LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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I NUOVI TEMPI DI CRISI: RELAZIONE DI CIRIACO DE MITA AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 11 febbraio 1983)

Eletto Segretario politico nel maggio 1982, Ciriaco De Mita affronta i temi della competitività tra DC e PSI, e della alternativa e della nuova statualità. A livello governativo, il V° Governo Fanfani si avvia alla crisi, dopo aver concluso l'accordo sui problemi del costo del lavoro con sindacati e imprenditori. Il Consiglio Nazionale della DC ascolta la relazione del Segretario politico l'11 febbraio 1983.

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Cari Amici, non stiamo amministrando, comunque ci collochiamo dentro il partito, una fase qualsiasi della nostra esperienza politica. Non stiamo operando in una condizione nazionale di relativa tranquillità. Non possiamo non risentire, tutti, classe politica e paese, di una congiuntura internazionale che obbliga a dismettere qualsiasi pratica lassista, ogni abitudine alla vuota ritualità. Siamo, invece, chiamati ad una sfida verso noi stessi: a dimostrare che, malgrado tutto, possediamo, dentro di noi, una capacità autocritica sufficiente a riprendere, con fatica ma con sicurezza, un cammino: magari sempre aspro, ma che consenta di intravvedere una via di uscita, uno sbocco positivo alla crisi che viviamo.
Di questa crisi siamo avvertiti. Come democristiani abbiamo concorso, infatti, a tentare di individuare idee e strumenti idonei a ricostruire un tessuto economico., sociale e politico meno esposto ai rischi seri e tuttora non definitivamente superati di una inflazione incontrollabile, con la possibile conseguenza di una involuzione autoritaria del sistema democratico italiano.
La consapevolezza della profondità della crisi è, probabilmente, oggi più diffusa di ieri: nei partiti, presso le forze sociali, tra la gente. Il superamento, in tempi relativamente brevi, di nodi come la crisi di governo, la questione del costo del lavoro, la stessa vicenda dell'ENI, sono, da questo punto di vista, confortanti, e potrebbero stare ad indicare una tendenza politica nazionale non più fissata sulla divaricazione e sulla deresponsabilizzazione.
Proprio i risultati conseguiti devono, però, suggerir di insistere sul metodo seguito, di non attardarci mai ne la contemplazione dei traguardi raggiunti, benché positivi, di mantenere la mente aperta alle grandi questioni cl richiedono una nostra più responsabile e continua considerazione.

Costruire una cultura di pace.

Se c'è un campo nel quale gli esami non finisco mai, dove, cioè, la nostra vigilanza ed il nostro lavoro benché costanti, non sono, però, mai sufficienti tanto rilevanti sono i compiti affidati alla nostra responsabilità, questo campo è quello della politica estera.
Abbiamo assistito negli ultimi mesi, anche per vicende che hanno attraversato bruscamente il nostro paese, ad un aggrovigliarsi di questioni. Mi riferisco a quelle che hanno messo a dura prova anche i nostri livelli di relazioni con alcuni Stati. Non c'è dubbio che il coinvolgimento di talune responsabilità in attività terroristiche, se vere e provate, avrebbero potuto condurre a pericolosi squilibri certo non ricucibili in termini di pura diplomazia. Anche se noi abbiamo sempre escluso azioni di rivalsa che ripugnano all'idea di pacifica convivenza dei popoli che ci è propria.
E appunto alla pace, a cosa essa concretamente significa dinanzi allo scontro dialettico sulla superiorità missilistica, che spetta a noi rivolgere una nuova e più convinta attenzione, un più netto e costruttivo impegno.
Nella coscienza dei popoli, nelle aspirazioni dei movimenti più sensibili ai rischi che un riarmo incontrollato introduce nei rapporti internazionali, nelle indicazioni che continuamente riceviamo dal nostro stesso retroterra cattolico, la spinta alla pace, ad una pace non dichiarata ma praticata, è sempre più forte, sempre più pressante. Negli ultimi tempi, movimenti e organizzazioni di ispirazione cattolica hanno offerto originali apporti ad una più corposa azione di pace sensibilizzando le coscienze, inclinandole allo stesso tempo verso una maturità culturale che rifiuta il pacifismo romantico, intessuto di slogans, e riprende a considerare il peso positivo della politica, il valore della responsabilità rispetto alla mera rivendicazione.

Il magistero della Chiesa.

A determinare questi nuovi slanci, che sentiamo palpitare in movimenti cattolici italiani verso i quali sempre più alto è il nostro apprezzamento, ma sentiamo anche esplodere in altre aree, nel cattolicesimo latino-americano o ai vertici della Chiesa statunitense, ha provveduto la spinta profetica del magistero di Giovanni Paolo II, il quale ha scelto programmaticamente la pace come tema centrale della sua attività pastorale.
Quando il Pontefice richiama gli « uomini politici, responsabili dei popoli e delle organizzazioni internazionali » a seguire « schemi più veri di quelli di una semplice concatenazione di guerre e di rivoluzioni », non possiamo non sentirci anche noi, per quel contributo che possiamo portare alla causa della pace, coinvolti in una paziente azione di persuasione politica, perché i governi e gli Stati trovino nuove regole di riconciliazione e di pacifiche interrelazioni.
Alcide De Gasperi, la cui personalità si colloca proprio fra i grandi costruttori di un nuovo ordine pacifico internazionale, dopo la fine del secondo conflitto mondiale ci ha lasciato una strada sicura per lavorare per la pace: non un generico e, magari, sprovveduto irenismo, ma una costante opera di convincimento all'interno di equilibri di forze perché la primazia resti sempre ben solida nelle mani della politica; perché ogni controbilanciamento militare sia sempre affiancato da una incisiva azione di evoluzione politica, civile e sociale dei territori e dei popoli più esposti alle strategie di guerra.
L'insegnamento degasperiano è la nostra attuale bussola di orientamento. Non per una semplice conferma della scelta fatta nel '49, quasi che essa possa essere richiamata come una mera eredità storica. Ma perché essa ha costituito una scelta precisa, fondamentale dei cattolici democratici in Italia, finalizzata alla conservazione e allo sviluppo della pace.
Per noi la pace non ha il significato che talune ideologie le assegnano, quasi essa possa davvero coincidere soltanto o consistere in un periodo di « non guerra ». Per noi democristiani la pace è costruzione di una nuova armonia: con una fiducia rinnovata nell'uomo che si può si deve redimere; e con una fede più fresca e più operativa nel valore anche storico della Redenzione.

La pace è politica.

Ma la pace è anche e, per quanto ci compete, sopra-tutto un progetto politico: che va attuato giorno per giorno, momento per momento. È un sistema dove la convivenza sia garantita e nasca dal riconoscimento della dignità della persona.
La pace è equilibrato ordine internazionale. Quando da una parte si tende a squilibrare quest'ordine con misure militari, è necessario e giusto procedere ad un riequilibrio, perché la pace sia salvaguardata e, con essa, le possibilità evolutive delle nazioni e dei popoli.
Anche la nostra scelta del 1979 rispondeva a questa logica, a questa necessità di riequilibrio, perché l'ordine internazionale risultava fortemente scompensato e, dunque, abbisognava di aggiustamenti.
All'edificazione della pace si concorre ciascuno secondo i propri livelli di responsabilità. La ricerca della pace si accompagna per noi alla tensione etica per il superamento degli squilibri fra i popoli e delle alienazioni antiche e recenti, generate da modelli di sviluppo segnati dallo spreco e dagli egoismi nazionali.
Alla costruzione della pace si perviene non lasciandosi distrarre dalla propaganda promessa da altri interessi e impegnandosi, invece, coerentemente, perché ogni rapporto venga discusso e risolto, sempre nella politica. La politica è lo strumento più efficace per costruire e rafforzare la pace. La politica è la pace.

Alleanza Atlantica. Italia e Usa.

La scelta europea di De Gasperi all'interno dell'Alleanza Atlantica dimostra, più di qualsiasi altra prova, quale sia stata la qualità superiore del contributo che il nostro partito, i nostri governi, il nostro paese hanno saputo concretamente dare al consolidamento della pace. Di essa ci sentiamo coerenti continuatori, specie in un momento di forti preoccupazioni internazionali per le conseguenze che un nuovo squilibrio militare potrebbe generare nel mondo, e sulle sorti dell'Europa in particolare.
Di queste idee, del valore originale che, nell'ambito delle amicizie occidentali, ha avuto e continua ad avere l'europeismo degasperiano, che a noi preme portare avanti coerentemente più concretamente anche nella nuova fase storica di un'Europa formalmente realizzata ad Ovest; del ruolo speciale che l'Italia assolve in un'Europa democratica e in un Mediterraneo che continua a conoscere troppi squilibri che meritano rapida ricomposizione; del nostro interesse, di democristiani e di italiani, allo sviluppo di una pace fondata sull'equilibrio e sulla cooperazione internazionale specie lungo la linea Nord-Sud abbiamo avuto occasione di offrire indicazioni, spiegazioni, interpretazioni non superficiali nella recente missione americana, di cui conservo un vivo ricordo avendone ricevuto un'attenzione che mi è parsa superiore alle buone regole della migliore ospitalità.
Anche per questo ci sentiamo impegnati a contribuire a ricercare qualsiasi spiraglio che serva non solo a conservare la pace, ma a ridurre il rischio che essa sia fondata soltanto su un equilibrio militare; e, per contro, a sviluppare iniziative politiche concretamente rivolte a rimuovere quelle pregiudiziali che in qualche modo offuscano la domanda di pace operosa che cresce nel mondo.

