LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL GOVERNO DE MITA: REPLICA DI CIRIACO DE MITA ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 21 aprile 1988)

L'11 marzo 1988 il Governo Goria, il primo della X° legislatura, si dimette sulla questione del mantenimento in attività della centrale nucleare di Montalto di Castro. Il PSI disconosce la decisione del governo, e Giovanni Goria presenta le dimissioni. Peraltro, le difficoltà del suo governo erano già da qualche mese evidenti, con dimissioni date il 10 febbraio e ritirate a seguito di un voto di fiducia del Parlamento.
La trattativa tra i cinque partiti della maggioranza dura varie settimane, ed è il Segretario politico della DC, Ciriaco De Mita, a costituire il nuovo governo. Come Amintore Fanfani nel 1958, anche Ciriaco De Mita cumula la carica di Presidente del Consiglio con quella di Segretario politico della DC.
Dopo aver illustrato alla Camera dei Deputati le linee programmatiche del suo Governo il 19 aprile 1988, De Mita replica al dibattito il giorno 21 aprile 1988.

* * *

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare tutti, tutti i gruppi parlamentari, in maniera particolare il Presidente della Camera, per le cose dette in ricordo dell'amico Ruffilli.
Sono stato esortato da qualcuno, come Rodotà, a non essere condizionato nel dibattito da questo evento. Qualche altro, come Capanna, ha parlato di strumentalizzazione. Credo che anche su questo una riflessione limitata ai fatti probabilmente ci aiuta a capire di più.
L'opinione del Governo è che il terrorismo internazionale in questa fase fa crescere il rischio per il nostro paese, sapendo che tra le componenti di tale terrorismo vi sono anche ragioni legate a questioni politiche di grande rilievo, quali quelle che attengono alla difesa della identità di un popolo. Perciò, anche nel discorso introduttivo avevamo fatto riferimento a questo fenomeno e avevamo espresso la preoccupazione che l'aggravamento di queste tensioni non solo non aiutava a risolvere problemi, ma avrebbe esposto a rischio maggiore anche il nostro paese.
C'è una componente di terrorismo interno, più ridotta, certo non delle dimensioni del passato, ma non so se meno pericolosa che nel passato: non per la garanzia delle istituzioni, quanto per l'aumento di ferocia che l'accompagna. Da non tralasciare è un possibile intreccio tra terrorismo internazionale e terrorismo interno sul piano operativo.
Questa è la valutazione. Credo che tale valutazione faccia riferimento ai fatti.
In questa circostanza, come è stato detto, certo, ci troviamo in condizioni diverse. C'è una organizzazione dello Stato meglio attrezzata: e vorrei dire qui agli onorevoli parlamentari una parola di apprezzamento per quanto le forze di polizia hanno fatto e continuano a fare, per quanto esse hanno fatto soprattutto in questa circostanza.
Rispetto a questo fenomeno va data una risposta. Non accetto, non credo di poter condividere l 'indicazione di Mattioli quando ieri, ripetendo una cosa, questa sì davvero antica, ha fatto riferimento alla violenza nella società, quasi come legittimazione di una scelta di violenza nella politica. Credo che tutti noi abbiamo il dovere di conservare a questo paese il valore immodificabile della regola democratica, che è la condizione più sicura che garantisce l'evoluzione di una comunità: è la democrazia, e quindi la non violenza, la forza della persuasione, la condizione vera perché la libertà di un popolo cresca, perché la libertà della gente si arricchisca.
È solo questa considerazione che ci porta a sottolineare come una discussione (un po' ambigua) sul passato rischia di legittimare non chi è stato violento — sono storie personali tutte da conoscere — ma la violenza come sistema di lotta politica, che il Governo ha condannato e condanna, che esso deve condannare finché questo Governo garantisce la legalità democratica e repubblicana nel nostro paese! (Applausi al centro e dei deputati dei gruppi del PSI, liberale, del PRI e del PSDI).
Ed è la risposta, il rifiuto di questo metodo di lotta politica (cioè la scelta della violenza), che richiama l'importanza dell'unità civile non come scelta politica, ma come valore fondante di una comunità, come valore ideale intorno al quale una comunità si ritrova e cresce.

