movimento di capitale a nostro favore che nel 1974 ebbe una parte decisiva nei miglioramenti della bilancia dei pagamenti nel secondo semestre dell'anno.
Le banche italiane, a luglio del 1975, finanziavano in valuta i nostri operatori per oltre 2 miliardi di dollari. Queste posizioni in valuta furono progressivamente chiuse, in relazione alle facilitazioni concesse in agosto per il finanziamento delle esportazioni ed in relazione al chiudersi del ventaglio tra tassi italiani e tassi stranieri.
L'aumento del costo del danaro all'interno, in presenza di attese incerte sul mercato dei cambi, non è bastato finora da solo a spingere gli operatori italiani, in particolare quelli che hanno crediti in valuta derivanti da esportazioni, a ricorrere di nuovo all'indebitamento in valuta, anziché in lire. Le nostre autorità valutarie pensano che si possa rafforzare con prescrizioni amministrative il gioco delle convenienze di mercato. Ciò potrebbe riguardare l'obbligo degli esportatori che hanno crediti in valuta, di negoziarla entro termini prefissati, finanziandosi mediante prestiti, sempre in valuta, presso banche italiane o straniere, nell'intento di creare un flusso aggiuntivo di offerta sui mercati dei cambi che concorra alla stabilizzazione.
Sono anche allo studio provvedimenti a favore del risparmio degli emigrati che rovescino l'attuale vantaggio a fare affluire le rimesse attraverso circuiti clandestini. I recenti provvedimenti dei paesi del MEC sulla limitazione alla introduzione di banconote italiane chiude un altro dei canali di fuga valutaria, mentre l'azione repressiva dell'autorità di polizia e dell'autorità giudiziaria comincia a produrre i primi risultati.
La seconda condizione riguarda il risanamento della finanza pubblica, che non può non essere graduale, ma che deve essere portato avanti con risolutezza.
Ciò comporta che non siano approvate nuove spese correnti senza la contestuale determinazione di nuove entrate tributarie, nonché l'approvazione dei decreti-legge che prevedono inasprimenti tributari, evitando che eventuali emendamenti riducano il gettito previsto.
Nella disordinata legislazione di spesa che caratterizza l'attuale situazione della finanza pubblica, riteniamo vi siano margini per razionalizzare e per tagliare talune spese correnti dell'amministrazione centrale, degli enti locali, delle gestioni previdenziali. Siamo impegnati in questo senso.
Il risanamento della finanza pubblica non può essere attuato senza una progressiva riduzione delle zone di evasione fiscale. La lotta all'evasione, nel nuovo sistema introdotto dalla riforma tributaria, così come del resto negli evoluti sistemi dei paesi anglosassoni, è collegata alla credibilità ed all'efficacia della repressione penale che deve essere opportunamente accelerata.
Occorre semplificare gli adempimenti contabili per i professionisti e per le imprese, prevedendo per la violazione anche l'eventuale sospensione dalle attività professionali.
Infine, l'approvazione delle recenti norme relative agli accertamenti «per scandaglio» di contribuenti e la loro immediata applicazione da parte dell'esecutivo è condizione essenziale per il successo della riforma tributaria nella sua prima fase di attuazione.
La riforma tributaria, del resto, assieme alla riorganizzazione delle strutture amministrative già manifesta i suoi effetti nel gettito previsto per questo anno in aumento del 35 per cento su quello del 1975. Se si riuscirà a ridurre talune sfasature tra cassa e competenza nelle entrate dello Stato, a realizzare i tagli delle spese correnti, a convertire i decreti fiscali del Governo, il deficit complessivo di parte corrente nelle pubbliche amministrazioni si ridurrà quest'anno a livelli prossimi, tenuto conto della svalutazione monetaria, a quelli del 1972 e del 1973. Si attuerebbe così un importante passo sulla via del risanamento della finanza pubblica.
La riduzione del ricorso del Tesoro al finanziamento della banca centrale, a parte la riduzione del deficit di bilancio, presuppone la possibilità di collocare direttamente presso il pubblico dei risparmiatori, oltre che presso le banche, le nuove emissioni di titoli dello Stato. Ciò esige, da un lato, che siano create le condizioni di stabilità e di fiducia, dall'altro che sia favorito l'assorbimento contenendo la sfrenata scalata dei saggi offerti dalle banche ai loro depositanti, contenimento che può essere attuato sia con interventi amministrativi, sia attraverso l'azione fiscale.
L'ultima condizione riguarda la dinamica dei costi del lavoro. Il Governo ritiene che la conclusione dei contratti di talune grandi categorie sia avvenuta sostanzialmente nel rispetto di quei limiti di compatibilità che la svalutazione della lira ha reso meno stretti. Su queste linee auspica che si chiudano rapidamente anche i contratti delle altre categorie industriali e del pubblico impiego.
Non è stato finora realizzato tra le parti sociali, per gli stipendi più elevati, il rinvio nell'applicazione dei contratti, che era stato a suo tempo suggerito dal Governo. Al riguardo saranno tra l'altro oggetto della più attenta valutazione le conclusioni della Commissione parlamentare sulla «giungla salariale».
E poi indispensabile che si affrontino con decisione i problemi relativi alla produttività del lavoro. Deve pertanto essere incoraggiata la disponibilità dichiarata da parte della Federazione sindacale a ritrovare, attraverso la contrattazione collettiva, soluzioni adeguate ai problemi della utilizzazione degli impianti, dell'assenteismo, dei turni, delle festività, delle ferie, della economicità delle gestioni sociali.