Il governo Fanfani e l'accordo sul costo del lavoro.

Questa sessione del Consiglio Nazionale è chiamata a ratificare la soluzione della crisi ministeriale, felicemente risoltasi con la costituzione del nuovo governo presieduto dall'amico Fanfani.
Già al Congresso, poi in occasione delle due ultime crisi di governo e in tutte le sedi nelle quali mi è stata offerta l'opportunità di precisare il mio pensiero, ho con insistenza affermato una convinzione: che in questa legislatura e, per quanto ci riguarda, anche nella prossima, non è proponibile altra maggioranza politica e parlamentare diversa da quella basata sulla alleanza tra Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Socialista Democratico, Partito Repubblicano, Partito Liberale.
Quali che siano state, o siano tuttora, le valutazioni specifiche di ciascuna forza politica in ordine a determinati programmi o situazioni, la linea di solidarietà fra questi cinque partiti, indipendentemente dalle strategie anche di medio periodo, che ciascuno di essi persegue non ha reali alternative.
L'analisi delle questioni aperte nella società italiana e la condizione attuale dei singoli partiti e dello schieramento politico nel suo complesso non offrono criteri di operabilità e di governabilità diversi.
È la realtà a suggerirci di non inseguire altre ipotesi e ad impegnarci a rendere sempre meno precaria, e possibilmente estesa a tutti e cinque i partiti, questa solidarietà. Per essa abbiamo lavorato, lavoriamo e continueremo a lavorare. Con questo obiettivo ci siamo mossi nella soluzione della crisi di agosto come in quella di novembre.
A differenza di quella di agosto, la crisi ministeriale di novembre non giunse improvvisa, né trovò impreparati i partiti. L'amico Giovanni Spadolini ha tenuto tempo fa a spiegare ai giovani del suo partito che la crisi era maturata « nella solitudine assoluta della mia coscienza, in una stanza di Los Angeles, senza aver avuto da nessuno suggerimenti ». E ciò a cagione di un progressivo esaurimento della forza politica di un governo che, sempre secondo Spadolini, era chiaramente in difficoltà rispetto ad una « situazione di corrosione istituzionale ».
L'iniziativa democristiana, il senso di responsabilità degli altri partiti e lo stesso contributo critico dei repubblicani, per scelta autonoma rimasti fuori della maggioranza parlamentare, sono valsi ad assicurare al paese, in tempi certamente assai più brevi rispetto a recenti analoghe esperienze, un governo.

Un governo che governi con i fatti.

Non però un governo qualsiasi, chiamato ad amministrare in qualche modo una situazione di emergenza, a rimettere ordine in una maggioranza scossa da troppi personalismi, ma, come abbiamo voluto ricordare al paese, « un governo che governa con i fatti ».
E' nato così il quinto governo Fanfani, di fronte al quale abbiamo denunciato e dobbiamo contestare una interpretazione schematica e riduttiva, come quella di una pigra opposizione di sinistra, che ha voluto vedere nel nuovo ministero una riedizione, per di più arretrata, di formule vecchie di vent'anni. La verità è nel contrario; perché, se un clima « ancien régime » viene strumentalmente alimentato, questo trova origine nella incapacità del Partito Comunista di definire una propria linea coerente col suo più recente passato, con la sua aspirazione a presentarsi ma anche ad essere un « partito di governo » oltre che di lotta.
A qualificare il governo Fanfani non è la confusione che il PCI ha cercato di provocare nei partiti, nei sindacati, nelle fabbriche ed anche nelle piazze.
Questo governo è nato e si caratterizza per un impegno serio, tutt'altro che utilitaristico, inteso a centrare le questioni vere del degrado economico e produttivo, ed a fissare ed applicare terapie risolutive, che sono sempre amare quando risultano davvero efficaci.
Questo governo è nato, insomma, dalla esigenza di entrare, anche a costo di rischiare temporaneamente qualche impopolarità, nel vivo dei problemi: di obbligare tutti, singoli e gruppi, a valutare il da fare con senso critico e responsabile.
In poco tempo il governo ha messo in atto la manovra complessiva che la DC era venuta sollecitando subito dopo il suo Congresso Nazionale e che è stata disegnata negli accordi programmatici.
Una manovra tendente insieme a ridurre il disavanzo pubblico ed a contenere, entro i tempi programmati di inflazione, il costo del lavoro.
Con lodevole solerzia il governo ha messo a punto e presentato in parlamento i relativi provvedimenti che, certo, possono, come sempre, essere criticabili ed emendabili su questo o su quel punto; ma che, nel loro insieme, vanno colti come lo sforzo più imponente finora attuato per recuperare risorse finanziarie ed incidere sul disavanzo, come ha giustamente fatto rilevare il ministro del tesoro, onorevole Goria.

Una vittoria della ragione.

La determinazione dimostrata dal governo sul versante della finanza pubblica ha certamente contribuito ad accreditare l'eguale determinazione messa in atto per giungere all'accordo sul costo del lavoro. Anche qui, su questo nodo sociale ed economico aggrovigliato e difficile, ma centrale per consentire una politica di rigore, che tuttavia non alimentasse la conflittualità sociale, e per aprire la strada ad un nuovo costruttivo clima di relazioni sociali, il governo in poco tempo ha realizzato l'obiettivo prefissosi.
Si è trattato e si tratta di un risultato importante, di una grande vittoria della ragione e del senso di responsabilità sui particolarismi e sulle conflittualità dure, acritiche, a volte strumentali e strumentalizzate.
Per conseguire questo risultato, il partito si è impegnato a fondo a fianco del governo, non trascurando giorno per giorno, ora per ora ogni utile contatto, per coadiuvare lo sforzo dell'amico Scotti a garantire un risultato che fosse, insieme, coerente con gli obiettivi prefigurati e capace di avviare in qualche modo una politica dei redditi, ridando tuttavia nuovo spazio e ruolo proprio ed autonomo al sindacato.
Al di là dello stesso merito dell'accordo e dei suoi effetti congiunturali, si è infatti avviato un processo nuovo ed importante; si sono affermati alcuni principi e si sono rotte vecchie rigidità e vecchi feticci, lungo una linea di tendenza che premia l'impegno e gli sforzi di un sindacalismo più moderno e consapevole, realmente autonomo da pregiudiziali politiche e di una dirigenza imprenditoriale responsabile e attenta a ricreare le condizioni della competitività e della ripresa. Questi aspetti dell'accordo, insieme a quelli concernenti la nuova attenzione al tema degli assegni familiari, ci sembrano particolarmente vicini alla nostra concezione popolare di cattolici democratici, al nostro patrimonio culturale, che, sotto questo profilo, è certamente comune a tanta parte del sindacato come del mondo produttivo.
Non penso sia casuale il fatto che i maggiori responsabili della CISL abbiano scritto su « Il Popolo » un loro commento all'accordo. Ciò non avveniva da parecchio tempo. La verità è che la nostra proposta, su cui poi è maturato l'accordo, non nasceva dalla difesa di alcun interesse particolare. E neppure minacciava un qualche interesse speciale. Non puntava a proteggere il capitale per punire il lavoro, come da qualche parte irresponsabilmente, si è detto. Richiamava, piuttosto, alla realtà tutte le forze produttive del paese.

Il raccordo con il sindacato.

La nostra proposta, è giusto riconoscerlo, è stata costruita tenendo conto di indicazioni emerse nel confronto con la dirigenza sindacale, e più in particolare con la dirigenza della CISL, che qui desidero ringraziare per la delicata e difficilissima opera di spiegazione e di persuasione che ha condotto fra i lavoratori perché la ragione e il senso dell'interesse generale prevalessero sul pregiudizio e sulla difesa del particolare.
La CISL sta attraversando un momento felice di riflessione sul ruolo, in una società democratica, di un sindacato libero che vuole impedire che una crisi economica sbocchi tristemente nello smarrimento delle conquiste di libertà. Partecipa responsabilmente ad un lavoro di revisione di antichi riferimenti non più applicabili ad una società trasformata anche rispetto ai traguardi elevatissimi raggiunti. Probabilmente si fa anche carico degli orientamenti di una parte rilevante della sua base operaia, costituita da militanti democristiani, senza con questo deflettere minimamente dalla propria autonomia che noi rispettiamo, anzi valutiamo come un dato importante e che caratterizza la CISL rispetto ad altre organizzazioni sindacali le quali, tutto sommato, praticano forme di collateralismo con altri partiti che noi da molto tempo abbiamo archiviato.
La Democrazia Cristiana è, d'altra parte fortemente interessata ad un costante rapporto col sindacato, perché è consapevole che anche una politica di risanamento deve misurarsi col consenso delle parti sociali che, con le loro analisi e le loro proposte, sono chiamate a concorrere per rimettere ordine nell'economia e nelle istituzioni del paese.
In questa vicenda del costo del lavoro, il governo è stato all'altezza del suo compito, dimostrando una esemplare collegialità di impegno intorno all'azione dell'amico Scotti cui va, io credo, la gratitudine e l'apprezzamento di tutti. I partiti hanno rivelato una grande compattezza e solidarietà. Le forze produttive e sociali una rassicurante capacità di saper perseguire l'interesse generale anche con il sacrificio di interessi particolari.
Ora si tratta di continuare. Innanzi tutto con l'impegno parlamentare di una maggioranza solidale e presente, che sappia dimostrare la stessa capacità, anche nei politici, anche nella coscienza di ogni singolo parlamentare, di far prevalere l'interesse del paese su spinte settoriali e preoccupazioni elettoralistiche.