MARCO PANNELLA. Presidente, quella non è lotta politica, è crimine comune ! (Proteste al centro)

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. È comodo, onorevole Pannella, liquidare questi fenomeni con tale valutazione. Non credo che questa semplificazione ci aiuti a capire; non credo che questa semplificazione ci faccia uscire dalle difficoltà!
Un secondo ringraziamento va a tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito.
Un ringraziamento sincero, perché mi è parso di capire che la richiesta fatta da me, nell'introduzione, di «qualcosa in più» sia stata accolta dal Parlamento. Il «qualcosa in più» non era, non è un ammiccamento; non è un gioco di schieramenti; non è l'ipotesi di un doppio tavolo di cose ambigue. Il «qualcosa in più» era ed è il richiamo, prima allo stesso Governo e poi al Parlamento, di misurarsi sui problemi del paese e di confrontarsi in questa sede, al livello più alto, sulle risposte da dare ad essi. Il che non richiede concordia o comune opinione.
Facendo tale appello, il Governo ha immaginato di invitare tutti a liberarsi dagli schemi e dalle prevenzioni, e di far questo con un esame molto franco e molto sereno, con la consapevolezza del limite delle categorie culturali tradizionali, per impegnarci tutti in questo discorso franco e costruttivo.
L'accordo di programma non è qualcosa in meno o qualcosa in più. Esso è una risposta realistica per configurare una maggioranza, che è anche una maggioranza politica.
Sappiamo tutti che le politiche di coalizione (che io, onorevole Natta, non ritengo un fenomeno superato definitivamente nella storia politica del nostro paese), che le coalizioni che hanno accompagnato le grandi trasformazioni dell'Italia negli anni del dopoguerra sono andate in crisi dalla fine degli anni '60; credo anche per le grandi trasformazioni che hanno provocato. E un intreccio tra culture che si esauriscono e realtà nuove che nascono; ma è anche un intreccio — onorevole Natta — tra culture che, rispetto ai processi di trasformazione, rischiano di non essere più dentro la realtà.
La crisi del sistema politico nel nostro paese fa riferimento a questa complessità.
Ciò che io ho sempre ritenuto, e ritengo un errore è rispondere a queste difficoltà in termini di schieramento, immaginando che i grandi mutamenti non vi siano più, che lo scontro politico e sociale nel nostro paese sia quello di quarant'anni fa e che i partiti politici siano depositari di speranze o di responsabilità fuori dei processi storici.
Così non è. È questo intreccio mistificato che ha accompagnato sempre la politica dal 1968 in poi, tra analisi dei problemi ed indicazioni di schieramento che non ci hanno fatto uscire, e non ci fanno uscire, dalle difficoltà.
La transizione, onorevole Natta, non è un Governo in attesa di qualcosa. Non è così. In fondo alla transizione io non so quale forza politica in Italia sia in condizione di continuare a guidare la trasformazione: dipenderà dalla capacità dei partiti e dal loro modo di essere in rapporto ai problemi delle persone. Non ci aiuta più lo schieramento, non ci aiutano più le vecchie ideologie; le distinzioni che una volta consentivano di operare scelte di merito sui problemi (poiché venivano prima le distinzioni ideologiche) oggi non ci aiutano più.
Non a caso sulla complessità dei problemi abbiamo tutti un po' una schizofrenia. Se ne parliamo come fatti, constatiamo tutti che potremmo avere alcune valutazioni comuni; se le interpretiamo ideologicamente non solo non risolviamo i problemi, ma non ci comprendiamo più.
È di fronte a questa difficoltà ed in presenza di questa difficoltà, dovendo dar vita ad un Governo legittimato in questo ordine democratico-costituzionale, che noi abbiamo pensato di dar vita ad un Governo tra quelle forze che, onorevole Gramaglia, per storia, cultura e tradizione, hanno avuto una stessa concezione o prevalentemente una concezione più prossima alla lotta politica e alla concezione delle istituzioni.
E' una descrizione, non è un valore; non è in campo una scelta di civiltà. Siamo in presenza di un processo di crescita dei valori all'interno della comunità e della necessità di dar risposte a questi problemi in maniera diversa. Perciò abbiamo dato vita a questo Governo, non immaginando di resuscitare i morti; abbiamo dato vita a questo Governo partendo da un accordo di programma che è stato ritenuto buono da tutti coloro che lo hanno sottoscritto, almeno nelle intenzioni. E di questo sono convinto.
Vedremo poi come queste buone intenzioni si tradurranno in progetti operativi e sarà quello il momento in cui la discussione tra di noi potrà far riferimento, con più puntualità, a quanto si propone; allora, quel «qualcosa in più» che si chiede all'opposizione non è il desiderio di qualcosa in più, ma è una proposta alternativa di confronto che dia la possibilità di risolvere, salendo un gradino in più, il problema.
Ciò sarà certo difficile per tutti, ma questo è il compito di tutti. Perciò il coinvolgimento di tutti sulle questioni istituzionali non è una concessione fatta a qualcuno. Ho sentito a tale riguardo interpretazioni molto forzate, molto contraddittorie: voglio essere breve, ma se volessi fare un'analisi comparata tra i giudizi che sono stati espressi in quest'aula su tale indicazione — chi ha visto il monocolore democristiano, chi la centralità democristiana, chi l'incontro con i comunisti, chi infine il compromesso storico — dovrei dire che vi sono state troppe interpretazioni contraddittorie. E invece una cosa molto più semplice! Si tratta di rifare i meccanismi di Governo nel nostro paese. Quando parliamo di crisi politica, parliamo di inadeguatezza di meccanismi istituzionali, onorevole Pannella. E per far questo il coinvolgimento di tutte le forze politiche non è una concessione, ma un invito ad assumersi responsabilità. Altro che concessione e favore! È la sfida alle forze politiche, a tutte le forze politiche …