L'obiettivo deve essere in ogni caso di realizzare condizioni paragonabili a quelle esistenti negli altri paesi industriali.
Il Governo dunque, in relazione alle condizioni che permettono una politica monetaria meno restrittiva, avanza una serie di proposte, consapevole tuttavia che la loro completa realizzazione è legata ai comportamenti delle forze sociali ed alla solidarietà in Parlamento.
Riteniamo che, realizzati taluni dei provvedimenti in materia valutaria, fiscale, di finanziamento del fabbisogno pubblico, sia possibile superare l'attuale fase di stretta monetaria e promuovere una graduale e controllata espansione del credito, l'inversione delle attuali tendenze del costo del denaro e l'afflusso selettivo di un maggior volume di finanziamenti all'attività produttiva. In particolare riteniamo di dover subito intervenire per favorire l'allargamento dei mezzi di finanziamento al sistema dei crediti speciali per l'industria, l'agricoltura, l'edilizia, e le esportazioni; sistema che condiziona l'azione di guida delle attività produttive, condotta dai pubblici poteri, mediante la concessione di agevolazioni sui tassi.
La ripresa della nostra economia, sebbene partita con vigore, può perdere ritmo, se lasciata agli automatismi del mercato, nel corso dell'anno. Essa appare in ogni caso insufficiente per rovesciare le attuali tendenze del mercato del lavoro e per creare nuove occasioni di occupazioni. Il Governo ritiene pertanto che si debba sostenere nei prossimi diciotto mesi la ripresa ed accelerare assunzioni di lavoratori attraverso una serie di provvedimenti.
Essi riguardano: la rapida messa in attuazione delle leggi sul Mezzogiorno e l'approvazione di quella sua ristrutturazione industriale; l'esame in Parlamento e attraverso puntuali riscontri con le regioni, dello stato di attuazione dei provvedimenti congiunturali approvati lo scorso anno e l'eventuale destinazione a nuove opere degli stanziamenti che si mostrassero di avvio troppo lento; la presentazione delle leggi sull'impiego dei giovani attraverso contratti di formazione nei settori produttivi ed in quelli dei pubblici servizi; la concessione di un incentivo straordinario per le imprese che nei prossimi sei mesi aumentino il livello della mano d'opera occupata; la realizzazione, ad integrazione dei piani dell'edilizia pubblica, di un programma di costruzioni gestito dalle forze sociali — secondo un suggerimento emerso nei recenti incontri sindacali — per il quale il Governo intende fornire opportuni incentivi e canali di finanziamento.
Il Governo ritiene che questo programma sia adeguato ad una situazione di emergenza, carica di pericoli, ma anche di possibili sviluppi positivi, pur se permangono molte delle difficoltà di fondo della nostra convivenza nazionale, che condizionano tanto pesantemente le vicende dell'economia. Ma esso è consapevole dei limiti temporali in cui si iscrive la sua azione e, più in generale, di quelli strutturali che, in ogni società pluralistica, impongono a chi governa di rispettare i movimenti dell'opinione pubblica e gli orientamenti delle grandi forze sociali.
La situazione dell'ordine pubblico desta serie preoccupazioni e richiede generale impegno. Il momento è caratterizzato infatti da forme di violenza particolarmente gravi.
Sono attaccati, con criminosi gesti di teppismo, assolutamente ingiustificabili, i partiti politici, le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, le strutture produttive, le scuole, le caserme delle forze dell'ordine. Non sono risparmiate neppure le manifestazioni religiose. E gli attentati, specie quelli che si susseguono da alcune settimane nelle fabbriche, hanno un immediato riflesso negativo su una situazione economica debole e che richiede, da parte di tutte le forze produttive, fiducia, serenità e sicurezza nei luoghi di lavoro.
L'allarme, poi, è reso più acuto e più severa e urgente si presenta l'azione preventiva e repressiva, se si considerano i mezzi e le modalità che vengono usati da quanti turbano così pericolosamente l'ordine pubblico. Oltre all'uso delle cosiddette «armi improprie», fatte per offendere e ferire, è sempre più diffuso il ricorso ad ordigni esplosivi di efficacia pari alle armi da guerra. E spesso vengono usate, contro i cittadini e contro le forze dell'ordine, le armi da fuoco.
Quanto alle modalità, non può sfuggire che gli attentati, le azioni di commandos, le spedizioni notturne seguono in molti casi vere e proprie strategie di guerriglia urbana.
Gli episodi di violenza e comunque di intolleranza non hanno nulla a che vedere con l'esercizio, finora così responsabile, delle libertà sindacali e neppure con l'esercizio di altri diritti costituzionali. E quindi non sono possibili né coperture politiche, né indulgenze.
Il Governo ha garantito e garantirà, specie in occasione di consultazioni popolari, il diritto che tutti i cittadini e tutti i gruppi politici, sociali e culturali hanno di esprimere liberamente il loro pensiero.
Le forze democratiche debbono essere consapevoli, così come lo è il Governo, che ci troviamo di fronte a un disegno di eversione della nostra vita democratica e della nostra convivenza civile, ancora più insidioso per il difficile momento che il paese attraversa.
Il Governo non può mostrare imprudente pazienza e adotterà tutti i provvedimenti necessari per conoscere, prevenire e reprimere attentati, crimini e violenze, che hanno talvolta una netta impronta neofascista e che hanno comunque e sempre, qualunque sia la mascheratura politica, un inequivocabile marchio antidemocratico.

