LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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XIV CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI FLAMINIO PICCOLI
(Roma, 15-20 febbraio 1980)

Con le elezioni politiche del 1979, si esaurisce di fatto la politica di solidarietà nazionale. Il Partito Comunista, infatti, subisce una sconfitta elettorale, ed esce dall'area della maggioranza governativa. La DC, nel suo XIV Congresso nazionale, riassume una posizione politica di contrasto al PCI, cercando di recuperare un rapporto privilegiato con il PSI.
Il Congresso è detto del "preambolo" per un documento comune posto all'inizio delle mozioni con le quali si presentano le correnti interne vincenti (fanfaniani, dorotei, forze nuove).
Il Consiglio nazionale eletto dal Congresso procederà all'elezione di Flaminio Piccoli alla segreteria politica del Partito.
Di seguito riportiamo il testo dell'intervento in Congresso di Flaminio Piccoli.

* * *

Cari amici, dicono che siamo «arenati» sulla questione comunista e che siamo «in mezzo al guado». Ciò vorrebbe dire che il Partito comunista avrebbe vinto il primo round, perché ci avrebbe risucchiato sulla posizione dalla quale noi invece cerchiamo di snidarlo. In realtà – e questa sera i discorsi che abbiamo sentito lo dimostrano – il Congresso sta sconfiggendo il tentativo estremo di portarci sul rischioso binario di un referendum pro o contro le posizioni politiche altrui. Se un punto accomuna i diversi discorsi di queste giornate, è che essi svelano come la questione fondamentale dinanzi alla quale il Congresso è posto, noti è «se dobbiamo aprire o chiudere al Partito comunista».
La questione fondamentale è di indicare un progetto complessivo che dia spazio di movimento al nostro partito e alle altre forze democratiche, per liberare il paese dal rischio della paralisi che lo attanaglia e per rispondere ad una situazione internazionale di estrema drammaticità, facendo salva la certezza democratica del nostro popolo e, per quel che ci riguarda, l'unità sostanziale del nostro Partito.
Nessuna delle posizioni emerse fin qui ha regalato all'esterno l'immagine di un Partito che deve decidere la sua esistenza e l'essere stesso della democrazia, giocando tutto sulla risposta a un tipo di schieramento posto da altri. La Democrazia cristiana, il nostro Partito, non ha speso quasi quarant'anni della sua vita per dimettere il bene più alto, quello della sua unità e della sua autonomia di scelte politiche. Non abbiamo bisogno di riferirci alla nostra tradizione: bastava porgere ascolto l'altro ieri al dramma dell'esule sovietico, per scoprire la linearità, la verità, la continuità del nostro corso politico. Non c'è nessun esule italiano all'estero che debba testimoniare qualche cosa di simile di simile; non c'e nessun democratico cristiano all'interno del nostro paese che abbia da fare ritrattazioni, ammissioni o condanne sul tragitto che abbiamo compiuto come partito della società e della libertà.
Non potrà e non sarà, quindi, la difficoltà di questo crocicchio politico, per quanto duro ed urgente, ad aver ragione della solidità e della sicurezza che ci deriva dall'esser parte, tutti insieme, di una così grande esperienza umana, civile, nazionale e internazionale, com'è l'esperienza della Democrazia cristiana. Noi dobbiamo esprimere, per la parte di responsabilità che ci appartiene (e non è certo tutta nostra la responsabilità), una proposta – lo ricordava Donat Cattin – che ci consenta di salvare la legislatura appena iniziata e che affronti il tema insoluto, il tema grave, sul quale anche in passato ci siamo soffermati, della governabilità del paese. Una proposta fondata sulle ragioni della democrazia e della pace e sul senso vero di questo periodo di gravi difficoltà: che la crisi non è nella Democrazia cristiana, la crisi è fuori di noi, per la caduta di modelli e di motivazioni di altri; per avvenimenti che hanno tracciato, con una straordinaria evidenza, la linea di differenziazione, lo spartiacque tra gli ideali democratici e la legge della potenza e dell'arbitrio, così nel confronto interno come nel confronto internazionale.
Amici del Congresso, non siamo noi a dover aprire al Partito comunista: è il Partito comunista che deve procedere verso la piena scelta democratica – che noi auspichiamo – con tutte le sue implicazioni di decisione internazionale, di strategia economica, di definitivo accostamento al modello della democrazia occidentale.
D'altra parte, se noi riconosciamo al Partito comunista – e lo riconosceremo, in questo nostro breve colloquio – che su alcuni temi è stato sollecito nel cambiamento, nello sforzo di inserimento, nel lasciarsi coinvolgere inevitabilmente – come ricordava Zaccagnini nella sua relazione – nel grande clima di libertà della democrazia italiana, nel rispettare le regole del gioco in sede costituzionale, abbiamo prima il diritto di essere riconosciuti dal Partito comunista per quello che siamo stati e che siamo: una grande forza che ha diretto, salvando la libertà e allargando smisuratamente l'area democratica, il cambiamento istituzionale, legislativo, amministrativo, economico dell'Italia; e che ha contribuito a saldare il paese alle nazioni dell'Occidente per una comunità di regimi liberi e per una trascinante solidarietà economica e sociale che ha avuto effetti dirompenti sulle antiche incrostazioni del sottosviluppo e della miseria di questo paese.