MARCO PANNELLA. Tutte, va bene.

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. Tutti saranno chiamati, poi vedremo chi e come su questi problemi sarà in condizione di fornire risposte adeguate (Applausi al centro). Le riforme istituzionali non sono dunque una «riformetta»; quello che abbiamo proposto è, a mio avviso, una risposta apparentemente modesta, ma credo molto seria.
Con riferimento ad una iniziativa concreta assunta dal partito socialista (dopo tanto discutere in questi anni di riforme istituzionali), devo dire che essa portò all'ipotesi di accordo tra le varie forze politiche sulla realizzazione, come avvio del processo, delle seguenti riforme.
Innanzitutto la riforma del bicameralismo che, onorevoli colleghi, è un problema aperto da quando è stata fatta la Costituzione. Voglio dire all'onorevole Rodotà, che è stato così diligente, attento e generoso nel suo intervento, che una delle mie prime esercitazioni, ai tempi in cui ero studente all'università, fu proprio sulla ripetitività del bicameralismo. Questo accadeva nel 1949, cioè non appena fu fatta la Costituzione.
Tutti gli studiosi spiegavano sin da allora che il sistema bicamerale rischiava di essere ripetitivo perché le differenze previste (elettorato attivo e passivo, sistema elettorale con collegio uninominale ma distribuzione proporzionale) in realtà riproducevano i due rami del Parlamento in maniera quasi identica.
L'altra questione era quella della stabilità del Governo, un problema che ci siamo portati avanti per quarant'anni e che oggi emerge in tutte le sue difficoltà, non solo istituzionali ma anche politiche.
Altri temi sono il riordino dei poteri delle autonomie locali e la legge sulla Presidenza del Consiglio, con riferimento anche alla modifica dei regolamenti parlamentari. Tale problema infatti non si esaurisce solo nella questione del voto segreto o del voto palese, ma investe i regolamenti parlamentari nel loro complesso. Al riguardo vi è un accordo tra tutti; se non fosse intervenuta la crisi questo lavoro sarebbe stato già avviato. Un accordo c'era e resta, e il Governo lo assume così come era: il Senato chiamato a impegnarsi sulla riforma del Parlamento, la Camera sul riordino dei poteri locali e, contemporaneamente, le Giunte per il regolamento impegnate sulla modifica dei regolamenti.
In merito alla modifica dei regolamenti parlamentari sono state dette molte cose, alcune delle quali, mi sia consentito, appaiono eccessive e altre inutili. Un po' da parte di tutti (e questo potrebbe addirittura preoccupare) si è teorizzata una sorta di semilibertà nel nostro paese, come se in Italia i gruppi parlamentari e i partiti politici esercitassero una forma di limitazione della libertà degli associati e dei candidati, in maniera tale che noi potremmo uscire da queste difficoltà solo attraverso il voto segreto.
Una descrizione del genere mi convince poco, perché c'è questa contraddizione in tutti: si chiede un maggior potere delle persone e poi si rivendica un minor controllo delle stesse. Le due cose non si tengono insieme.