No a elezioni anticipate.

Anche per questo abbiamo espresso e ribadiamo il nostro rifiuto ad elezioni anticipate. C'è ancora troppo da fare, e in condizioni difficili, per portare avanti l'opera di avvio al risanamento. La stessa manovra complessiva messa in atto può rivelarsi insufficiente. I problemi del disavanzo meritano ancora una attenzione prioritaria. Non c'è possibilità di ripresa senza rimettere seriamente ordine nei nostri conti.
Si è detto e si dice tuttora che una politica di rigore comporta un forte rischio di immediata impopolarità, esige una grande compattezza della maggioranza, sollecita un senso di responsabilità dell'opposizione e tutte queste cose non sarebbero possibili nello scorcio di una legislatura.
Ma una classe politica, di maggioranza o di opposizione, è veramente tale e può ancora svolgere, con qualche credibilità, il suo proprio ruolo, se sa assumersi le sue responsabilità ed affrontare i rischi quando è necessario e non quando è conveniente. Ogni fuga in avanti è un'evasione dal dovere di gestire il presente: per la maggioranza, senza calcolare solo i possibili costi di una politica di rigore e senza scomporsi e cedere a pressioni corporative; per l'opposizione, senza strumentalizzare le difficoltà inseguendo solo un disegno elettorale ed arroccandosi su posizioni meramente negative e contestatrici.
Per quanto ci riguarda, riteniamo che la realtà non consente di prefigurare altra ipotesi di governo ed impone di consolidare la solidarietà della maggioranza.
Ma questa stessa realtà esige anche di non considerare la solidarietà come amministrazione statica dell'esistente, come conservazione immobilistica di una formula, o peggio come uno strumento di occupazione e spartizione del potere.
I problemi del paese, sempre così acuti ed incalzanti, non ce lo permettono. Siamo dentro una crisi che può essere superata, solo se abbiamo consapevolezza della sua reale portata e delle potenzialità negative che essa possiede.
Le intese sul costo del lavoro stanno a dimostrare che, al di là di schemi un tempo considerati irrinunciabili, la ragione può tornare ad imporsi. Ma c'è ancora un lungo e difficile cammino da fare su questa strada.
Certo, diversificazioni, all'interno della maggioranza, ve ne sono e se ne presenteranno ancora. Nei governi di coalizione, questo è normale. L'importante è che le diversificazioni non degenerino in pretese e che, queste, a loro volta, non diventino ultimative. Altrimenti la vitalità delle intese faticosamente ricostruite finirebbe col risultare fortemente compromessa.
Anche le strategie dei singoli partiti della maggioranza si differenziano tra loro e indubbiamente non prevedono passaggi tattici comuni. Ciò è legittimo. E nessuno può contestare il diritto dell'altro a prevedere, per il futuro, una propria diversa collocazione governativa e parlamentare.
Ma una politica moderna non è più scontro di utopie, bensì confronto di idee e programmi in un continuo rapporto di verifica col paese, coi cittadini, il cui grado di consenso è condizione per consolidare o rivedere orientamenti e atteggiamenti.
Questa consapevolezza ci obbliga a non limitarci a commisurare il nostro giudizio e le nostre scelte operative sui giudizi e le scelte delle altre forze politiche. Semmai, senza astrarci da ciò che gli altri pensano, dicono e fanno, ci obbliga a mantenere, sempre, una nostra iniziativa: a sforzarci di elaborare e di indicare al paese una nostra capacità progettuale, una proposta della Democrazia Cristiana, a farci conoscere insomma per ciò che siamo e vogliamo e non secondo ciò che altri, certamente non disinteressatamente, ci attribuiscono.

Il nostro rigore.

Una concezione generale che ci è propria, della comunità e del ruolo che ciascuno, singolo o gruppo, svolge all'interno di essa, ci ha portato e ci porta a sollecitare una linea di responsabilità. Non sono la singola indagine statistica o l'indicazione astratta dello schema tecnico-politico di riferimento, a consigliarci il rigore.
Certo, anche dall'analisi e dall'accertamento dello stato contabile della economia ricaviamo una spinta a mutare comportamenti. Ma il rigore che noi consideriamo necessario per voltare positivamente pagina, nella economia italiana, è quello che ci sembra costituire la risposta più coerente al nostro modo di giudicare il rapporto tra Stato e cittadino. Esso presuppone e comporta una svolta anche nelle motivazioni culturali e nell'assetto politico del paese.
Un progetto politico, che abbia al centro i bisogni dell'uomo, non può ignorare i rischi che ne minacciano la sopravvivenza.
Vengono all'attenzione, ovviamente, in primo luogo, l'insidia della catastrofe atomica o anche solo di una guerra non nucleare; le questioni della fame e della povertà di popolazioni e continenti, quelle del dissesto ecologico, della distruzione o del degrado dei patrimoni storico-culturali; quelle, infine, dello squilibrio fra crescita delle conoscenze tecnico-scientifiche e sviluppo culturale dei popoli e dei diversi gruppi sociali, che incombono anche su un paese fra i più industrializzati del mondo come l'Italia.
Sono tutti problemi rispetto ai quali la nostra particolare sensibilità di cristiani che agiscono in politica richiede un deciso impegno, pur nella consapevolezza dei limiti delle singole politiche nazionali rispetto alla loro dimensione.
Ma vi sono anche altri pericoli, afferenti alla sfera di libertà dell'individuo — dell'uomo inteso come soggetto del lavoro in quanto persona — e, comunque, al rovesciamento della dimensione soggettiva che deve, a nostro giudizio, prevalere su quella oggettiva, rappresentata dalle strutture tecniche, mediante le quali ed in seno alle quali l'uomo svolge il proprio lavoro.
Concretamente, le insidie alla centralità dell'uomo, nella società contemporanea e negli stessi processi produttivi ed economici, riguardano almeno due ordini di temi. In primo luogo, gli squilibri insorgenti nella distribuzione del potere, indotti da cambiamenti economico-sociali, tra le classi e i gruppi. In secondo luogo, le garanzie di un lavoro corrispondente alle attitudini di ciascuno, non solo in quanto fonte di reddito, ma anche come fattore essenziale di affermazione e di sviluppo della personalità umana. Affermazione e sviluppo contro le nuove forme di emarginazione economico-sociale e come un fattore di riconoscimento della funzione del singolo nella conservazione e nel consolidamento delle istituzioni di libertà e di democrazia in Italia già avanzatissime.
Il nostro principale impegno, perciò, resta e deve restare rivolto ai problemi della occupazione e dello sviluppo, specie nel Mezzogiorno, ricreando le condizioni per una ripresa degli investimenti.
Al principio ideale, al quale non intendiamo rinunciare e che può trovare una particolare attenzione proprio nelle fasi in cui una crisi, come la presente, sollecita uno sforzo di rifondazione, può corrispondere una linea di comportamenti coerenti e nuovi, capaci di indirizzarci verso una ripresa.

Contro la crisi, per la ripresa.

Nel programma proposto al Congresso, poi nelle discussioni con le altre forze politiche e con le forze sociali, nelle diverse sedi di confronto con queste ultime e nei dibattiti per la prima e per la seconda crisi ministeriale del 1982, ho, alla luce di questi riferimenti ideali e seguendo un impegno generale, cercato di attenermi strettamente al disegno di ricostruzione delle condizioni per l'uscita dalla crisi economica e per la ripresa produttiva. Due traguardi non raggiungibili con due politiche diverse e radicalmente contrapposte, ma con una sola, rigorosa politica, i cui sviluppi siano coerenti coi metodi adottati e, soprattutto, con l'impostazione generale che la anima.
Il disegno appena configurato per rispondere tanto ai doveri della coerenza quanto a quelli del realismo economico e politico, non poteva e non può non rispettare le regole fondamentali di una moderna economia industriale, strettamente legata ad altre economie: aumento dei risparmi e degli investimenti; elevata mobilità delle risorse; riorganizzazione degli apparati produttivi; dinamica equilibrata nei costi di produzione; servizi alle imprese; guida dei redditi monetari; tutela dell'autonoma azione dei gruppi organizzati.
La disputa su monetarismo ed econometrismo, fra calcolatori passivi delle perversioni degli automatismi economici ed oltranzisti difensori dei più vieti luoghi comuni del veterosindacalismo, in una società nazionale che è radicalmente mutata nelle sue strutture, può far parte del gioco delle contrapposizioni, propagandistiche, ma non ha più un senso reale. Sembra più utile e doveroso fare i conti con l'evidenza dei dati e delle questioni emergenti e indirizzare la politica economica lungo i binari della concretezza e del possibile.
Così le esercitazioni, messe in atto dalle opposizioni, per etichettare secondo vecchi schemi la nostra proposta del rigore, sono solo rivelatrici di persistente pigrizia culturale.
Peraltro, in qualche settore più attento della stessa opposizione, sono emerse posizioni diverse come quando, per esempio, il direttore di « Rinascita », in ordine alla discussione sul superamento dei tabù sul costo del lavoro, ha affermato che la posizione espressa alla Camera dalla DC rappresenta « un approccio abbastanza corretto » per un confronto costruttivo con la stessa opposizione di sinistra.