Non dimentichiamo mai, amici del Congresso, che quando le passioni si saranno placate e la storia potrà essere scritta, della DC si ricorderanno certamente le scelte che hanno cambiato le condizioni di vita e di sviluppo del paese: scelte formidabili – pur con contraddizioni ed errori – che hanno fatto fare all'Italia un balzo di secoli... (rumori). Io non mi scandalizzo, on. Presidente: il pubblico è stanco di tutti i discorsi della giornata ed è un miracolo che siano così in tanti ad ascoltarmi... Ciò però che resterà titolo di merito, quando le passioni si saranno placate nei prossimi anni – titolo di merito definitivo e superiore a tutti gli altri della Democrazia cristiana – sarà il suo ruolo di partito che si è proposto come forza di ampliamento dell'area democratica.
Nessuno quindi si meraviglia che il nostro discorso sul Partito comunista sia, in questo Congresso, così fitto e così ricco di contraddizioni. Nessuno però può meravigliarsi che noi vogliamo procedere con accortezza e con prudenza, restando saldamente ancorati alle nostre tradizionali alleanze.
Esiste – dobbiamo dirlo – prima della questione comunista, un problema importante, decisivo, ed è quello del Partito socialista. Il problema del Partito socialista – ha rilevato non ricordo quale oratore ieri che è un problema spesse volte non piacevole per la nostra periferia democratico-cristiana, per tante esperienze anche faticose – non è per noi un ricordo di natura sentimentale. Su di esso, per esso, la Democrazia cristiana ha svolto al proprio interno una lunga riflessione, una importante battaglia democratica. Noi ricordiamo in questo momento il nostro contrasto interno, la prima intuizione di Fanfani, la splendida meditazione di Aldo Moro e pure le appassionate testimonianze contrarie: il tutto in un bilanciamento di posizioni, in un equilibrato e ordinato processo, che ha consentito di raggiungere l'obiettivo col massimo di certezza, col massimo vantaggio per lo stesso Partito socialista, che dalla problematicità del nostro discorso ha tratto qualche utile elemento per la sua vita interna, per il suo disporsi nel primo inserimento all'interno del potere democratico.
Ecco perché il problema del Partito socialista è ancora oggi al centro della questione italiana. Non possiamo limitarci a prendere atto dell'incerta riunificazione delle sue tendenze. Craxi o Signorile, un fatto è certo: che con questo partito noi abbiamo ormai una lunghissima storia, ricca di contraddizioni, di accordi e di contrasti, ma tale da aver assicurato nella prima parte del nostro itinerario, con Nenni, pure in posizione frontista, un minimo di articolazione democratica all'interno della sinistra – con il Partito comunista allora schierato per una via stalinista al potere, seppure venata da un primo dibattito sulla via nazionale al comunismo – e tale da aver garantito poi un quindicennio di vita democratica, di cui socialisti e democristiani farebbero bene a scrivere insieme la storia, per riviverne, certo, gli errori, ma anche per farne rifulgere le potenzialità realizzate e quelle immaginate e disperse per via... (rumori). Chissà perché, Presidente, questa sala mi ricorda talvolta un grande circo, nel quale, finché le belve non sono uscite, la gente non sta tranquilla...
Vi è chi ha lasciato supporre che il vero modo di un rapporto con il Partito socialista sarebbe stato di favorire l'incarico alla Presidenza del Consiglio del leader socialista on. Craxi. Non lo credo. Allora la direzione del Partito difese la Democrazia cristiana, ma insieme difese da un inganno il Partito socialista, che in breve tempo avrebbe probabilmente e in modo duro pagato per la precarietà di un equilibrio in quel momento non possibile e rischioso. Credo, on. Zaccagnini, che quando operammo, tutti insieme, per chiarire i rischi dell'operazione – così come si presentava, più che per la volontà dell'on. Craxi, per una esterna manifestazione di cambiamento, per una svolta clamorosa nei rapporti politici del paese, per una «periferizzazione» della Democrazia cristiana rispetto alla centralità del Partito – credo che allora operammo per salvaguardare un equilibrio che, una volta spostato, non avrebbe giovato a nessuno; ed operammo, certo, anche nell'interesse della Democrazia cristiana, che era uscita pochi giorni prima dalle elezioni politiche ed europee con la riconferma della maggioranza relativa. E operammo, se mi si consente, anche per poter celebrare questo Congresso senza nulla avere rimosso di ciò che alla Democrazia cristiana spettava, senza una abdicazione che, se si fosse verificata, avrebbe determinato qui, in questo Congresso, il riflesso di una ben più pesante situazione.
Nulla però è mai perduto delle esperienze di una politica. Nulla è mai definitivo nell'esperienza compiuta. Siamo in un periodo calamitoso, in cui gli eventi si succedono con la rapidità del lampo. Pensate solo a questi dati: siamo in due mesi precipitati in una blitz krieg sovietica fuori dell'area del suo impero; in due mesi abbiamo assistito ad un improvviso ritorno della più dura guerra fredda dei trent'anni di pace fondati su Yalta; in due mesi abbiamo con un brivido ripercorso le tappe della persecuzione più alta alla più pacifica e più nobile dissidenza sovietica, quella della scienza, del pensiero, della filosofia. Siamo giunti alle soglie, per la malattia di Tito, di una possibilità tutt'altro che remota di destabilizzazione della Jugoslavia, un paese-cerniera fra l'impero sovietico e l'area democratica occidentale. Tutto questo in due mesi.
Vi pare possibile che, trattando dei nostri problemi interni, dell'assetto che dobbiamo darci per ricostruire un minimo di governabilità a questo paese, per evitare elezioni anticipate, noi rinunciamo ad incalzare il Partito socialista e noi stessi per un colloquio e per formulare a questo partito una proposta credibile e praticabile: una proposta che ridia vita almeno ad un reciproco movimento, ad una minima possibilità di una migliore convergenza, prima che sia tardi? E che l'impressione di una nostra sfiducia riporti quel partito in un'area di minore autonomia, alla quale pure è giunto con gli stessi uomini che oggi al suo interno si contendono la posizione, finendo per innestare una pericolosa retromarcia rispetto ad un cammino che ha costituito il motivo conduttore di orgogli e di soddisfazioni?
