LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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V° GOVERNO MORO: REPLICA DI ALDO MORO NEL DIBATTITO SULLA VERIFICA DELLA MAGGIORANZA ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 30 aprile 1976)

L'estrema fragilità parlamentare del V° governo Moro (un monocolore democristiano nato sulla crisi dei rapporti tra i quattro partiti del centro-sinistra) viene messa in evidenza dal voto favorevole da parte della Camera dei Deputati su un emendamento al disegno di legge sull'aborto, emendamento approvato anche con i voti dei missini. Il Partito Socialista ritira così il suo appoggio al governo.
Il Presidente del Consiglio, Moro, provoca un dibattito parlamentare per tentare di ricomporre una maggioranza che eviti le elezioni anticipate.
Dopo aver preso la parola alla Camera dei Deputati il 28 aprile 1976, Moro replica 30 aprile, giudicando negativamente l'esito del dibattito e decidendo quindi di dimettersi nelle mani del Capo dello Stato. In giugno si svolgeranno le elezioni politiche anticipate.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, il dibattito che si è svolto sulla base delle mie comunicazioni non è stato quale io lo avevo auspicato: non ha condotto purtroppo a conclusioni costruttive. Il mio appello per una concordata azione di Governo per la salvezza della legislatura non è stato accolto.
Da tante parti e così insistentemente si è chiesto che convergenze e divergenze tra i partiti, quelle che condizionano la vita dei Governi, potessero esprimersi in Parlamento, depositario della sovranità nazionale, luogo nel quale legittimamente si decide sulle cose essenziali che riguardano la collettività nazionale. Ho prescelto perciò questa sede, senza troppe illusioni e tuttavia con grande sincerità di propositi; il fatto che il risultato sia negativo non mi induce a ritenere la mia iniziativa priva di significato politico. E, poi, il dibattito ha avuto una sua dignità in tutto conforme alle tradizioni ed alla funzione del Parlamento. Desidero perciò ringraziare gli oratori che sono intervenuti, i quali hanno dato, da qualsiasi parte, un contributo di rilievo ad un attento esame della situazione politica, destinato a continuare intensamente nel prossimo avvenire.
Ho ascoltato tutti con grande rispetto, come con rispetto essi hanno parlato; ma in questo momento, al di là dei dissensi che si sono andati talvolta accumulando, desidero cogliere questa occasione per esprimere la mia gratitudine ai partiti che, in un modo o nell'altro, hanno consentito a questo Governo di costituirsi e di operare per quanto è stato possibile, per il tempo pur breve del quale è stato possibile profittare. Ricordo in particolare quelle che furono talvolta lunghe, feconde e fiduciose collaborazioni; e vorrei esprimere la speranza che, al di là del confronto anche duro che probabilmente ci attende, esse possano riprendere in condizioni propizie, su una base appropriata e solida, per il bene del paese.
Una risposta in particolare vorrei dare all'onorevole Riz, il cui partito mi ha fatto oggetto costantemente di un'attenzione e di una fiducia delle quali io sono stato e sono profondamente riconoscente. Comprendo appieno e condivido la sua amarezza per prospettive che sembrano mettere in forse la tempestiva attuazione di quello statuto di autonomia per le popolazioni della regione Trentino-Alto Adige, che il Parlamento ha, in linea di principio, definito. Conosco l'urgenza dei tempi, come conosco le ragioni — note del resto all'onorevole Riz — che, per la complessità dei problemi da risolvere con saggio equilibrio, hanno determinato ritardi. Desidererei vivamente completare l'opera alla quale ho atteso da tanti anni; posso assicurare l'onorevole Riz che, in ogni caso, continuerà il lavoro dell'apposita commissione, e che ogni opportunità sarà colta per giungere, se appena sia possibile, a conclusioni positive e utili.
In relazione alle osservazioni in proposito fatte dall'onorevole Malagodi, ritengo di poter affermare che il Presidente della Repubblica assumerà le sue decisioni, così come sempre, nella più assoluta aderenza alla Costituzione, in rispondenza alla situazione parlamentare e nell'interesse del paese. Escludo, nel modo più assoluto, che i riflessi della campagna scandalistica, condotta senza alcun fondamento, in relazione alla quale esprimo non solo il vivo rammarico del Governo, ma anche la rinnovata attestazione di stima della dignità morale e della probità del Capo dello Stato, possano comunque turbare la serenità delle sue decisioni.