Rigore nella giustizia.

In effetti, la Democrazia Cristiana non può non proporsi oggi, dopo una seria ed anche autocritica riflessione sull'esperienza degli ultimi decenni, così ricchi di progressi, ma anche di cedimenti a culture e politiche che non sono e non possono essere fatte nostre, di cercare di rimettere ordine nell'economia nazionale: non con mentalità e tecniche restauratrici, peraltro obiettivamente impossibili ma puntando al superamento della crisi dello stato sociale senza immaginare di indebolire le conquiste sociali acquisite. E avendo, piuttosto, per obiettivo, il soddisfacimento dei bisogni secondo scale di priorità non astratte, ma accertate nell'analisi delle sperequazioni esistenti.
Certo, tentare di ribaltare abitudini intellettuali consolidate, reagire ad un clima lassista e demagogico che si è infiltrato un po' dovunque, tentare di riscoprire veramente le proprie radici sotto le sovrapposizioni di schemi generali acriticamente subiti, è difficile. Sappiamo di attrarci l'incomprensione dei pregiudizialisti d'ogni colore. Tutto ciò è scontato. Abbiamo previsto un cammino aspro e irto di insidie. Ma le critiche passive e pregiudiziali non possono fermare il nostro impegno di rigore nell'economia italiana per riportare il paese in una fase espansiva.
Un rigore che, come abbiamo detto e ripetuto e come torniamo a sottolineare perché non ci siano zone d'ombra, non significa scelta fra interessi contrapposti, e tanto meno durezza verso il mondo del lavoro e debolezza verso il mondo del capitale e della produzione. Significa, invece, una linea organica finalizzata al riordino dell'economia e delle stesse istituzioni, un metodo di riorganizzazione severa degli apparati statali, un recupero della moralità politica e di una nuova coscienza collettiva del valore irrinunciabile dell'interesse comune rispetto ai privilegi ed alle tutele corporative. Non c'è, nella nostra concezione della politica del rigore, una confusione tra il sociale ed il pubblico. E neppure c'è la presunzione che dei saggi riformatori centrali provvedano a redistribuire ricchezze in funzione dei bisogni dei singoli.
Se c'è, anzi, qualcosa che abbiamo sempre respinto, è la illuministica teorizzazione del campo dei bisogni e dei mezzi pubblici per soddisfarli. Se c'è qualcosa che abbiamo sempre considerato incompatibile con la nostra concezione della vita associata e delle organizzazioni statuali, è che si possa determinare dall'alto, nel chiuso dei laboratori di scienza economica o di ideologie classiste, ciò che spetta agli uni e ciò che compete agli altri.
Se c'è qualcosa, invece, che ci è proprio e che non abbiamo timore di rivendicare, è che i diritti dei singoli e dei gruppi, come il loro progresso, li consideriamo strettamente coordinati ai loro doveri e alle loro capacità: che sono inevitabilmente diversificate per professionalità e tendenze naturali di espressione, e non possono mai essere livellate secondo la necessità di un piano teorico ed impositivo.

La nuova statualità.

La severa manovra di politica economica che questo governo sta portando avanti non è ancora il risanamento della nostra economia. Essa serve invece a creare le condizioni del risanamento. E per realizzarlo bisogna modificare i meccanismi e le disfunzioni che sono all'origine della crisi e che da noi, come in tutte le nazioni più progredite, hanno portato ad una espansione abnorme ed incontrollata della spesa pubblica.
Si tratta allora di disinnescare i meccanismi automatici di risposta ai bisogni, che a volte ne creano artificiosamente di nuovi e di costruire altri meccanismi più efficienti e razionali. Il trasferimento automatico delle risorse dal governo centrale alle amministrazioni periferiche dovrebbe essere sostituito da una autonoma facoltà di spesa supportata dalla responsabilità di reperire almeno in parte significativa le entrate e comunque rapportata alle risorse disponibili, ripristinando un principio di responsabilità nella gestione, ben più efficace di una astratta deontologia.
Nell'attuazione di tale principio, ogni singola amministrazione, ogni singola istituzione, opererebbe necessariamente una scelta di priorità tra i bisogni, sotto la spinta ed il controllo democratico delle singole comunità interessate: non secondo un modulo organizzativo unico, generalizzato e centralizzato, ma cogliendo le domande reali, diverse da comunità a comunità, così come sono espresse dalle concrete organizzazioni di interesse, dalle associazioni volontarie spontanee, dal pluralismo della società civile che anche in tal modo viene riconosciuto ed esaltato.
E' questa una riproposizione della nostra concezione del pluralismo e delle autonomie, secondo la quale sono le istituzioni sociali, i sindacati, le associazioni i portatori delle domande della società civile. Le forze politiche ne dovrebbero essere gli interpreti, alla luce di una visione di insieme che ne consenta la sintesi; le istituzioni politiche, la garanzia e lo strumento di soddisfazione e di governo.
Non si tratta quindi di una visione polverizzatrice dell'assetto statuale in una miriade di articolazioni autonome, localistiche e settoriali. Si tratta, invece, di una diversa statualità, più ricca ed articolata, che certo si piega anche, con nuova attenzione, verso le varie realtà, il nuovo localismo che emerge dalle profonde trasformazioni intervenute nel tessuto socio-politico del paese, cogliendo, senza sprofondarvi dentro, gli elementi positivi di arricchimento della libertà, e recuperando, a livello generale, dei grandi interessi comuni, il ruolo della politica e del governo nazionale.
Restano infatti non solo i grandi fini della difesa e del perseguimento della pace, della solidarietà internazionale, della garanzia dell'ordine e dell'amministrazione della giustizia, ma anche quelli propri di uno Stato moderno: di promuovere le condizioni di un assetto sociale giusto ed evoluto; di tutelare i più deboli; di garantire un'equa distribuzione delle risorse; di favorire il lavoro e l'occupazione; di sviluppare servizi moderni; di contribuire alla crescita economica e sociale anche con un proprio impegno imprenditoriale.
Per questo, in presenza della crisi economica, la DC ha sempre richiamato l'attenzione sui gruppi meno favoriti e più esposti, sui giovani in cerca di occupazione, sul Mezzogiorno; sollecitando sacrifici agli interessi più protetti per poter consentire la ricostituzione di un processo di accumulazione delle risorse e, quindi, nuovi investimenti.
I fini propri di uno Stato moderno ci appartengono e caratterizzano il nostro impegno ci grande partito di popolo. Ma ci appartiene anche un modo diverso, una diversa articolazione degli strumenti atti a perseguire quei fini.
Ciò che rifiutiamo è una concezione statuale che abbia in sé una pretesa di verità, ma visione totalizzante della politica; da cui scaturisce la convinzione che il progresso debba coincidere con la pubblicizzazione di tutto, dell'attività economica, come di quella sociale e culturale.

Ispirazione cristiana e laicità della politica.

Sta in fondo qui il primo e più essenziale dato di coerenza con la nostra ispirazione cristiana.
Si è detto che porteremmo avanti una visione troppo laica e distaccata dalla ispirazione ideale che ci è propria, e che rischieremmo di venire assumendo, sia pure inconsapevolmente, i connotati di un moderno partito moderato e di opinione, non più popolare. E' vero il contrario.
Oso pensare che, anche su questo, possiamo superare vecchie abitudini, terminologie e semplificazioni schematiche che creano confusione, non elaborano idee, ma solo ripetono slogans adatti a polemiche effimere quanto strumentali.
Sono certo, invece, che, anche al nostro interno, possano e debbano prevalere il sereno confronto e lo sforzo comune di ricerca, retto dalla volontà di capirci e di produrre idee, non di dividerci in base a pretesti.
Ispirazione cristiana e vera laicità in realtà non solo non si contrastano, ma coincidono. E non solo perché «laico» è parola interna alla cultura religiosa, ma perché la vera laicità esprime nient'altro che lo stesso rifiuto, proprio dell'ispirazione cristiana, di ogni concezione assolutizzante e totalizzatrice.
La concezione laica della politica e dello Stato è tutta dentro l'ispirazione cristiana. E contrasta la ritornante tentazione prometeica dell'uomo che pretende di rendere immanente la verità e politico il messaggio religioso, costruisce ideologie chiuse e definite, vorrebbe fermare la storia piegandola ai propri schemi, alle proprie illusioni ed ai propri sogni, alimentando così il «laicismo» come il «clericalismo», anch'essi in fondo coincidenti in una stessa eresia. Da questa eresia nascono il totalitarismo e la negazione di quelle libertà che sono, invece, esaltate nella concezione cristiana e laica della storia umana.
Io penso che la forza straordinaria dell'insegnamento di Sturzo, di De Gasperi e di Moro ed il dato originale e proprio della Democrazia Cristiana stiano qui, nell'equilibrio tra comportamento laico e ispirazione religiosa, superando la concezione di partito clericale, come la visione del laicismo tradizionale, diventati entrambi indifferenti ai valori propri che garantiscono la democrazia, accrescono le libertà e tutelano la dignità della persona.
L'ispirazione cristiana porta con sé anche un potente anelito di giustizia. E noi dobbiamo sforzarci di realizzare assetti sempre più giusti: nella consapevolezza, comunque, dei limiti della politica; dell'ineluttabile procedere della storia; del permanere del peccato originale. Per cui tutto è sempre perfettibile e mai è perfetto. Ed i principi sono una guida necessaria ed imprescindibile: che non consentono, tuttavia, di accettare definitivamente nessuna storia data, nessuna soluzione definita; ed esigono, invece, un ascolto costante, una permanente strategia dell'attenzione verso il nuovo che cresce dentro il vecchio, lo trasforma e ne sollecita sempre rinnovate capacità di interpretazione e di risposta.
L'anelito di giustizia, del resto, nasce pur sempre dalla coscienza di una ingiustizia, cioè di una limitazione, di un condizionamento; e, quindi, si esprime anche esso come domanda di libertà da quel condizionamento, come espansione della libertà. Non può mai esser confuso con un astratto egalitarismo livellatore imposto dall'alto.