MARCHIO. Ma parlaci di Antilope! Sempre dei fascisti parli! Dicci chi è Antilope! (Commenti).

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Nella lotta contro il folle disegno eversivo e contro le nuove forme di violenza occorre la piena e pronta collaborazione di tutti gli organi dello Stato. Abbiamo più volte auspicato e ottenuto tale indispensabile collaborazione e ora, in circostanze più difficili, la ricerchiamo e la sollecitiamo con maggior vigore.
Da parte sua, il Governo non mancherà di risolvere i complessi problemi di organizzazione e di addestramento, di informazione e di operatività, che si pongono ogni giorno, sul piano generale e particolare, per un migliore intervento delle forze dell'ordine. Tali problemi saranno affrontati e risolti nel pieno rispetto della legalità democratica e costituzionale, ma senza titubanze e incertezze, che alla fine possono rivelarsi non meno pericolose della ondata di violenze.
Il Governo ha il dovere di tutelare la pace, la libertà e la civile convivenza contro la violenza, l'eversione e il disordine. Ma in uno Stato democratico, esso deve poter contare sulla comprensione, sul concorso e sull'iniziativa dei cittadini, degli organi d'informazione, delle grandi organizzazioni politiche e sindacali, degli enti locali.
Non dobbiamo dimenticare e neppure sottovalutare una diffusa e pericolosa criminalità comune (Commenti a destra), che le forze dell'ordine fronteggiano con coraggio, perseveranza e pesanti sacrifici. Ad esse va l'apprezzamento del Governo e la sincera riconoscenza della nazione (Vivi applausi al centro).
Per quanto riguarda il delicato tema dell'aborto, il Governo mantiene una posizione di neutralità per le considerazioni svolte nel precedente dibattito in Parlamento. Esso auspica che una soluzione possa essere trovata e che, nel rispetto reciproco di tutte le parti, siano il più possibile evitate ragioni di tensione e di scontro.
Non ripeto neppure, perché non sono intervenuti fatti nuovi e rilevanti, le linee di politica estera prospettate all'atto della presentazione di questo Governo in Parlamento. L'opinione pubblica ha commentato con forti riserve la riunione del Consiglio europeo del Lussemburgo. Non si può negare che essa sia stata su taluni punti, di non irrilevante importanza, interlocutoria, ed abbia registrato la difficoltà di far muovere in modo veramente unitario la Comunità di fronte alla sfavorevole congiuntura che colpisce, sia pure in modo diverso, i paesi europei. Il giudizio completamente negativo è però almeno esagerato. In ogni caso il processo storico di unificazione nel nostro continente non si può misurare con il ritmo di questa o quella riunione, che costituisce pur sempre un episodio in una vasta trama di avvenimenti. E del resto gli incontri in sede di Consiglio europeo sono ormai un fatto normale e non spettacolare. È certo che l'obiettivo dell'unità è largamente condiviso nel Parlamento e nel paese e che una vastissima opinione pubblica in Europa ne sostiene l'attuazione. Se si va appunto al di là degli episodi, troppe volte deludenti, è evidente una linea di sviluppo che non può essere contestata, il superamento di difficoltà che erano apparse insormontabili, progressi reali, anche se non decisivi, sulla via della concertazione politica e della cooperazione economica. La strada è dunque aperta verso l'avvenire che noi auspichiamo. Questo resta un punto essenziale della nostra politica estera.
Desidero altresì confermare il nostro attaccamento all'alleanza atlantica, che abbiamo concepito e concepiamo come strumento di sicurezza e di pace. La politica di distensione, che abbiamo da anni praticato di concerto con i nostri alleati, è coerente con queste finalità e mantiene intatta, in questo momento internazionale non privo di ombre, la sua validità.