Né dobbiamo limitare il dialogo al Partito socialista. Non basta riconoscere un nostro rapporto tradizionale con la Socialdemocrazia e col Partito liberale, senza riflettere i contenuti di questo rapporto; al limite, senza esprimere alcune valutazioni di dissenso rispetto a posizioni da essi assunte nei nostri confronti.
Meglio essere schietti con Longo e dirgli che il suo giudizio sulla Democrazia cristiana, quale abbiamo ascoltato al Congresso del suo Partito, è stato a dir poco non corretto ed ingiusto; meglio dire a Longo che la sua dichiarazione anticomunista cozza con l'incoerenza della scelta di viaggio col Partito comunista negli enti locali, quasi questi fossero asettici e non vi si facesse politica, e quale politica: quella certamente immediatamente vicina al cittadino. Meglio dirgli queste cose che lasciarlo solo sulla via di un proselitismo elettorale che, a lungo andare, potrà anche accrescergli i consensi, ma lo sposterà rispetto alla tradizione socialdemocratica europea su rive profondamente diverse e non omogenee con la sua tradizione.
Meglio parlare con Zanone, piuttosto che approvarne la collaborazione di governo soltanto, e discutere e polemizzare, piuttosto che ridurre il tutto ad una presenza da approvare, considerandola acquisita, mentre in profondità non lo è, se vi è stato e vi è chi vuol tentare di spostare il Partito liberale nell'ambito della sinistra, contro di noi, malgrado la lunga e pacifica collaborazione.
Né può bastare una dichiarazione di rito sui nostri profondi legami col PRI, per risolvere il problema del nostro rapporto con questo Partito, che ci è stato di aiuto, al quale siamo stati di aiuto, col quale dobbiamo ricreare, per la sua selettiva ma importante rappresentatività, una più certa e più sicura alleanza.
Prima di parlare del Partito comunista, facciamo, cari amici, come fa il Partito comunista, che non si muove verso di noi mai, se non si è prima saldamente collegato con i suoi presenti, possibili o probabili alleati. A tutto questo mondo politico noi dobbiamo dire una parola di adesione democratica, di sollecitazione ad un cammino comune, per la schietta ispirazione democratica che, per quanto grandi siano le differenze e le possibilità di contrasto, non potrà venire mai meno, tanto essa è irreversibile all'interno dei singoli movimenti e nella coscienza delle loro classi dirigenti e dei loro aderenti.
Questo muoverci insieme, quando si tratta poi del Partito comunista, è un'intenzione opportuna, necessaria – lo ha ricordato poco fa Andreotti – e utile per noi e per tutti; utile, io credo, per lo stesso Partito comunista, che deve sentire il soffio vitale di un'ampia articolazione democratica per uscire del tutto dal guado. Vi pare, dunque, che il discorso politico possa essere tutto incentrato soltanto sul Partito comunista? E crediamo veramente che questa sia l'unica questione, quella determinante, la sola, di una scena complessa come quella italiana? È il Partito comunista – nella sua lunga marcia, nelle sue espressioni della cultura – che dimostra di riconsiderare ogni elemento nel quadro politico, dal più importante al più modesto. Vorremmo noi dimenticare in questo Congresso tale esigenza?
Detto questo, noi non esitiamo a dire che il paese avrebbe bisogno di un Partito comunista che giunga sulla riva democratica, che convenga in un processo sollecito di democrazia, che accetti tutte le regole del gioco, che si trasformi ancor più al suo interno vincendo la logica del centralismo democratico, che è quella di un legame internazionale che finisce per renderlo più povero e – nel momento di massima tensione – per accrescerne le interne difficoltà.
Da qui la politica di solidarietà nazionale – che ha avuto un periodo importante nelle diverse espressioni dell'impegno intelligente e operoso di Giulio Andreotti – che noi riconfermiamo non per una vuota formulazione, ma perché avvertiamo il fiato del terrorismo sul paese, la spinta rischiosissima della rottura della distensione e della pace, i pericoli di un malinteso corporativismo che fraziona violentemente i lavoratori, la caduta di un sindacato che non trova la forza di ordinare se stesso, di disciplinarsi e di autoregolamentarsi per rianimare, con la produttività, le potenzialità di occupazione e di aggressione alla cronica disoccupazione del Mezzogiorno.
Anche in questo problema, amici del Congresso, la passione politica deve essere sempre fortemente contenuta dalla ragione, che deve dare forza ad una nostra coscienza comune. Mai come oggi, trovano conforto le intuizioni, i motivi, le sollecitazioni che sono state alla base dell'«attenzione» di Moro verso il Partito comunista e di ogni nostro confronto con i suoi uomini. Mai come oggi, i fatti, le cose, gli eventi danno ragione a noi, e sospingono il Partito comunista a ricercare una sua posizione che lo tolga dalla gravissima difficoltà della caduta di un mondo di immagini e di presunti valori del socialismo reale, sui quali era passata per tanto tempo, per troppo tempo, la sua storia politica.