Naturalmente non sono mancate le critiche al Governo su quello che esso ha fatto e su quello che non ha fatto. Al punto in cui sono le cose, ritengo inutile una replica puntuale. Mi limiterò a constatare che un Governo può essere efficace solo nella misura nella quale esso non viene continuamente contestato, e riceve il necessario appoggio. In un tipo di maggioranza come quello che ha consentito la nascita del Gabinetto, l'adozione di soluzioni armonizzate diventa estremamente difficile; solo insieme possono essere vagliati i pro e i contro e prese le decisioni opportune con comune responsabilità. Lasciamo dunque da parte lo stato generale del paese, che non può essere raddrizzato con uno strumento così debole; lasciamo da parte le decisioni dei partiti, espressione dell'autonomia delle forze politiche e comunque sovente deformate nel giudizio di altri nel loro limpido ed autentico significato. Si è parlato di scontri fra ministri, inconcepibili — si è detto — in un Governo monocolore: ma in realtà si è trattato di punti di vista diversi, come è naturale, in ordine a temi importanti e difficili che ci stavano dinanzi; discuterne era atto di responsabilità, anche se la pubblicità nella fase di dibattito interno appariva — lo riconosco — non appropriata, ma quasi fatale in un'epoca come la nostra.
La nomina del professor Petrilli, uomo di riconosciuta competenza e probità personale, al vertice dell'IRI non ha voluto essere una sfida alle forze politiche e al Parlamento, nel quale il Governo si è sempre detto disposto a svolgere un dibattito a questo proposito. Ma vi sono delle urgenze nelle cose e le indeclinabili responsabilità del Governo, il quale non avrebbe potuto lasciare più a lungo un vuoto di potere in una organizzazione economica della vastità e della incidenza che sono proprie dell'IRI.
Si è lamentato da varie parti che io non mi sia trattenuto in particolare sul tema della moralizzazione della vita pubblica. Di ciò mi ero però preoccupato distesamente sia nella presentazione del Governo sia in sede di replica. A quelle dichiarazioni mi riporto in questo momento, rilevando che su taluni sviluppi il Governo è ovviamente incompetente a prendere posizione.
Le valutazioni sui pericoli e sulle opportunità dell'attuale momento economico, che costituiscono presupposto della linea di politica economica prospettata al Parlamento, sono state considerate come l'espressione di un ottimismo artificioso.
Per parte mia, davanti alle responsabilità tanto gravi che oggi pesano su tutti noi, ho cercato semplicemente di utilizzare l'apporto dell'analisi tecnica, attento a non cadere nelle trappole del pessimismo o dell'ottimismo.
Spetta a chi ha la responsabilità prevedere i mutamenti di linea della congiuntura ed inserirsi in essa. Non ci si può abbandonare all'elencazione dei difetti e delle contraddizioni, senza cercare di comprendere i delicati meccanismi attraverso cui si può risolvere la difficile equazione di stabilizzare l'economia evitando di condurla alla recessione.
Non è possibile pensare, in relazione a questo obiettivo intorno a cui deve mobilitarsi la nostra attenzione politica e morale, di risolvere di colpo problemi divenuti ormai cronici. Si deve invece, con una strategia graduale, modificare le tendenze destabilizzanti per riportarsi progressivamente verso l'equilibrio.
A gennaio la crisi politica si trasferì con immediatezza sui mercati valutari, in un momento caratterizzato da una difficile situazione tecnica delle nostre riserve, che gli accordi internazionali allora in corso avrebbero permesso, senza l'attacco speculativo, di superare nelle settimane successive.
Si prevedevano aumenti salariali intorno al 24 per cento e un deficit dei bilanci pubblici di poco inferiore ai 15 mila miliardi. L'aumento salariale, se tutte le categorie chiuderanno i contratti in termini simili a quelli dei chimici e degli edili, sarà in effetti contenuto tra il 16 e il 18 per cento per quest'anno; mentre il deficit pubblico, per effetto dei provvedimenti da noi indicati, dovrebbe diminuire di oltre il 15 per cento in termini monetari e del 30 per cento in termini reali.
Si può osservare che l'impostazione del bilancio del cancelliere dello scacchiere inglese prevede di fatto il mantenimento del deficit in termini reali per il prossimo biennio. Noi abbiamo operato in modo da ridurlo già da quest'anno.