Le autonomie crescenti.

L'ispirazione cristiana, dunque, motiva ed alimenta la nostra concezione, in questo senso «liberal», della politica ed il nostro popolarismo ne risulta impregnato e caratterizzato, in una visione che non è mai coincidente quella di uno Stato burocratico d onnipresente che tutto appiattisce e livella.
La nostra visione è, invece, fatta di un profondo rispetto, di un consapevole sforzo di interpretazione verso ogni nuova domanda di libertà, verso ogni nuovo bisogno, verso ogni tipicità, verso il genio proprio, la peculiarità di ogni comunità, di ogni associazione, di ogni gruppo e di ogni persona.
Questa è la nostra concezione del popolo non come massa, ma come ricca ed articolata espressione di interessi, di bisogni, di esperienze, di idee, di tradizioni e di culture. Il nostro impegno ideale è rivolto, perciò, sempre a garantire spazi di libertà e di autonomia crescenti, di responsabilizzazione e di partecipazione: rispettando la società senza sovrastarla con la ideologia; ripristinando il funzionamento delle istituzioni manza assumerle come potere di una parte; riscoprendo il ruolo proprio dei partiti nel raccordo tra società ed istituzioni, come sforzo di interpretazione e rappresentanza degli interessi dell'una dentro la vita delle altre.
C'è, dunque, una intima coerenza tra la nostra ispirazione ideale e l'impegno per una nuova statualità, che affronta e risolve anche la cosiddetta questione morale.
La ragione della crisi politica e della questione morale sta infatti proprio qui, nel fatto che il maggior partito di opposizione ha prevalentemente occupato la società ed occupa anche larga parte delle istituzioni periferiche, mentre i partiti di governo hanno finito prevalentemente con l'occupare le istituzioni. Ma, alla radice dell'una come dell'altra distorsione, c'è la stessa eresia culturale, c'è la stessa concezione del partito-verità, della riconduzione di tutto alla politica.
C'è, in particolare, la cultura marxista e leninista del partito e della politica che ha avuto una influenza ben più larga della forza elettorale del PCI e si è diffusa in una versione banale e volgarizzatrice, in una sorta di subcultura che ha profondamente influenzato e tuttora influenza i comportamenti, gli schemi di interpretazioni di organi di divulgazione, di mass-meda e della stessa opinione pubblica.
Certi facili slogans, certo demagogismo imperante, certo rozzo manicheismo finiscono per influenzare il costume: e le forze politiche di diversa ispirazione sono state finora sulla difensiva impegnate nella gestione del presente, succube di questo clima, prive di capacità di reazione e di risposta, nella fabbrica come nell'università, nella scuola come nella cultura.
A tutto questo intendiamo reagire con pacatezza e tolleranza, ma con determinazione. E chiediamo alle forze politiche, anche per questo essenziale aspetto, di rinnovarsi e di aprirsi ad un ampio confronto e ad una comune ricerca che, rovesciando antichi tabù e vecchie impostazioni culturali, obsolete quanto insidiose, siano capaci di costruire le regole di una nuova statualità.

Riflessioni sulla alternativa.

Rispetto a questo impegno fondamentale a me sembra che si configurino due sole proposte alternative possibili: quella che si muove nella direzione di un progetto di società socialista, che è certamente propria anche se forse non esclusiva, del Partito Comunista; e quella su indicata, che fa riferimento al sistema di democrazia occidentale, alla ispirazione insieme cristiana e laica della politica, all'economia di mercato, al pluralismo.
Di questa seconda cultura partecipano, con la Democrazia Cristiana, gli altri partiti. E tutti insieme sono impegnati ad elaborare, all'interno di essa, una risposta adeguata. Si colloca qui e si motiva per questo il discorso dell'alternativa, su cui mi pare opportuno soffermarmi, per sollecitare un confronto franco e chiarificatore di equivoci e di pretesti.
La polemica, insorta a fine d'anno, a seguito di una mia intervista, sta infatti a testimoniare quanto sia difficile rappresentare un pensiero, senza che esso venga prontamente distorto o strumentalizzato o assunto riduttivamente.
Non si è colto, in questa polemica, il vero significato, che io credo vada attribuito alla alternativa.
Ciò che altera il valore delle riflessioni compiute senza peraltro pretendere che esse vadano codificate come verità assolute, è il riferimento, che altri fanno in maniera esclusiva, al quadro politico attuale. Parlare di alternativa badando solo a quello che essa può essere o è oggi, in questa situazione parlamentare e nella verificata crisi di diverse ipotesi sulle quali si era accertata una apprezzabile evoluzione del Partito Comunista, sarebbe certamente improprio.
Se assumessimo l'alternativa esclusivamente con riferimento a ciò che oggi i partiti sono e rappresentano nel parlamento, rimarremmo all'interno dell'esistente e assegneremmo al PCI una capacità ed un ruolo che obiettivamente non possiede. Inoltre, verremmo a predeterminare per la DC una posizione di maggioranza egemone permanente, una volta relegati i comunisti in una condizione di minorità altrettanto immodificabile. Sicché la nostra idea di una democrazia compiuta resterebbe una dichiarazione astratta, che rischierebbe persino di apparire opportunistica.
Ma nessuno ha mai pensato questo. E solo una reazione emotiva, preoccupata e pretestuosa, può ridurre a banale e semplicistico espediente tattico il discorso che ci sforziamo di portare avanti, che può non essere condiviso, ma non deve essere travisato ed esigerebbe, io credo, piuttosto un sereno e costruttivo confronto.
L'idea di alternativa, invece, si ricava dall'analisi delle questioni aperte nella società Dalla domanda, fortemente avvertita, di un ricambio che non sia meramente formale ed introduca, invece, certezza di alternanza di forze nella gestione del potere. Va derivata dalla esigenza che noi per primi avvertiamo e proviamo a tradurre in pratica, di adeguare gli indirizzi ed i metodi delle forze politiche ai mutamenti che continuamente si sviluppano nella società.

Alternativa e nuova moralità.

Per noi, alternativa significa tener conto delle contraddizioni e delle domande di cambiamento che coesistono nella società. Con un riferimento essenziale alla domanda di nuova moralità, diffusa nel paese e che non può essere spiegata in termini di puro moralismo, né può essere sottaciuta.
Alternativa è, dunque, innanzitutto una risposta alla nuova moralità richiesta dalla coscienza democratica del paese.
La società che ci è cresciuta sotto gli occhi, ma che in buona misura abbiamo contribuito a far crescere, è rimasta, rispetto alla vecchia società, che era delimitata nei riferimenti anche perché fortemente ideologizzata, senza rappresentanza. È rimasta, cioè, senza quel rapporto sicuro, netto e non confondibile fra determinati interessi e determinati partiti.
Quasi tutto è stato messo in discussione. E i partiti, pur conservando una capacità di amministrazione della condizione democratica del paese, non sembrano più capaci di interpretare in modo adeguato gli interessi nascenti, i nuovi bisogni, le nuove emarginazioni, i nuovi squilibri, le nuove povertà.
Gli interessi non interpretati sono in tal modo cresciuti, talvolta esprimendosi politicamente con manifestazioni gravi di disaffezione e di rifiuto della politica e del metodo democratico in particolare; tal altra ricercando un rapporto immediato con il potere, che alimenta i particolarismi se non addirittura la corruzione. Manifestazioni che non possono solo essere censurate, ma vanno comprese e debbono preoccupare tutti i partiti storici della democrazia italiana, che hanno il dovere di rimuovere le cause.
Del resto, non a caso è venuta maturando l'esigenza fra i partiti, nella Democrazia Cristiana in primo luogo, per la fissazione della nuova struttura del potere, di un potere che reputiamo, ormai quasi universalmente, meritevole di rifondazione. E questo costituisce un altro, vistoso sintomo di un male che va affrontato alla radice.
Ripeto che non intendiamo mettere in discussione, ed anzi vogliamo consolidare, l'attuale quadro politico, che consideriamo non sostituibile. Ma non si può non lavorare, tutti insieme, partiti di governo e forze di opposizione, per uscire dalla crisi con nuove proposte e nuove scelte.
Perciò, l'alternativa che andiamo discutendo non è fra i partiti così come sono nell'ambito di spazi delimitati, incomunicabili ed immodificabili. Ma va, piuttosto, concepita come un processo complesso nel quale ciascuno può e deve recare il contributo delle proprie esperienze e idee originali, soprattutto, fornire la dimostrazione della propria capacità di sintonizzarsi con le trasformazioni del paese.
L'alternativa non è proponibile tra forze vecchie che, per fronteggiare le proprie difficoltà, si limitano a ritoccare la propria immagine esteriore. E', invece, ipotizzabile tra forze politiche che aggiornino il corpus delle proprie concezioni e dei propri metodi e lo rapportino a ciò che di nuovo e di diverso cresce iella società e che i cittadini reclamano. L'alternativa non è, dunque, una questione interna al quadro politico esistente, ma neppure un remoto futuribile. Essa va fatta maturare e poi verificata.