Di qui, ancora oggi, la “sfida” al Partito comunista perché non rimanga impigliato nella propria dialettica, perché si renda conto che ormai il tempo dà torto a chi indugia dinanzi alla inevitabilità dei processi democratici. E non c'è da farsi illusioni: il viaggio è lungo, con andate e ritorni, con progressi e fermate continue. Qui, l'obbligo della prudenza, il dovere di non rincorrere le nostre illusioni si fa più forte, perché la forza che ci fronteggia ha una sua consumata esperienza e non si ammettono perciò errori, che sarebbero incalcolabili.
Noi, amici del Congresso, non ci siamo trovati di fronte al problema del «Tevere più largo»: noi nella nostra storia di quarant'anni ci siamo trovati di fronte al dovere di lanciare dei ponti sui mari profondi di un'Italia politica per gran parte da integrare, soprattutto nelle masse più popolari. Un giorno, nel 1953, Alcide De Gasperi, nel momento della sua eclissi politica, ci disse in un paesino del mio Trentino: «Su quattro italiani, uno è comunista, ricordatevelo. (Allora era uno su quattro, oggi è uno su tre...). Noi non abbiamo dinanzi un esercito di avversari ben delimitato. Esso è all'interno della società, è in mezzo a noi: i modi per vincere la sua presa sulle coscienze sono d'ora in poi più difficili, debbono essere inventati in un grande dialogo con la società».
Ecco perché il Partito comunista ha il diritto di sapere da noi una nostra disponibilità alla convergenza sui grandi temi del paese, ed ha, certo, il diritto costituzionale di chiederci di associarlo al governo. Ma noi abbiamo il diritto di essere precisi nella nostra risposta e siamo obbligati, per un dovere politico, a non concedere nulla all'equivoco.
Sarebbe un errore storico, però, non prendere atto che i comunisti stanno facendo i conti con la nostra realtà democratica. Amici del Congresso, dobbiamo avere la saggezza – sempre, al di là delle nostre tesi – di riconoscere ciò che è avvenuto in positivo e di denunciare i persistenti ritardi. Come rifiutare l'accettazione del Patto Atlantico fatta in una mozione votata con noi e con i partiti tradizionalmente alleati qualche anno fa? E ancora: se in Parlamento il Partito comunista non tenesse un atteggiamento di responsabilità, chi aiuterebbe lo sforzo dei nostri presidenti di gruppo – e voglio dire una parola di ringraziamento a Bartolomei prima, per il suo lungo, validissimo e sacrificato servizio, e a Bianco poi, più recente, ma impegnato come non mai, per un'operazione di salvezza del Partito che è tanto sulle loro spalle – chi li avrebbe aiutati ad evitare la paralisi della vita legislativa? Se sospingessimo il Partito comunista in un ghetto, e fra qualche tempo insorgessero difficoltà alle frontiere orientali, quale sarebbe il risultato per la democrazia italiana?
Sono questioni che la ragione deve porre, anche se, poi, dobbiamo prendere atto di un viaggio pieno di fermate, di ritorni indietro, di gravi contraddizioni. Il Partito comunista rimane, in realtà, legato all'internazionalismo proletario, ad una confusa concezione economica, e non opera, pur con la sua influenza, per sottrarsi ad una linea sindacale che, invece dell'occupazione e del Mezzogiorno, privilegia le questioni politiche, le proteste contro il governo come se questi fosse il datore di lavoro universale, e così via. Senza dire del giudizio del Partito comunista sul socialismo reale. Non solo è insufficiente, ma è sbagliato sostenere che c'è un socialismo positivo con qualche errore nell'Unione Sovietica. È tutto il socialismo reale che non va: dalla repressione del dissenso all'imperialismo, all'invasione di altri paesi dentro l'area comunista e fuori dell'area comunista. I comunisti non possono dire, come se nulla fosse accaduto, che si tratta solo di deviazioni, perché invece qualche cosa è accaduto e quello che è accaduto è proprio questo socialismo realizzato: con i suoi errori, con i suoi orrori, che non appartengono alla malizia dei capi, ma alla malvagità di un sistema che nasce tirannico e distrugge persino quel mondo dei lavoratori in cui dichiara di identificarsi. Qui è il vero nodo, e sino a quando il Partito comunista non si libererà da questa pesante contraddizione non vi potrà essere nel nostro paese una democrazia perfetta.
Noi, dunque, dobbiamo partire dalla situazione presente e fare i conti con questo Partito comunista, in questa fase dell'emergenza internazionale e nazionale. I due partiti – DC e PCI – sono profondamente diversi, sono antitetici per ispirazione, per obiettivi, per la stessa interna struttura. Essi si parlano, però, senza pregiudiziali, in termini politici, e si pongono reciprocamente dei problemi politici.
E' in questi termini che Zaccagnini ha risposto, ponendo le condizioni del nostro Partito - in politica internazionale, nella strategia della società e dell'economia - ad un ingresso del Partito comunista al governo. Credo che il nostro Congresso non possa non riconoscere che le condizioni poste, giustamente e necessariamente, da Zaccagnini rendono non componibile un governo in cui accanto alla Democrazia cristiana entri il Partito comunista. Non ci sono differenze marginali, ci sono differenze di lungo periodo, impostazioni differenziate, emerse anche nelle ultime settimane, che ci obbligano a dare una preventiva e schietta risposta al Partito comunista: dinanzi a tali differenze, dobbiamo dire con chiarezza che il grado di componibilità della politica di solidarietà nazionale non può essere in questa fase quello del governo.
È forse questa un'offesa all'autonomia, alle scelte, alle proposte del Partito comunista? Non pare che lo possa essere, trattandosi di un giudizio politico, nel quale ogni Partito è sovrano. Non pare che lo possa essere, quando si aggiunga che siamo pronti a sottoporre questo giudizio ad una verifica negli incontri previsti dalla proposta repubblicana, che noi accettiamo.