Più complesso e più delicato è il problema degli aumenti salariali. Sono d'accordo con l'onorevole La Malfa che essi, interagendo con il meccanismo della scala mobile, sono ancora un potente elemento di inflazione e che nel prossimo triennio difficilmente riusciremo a riportarci nella zona di aumenti dei prezzi di una sola cifra. Ma anche qui occorre considerare le tendenze. Del resto, se agli aumenti di questo round contrattuale non si aggiungeranno nei prossimi anni altri aumenti, sarà pur sempre possibile arrivare alla fine del 1977 con un costo del lavoro per unità prodotta, espresso in valuta, sostanzialmente stabile sui livelli della fine del 1975, anche nell'ipotesi, che auspichiamo e per la quale lavoriamo, di una sostanziale ripresa del cambio della lira.
Nessuna voce si è levata in questo Parlamento per chiedere una strategia diversa da quella moderata e progressiva che abbiamo proposto. Per salvare il paese non basta l'eroismo di una stagione; meglio giovano correzioni graduali di comportamento i cui vantaggi possano essere a mano a mano verificati da tutti in maniera che di tale verifica si alimenti e si fortifichi il consenso.
Il nostro programma, anche se non caratterizzato da decisioni drastiche, aveva bisogno, dunque, di una notevole convergenza delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione.
L'onorevole Cariglia ci ha criticato perché non sarebbero state chiare le sequenze temporali della politica da noi proposta. In effetti, abbiamo detto che vi erano ben definite priorità in materia di politica valutaria, di bilancio pubblico e di strutture dei saggi di interesse in modo da permettere un afflusso più diretto del risparmio al finanziamento dei Tesoro. I provvedimenti relativi a queste tre materie avrebbero potuto essere approvati ed attuati, compresa — se avessimo trovato il sostegno del Parlamento — una piccola significativa riduzione delle spese correnti. Poi, la verifica degli effetti di questi provvedimenti e l'andamento dei mercati valutari avrebbero potuto permettere, all'inizio del secondo semestre dell'anno, una rettificazione della politica monetaria cauta e sorvegliata, ma importante. Infatti un rovesciamento di tendenza del costo del denaro avrebbe consentito alle imprese che fanno in luglio i loro programmi, di valutare tempestivamente le possibilità di finanziamento ed il loro costo.
Ieri il Governo ha espresso sdegno e cordoglio per l'assassinio dell'avvocato Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del Movimento sociale italiano-destra nazionale. Oggi rinnova questi sentimenti per la morte del giovane Gaetano Amoroso, simpatizzante di sinistra, accoltellato nella notte tra martedì e mercoledì nel capoluogo lombardo da estremisti di destra che sono già stati arrestati.
I due efferati delitti confermano — se ce ne era bisogno — le vive preoccupazioni del Governo per l'ordine pubblico. Non si tratta soltanto di fronteggiare tensioni, disordini e criminalità comune, che pure tanto allarmano l'opinione pubblica e vedono così seriamente impegnate le forze dell'ordine in un'azione costante e severa di prevenzione e di repressione.
Sta prendendo corpo un torbido disegno eversivo fondato sul terrore. Il Governo non lascerà nulla di intentato, usando con ferma determinazione tutti i mezzi appropriati per chiudere ogni possibile sbocco a tali sciagurate e criminose imprese. Siamo perfettamente coscienti, in ogni momento di questa tormentata stagione, dei gravi pericoli che corrono le istituzioni; e agiamo di conseguenza senza incertezze. Ieri sera è stato detto in quest'aula che lo Stato deve uscire dall'equivoco. Si tratta di una affermazione ambigua e, comunque, non motivata: le forze dell'ordine si muovono alla luce del sole, tra numerose ed obiettive difficoltà; esse non alimentano strategie avventuristiche. Respingiamo ogni insinuazione che indebolisce, agli occhi della pubblica opinione, l'azione di tutela dell'ordine democratico, favorendo indirettamente quanti vogliono sconvolgere la civile convivenza.
Non crediamo affatto che sia necessaria — come è stato detto — una diversa filosofia del potere per sciogliere l'oscuro groviglio che alimenta la tensione e per stroncare i disegni eversivi. La nostra coscienza democratica è limpida e salda e da essa parte un nuovo e pressante appello ai cittadini perché non cedano psicologicamente alla strategia del terrore e dell'eversione, appello che si rivolge, responsabilmente alle forze politiche, ai sindacati, alla stampa.