Questi propositi esprime il Governo dinanzi alla grave situazione del paese. Essi tengono conto del dibattito intervenuto in questo periodo convulso nell'ambito delle forze politiche e di quelle sociali. Sono formulati perciò senza esclusivismo, con spirito costruttivo. Non si tratta infatti di far prevalere, in un'ora così grave, un punto di vista particolare, ma di confrontare le diverse posizioni nella difficile ricerca di una via di salvezza per l'economia e lo sviluppo sociale del paese. È un lavoro, questo, al quale si è accinto volenterosamente il segretario della democrazia cristiana, onorevole Zaccagnini, registrando, nel corso dei suoi colloqui, consensi e riserve, anche tra loro contrastanti. Concludere, in queste condizioni, non appariva agevole (Commenti all'estrema sinistra). Ma non per questo, restando naturalmente fermo lo spirito della proposta della democrazia cristiana, si è voluto sbarrare la strada ad una ragionevole intesa. È fuor di luogo perciò parlare di una contrapposizione frontale che si sarebbe voluto realizzare con il dibattito in Parlamento: nel Parlamento invece, almeno per quanto ci riguarda, il discorso continua.
Quando questo Governo è sorto, faticosamente e tra perplessità che io non ho dimenticato, per il suo carattere monocolore, per l'esiguo margine di maggioranza, per l'atteggiamento d'importanti forze politiche, le quali, invece che accordare un sostegno positivo, hanno assicurato la loro neutralità, è stato nettamente chiarito che la democrazia cristiana assumeva il pesante ed ingrato compito con autentico spirito di servizio e nell'intento di salvare la legislatura (Commenti). E salvare la legislatura appariva un obiettivo degno di essere perseguito anche a costo di sacrifici, per ragioni di principio e per considerazioni inerenti al momento estremamente difficile che l'Italia vive. Che la legislatura abbia tutto intero il suo corso, risponde alle esigenze di stabilità del paese e di appropriato svolgimento del lavoro legislativo.
Vi sono interventi periodici del corpo elettorale che esprimono, in modo certo interessante, il graduale evolvere dell'opinione pubblica. È giusto tenerne conto; di questa attenzione infatti si alimenta, nel suo continuo mutare, la vita democratica. La presente legislatura ha registrato, in questo senso, manifestazioni significative, annunci di novità tra interrogativi e speranze.
Un referendum rivelatore del modo di essere della nostra società o la vasta mobilitazione popolare per le elezioni regionali animano a giusto titolo il dibattito politico. (Commenti all'estrema sinistra). Ma le elezioni legislative hanno le loro scadenze e sarebbe fuorviante metterle troppo facilmente in forse, equiparando punti certo cruciali nell'evoluzione dell'opinione pubblica con autentiche e puntuali decisioni politiche. Tra non molto, per nostra fortuna, s'inserirà, tra le molte che si svolgono nel contesto di una normale legislatura, anche una importante consultazione europea. È conveniente lasciare a ciascuna di queste manifestazioni di volontà del corpo elettorale il suo proprio oggetto e significato. Ne guadagnerà in correttezza il gioco politico e sarà meglio garantito il valore positivo della stabilità, anche se quest'ultima non può significare indifferenza di fronte al paese che cambia. Ma al di là di questa generale esigenza di normalità costituzionale, che può cedere ragionevolmente solo di fronte ad insuperabili divergenze ed al rischio che i partiti perdano, nel rispetto delle scadenze, la propria anima, ci ha mosso nelle agitate giornate del gennaio scorso e ci muove ancor oggi la vivissima preoccupazione per le sorti del paese che vive una crisi di eccezionale gravità, sul terreno dell'economia, dell'ordine pubblico e delle istituzioni. Malgrado l'evidente disagio costituito dalla dissociazione dei partiti, dall'esaurirsi traumatico di collaborazioni intensamente perseguite e lungamente feconde, abbiamo rifiutato la prospettiva delle elezioni proprio per offrire alla crisi economica ed ai movimenti sociali, in luogo delle tensioni e delle incertezze di una difficile fase elettorale, la guida di un Governo anche se in qualche misura indebolito dall'insufficiente coinvolgimento delle forze politiche.
Da allora ad oggi il nostro giudizio non è mutato come non è mutata, purtroppo, neppure la grave situazione nella quale il paese si trova. Ad essa non va offerto il rimedio delle elezioni, ma piuttosto della continuità politica.
Non siamo venuti dunque in Parlamento, per scontrarci, ma per confrontare i nostri punti di vista e fare appello al senso di responsabilità dei partiti.
Andremmo serenamente alle elezioni, solo se vi fossimo costretti dal rifiuto altrui o dalla grave alterazione del quadro politico. (Vivi commenti). Il Governo non ha approntato meschini espedienti tattici, per riversare su qualcuno, in una sorta di grande spettacolo...