La limitazione del voto segreto alle questioni che attengono alle persone o ai diritti di libertà è stata utilizzata nell'accordo di programma, collega Rodotà, in riferimento al titolo I della Costituzione per evitare che la dizione «diritto di libertà» in generale sconfinasse su tutte le questioni.
I regolamenti, però, vanno modificati soprattutto per un'altra ragione: perché le Assemblee devono essere in condizione di funzionare. In tutti i parlamenti del mondo il lavoro è organizzato dalle maggioranze; le minoranze debbono aver garantito il diritto al controllo e alla loro presenza all'interno dei lavori. La prima cosa da fare è recuperare la possibilità che il Governo sia messo in condizione di realizzare il programma sul quale ha ottenuto la fiducia e il Parlamento possa lavorare in rapporto ai provvedimenti che il Governo presenta.
Se affronteremo insieme tali questioni con lo spirito con il quale si era arrivati all'accordo fra i partiti dei mesi scorsi (e avevamo anche immaginato che queste fossero le riforme da farsi nell'anno 1988, non nella legislatura), io credo che non risolveremo tutte le questioni aperte, però risponderemmo al problema primo : sarebbe infatti difficile immaginare di far riforme se il Parlamento non funziona, di far riforme se il potere di interdizione fa sì che qualunque provvedimento possa essere rinviato senza che la decisione vi sia.
Questa è la proposta del Governo, che non è una «riformetta»! Questo è l'avvio di un processo riformatore!
Mi è stato rimproverato dall'onorevole Servello di aver detto che noi vogliamo conservare il valore della Costituzione. Ed è così; è così! Forse la differenza sta qua …

FRANCESCO SERVELLO. Quale?

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. Noi siamo convinti che il valore della Costituzione va conservato e tutelato non solo per le libertà che garantisce, ma anche per gli ideali cui fa riferimento. È difficile immaginare che nella storia dei popoli, come nella storia delle persone, avvenimenti e fatti non abbiano rilievo tale da segnare poi il valore politico che aggrega una comunità.
Ciò che va cambiata è la parte organizzativa, sono gli strumenti che l'ordinamento aveva immaginato (e per la verità, alcuni non li aveva neppure immaginati) per garantire l'amministrazione concreta della libertà all'interno di una comunità.
Noi vogliamo conservare la democrazia pluralista; noi vogliamo conservare la democrazia delle autonomie; noi vogliamo conservare la democrazia rappresentativa come valore fondante della Repubblica nel nostro paese.
La parte che è andata in crisi, onorevoli colleghi, riguarda il tipo di organizzazione che questo paese si è dato per garantire la tutela dei nuovi diritti che con le lotte politiche sono maturati in questi quarant'anni.
E su questo c'è ancora un equivoco, onorevole Natta! Nel suo intervento fa ancora riferimento al rischio che la modifica di questi meccanismi possa mettere in discussione la garanzia del diritto.

ALESSANDRO NATTA. No, no! Adesso è in discussione!