Rinnovare i partiti.

Parliamo perciò di alternativa come competizione per la soluzione dei nuovi problemi, delle nuove domande di ordine economico e civile, di diffusione delle libertà che emergono nella società. Non credo si possa immaginare che i partiti stabiliscano una gara a chi meglio si dichiara popolare e progressista, non curandosi di dimostrare la propria capacità di guidare il cambiamento e l'evoluzione della democrazia italiana.
Il problema è, dunque, di come pensiamo di attrezzarci, modificando orientamenti e metodi fra noi e nel nostro rapporto con la società, perché i partiti restino riferimenti essenziali del nostro sistema politico e concorrano ad una evoluzione ulteriore delle sue molteplici istituzioni, verso la democrazia compiuta.
Diversamente tutto potrebbe ridursi ad una esercitazione di tecnica organizzatoria del potere, comportando il rischio di spostare l'attenzione più sul momento dell'autorità anziché su quello della partecipazione e dello sviluppo della democrazia.
Noi pensiamo — e insistiamo nel sottolinearlo — che la nuova statualità è, insieme, premessa e condizione per un discorso che fa riferimento al presente, alla nostra responsabilità, ma con la consapevolezza che il presente va dominato, governato e trasformato, e non rassegnatamente subito.
Il raggiungimento della alternativa sarà possibile non attraverso nuove aggregazioni di potere, ma riordinando le regole del potere. Il discorso sul riordino istituzionale è, perciò, l'altra faccia dell'alternativa.
L'elemento centrale della discussione sulla alternativa diventa così un discorso sulle istituzioni, cioè sulle nuove regole.
Il concorso al riordino delle istituzioni da parte di una forza come il Partito Comunista è, insieme, l'indicazione di una uscita dalla crisi e la motivazione utile per coinvolgervi una forza di opposizione, altrimenti esterna al sistema.
La domanda, che si è sentita ripetere nell'ultimo periodo, circa l'interesse che può o dovrebbe avere il PCI a concorrere a modificare le strutture del potere, ha una risposta: la ristrutturazione del potere, coinvolgendo una forza di opposizione, opera insieme, e sul piano della verifica dell'adeguamento ai comportamenti democratici di quella forza, e sul piano della creazione di solide strutture democratiche.
Se l'obiettivo è l'avanzamento della democrazia non si può fare da spettatori ma si deve concorrere, anche dalla opposizione, a fissarne i circuiti.

L'alternativa e il PCI.

C'è chi teme che l'indicazione della alternativa possa esaurirsi in una concessione, in un riconoscimento eccessivo a favore del PCI, che verrebbe così a trovarsi in una posizione assolutamente di comodo e, perciò, indotto a non più impegnarsi sulla strada della revisione.
Questi timori non mi sembrano fondati.
In realtà, l'alternativa non fa che registrare una constatazione: che lo scontro tra forze politiche, oggi, nel paese non attinge più a tutte le motivazioni del retroterra ideologico tradizionale. Non procede applicando categorie di giudizio astratte e indiscutibili, ma secondo analisi che si richiamano alla realtà. O che, comunque, prendono ad indirizzarsi in quella direzione, stabilendo un nuovo metodo nei rapporti tra diversi e distinti.
L'alternativa riconosce che lo scontro è politico e certamente, da questa angolazione, fa venir meno ciò che, per qualche verso, poteva dar luogo ad interpretazioni discriminatorie nei confronti del PCI.
Ma l'alternativa così intesa pone al Partito Comunista una grande sfida a responsabilizzarsi. Un partito all'opposizione che vuole occupare uno spazio di alternativa, ha un dovere preciso: sulle scelte, le indicazioni e le proposte per la soluzione dei problemi della società nazionale, ed ovviamente non di una classe o di una parte, deve comportarsi come un partito di governo.
Gli atteggiamenti ed i giudizi delle ultime settimane sono, purtroppo, tutt'altro che incoraggianti. Quando dopo anni di predicazioni in altra direzione, si fomentano o non si contrastano forme di lotta estremistica ed anarcoide e che la classe dirigente sindacale, compresa la comunità, ha tentato di evitare o di contenere, si compiono preoccupanti arretramenti. Si sono a volte reintrodotti metodi di scontro politico che solo il senso di responsabilità dei partiti democratici, dei sindacati unitari, nonché delle correnti culturali più esposte verso le domande di cambiamento e delle forze dell'ordine hanno saputo riportare a dimensioni non avventuristiche.
Il dissenso, il diritto a manifestare opinioni contrastanti è sacrosanto. Legittima e doverosa è la difesa di forze legate ad interessi che vengono colpiti, anche se per ragioni giuste. Anzi, la difesa degli interessi appartiene allo svolgimento naturale delle cose, oltre che della vita pubblica. Non si chiede un consenso comunque. Ed ovviamente non lo si pretende da chi sta alla opposizione o non si riconosce in una determinati maggioranza.
Ma ci sono delle regole da rispettare, ovunque ci si collochi. La prima è che, chiunque difenda un interesse particolare, ha il dovere di spiegare che difende un interesse particolare e non un interesse generale.
La difesa del proprio interesse è giusta, è legittima, è una conquista di libertà. È il governo, non la parte a dover tenere una posizione di equilibrio e di sintesi.
Ma la seconda regola, rilevantissima e condizionante lo stesso giudizio su chi vi si attiene o ne deroghi, è che la tutela degli interessi non può sconfinare nell'azione di contestazione violenta delle istituzioni, dell'ordine o delle strutture della convivenza democratica.
Quando si aspira ad essere riferimento principale di una alternativa di governo, si deve dimostrare di avere le carte in regola, proprio sul punto più delicato: che riguarda il collegamento con masse che vanno interpretate e guidate e non lasciate, invece, sconfinare sul terreno della agitazione politica e pubblica in comportamenti che, per altro, lo stesso Partito Comunista, in altre epoche, ha duramente condannato.
Il Partito Comunista Italiano ha posto al centro del proprio dibattito congressuale di marzo la sua proposta di alternativa per il cambiamento. Ciò comporta un confronto, se così si può dire, più qualificato e serrato. Un confronto che sia capito dalla gente, che non lasci traccia di equivoci e chiarisca ai cittadini e alle forze politiche e sociali le diversità reali, sulle quali ciascuno, nella prospettiva dell'alternativa è chiamato a pronunciarsi.
A questa indicazione dell'alternativa il Partito Comunista giunse dopo un periodo di incertezze di indirizzo; di tentativi di aggiustamenti di rotta; soprattutto, dopo una lunga pratica di deresponsabilizzazione.

Alternativa e compromesso storico.

Le motivazioni culturali che stavano dietro la proposta del compromesso storico, e l'esigenza di una larga unità di popolo per guidare il processo di evoluzione di una società in trasformazione, si ritrovano anche nelle tesi per il XVI Congresso.
Ma l'errore del compromesso storico stava a mio avviso nel voler ricercare quella unità a livello della gestione del potere e non della rifondazione del potere.
Da questo punto di vista, l'attuale posizione teorica del Partito Comunista, di disponibilità a ricercare con le altre forze un accordo sui temi generali sulle grandi questioni aperte nel paese e presentarsi come alternativo nella questione del potere è più chiara ed accettabile.
In questa logica si muove la recente intervista di Berlinguer sul rapporto con i cattolici che, riprendendo concetti già presenti nelle tesi congressuali, sta tuttavia a testimoniare come la strumentalità del Partito Comunista nei confronti della cattolicità italiana e dei suoi stessi settori cosiddetti più avanzati, prevalga ancora una volta sul rigore delle analisi, togliendogli credito e capacità persuasiva.
Inoltre, mentre la Democrazia Cristiana, per la parte che le tocca, ha da tempo considerata conclusa l'epoca delle discriminazioni ideologiche, lo ha dichiarato e ne ha tratto le conseguenze pratiche, i comunisti non mostrano pari sensibilità. Il Partito Comunista non si può contrapporre agli altri con schematismi ideologici e settari. Sono tali il cosiddetto «sistema di potere democristiano» ed il giudizio sullo scontro di classe dove gli interessi diversi vengono ideologizzati. Come se alcuni fossero «interessi-verità» ed altri «interessi-non verità». O come se, davvero, taluni interessi fossero di progresso ed altri di conservazione.
Infine, l'alternativa formulata dal PCI appare piuttosto generica e interna ad una ricerca culturale che vede le possibilità di uscita dalla crisi solo ancora nel superamento del capitalismo. È, insomma, tutta intrinseca al marxismo, anche se si fa carico dei limiti che l'esperienza marxista ha riscontrato. Non riesce, tuttavia, ad indicare una nuova soluzione definita. Postula un socialismo diverso da quello realizzato; ma non spiega in cosa tale diversità consista e cosa essa comporti in una democrazia occidentale.