PAJETTA. Non grande, ma miserabile! (Commenti).

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ... la responsabilità di una fine innaturale della legislatura. Se possiamo farlo con onore, se possiamo farlo senza mancare a nostri essenziali impegni di fronte al paese, noi preferiamo di gran lunga continuare nel nostro lavoro e provvedere per il meglio alle necessità nazionali. A tal fine occorre certo la nostra buona volontà, ma anche la buona volontà degli altri.
Non subiamo la folle tentazione dell'esclusivismo; non abbiamo il gusto della solitudine; non presumiamo troppo delle nostre forze, in questo momento soprattutto, in presenza dell'inquieto e veloce evolvere della nostra società con i grandi problemi che pone e i valori positivi che involge. Vorrei riconfermare in questo momento ila nostra antica volontà di collaborazione democratica.
Il Governo monocolore è dura necessità alla quale ci siamo piegati, non la nostra scelta. Abbiamo chiesto insistentemente ai partiti nostri tradizionali alleati di condividere con noi, dall'interno e non dall'esterno, la difficile gestione del potere. Dall'interno, perché solo così si compiono agevolmente quei confronti e scambi di esperienze che rendono salda la maggioranza e danno una guida autorevole al paese. L'abbiamo chiesto, sapendo che ciò sarebbe stato possibile, solo se ci fossimo disposti, come ci siamo disposti, a garantire agli altri quella dignità ed influenza senza le quali una collaborazione diventa diseguale, mortificante e in definitiva impossibile. Ma abbiamo anche compreso e rispettato le ragioni, tutte dovute alla obiettiva incertezza ed alla evoluzione in corso della politica italiana, per le quali altri partiti si sono attestati su posizioni di pur apprezzabile appoggio esterno o di costruttiva neutralità politica. In momenti di emergenza anche questo è importante. Siamo perciò profondamente grati per quello che, per senso di responsabilità, i partiti socialista democratico, socialista, repubblicano, liberale ci hanno dato nella forma, sia pure limitata, che è apparsa in concreto possibile.
Al di là della polemica, che in questi anni tormentati si è andata sviluppando ed ha in qualche misura contribuito a deteriorare il quadro politico ed a rendere affannosa la gestione del potere, desidero riconfermare tutta l'importanza, il significato veramente centrale che noi attribuiamo al partito socialista. In questo quadro anche il tenue legame costituito dall'astensione ci pare cosa di grande rilievo che impedisce sia reciso il filo della collaborazione che abbiamo iniziato con il partito socialista nel 1962, anzi già nel 1960, e nella quale abbiamo creduto come in una svolta storica della politica italiana ed in un essenziale e non procrastinabile allargamento della base popolare del potere.
Vorrei fare riferimento a questo passato, a questi nobili propositi, che hanno animato per più di un decennio, pur tra contrasti e delusioni, la politica italiana, imprimendo un innegabile impulso alla vita democratica in Italia, come un richiamo a valori positivi che la cronaca degli avvenimenti può oscurare, ma una più serena valutazione storica non potrà non mettere in luce. Questo è un passato che conta, anche se sarebbe non appropriato evocarlo altrimenti che come significativo ricordo, che deve pur cedere il passo ora alla pressante attualità politica. Qual è la prospettiva dunque che sta dinanzi a noi? Abbiamo accettato di governare in questo momento carico di ansie e di problemi tra innegabili angustie; ma almeno questo indiretto appoggio, questo limitato, ma significativo avallo ci sono necessari per andare avanti. Possiamo accettare di governare fin quasi al limite dell'impossibilità, ma certo non al di là della possibilità.