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. Ciò che non funziona è l'organizzazione delle prestazioni ed è inutile parlare di risanamento delle spesa pubblica, di moralità nella gestione della cosa pubblica se noi non interveniamo su questi meccanismi che non funzionano portandoli all'efficienza. Perciò il risanamento è la continuazione della politica di adeguamento istituzionale e non è solo un'opera di ragioneria, onorevole Russo Spena. Il suo intervento mi è sembrato gentile, affettuoso, ma anche molto arcaico, stamattina, fino a teorizzare l'autarchia quando teme l'internazionalizzazione dei processi economici come rischio. Mi ha ricordato tanto, nella sua ingenuità e nella sua buona fede (vede come ricambio i complimenti?), la conservazione di una condizione civile che in realtà non c 'è più. Ed è singolare che tale critica venga da un deputato, il solo, che in questa Camera ha rivendicato il riferimento agli schieramenti e non ai problemi. Da un collega che, dal punto di vista degli schieramenti, si era posto il problema di dominare le trasformazioni.
Con il suo intervento di questa mattina mi ha dato la netta sensazione di aver paura delle trasformazioni e di ritenere che la lotta politica si giochi più guardando indietro che guardando avanti.
Il risanamento non è un'opera di ingegneria …

FRANCO PIRO. Ma questo è a favore di Capanna!

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. … Il risanamento è la condizione per la continuità dello sviluppo.
Pertanto la politica di risanamento, che costituisce una proposta molto organica, molto documentata anche nelle sue indicazioni generali, che cosa presuppone? Innanzitutto una manovra di rientro dall'indebitamento, collocata nel tempo e quindi limitata, non destinata ad esaurirsi all'infinito, ma con la consapevolezza, onorevoli colleghi, che muoversi solo in questa direzione non basta se, contemporaneamente, non diamo mano alla modifica dei meccanismi di spesa.
Per tali motivi la seconda manovra, insieme al programma di risanamento che il Governo presenterà alla data del 30 maggio, fa riferimento alla modifica dei meccanismi della spesa, in relazione alle questioni che si ritengono di maggiore rilievo: la scuola, la sanità, la previdenza ed il trasferimento agli enti locali.
La riforma della pubblica amministrazione costituisce l'ulteriore condizione perché la manovra del risanamento affronti la complessità delle questioni. Abbiamo pertanto formulato questa indicazione come condizione per prepararci alla realizzazione del mercato unico europeo.
Onorevole Calderisi, voglio rassicurarla facendole presente che tale indicazione del Governo non parte — anzi, è una conseguenza — ma non parte dalla preoccupazione di questo adempimento. Il 1992 o, se vuole, un'attenzione maggiore ai processi di integrazione europea partono da una considerazione diversa.
Il processo di distensione che si è aperto e cresce nel mondo, e che ci auguriamo non si arresti, porrà all'Europa la necessità di assumere un ruolo diverso all'interno delle relazioni internazionali.
Poniamo qua le questioni militari, le questioni di una politica militare comune per l'Europa, come anche quelle di una politica estera comune per l'Europa, perché se rimanessimo inerti rispetto a questa urgenza, il processo di integrazione europea rischierebbe di fare dei passi indietro, anziché dei passi avanti.
Tutte le politiche conseguenti alla realizzazione di questo obiettivo sono pertanto strumentali a tale adempimento, ma la ragione che le muove è la ragione forte che lei, onorevole Calderisi, ha indicato prima.
Questo è il disegno programmatore e riformatore del Governo. E' un insieme di obiettivi, ma anche una indicazione di processi, che non potranno realizzarsi se su di essi le forze politiche e le forze sociali del paese non si impegneranno.
La linea del Governo non fa riferimento alla virtù salvifica delle leggi. Negli interventi ho sentito dire: «ma nella proposta non è detto cosa accadrà …» «Quale sarà il risultato»? Ci siamo troppo alimentati di questa cultura sbagliata! Abbiamo alimentato troppo a lungo l'illusione che caricare una proposta di legge di un obiettivo, anche se alto, fosse sufficiente a farci risolvere i problemi.
Vorrei che questo Parlamento recuperasse, come questo Governo, una concezione più realistica, più vera della politica. Compito della politica …

MAURO MELLINI. … è la legge!