L'onorevole Malagodi mi ha rimproverato di aver ignorato, nel mio discorso, quella che egli ha chiamato «d'area repubblicana e liberale». Anche se non ne ho fatto esplicita menzione, non ho certo dimenticato questi partiti ed il loro rilievo nello schieramento politico. Semmai può esservi un problema, che non tocca a me risolvere, relativo alla stessa configurazione di quest'area, così come l'onorevole Malagodi l'ha definita. Per quanto mi riguarda personalmente, ho già avuto occasione di esprimere, all'atto della costituzione del Governo, il mio apprezzamento per la decisione di astenersi cui era pervenuto il partito liberale, al quale, del resto, non ho mancato mai di riconoscere, anche in tempi di forte polemica, la schietta ispirazione democratica e la significativa ed utile presenza nel contesto politico italiano.
Del partito repubblicano, al di là dei meriti storici e della preziosa funzione svolta nella vita democratica del dopoguerra, non posso certo dimenticare più di un anno di feconda ed armoniosa collaborazione in una esperienza politica che, come i fatti dimostrano, avrebbe meritato di continuare, una volta dissipati equivoci e pregiudizi.
In un discorso non lungo e teso, del resto, ad un particolare obiettivo, non avrei certo potuto soffermarmi, con la giusta ampiezza, su queste cose; ma nel momento nel quale si discuteva di una cosa estremamente importante, e cioè della possibilità o no di tenuta di una coalizione che ha come suo perno il partito socialista, il riferimento a questa forza politica, nel porsi dei drammatici interrogativi del momento, era naturalmente obbligato. Vi è, anche qui, il tema dell'esistenza di una complessiva area socialista, così come esso è proposto dalla socialdemocrazia. Ma, ancora una volta, non tocca a me interloquire là dove sono in discussione i rapporti tra due partiti verso i quali abbiamo grande rispetto e lunga consuetudine di cooperazione.
Vorrei parlare all'onorevole De Martino — che conosco bene — di quella che egli chiama la «questione socialista». Essa si è posta per noi, e per me in particolare, ben prima che avesse inizio quella comune esperienza che è cominciata in un momento cruciale dell'evoluzione della società italiana. La questione socialista è relativa all'importanza, alla essenzialità, per la garanzia e lo sviluppo della vita democratica in Italia, di un partito socialista qualificato da un forte impulso sociale e, come ha sottolineato il segretario socialista, da un impegno di libertà veramente qualificato. Ebbene, è a questo che noi abbiamo guardato quando, superando le remore di una vecchia impostazione, abbiamo stabilito rapporti nuovi con il partito socialista. Una collaborazione inframmezzata di polemiche, le quali hanno oggi raggiunto purtroppo íl punto più acuto. E tuttavia noi continuiamo a ritenere che questo rapporto, il quale salvaguardi pienamente la dignità dei partiti interessati, sia essenziale alla democrazia italiana. E lo riteniamo non per ragioni numeriche, ma per ragioni politiche profonde; lo riteniamo nella misura nella quale siamo convinti che il partito socialista costituisca in sé una forza di rinnovamento sociale e politico nel segno della libertà, della quale il nostro paese non potrebbe fare e meno. Ma, proprio perché abbiamo questa visione delle cose, non possiamo non preoccuparci, non possiamo non rilevare con allarme, come abbiamo dovuto fare in questi ultimi mesi e in questi ultimi giorni, la spinta alla dissociazione dalle responsabilità di Governo che è andata prevalendo in quel partito fino ad essere vittoriosa.
È nostra convinzione che la situazione, nella quale non sono maturate alternative accettabili, richiedesse al partito socialista il sacrificio, l'atto di responsabilità, già del resto compiuto tante volte in questi anni, di un impegno diretto, o almeno di uno indiretto, così come era stato da ultimo configurato, nella guida del paese. Da qui, da questa consapevolezza, l'estremo appello che mi sono permesso di rivolgere l'altro ieri al partito socialista e alle forze politiche le quali sarebbero state chiamate ad agevolare l'assolvimento del difficile compito.
Si è detto fuori di qui che io ho parlato come se non avessi delle informazioni sull'atteggiamento assunto dai partiti. In realtà non ho voluto trascurare neppure la più remota possibilità. Ho fatto in modo di non dovermi rimproverare domani una qualsiasi mancanza di iniziativa, benché di esito estremamente dubbio; e ciò proprio per le gravi conseguenze che si profilano e che si potrebbero verificare. Il partito socialista resta ovviamente un grande partito democratico, ma non è evidentemente indifferente per noi che esso ponga per la collaborazione non già legittime pretese relative al programma e alla struttura, ma condizioni politiche le quali comportino il coinvolgimento del partito comunista nella maggioranza di Governo.