Cari amici, può il Congresso dividersi su questo problema? Possiamo immaginare noi di dare al nostro Partito, in un periodo tanto drammatico, una guida incerta, fondata sulla divisione dei suoi dirigenti e della sua base nelle scelte di fondo, quelle inerenti al rapporto coi protagonisti della vita politica? Crediamo veramente, fra di noi, che sia vano un appello a fare ognuno una riflessione sulle condizioni del Partito, sugli esiti di una divisione su questi problemi, sulla necessità che la Democrazia cristiana sia un punto di riferimento certo nel periodo della massima problematicità politica, nell'età di una crisi di grande rilevanza all'interno degli schieramenti politici, quando invece rileviamo elementi e testimonianze inconfutabili di una ripresa attiva della responsabilità di singoli, di categorie, di parti politiche per una storia che si fa ogni giorno, per una nuova generazione – non dimentichiamolo mai – che si fa avanti ed è vaccinata rispetto ad un così tumultuoso emergere di incalzanti novità?
Nessuno si illuda che sia facile guidare il nostro Partito nella tormenta di una divisione su questa questione: una divisione che a sua volta, per ovvie ragioni di proselitismo, verrebbe esaltata, inquinata da motivazioni estranee al tema di fondo, provocando guasti a non finire e impoverendo il Partito nella sua capacità di proposta e di risposta.
Io non ho bisogno di dire a voi che l'unità del Partito è un bene da coltivare. E ho ancor meno bisogno – dopo cinque giorni di dibattito – di dire a voi che qui non c'è nessuna parte detentrice di tutta la verità del Partito. Ognuno di noi viene da tradizioni, da formazioni, da esperienze associative o di regione diverse: tutti insieme scopriamo la via o non la scopriamo. E non si tratta di illudersi sull'unanimità: si tratta di trovare un punto di forza sul quale muoversi, alla ricerca del possibile, del giusto; alla scoperta delle cose sagge, all'interno di un vivo e cordiale apprezzamento delle cose possibili e di quelle in questo momento impossibili.
Il Congresso – e chiudo questa parte – sulla questione del rapporto col Partito comunista può trovarsi solidale su questi punti, a mio avviso:
1) sull'approfondimento del rapporto con il Partito socialista e con i partiti laici per un'azione comune verso il Partito comunista;
2) sulla constatazione che il Partito comunista ha compiuto un'inversione di tendenza rispetto ad alcuni grandi temi di rilevanza politica e democratica – pur in un processo contraddittorio non ancora concluso – ed ha offerto un positivo contributo nella fase della solidarietà nazionale, che rimane come utile e perfettibile esperienza;
3) sul riconoscimento che le posizioni politiche del Partito comunista non sono componibili con la nostra linea di strategia internazionale ed economica, e quindi sul no ad un governo col Partito comunista;
4) sull'accettazione a sottoporre questo nostro giudizio ad un confronto programmatico e politico con le altre forze costituzionali. E questa non è una proposta di mediazione: è una proposta realistica, che si riferisce ai caratteri di drammaticità della situazione nazionale.
Cari amici, il Congresso – e lo abbiamo forse dimenticato – si e aperto con la commemorazione di Aldo Moro e di Vittorio Bachelet tenuta dal nostro presidente. Una commemorazione commossa, ricca di motivazioni civili e morali, come si conviene ad un partito di ispirazione cristiana. E non so se avete notato: non vi è stata retorica nel discorso di Gonella; c'è stato amore, ed è qui il punto di svolta del Congresso rispetto al lucido disegno del terrorismo che colpisce la Democrazia cristiana in modo particolare. Noi – lo dobbiamo dire a gran voce – non ci sentiamo di essere e di restare il Partito che continua a contare le sue vittime, che si associa ed è costretto ad associarsi ad una monotona liturgia del rimpianto o dell'inerte condanna, scandita dagli stessi scioperi, dagli stessi cordogli, dalle stesse fanfare. Quando la politica scade a retorica, la politica finisce per suicidarsi. E non sono solo le istituzioni che accusano una pericolosa vischiosità: è lo stesso meccanismo dei partiti che dimostra di essersi inceppato. Dobbiamo temere la pigrizia, l'abitudine, il rito, più dello stesso terrorismo, che proprio qui si muove col peggiore cinismo e con la maggiore sicurezza.
Non dice niente, on. presidente Gonella, il fatto che la pietà e la carità del momento religioso, mentre ci raccoglievamo attorno a Vittorio Bachelet, hanno dato a noi – ma non solo a noi: anche a coloro che non hanno il dono della fede – il senso integrale di questo martirio, la carica di valori civili e morali del mondo cristiano, in una unità ed in un'armonia che ha raggiunto il suo vertice nella preghiera del figlio Giovanni, quando ha pregato per noi, per la società ed implorato il perdono per gli assassini di suo padre?