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. … Compito della politica è creare le condizioni perché i problemi possano essere risolti.
In questo contesto, io ho parlato di alternativa tra chi immagina che una società libera contenga in sé le condizioni, onorevole Lanzinger, per poter crescere speditamente e in maniera più veloce e chi, invece, ritiene (ma non crede che ci sia una alternativa) che vi sia bisogno di una regola. La regola è la politica, che organizza la convivenza e le condizioni che consentano alla convivenza stessa di essere la più vivibile possibile, per usare un termine che probabilmente è a lei caro.
Io credo, pertanto, che questo disegno possa essere considerato dal Parlamento come l'avvio di un processo diverso. La novità di cui si vuoi fare carico questo Governo non è immaginare schieramenti non dichiarati o schieramenti da realizzare, ma è costringere tutti a misurarsi con i problemi di questo paese, attraverso un sistema diverso. Il rapporto che il Governo vuole avere con il Parlamento non è di condiscendenza. Il Governo vuole avere un rapporto con il Parlamento perché qui, in questa sede, ogni forza politica si misuri sui problemi, li introduca al proprio interno, e così facendo crei spazio diverso di relazioni con altri, per organizzare, per dar vita a solidarietà diverse, probabilmente più forti di questa, per garantire la continuità di crescita della vita democratica nel nostro paese.
Voglio ringraziare in maniera particolare i leaders della maggioranza che hanno voluto confortarmi con le loro dichiarazioni di voto favorevole. Ringrazio l'onorevole Craxi per aver fatto una precisazione di fondo sulla coalizione. Egli ha detto: «Noi sottolineiamo l 'importanza del programma non per introdurre una artificiosa separazione fra programma e politica. Il programma contiene una politica, un insieme di indirizzi politici, determina l'esigenza di una solidarietà politica». Ciò è — espresso in maniera migliore — quanto avevo cercato di descrivere, narrando dello sforzo costruttivo per il nuovo Governo e per la nuova coalizione.
Devo anche concordare con il suo severo monito espresso con le parole: «Una legislatura che si mostrasse incapace di realizzare quest'opera, non riuscendo a percorrere con sicurezza il tracciato proposto, si condannerebbe da sola all'impotenza. Una maggioranza che non si mostrasse capace di assolvere gli impegni che assume con questi significativi programmi si condannerebbe alla crisi e alla dissoluzione».
Ringrazio anche l'onorevole Craxi per la sua franca dichiarazione di non voler firmare cambiali in bianco a nessuno. È proprio quello che pensa, senza illusioni, il Governo che non vuole firmare cambiali in bianco neppure a se stesso! Non è più il tempo dei fidi e delle attese ma è il tempo dei pagamenti e delle impazienze nell'operare, fatta salva l'umana pazienza che ci deve sorreggere nelle difficoltà. E proprio per questo che, onorevole Craxi, speriamo in quel periodo di stabilità politica necessaria per realizzare riforme ed interventi.
Ringrazio l'onorevole La Malfa che ha colto il senso della operazione politica che abbiamo compiuto in comune, quando ha detto che i repubblicani non ritengono che la formazione di un Governo possa o debba bloccare la possibile ed ulteriore evoluzione del quadro politico. E vero, un Governo inefficiente, incapace di fronteggiare i problemi del paese, renderebbe tutto più difficile — oggi come domani — le alleanze attuali e quelle future. All'onorevole Scotti desidero rivolgere un ringraziamento per l'interpretazione larga e acuta che ha voluto dare all'impegno nostro al Governo.
All'onorevole Altissimo va un ringraziamento per aver indicato il cuore del nostro programma e il senso intimo della nostra coalizione.
La sfida che il sistema politico deve ora saper raccogliere è quella di inseguire e di avvicinare la società civile che, malgrado la disattenzione, i ritardi culturali e i tempi morti della politica, continua a progredire e si aspetta anche dal «palazzo» segnali precisi di modernizzazione.