L'alternativa, proposta dai socialisti, tra Governo di emergenza e dissoluzione anticipata della legislatura, è espressione di un giudizio politico, di un richiamo al meglio che si assume la situazione potrebbe consentire o è invece invito ad una scelta categorica, che non lascia alcuna residua possibilità di discussione e di equa soluzione concordata? Abbiamo grande rispetto delle intuizioni del partito socialista e pensiamo che esse meritino la più attenta riflessione. Ma la democrazia cristiana ha valutato la situazione ed ha ritenuto che la proposta ponga problemi di ben difficile soluzione. Esiste a questo punto, ed il dibattito che abbiamo promosso dovrebbe rivelarlo, una alternativa accettabile per tutti? Un'intesa in ordine ai grandi bisogni del paese, alle urgenze cui provvedere, ai pericoli da stornare, quale è stata adombrata dapprima dalla meritoria iniziativa dell'onorevole La Malfa e poi ripresa con profonda sincerità dall'onorevole Zaccagnini, iniziativa responsabile dell'intera democrazia cristiana, può offrire interessanti prospettive e portare ad equilibrate e non traumatiche decisioni. Questa strada, pur irta di difficoltà, non è stata interamente percorsa e non è detto che un responsabile dibattito parlamentare sia destinato a sbarrarla, piuttosto che a renderla praticabile senza quelle compromissioni che la democrazia cristiana non potrebbe sopportare. Possiamo dire che ciò comporta solo responsabilità degli altri? Certamente no. Procedere sull'impervio cammino di una seria intesa programmatica, che coinvolga le forze dell'arco costituzionale, è responsabilità nostra non meno che di altri. Ma è responsabilità di altri non meno che nostra.
Nel quadro di una iniziativa parlamentare, non appesantita da corrosive polemiche, non indirizzata maliziosamente ad indicare un responsabile dei mali del paese e del male delle elezioni nel mezzo di questa critica situazione, íl discorso sulle cose veramente essenziali da fare o sul come farle può essere efficacemente continuato. Occorre certo il senso di una comune responsabilità verso le istituzioni. Occorre provvedere all'emergenza senza alterare il quadro politico nel quale non siano mutati perciò i ruoli rispettivi della maggioranza e della opposizione. Le nostre opinioni sul gioco dei partiti nella vita democratica sono ben note. Presentando questo Governo, senza in nulla minimizzare la sua debolezza politica (una debolezza che ci appariva pur meglio del vuoto) non abbiamo nascosto, nel modo più pacato, che esso ritraeva la sua fisionomia dagli ideali della democrazia cristiana, che esso era pur sempre fondato sulla consapevolezza della netta e sovente polemica diversità tra democrazia cristiana e partito comunista.
Non vogliamo disconoscere le evoluzioni intervenute e la sincerità delle intenzioni di coloro che si sforzano di adeguare intuizioni e programmi di quel partito alla complessa ed esigente realtà della vita sociale e politica del paese. Ma quello che agita in modo tormentato e ancora confuso un grande partito popolare nella ricerca di una nuova strada, nella delineazione di una nuova fisionomia più aderente alla realtà delle cose, non può farci velo, non può indurre a cancellare quelle diversità d'intuizioni umane, di concezioni sociali, di modelli economici, di strutture istituzionali che il paese percepisce e che alimenta la dialettica politica di questi trent'anni di vita democratica in Italia. La coesistenza delle diverse esperienze del comunismo internazionale non può non farci riflettere. L'influenza che le correnti dogmatiche possono esercitare sui partiti comunisti dell'occidente non può non essere motivo di allarme.
Così come sappiamo che i rischi di distorsione nelle nostre relazioni internazionali, le prospettive d'isolamento del paese sono là ad ammonirci a tener fede alle grandi scelte di questa fase storica, le quali, più che essere messe in crisi esse stesse, sembrano porre in crisi chi da esse pretendesse di allontanarsi.
Sia ben chiaro che da sempre, ma oggi più che mai, la forte dialettica tra democrazia cristiana e partito comunista, che è poi quella stessa che investe i partiti democratici, ivi compreso il partito socialista, si svolge in termini di rigoroso confronto democratico al di fuori di impulsi emotivi ed irrazionali, incomprensibili alle nuove generazioni. Non intendiamo ammainare la nostra bandiera, che reca il segno della libertà, come altri del resto non pensano ad ammainare la loro. Noi restiamo fermi nel nostro autentico pluralismo contro i rischi incombenti di un collettivismo burocratizzante e le insidie sempre presenti contro il socialismo dal volto umano (Applausi al centro — Vivi commenti all'estrema sinistra).