Cari amici, se non ricominciamo da qui, dopo questo Congresso, il nostro cammino, come se fosse la prima volta che lo percorriamo, dando contenuti alla nostra testimonianza cristiana, alla democrazia, non riusciremo a vincere le terribili sfide di quest'ora difficile. Dobbiamo caricare gli eventi che viviamo di una grande riflessione civile di ripresa, di recupero, di decisione. Un popolo che si abitua, alle sette del mattino, al cronico assassinio degli uomini migliori e più impegnati, e che sente ripetere, ormai un giorno sì ed un giorno no, una stanca e monotona cadenza di morte e di distruzione, se non trova nei suoi valori di fondo, nelle forze culturali e morali ed in quelle politiche – e perciò anzitutto in noi democratici cristiani – la volontà di un riscatto, di un impegno di eccezionale rilevanza spirituale e politica, un'onda di ritorno alle sorgenti cristiane della nostra ispirazione per respingere la routine della giornata, gli accomodamenti, la rassegnazione, il piegare la schiena soggiacendo agli eventi, quel popolo può, sì, sentire l'orrore della violenza, ma finisce per non credere più alle ragioni della libertà, per diffidare degli uomini della democrazia. E, al suo interno, all'interno di quel popolo, le troppo eguali parole che vengono lanciate, nella lugubre successione degli eventi, le sfide senza risposta e senza esito, possono anche allargare l'area dell'omertà, se non perfino del consenso al «partito armato».
Non è forse vero che se non reagiamo, si crea nel cittadino un clima di paura, un'angoscia nevrotica che è pronta, di fatto, a scaricarsi su chi si presenti come il garante ed il salvatore della patria, non importa se nega la libertà, purché assicuri l'Ordine, quello con l'O maiuscola? Non è forse vero, amici del Congresso, che emerge talvolta, a livello di persuasione occulta, persino in certi film, l'indicazione dell'uomo forte, di colui che pensa e decide per tutti?
Non bendiamoci gli occhi: il momento è grave e questo Congresso non può non prenderne atto, per una volontà di risveglio, per una condotta personale e della Democrazia cristiana che sia all'altezza delle responsabilità, per una proposta, anche per quanto riguarda il Partito, che non sia di attivismo, ma di mobilitazione morale e politica, quale ci fu nei passaggi della Resistenza e del primo dopoguerra. Alla disperazione sociale non si può rispondere con l'incertezza e lo smarrimento: la mancanza di riferimento politico diventa disgregazione politica. È questo che chiede anche la nuova generazione per essere coinvolta nel lavoro dei prossimi mesi e dei prossimi anni.
Proprio per questo, per rinnovare le nostre certezze, occorre un attimo di riflessione su noi stessi. Non so se avete mai pensato che non toccherebbe a noi di scavare nella nostra identità, perché oggi è in crisi – una crisi di grandi proporzioni – l'area del marxismo-leninismo-gramscismo: sono i partiti della sinistra che dovrebbero più di noi, di fronte alla caduta della loro filosofia, di fronte al crollo del mito, dell'immagine, dei modelli di riferimento, scavare all'interno della loro fisionomia, dirci cosa sono, cosa non sono, per quali obiettivi si muovono, quali sono le motivazioni e il progetto di società su cui fondano la loro ricerca e la loro immagine.
In questa crisi ideale dei partiti, che si affannano ad investigare nell'anagrafe democristiana per criticare, per negare la nostra centralità, lasciatemi chiedere per un attimo: dove dobbiamo inserire l'identità del Partito comunista? Nelle sue comparse contestative sul fronte afgano, o nell'unanimismo con cui ha messo in soffitta la denuncia di Amendola?
È il Partito della pace – verso la quale io sono convinto che sinceramente tende – o finisce per essere il Partito che, riconfermando la scelta di rinuncia al riequilibrio degli armamenti in Europa, finisce per far piegare l'Europa alla potenza egemonica che ha posizioni più forti e più aggressive, a pochi giorni di marcia inarrestabile, se quella forza lo volesse, dalle capitali europee, e, ancor più facilmente, da Belgrado?
È il Partito che giustamente ha deprecato l'orrore di un'invasione armata dell'Afghanistan e ha chiesto il ritiro delle truppe – invasione in cui i sovietici hanno dovuto «obbedire e combattere» senza poter esprimere una riserva, pena l'esilio – o è il Partito che parifica questa invasione alla proposta di Carter di non tenere le olimpiadi, con la meravigliosa libertà dei comitati olimpici di dire in faccia a Carter esattamente il contrario?
È il Partito della cultura, della difesa della libertà degli intellettuali, o è il partito che crede di assolvere la sua anima con una riserva su ciò che avviene nell'Unione Sovietica per il dissenso, come se fosse solo un cattivo gioco della polizia, mentre è l'anima di un regime inaccettabile, di polizia e di terrore insieme?
E a proposito d'identità, dove dobbiamo cercare l'orientamento, on. Craxi, del suo Partito? Nella riscoperta di Proudhon, o nella reminiscenza mai spenta del massimalismo classico?
E qual è il posto del Partito radicale? Quello di avanguardia dell'esercito che lotta per i diritti civili, o quello di retroguardia che accompagna al camposanto i figli del popolo immolati dallo scoppio liberticida?
Ma se tutto questo è vero, importa occuparci soprattutto di noi e definire con esattezza la nostra identità, i nostri progetti, per quel dovere di essere sempre e sempre meglio un sicuro punto di riferimento per i cittadini.
Iniziamo col dire che siamo un Partito laico, e che la nostra laicità non è né il laicismo né la laicità di altre ideologie, ma scaturisce dalla chiara distinzione, di origine decisamente cristiana, fra religione e politica, respingendo l'identificazione di Cesare con Dio, a cui si riducono le politiche che vengono invece immolate sempre a Cesare, perché sono totalitarie, egemoniche, così come avviene per tutte le ideologie dell'estrema destra e dell'estrema sinistra.