La costruzione dell'alternativa.

L'altra proposta alternativa è, come abbiamo prima rammentato, costruita all'interno di alcuni valori propri della cultura occidentale.
Però, essa non prende a riferimento un modello antico, né modelli altrove affermatisi. È perciò del tutto falsa, e ingiusta ad esempio l'accusa semplicistica di voler importare il reganismo o liquidare lo Stato assistenziale o di volere ripristinare vecchie regole che non tutelano ormai neppure i vecchi bisogni.
Ciò non corrisponde né alle nostre intenzioni, né ai nostri atti, né ai nostri progetti.
D'altra parte, ciò che noi indichiamo come un momento alternativo non riguarda la sola Democrazia Cristiana, con riferimento esclusivo alla sua cultura, alla sua esperienza storica, agli interessi che essa rappresenta.
Ciò che indichiamo è un obiettivo comune a più partiti. A realizzare questo disegno, è aperta una grande competizione. Non solo tra la Democrazia Cristiana ed i partiti di tradizione laica, fra i quali il raccordo è certo più semplice: ma anche tra la DC ed il Partito Socialista.
Nessuno pensa, in proposito, a condizioni di subalternità: né per i partiti laici, né per il PSI. Ciò che, invece, va introdotto è il concetto di competitività per il perseguimento e l'attuazione di un nuovo ordine democratico.
Il che significa che l'unità non la si ricerca o realizza attorno ad un partito, la Democrazia Cristiana, ma intorno ad un obiettivo: che consiste, in definitiva, nel rafforzamento della democrazia nel paese.
Nessuno parte da una posizione egemone. Ma certo ognuno ha possibilità di individuare e coprire spazi più o meno ampi a seconda della capacità che dimostra nella elaborazione di tale proposta.
La conseguenza logica è che, su questo terreno, tutto viene messo in discussione: non soltanto la zattera del polo laico, che qualcuno, dall'interno, vuole bipolare e altri addirittura tripolare: ma lo stesso ruolo della DC, che accetta di perdere ogni rendita di posizione.
L'alternativa, infatti, non è collegabile ad una negazione. Anticomunismo, conservazione di valori astratti, dighe ideologiche sono riferimenti passati, di per sé insufficienti a qualificare una politica di movimento in linea con la trasformazione.
L'alternativa è, invece, legata ad una proposta. Meglio, ad un complesso di risposte in positivo.
In questo senso, allora, essa ha un nesso diretto con la bipolarità. E la bipolarità di cui parliamo non trova riferimento in nessuna esperienza precedente. Non avremmo il senso della storia e ne saremmo fuori, se immaginassimo un riferimento al 1948, senza comprendere quanti cambiamenti l'Italia democratica ha conosciuto.

Gli equivoci sul bipolarismo.

Perciò non immaginiamo affatto una Democrazia Cristiana da una parte ed un Partito Comunista dall'altra, con ancoraggi ideologici rigidi, cm una diversa e distinta rappresentanza di interessi consolidati, con una prospettiva di lotta politica abbastanza definita e con partiti intermedi ridotti ad una condizione più o meno di fiancheggiamento.
L'ha detto benissimo Pietro Scoppola: «Non si può, non si deve scambiare il bipolarismo per bipartitismo. Perché il sistema elettorale italiano non lo consente. Ma soprattutto perché nel bipolarismo di cui andiamo discutendo ognuno dei due poli non è un partito, ma necessariamente una coalizione. Perciò i partiti socialisti e laici non solo esistono ed esprimono tradizioni culturali ben radicate nella nostra storia, che nessuno contesta, ma assumono un ruolo decisivo».
Il ruolo di alternativa del Partito Comunista non è determinato da un'assegnazione nostra, come se la Democrazia Cristiana riconoscesse solo al PCI la possibilità di gestire l'alternativa. Anche questo non è stato mai detto. Piuttosto è vera un'altra cosa: e cioè che la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista hanno dichiarato posizioni alternative nella gestione del potere, pur avendo disegnato reciprocamente uno spazio di concorso democratico che, però, non li vede associati nella gestione dello stesso.

La peculiarità socialista.

Esiste certo una peculiarità del ruolo del PSI. Rispetto alla diffusa domanda di cambiamento, nell'ultima fase, è venuta crescendo una risposta, quella socialista, che si è posta dialetticamente in concorrenza con la DC e con il PCI, definiti vecchi, assumendo il PSI come «il» partito nuovo.
A questa posizione noi non abbiamo replicato contestando ai socialisti di occupare, con tale indicazione, tutto lo spazio politico del nuovo. Abbiamo risposto che ci sembrava fosse, questa, una risposta ad una esigenza giusta, ma con motivazioni di superficie: una risposta ancora interna alla diffusa tendenza al cambiamento, senza la consapevolezza di doverne prima interpretare meglio le ragioni e, poi, guidarlo.
Non abbiamo avuto difficoltà a considerare il PSI come una vera novità. Lo abbiamo riconosciuto anche nella piattaforma congressuale. Ma la novità non può ridursi ad ipotizzare alternanze tra riformisti e moderati. Francamente ciò sarebbe troppo poco e mistificatorio; potrebbe essere comodo per il PSI, ma sarebbe inutile per il paese. La questione è diversa. Presuppone e comporta un cambiamento dei partiti. Di tutti i partiti. Sono essi ad essere obbligati a ricercare una soluzione capace di garantire il processo evolutivo della democrazia in Italia, a cambiare. Ciò vale anche per la DC. Anzi, soprattutto per la DC.
Tutto il quadro politico è in qualche modo usurato. L'intero scenario tradizionale appare inadeguato a rappresentare il cambiamento in atto.
Perciò il nuovo non sta in chi se lo attribuisce, ma in chi lo promuove, innanzi tutto provvedendo al proprio rinnovamento.
I partiti vincono la scommessa col futuro, se si trasformano. Tutti i partiti vincono, se si trasformano. È nella trasformazione dei partiti che si risolve, insieme, il duplice problema della risposta di governo immediata e della costruzione dell'alternativa. All'interno della strategia dell'alternativa il PSI ha, invece, un ruolo fondamentale e singolare, che gli è consentito dalle scelte coraggiose compiute a Palermo.
La singolarità sta nel fatto che esso interpreta e guida le posizioni del mondo cosiddetto marxista liberato dagli schematismi dell'ideologia socialista proprio in conseguenza delle scelte riformiste adottate; e perciò si colloca, oggi, in alleanza di governo con la DC, ma domani in una prospettiva di alternativa.
Quello che non è possibile e che risulterebbe ambiguo e destabilizzante è che le due cose coincidano temporalmente. In questa duplice collocazione che ne fa oggi, e per un tempo non breve, un indispensabile alleato di governo e ne può fare domani un punto di riferimento dell'alternativa, solo che ne abbia la capacità e la determinazione, sta il ruolo originale e strategico del PSI. Un ruolo tuttavia che non è nel limbo, ma richiede una scelta, di qua o di là del versante dell'alternativa. Questo vale per il Partito Socialista Italiano come può valere per altri partiti.
In questo senso abbiamo affermato che non esiste una terza alternativa o un terzo polo.
In questa società trasformata, dove è necessario compiere, contemporaneamente una operazione di ricostituzione del potere e dimostrare una capacità di guida, tutti i partiti dunque — e la Democrazia Cristiana, forza popolare e democratica, per prima — devono compiere un parallelo sforzo di adeguamento.
Per quanto ci concerne, il cambiamento non è dato soltanto da un puro ritorno alla tradizione, alle origini della Democrazia Cristiana, ma è qualificato dall'adesione a questo atto coraggioso di ricerca di capacità di governo e insieme di indicazione di soluzioni alle altre forze che con la Democrazia Cristiana vogliono misurarsi per il raggiungimento del medesimo obiettivo. In libera competizione, per le culture diverse che hanno, per i ruoli distinti che esse svolgono, per gli interessi propri che rappresentano.
Con il fine di una unità che non è, però, assorbimento o creazione di un rapporto subalterno di forze minori ad una forza principale.

I partiti di democrazia laica e socialista.