Non è evidentemente indifferente per noi che venga prospettata alla coalizione di centro-sinistra, alla collaborazione con la democrazia cristiana, l'alternativa, in tempi più o meno remoti, del partito socialista con il partito comunista. Ho detto e ripeto, in accordo con tutto il mio partito, e presumibilmente anche con altre forze politiche, che per noi è inaccettabile una siffatta grave alterazione del quadro politico, alla quale, ritengo, il paese non è preparato. Non a questo risultato mirava l'iniziativa assunta, dopo i primi ed utili contatti presi dall'onorevole La Malfa, dall'onorevole Zaccagnini, per la quale avrebbero dovuto essere concordati tra i partiti dell'arco costituzionale alcuni punti programmatici, insieme definiti per senso di responsabilità verso le istituzioni, ma collocati in un quadro politico nel quale i ruoli di maggioranza e di opposizione non fossero mutati. Avremmo potuto così bene provvedere agli interessi della nazione, lasciando ai partiti e naturalmente anche al partito comunista il merito di avere evitato il trauma di una intempestiva prova elettorale ed il danno dei riflessi sull'economia di una pausa politica carica di tensione. Avevamo avuto la sensazione, proprio all'atto della costituzione di questo Governo, che il partito socialista condividesse il giudizio sull'impossibilità di radicali svolte politiche, l'apprezzamento per un serio confronto tra i partiti sulle cose, la preoccupazione per la prospettiva del vuoto elettorale. In tali condizioni l'astensione socialista ci apparve in febbraio un atto di responsabilità ed un significativo incoraggiamento.
Prendo atto che essa è venuta meno e che ciò è stato detto in Parlamento. Essa era ed è essenziale e determinante. La sua mancanza esclude che vi sia una maggioranza ed altera comunque il quadro politico.
Parlando di questo quadro politico, mi sono brevemente soffermato nella mia introduzione sul partito comunista, del quale ho parlato pacatamente ed in modo, come è mio costume, equilibrato e responsabile. Ciò non comporta di nascondere la diversità, di tacere le preoccupazioni, talune delle quali sono comuni ad altri partiti schiettamente democratici e presenti nell'opinione pubblica. Essa chiede di essere obiettivamente illuminata, di conoscere il nostro giudizio. È nostro dovere esprimere le nostre vedute, soprattutto se lo si faccia, come io ho fatto, nel contesto di un confronto di idee e di programmi, condotto innanzi, per quanto mi riguarda, con schietto spirito democratico. Mi hanno perciò stupito talune inconsuete forme di reazioni che preferisco attribuire al momento particolare.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho preso l'iniziativa di questo dibattito in piena buona fede e con sincerità di intenti. Non ho pensato che fosse mio compito addossare delle responsabilità. Ciascuno di noi assume giorno per giorno la responsabilità dei suoi atti ed il paese, in un sistema democratico penetrante come íl nostro, è sempre in grado di giudicare, come è suo diritto e dovere. Ero animato invece, insieme con i miei colleghi, dalla speranza che il dibattito da me promosso lasciasse qualche margine, facesse intravedere qualche prospettiva positiva. In coerenza con quanto ho sostenuto fin qui, ho cercato di evitare le elezioni anticipate, una pausa allarmante nella gestione del potere mentre la situazione economica e politica rimane così grave. Anche se l'esito è deludente, credo di avere fatto fino in fondo il mio dovere.
Ho ascoltato con attenzione la risposta del Parlamento e mi riprometto perciò ora di convocare i colleghi del Governo per l'esame della situazione e le decisioni conseguenti.
Nonostante le enormi difficoltà le quali rendono così amara ed ansiosa la gestione del potere, io ho fiducia che il paese sappia trovare in sé le energie necessarie per risorgere e respingere la minaccia della disgregazione e del disordine. Certo, le circostanze inducono ad estrema apprensione, ma i valori della democrazia sono saldi, il senso della solidarietà nazionale è vivo. Siamo una comunità che dibatte i problemi, valuta i rischi, presceglie gli obiettivi da perseguire, provvede al suo futuro. E giusto essere preoccupati: non esserlo sarebbe segno di superficialità. Ma non si deve disperare dell'avvenire del paese, che saprà trovare, io credo, il suo giusto equilibrio nella libertà. (Vivissimi, prolungati applausi al centro).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 30 aprile 1976

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 30 aprile 1976)


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