E dico – solo per titoli, perché voglio arrivare alla conclusione fra non molto, anzi fra pochissimo – che siamo il Partito del cambiamento sociale, il Partito della solidarietà costituzionale, il Partito che sollecita l'alternanza. E siamo soprattutto un Partito che sente la democrazia come un metodo che deve essere riempito di contenuti e di valori. Poco fa Donat Cattin li ha enunciati, questi valori, e io posso rinunciare a ripeterli, ma non c'è dubbio che se noi ci perdessimo solo in una vana schermaglia polemica e dimenticassimo che siamo il Partito che deve pensare alle classi umiliate e più povere e ci occupassimo solo delle classi più elevate, mancheremmo ad uno dei nostri doveri e perderemmo la nuova generazione, che ha un senso di giustizia più pronunciato del nostro.
Cari amici, tralascio anche tutta la parte dedicata alla politica estera, solo annotando un punto. Dopo aver parlato dell'invasione sovietica dell'Afghanistan, che tutti abbiamo deplorato, io voglio dire solo un pensiero che è molto importante per noi democratici cristiani. Voglio parlare della tensione del mondo cristiano per la pace. Questo è un problema di principio, per noi, che ci ha turbati nei giorni in cui si parlava di «Pershing» e di ristabilimento dell'equilibrio della sicurezza in Europa, e ci fu un momento in cui ci parve quasi di essere isolati. La tensione del mondo cristiano per la pace e per il disarmo non significa che noi politici siamo dei «fratelli separati», ignari del nostro dovere di essere uomini di pace, costi quello che costi. Non è così: noi ci sentiamo uguali ai nostri fratelli apostolicamente impegnati in una decisiva testimonianza. Noi siamo in prima fila per la pace, contro la guerra, per la non violenza e la resistenza contro l'aggressione, la forza, la prepotenza. Sappiamo anche che mentre Mosè tiene alte le mani al Signore sulla vetta del colle, nella valle Giosuè combatte una dura battaglia contro le forze nemiche.
È questo l'impegno gravoso ed ingrato cui ci lega il dovere politico, qui sta la sostanza del nostro servizio politico: nel tutelare i cittadini che ci hanno affidato il mandato, nel garantire loro la sopravvivenza e la incolumità fisica e morale, nel salvaguardare le condizioni di libertà e di espressione dei diritti civili, umani, spirituali, nell'assicurare la vita della nazione e la soddisfazione dei suoi fini. Perciò sappiano i cattolici impegnati nell'apostolato che noi ci sentiamo partecipi di tutte le marce della pace perché e finché – adempiendo al nostro dovere – garantiamo una convivenza in cui esse possano sfilare efficacemente, in cui la protesta morale contro lo spirito della guerra sia espressione di quel valore di libertà che spetta a noi di difendere contro l'illibertà armata.
Cari amici, tralascio anche la parte del terrorismo, su cui vi ho già fatto alcuni accenni. Le mie ultime riflessioni, che io considero forse le più importanti, riguardano la governabilità del paese e l'unità del Partito.
Il nostro dovere è quello di governare il paese, di assicurarne la capacità di decisione. Il governo Cossiga – al quale rinnoviamo la solidarietà operante ed il nostro ringraziamento per la dura e meritoria fatica – assolve a tale dovere, avendo consentito e consentendo una tregua che sarebbe rischioso interrompere con decisioni precipitose ed immotivate che conducessero ad una crisi al buio.
È indubbio che la preoccupante paralisi delle Camere, che trova nell'ostruzionismo esasperato – come ben sanno i nostri parlamentari – uno sleale strumento di immobilismo; l'impossibilità di costituire una maggioranza parlamentare organica; la difficoltà che incontra il dialogo tra i partiti, sono elementi che concorrono a rendere precaria la situazione. E ciò proprio mentre l'incalzare degli eventi imporrebbe scelte immediate, non equivoci pronunziamenti. Di qui l'esigenza di verificare e consolidare fra le forze politiche e sociali il consenso sui valori della Costituzione. Di qui la proposta di una solidarietà costituzionale e istituzionale, capace di avviare la seconda ricostruzione dell'Italia.
Vi sono, amici del Congresso, segnali chiari di disaffezione del cittadino al sistema democratico: l'embrionale Partito degli astensionisti, l'orientarsi di un certo consenso verso i radicali, che cavalcano la tigre del qualunquismo e dell'opportunismo più spinti, sono sintomi che debbono esser colti dalle forze politiche nella loro reale pericolosità. Vi è una minaccia di paralisi che incombe sul paese e che deriva solo in parte dalle difficoltà politiche. Non si tratta solo di individuare una formula di governo; si tratta di muoversi su linee che possano avere il consenso più ampio possibile nel paese, per evitare che si crei una frattura irrimediabile tra le varie culture e tra le varie forze.
Ma viene a questo punto il dovere dell'unità del Partito. Non a caso De Gasperi ci additò l'unità come condizione primaria della nostra azione politica, poiché sapeva quanto essa fosse il primo strumento di un'efficace presenza e di un'incisiva guida del paese. E nel solco di questo insegnamento che intendiamo muoverci. Per questo, abbiamo sempre privilegiato la Democrazia cristiana, garantendo la sua governabilità, favorendo la sua unità sostanziale, operando perché si sanassero le ferite aperte dal Congresso del '76, non cogliendo mai i sintomi delle profonde divisioni di quella improvvisata maggioranza.
Per questo, a conclusione, del passato dirò soltanto a Zaccagnini che ho ascoltato con profondo interesse la sua relazione, che per molte parti condivido; per altre condivido la necessità di un chiarimento soprattutto in ordine alla necessità – fatte salve le ampie e giuste condizioni che egli pone alla questione di un confronto col Partito comunista – che si riconosca la non proponibilità di un accordo di governo, per un giudizio che deve esser detto al Partito comunista, per una limpidezza politica oggi più che mai necessaria.