NATTA. Bravo Fanfani!

Una voce all'estrema sinistra. Questo è Fanfani!

D'ANGELO. Non è Moro, è Fanfani!

Una voce all'estrema sinistra. «Antelope»!

PRESIDENTE. Non parliamo degli assenti (Commenti all'estrema sinistra).

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Al paese proponiamo un'alternativa democratica e popolare che non può essere e non sarà un'alternativa conservatrice. Ma nel quadro di questo civile confronto c'è lo spazio per un contributo responsabile e costruttivo del partito comunista, che l'estrema emergenza nella quale ci troviamo può configurare concordato, senza mutamento dei rispettivi ruoli, per ragione di efficienza e di organicità. Del resto questo è un problema che si pone, non senza riflessi per noi, a tutti i partiti che si riconoscono nel segno della democrazia e dell'antifascismo.
Se questo impegno dovesse risultare impossibile, se il partito socialista non ritenesse di potere offrire il suo concorso neppure in questa forma che espone la democrazia cristiana, com'è del resto suo dovere di grande partito nazionale, a rilevanti responsabilità, allora le elezioni sarebbero non la nostra scelta, ma un rigoroso e difficile dovere. Se occorresse, le affronteremmo con estremo vigore nel solco della tradizione ed insieme nella coraggiosa apertura ai tempi nuovi. Ma se il dibattito sarà serio e pacato, se esso non sarà un preludio elettorale, ma un esame di coscienza che investa tutti noi... (Vivi commenti all'estrema sinistra).

Una voce all'estrema sinistra. Bravo!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ... il Parlamento potrebbe essere, com'è nella sua natura, il luogo dove la coscienza del paese si rivela e si impone.
L'Italia è profondamente smarrita, ma non ha rinunziato ad essere se stessa. La libertà ha forti radici. Il senso civico può ancora prevalere sulle spinte corporative e le ragioni disgreganti. La democrazia può vincere la sua battaglia. Se il Governo ne avrà la possibilità, se non sarà contestata l'investitura per il difficile compito che ad esso fu conferito pochi mesi addietro, noi faremo ancora una volta il nostro dovere (Vivi, prolungati applausi al centro).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 28 aprile 1976

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta pomeridiana di mercoledì 28 aprile 1976)


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