Abbiamo una lunga storia di rispetto e di solidarietà con i partiti di democrazia laica e socialista.
Al PRI ci lega una tradizione di rapporti fecondi che hanno sempre caratterizzato le stagioni più significative della vita democratica del paese.
Una lunga collaborazione ci lega al PSDI che, oltre al merito storico indiscutibile di aver anticipato le scelte riformiste ed occidentali del socialismo, ha svolto e svolge una funzione di tenuta e di arricchimento della democrazia.
La stessa funzione, per altri versi, svolge il PLI, la cui grande tradizione culturale è, in qualche modo, tanta parte del comune sentire.
Abbiamo sempre riconosciuto al PSI un ruolo determinante e siamo, come ho già avuto modo di dire in una intervista, non solo non indifferenti ma attenti e rispettosi delle sue esigenze strategiche.
Anche le polemiche degli ultimi tempi che, dobbiamo dirlo con franchezza, sono spesso apparse pretestuose e sorprendenti per l'assenza di qualsiasi sforzo di comprendere e di confrontarsi su un tema che è reale, da parte di alcuni esponenti del PSDI e da parte del PSI, non scalfiscono né attenuano il nostro apprezzamento del ruolo di questi partiti e del senso di responsabilità che ha caratterizzato, anche di recente, il comportamento dei rispettivi leaders.
Mentre diciamo queste cose, e proprio perché ne siamo convinti, dobbiamo chiedere a queste forze politiche, come chiediamo a noi stessi, se veramente è pensabile che si possa raccogliere in profondità la domanda di cambiamento che è nel paese, che si possa cioè affrontare e risolvere la grave crisi politica che viviamo, solo ipotizzando statiche geometrie, scomposizioni e aggregazioni di vecchi addendi, semplici redistribuzioni di consensi e di potere.
Noi pensiamo di no.
Pensiamo, come ho detto, che tutti i partiti debbano impegnarsi in un profondo processo di rinnovamento. Rinunciando a qualsiasi rendita di posizione, a qualsiasi comoda nicchia magari di aristocratico isolamento, ai facili nominalismi ed etichette, alle risposte costruite ancora in termini di puro schieramento.
Alla fine di questo processo e nel suo svolgersi non esisteranno più, probabilmente, i partiti come sono ora.
Emergerà in qualche modo un nuovo assetto. Ed il compito comune, arduo ma anche esaltante, dei partiti di democrazia laica e socialista e della DC è di assicurare insieme la governabilità del presente, la gestione del quotidiano e la costruzione, attraverso questo grande processo di sfida a se stessi e agli altri, del futuro.
Ad attivare questo processo c'è bisogno del contributo e della capacità di elaborazione di ciascuno.

Le nuove regole.

La società che si è trasformata ha prodotto nuovi squilibri e una nuova domanda di ordine. Tradizionalmente, la risposta alla richiesta di ordine è stata data o in termini ideologici o in termini puramente economici, come la risultante o di scontri o di equilibri di interessi.
Il disordine è caratterizzato arche dalla accentuazione di fenomeni come la mafia e la camorra, che rischiano di diventare una sorta di western all'italiana, una vera scuola di devianza per i giovani, mossi dal bisogno, attratti dal facile arricchimento e dal fascino della forza e della violenza incontrastata.
Ci sentiamo, in proposito, vicini e senza riserve alle coraggiose denunce delle chiese locali e avvertiamo il dovere di incidere con rigorosa determinazione e di rendere sempre più trasparente l'azione dei pubblici poteri e del partito chiamando a raccolta tutte le energie umane ed intellettuali disponibili.
Questa nostra società esige, dunque, nuove regole. Esige un nuovo potere. Esige nuovi meccanismi di amministrazione degli interessi, garantendo gli spazi di libertà delle persone.
E' questa la nuova statualità che, insieme a nuove regole, sollecita un comportamento diverso da parte dei partiti, che debbono riqualificarsi come strumenti di interpretazione dei bisogni e non come strumenti di occupazione nella gestione del potere.
Certo dobbiamo dire con chiarezza alla pubblica opinione, troppo spesso attivata emotivamente da pur comprensibili campagne di stampa, che la costruzione di nuove regole e di nuovi comportamenti non si improvvisa. Essa nasce all'interno di un processo difficile, che deve gradualmente vincere abitudini antiche, condizionamenti oggettivi, vischiosità e pigrizie consolidate.
In questo processo chiediamo di essere aiutati e non attesi al varco del primo intoppo, della prima difficoltà per gridare subito la propria delusione, scoraggiando così lo stesso sforzo intrapreso e vanificando la speranza di rinnovamento. D'altra parte le nuove regole non possono nemmeno essere confuse con l'emozione facile che rischia di inventare nuove mitologie e costruire nuovi feticci.
Non è affatto vero e non sarebbe razionale, ad esempio, immaginare che titolati di competenza professionalità e prestigio per l'esercizio di importanti incarichi siano solo i cosiddetti tecnici, né ritenere necessariamente privi di questi requisiti i politici. C'è anzi un'esigenza di osmosi tra politica e società civile che andrebbe raccolta: per cui così come è giusto richiamare alla politica esperienze maturate all'interno della società, nell'impresa, nel sindacato o nel mondo della cultura, così può essere giusto anche il processo inverso. Non possiamo accettare una sorta di ghettizzazione del mondo politico.
Il nodo del problema sta altrove. Sta nel garantire l'autonomia istituzionale del governo e di ogni amministrazione esaltando la funzione di controllo del parlamento e sta nel garantire l'autonomia gestionale del manager esaltando anche qui, di converso, il potere di controllo delle forze politiche.
Su queste cose dovremmo avviare, e presto, un chiaro confronto sia all'interno della maggioranza sia nei riguardi dell'opposizione.

Uscire dalle vecchie logiche.

La Democrazia Cristiana intende operare il proprio rinnovamento, ricercando una soluzione e sollecitando alle altre forze una comune ricerca ed un comune lavoro di crescita democratica. In questo sforzo si attua la parità delle forze, che tuttavia non è e non può essere un'alterazione del principio democratico, per cui le forze più grosse contano quanto le forze minori. Il nuovo principio è un altro, e cioè che la forza, il ruolo politico, non si misura nella quantità di potere che si occupa.
Il ruolo politico è nella capacità di rappresentanza degli interessi che una forza politica ha. Di qua non l'indifferenza, ma la minore rilevanza della quantità di potere occupato. In questo senso immaginiamo di dare una risposta, non in termini di rottura di equilibri, bensì in termini di organizzazione di nuovi, alla domanda che la pubblicistica ha esemplificato con l'invito ai partiti a ritirarsi dall'occupazione delle istituzioni, quasi che le istituzioni non occupate dai partiti fossero poi occupate da categorie universali e non da persone in rappresentanza di interessi.
È vero, invece, che non si può e non si deve ridurre la governabilità a occupazione delle istituzioni o a distribuzione di rendite politiche riservate a questo o quel partito della maggioranza.
La governabilità è qualcosa di completamente diverso. È, come ci insegnava Aldo Moro, la capacità di dominare con intelligenza gli eventi, sapendo rischiare, ma avendo consapevolezza, oltre che dei rischi, della potenzialità positiva che è insita nella capacità di saper scrutare con razionalità il futuro.
Dobbiamo, quindi, puntare a questo. Dobbiamo scrutare il futuro e venirlo costruendo, consapevoli di tutti i rischi di una grande avventura che non ha, tuttavia, alternative.
Per quanto ci riguarda, sappiamo che non viviamo una qualsiasi esperienza politica, una condizione normale e tradizionale.
Quello che possiamo, quello che dobbiamo salvare è solo il nostro cuore antico, il nostro proprio ed originale patrimonio di partito di popolo, la nostra grande ispirazione ideale cristiana e democratica.
Il vero cambiamento non è mai una lacerazione o uno strappo ma appunto un processo, che dobbiamo però portare avanti con determinazione e coraggio.
Di questo, cari amici, io ho piena consapevolezza ed avverto tutti i limiti delle personali capacità ad assolvere i compiti di cui sono stato investito.
Perciò ho bisogno di comprensione ed aiuto fatto anche, ed anzi necessariamente, di critiche costruttive, di rilievi e di consigli.
Quello che non riuscirei a capire è che, in una fase così delicata e difficile, possano emergere tra di noi critiche pretestuose, divisioni artificiose, polemiche preconcette, che scoraggiano senza costruire, che insidiano senza indicare prospettive.
Può darsi che ci siano dati caratteriali che rendono difficile il dialogo o peggio nutrono le diffidenze e la divaricazione.
Ma io a volte temo che possa essere invece la difficoltà che ognuno di noi trova ad operare un vero cambiamento, anche interiore, per la forza di consolidate tendenze alle esplorazioni dietrologiche.
E invece l'imperativo che dobbiamo avvertire è prima di tutto di dimettere il retaggio delle vecchie cose.
Non c'è più spazio di ripresa e di rilancio del partito all'interno delle vecchie logiche: tutte le migliori energie debbono ritrovarsi e convergere nel comune sforzo.
Dobbiamo adesso attuare l'impegno assunto per un nuovo grande confronto con il mondo esterno, sia attraverso l'apposita assemblea, sia attraverso le programmate iniziative sui temi istituzionali e su «Perugia II».
Certo esiste un problema oggettivo, che ho già posto in direzione, e che riguarda il modo di meglio coordinare la novità dell'elezione diretta del segretario nazionale con le esigenze di collegialità.
Ma, prima di questo ed oltre questo, è essenziale lo spirito che muove la nostra azione, il clima morale del nostro lavoro, la comune capacità, insomma, di ritrovare la speranza, la tensione ideale, la fiducia reciproca; demolendo dentro noi stessi la sfiducia, lo scetticismo, o peggio il cinismo.
Io posso assicurarvi che tutto quello che ho detto o fatto (tutto quello che dico e faccio), è alla luce del sole: è quello che penso.
Non ci sono riserve, ambiguità, faziosità o manovre occulte.
Non c'è volontà di agire contro qualcuno o a favore di qualcun altro.
C'è solo la volontà e l'ambizione di servire quello che in coscienza ritengo l'interesse comune di contribuire, per quanto sta nelle mie capacità, alla ripresa del partito e al consolidamento della democrazia italiana.

On. Ciriaco De Mita
Consiglio Nazionale della DC
Roma, 11 febbraio 1983

(fonte: biblioteca Butini)


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