Ma al di là della relazione, amico Zaccagnini, desidero ricordare ciò che lei è stato ed è nella storia della Democrazia cristiana: non è un'immagine, è una presenza di alto valore morale e politico, che ha retto, con straziante ma operante decisione, durante il dramma del suo più intimo amico, Aldo Moro; che ha vissuto forse i momenti più duri della vicenda democratica cristiana dal '47 ad oggi. Una presenza – lo dice uno che non lo ha votato nell'altro Congresso, né la prima volta che fu fatto segretario, ma ciò che deve esser detto deve essere detto – che ha avuto editti tonificanti nella vita del Partito, per le sue doti di politico attento e sensibile, ed ancora per il misterioso collegamento – e lo voglio dire agli amici più giovani – che una forte fede vissuta umilmente, senza ostentazioni ma con incredibile impegno, stabilisce quasi per un'onda che a cerchi sempre più vasti si espande recando ovunque il carisma della credibilità. Un carisma sempre più difficile, in un tempo politico dominato dalla forza implacabile e cinica dei mass-media. Di Zaccagnini, dell'età e della qualità del suo servizio, si possono dire molte cose, potrei fare anch'io molte critiche, raccontare i limiti e le incertezze del lungo itinerario: rimane però intatto il contributo che ha dato alla Democrazia cristiana e l'insegnamento che ne deriva a chi crede o immagina orgogliosamente che nel mondo della politica e in quello del nostro Partito tutto si componga e si disponga nell'ampiezza dei disegni strategici, nella bravura di un discorso, nell'accuratezza della diagnosi e nell'abilità delle proposte. Vi è invece, grazie al cielo, uno spazio imperscrutabile in cui rientra e ritorna la forza persuasiva della personalità, così delle sue qualità come delle sue lacune, per una donazione di sé che se è coerente vale più di mille altre cose, tutte importanti e necessarie, ma meno feconde di questo contributo inalienabile di se stessi alla causa comune.
Cari amici, sto per finire. Tutto il nostro sforzo è in direzione dell'unità del Partito, oggi più che mai necessaria, un bene prezioso da tutelare ad ogni costo. Solo la DC potrà affrontare la sfida che i tempi le impongono, potrà costituire con credibilità un punto di riferimento e di orientamento per i cittadini in una situazione incerta, difficile, quale avete sentito in tutti gli interventi, in tutta questa gamma di contributi che sono stati dati al Congresso. Ciò non significa unanimismo od appiattimento di posizioni in una defatigante opera di mediazione, bensì una volontà chiara di convergenza sulla base di una linea politica che costituisca la sintesi delle varie voci e posizioni della Democrazia cristiana.
Il Partito, il paese hanno bisogno di tutte le componenti della Democrazia cristiana: tutte sono necessarie, poiché rispecchiano la composita realtà sociale italiana. Non è tempo - lo potevamo fare ieri, quando davanti a noi c'era una pianura e c'era il sole che splendeva, non oggi nella tempesta – non è tempo di contrapposizioni. Come si può artificiosamente semplificare l'interno dibattito – come in qualche momento è stato fatto qui – dicendo che «l'intelligenza è a sinistra» o che la vera lotta al comunismo è nella Democrazia cristiana solo al centro o alla destra?
Noi non abbiamo dieci anime, altrimenti non ci saremmo salvati tutti uniti per quarant'anni: ne abbiamo una sola, ma registriamo riflessioni e posizioni che sono quelle della società italiana. Nessuno può illudersi che sia possibile governare la Democrazia cristiana senza tener conto di questa diversità di motivazioni e di intenzioni che è la ricchezza stessa della DC.
Una segreteria politica, una presidenza del Consiglio nazionale non valgono una Messa: e la Messa in questo caso è la capacità di attrarre in uno slancio di solidarietà il Partito, per un'unità che cresca sulla cultura, sulla verità, sulla ricerca, sull'amore per questo popolo che noi abbiamo l'onore e l'onere – un onere terribile per chi ha coscienza della responsabilità di questi mesi e di questi anni – di rappresentare. Per questo, nei nostri colloqui nel Congresso e fuori, instancabilmente saremo promotori di unità: un passaggio a cui ci attendono tutti gli italiani, quelli che consentono con noi e quelli che non consentono con noi.
Dinanzi all'avvicinarsi dell'alta marea della stretta energetica, che minaccia di far salire l'acqua alla gola del cittadino e di far piombare tutti in un caos primordiale; dinanzi all'aggravamento della situazione internazionale dinanzi all'assalto del «partito armato», deve pure riemergere, deve pure esistere una forza capace di polarizzare verso di sé gli sforzi di salvezza dal naufragio. Ebbene quella forza riemergente possiamo e dobbiamo esserlo noi democratici cristiani nella nostra capacità di proposta e di compatta unità.
Vi è, oggi, un bisogno di indicazioni positive; c'è la possibilità di una grande ripresa; c'è la volontà di un coinvolgimento dei giovani nelle loro scelte di vita. Noi cercheremo, insieme, di l'oli tradire tali attese, qualunque cosa avvenga. Noi cercheremo di interpretare la società in movimento, operando per dare ai cittadini, con la certezza del domani, una democrazia di valori, nella quali tutti possano riconoscersi, per la quale valga la pena di battersi e di impegnarsi, per la quale si possa dire che il sacrificio di tanti cittadini in questa fase così aspra, di tanti democratici cristiani, non è stato inutile.

On. Flaminio Piccoli
XIV Congresso Nazionale della DC
Roma, 15-20 febbraio 1980

(fonte: biblioteca Butini)


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