Ringrazio l'onorevole Caria per aver ribadito, a nome del gruppo socialdemocratico, una delle grandi priorità del nostro programma: il Mezzogiorno.
Un ringraziamento anche all'onorevole Fumagalli, assicurandole che il problema della legge elettorale non fa parte degli accordi di Governo. Noi con molta lealtà abbiamo affermato che su questo problema l 'accordo tra i partiti della maggioranza non c'è e su questo il Governo non avanzerà proposte e non è impegnato a realizzarle.
Per quanto riguarda la difesa della vita ed il suo valore, le assicuro l'impegno costante ed attivo del Governo per una corretta attuazione della legge n. 194.
Un capitolo a sé è rappresentato dai problemi delle regioni a statuto speciale.
Molte delle indicazioni specifiche emerse al riguardo sono infatti da accogliere. Interlocutore diretto in questa materia sarà, presso la Presidenza del Consiglio, il ministro delle regioni, al quale è affidato il compito di un raccordo con il Governo nel suo complesso.
Vorrei ricordare che già nel corso delle trattative mi venne consegnato dal senatore Dujany e dall'onorevole Craveri un esauriente promemoria sulle questioni riguardanti la Valle d'Aosta. Dissi in quella occasione — e lo confermo qui — che le modifiche e l'attuazione completa dello statuto saranno oggetto di un preciso impegno del Governo. Ciò vale anche per le altre questioni sollevate; da quella dell'informazione a quella dei servizi, delle opere pubbliche e del sostegno al turismo.
Per il Trentino-Alto Adige, il Governo ribadisce la decisione di realizzare nei tempi più stretti la piena ed integrale attuazione degli accordi presi in base al «pacchetto». Vorrei invitare l'onorevole Ebner, che ringrazio per il suo intervento, ad apprezzare nel suo valore l'intendimento del Governo, che fin dai prossimi giorni diventerà concreto, passando anche attraverso il confronto parlamentare e ricercando un dialogo diretto. Così, per il Friuli-Venezia Giulia, si tratta adesso di passare alla fase di attuazione degli strumenti per favorire la cooperazione internazionale nelle zone di confine. sostenendone in modo adeguato le condizioni economico-sociali.
Per quanto riguarda la Sardegna, vorrei dire all'onorevole Columbu, che ha colto con attenzione una analisi dei problemi e del significato stesso di un concetto di autonomia che condivido, che fa parte anche del patrimonio ideale della forza politica dalla quale provengo. Del resto, come ricorderà, ne parlammo insieme proprio in sede di trattativa. La riforma dello statuto ed il piano di sviluppo sono certamente strumenti necessari per la ripresa dell'isola ed un suo più compiuto inserimento nel paese e nella realtà europea.
Onorevoli colleghi, le opposizioni hanno dedicato al dibattito un insieme di considerazioni. Molto brevemente vorrei cercare di rispondere a tutti.
Negli interventi del Movimento sociale italiano che ho ascoltato — li ho ascoltati quasi tutti, chiedo scusa se non sono riuscito ad ascoltarli proprio tutti e quaranta — quelli svolti dai colleghi Rubinacci, Servello, Pazzaglia e Nania, mi è parso di aver colto, nelle loro affermazioni, una interpretazione un po' estranea alle intenzioni ed al programma di Governo.
Io registro una sola vera differenza: una concezione diversa sulla questione del riordino istituzionale. Credo, però, che essendoci la disponibilità delle forze politiche ed il richiamo del Governo affinché tutti concorrano e si misurino su questo problema, la discussione sulle proposte concrete sarà la sede giusta per confrontare le proposte e misurare il grado di convergenza o di divergenza.
I verdi ed i radicali appaiono un po' come coloro che son sospesi tra la maggioranza e l'opposizione.

FRANCESCO RUTELLI. Non siamo sospesi per niente!

PRESIDENTE. La prego onorevole Rutelli.

MARCO PANNELLA. Siete voi che siete sospesi!

CIRIACO DE MITA. Presidente del Consiglio dei ministri. Non interrompetemi prima che abbia espresso compiutamente il mio pensiero. Rischiate di farmi dire una cosa diversa.

GIAN CARLO PAJETTA. Le diamo quarant'anni di tempo.

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. Perché così poco, onorevole Pajetta?

GIAN CARLO PAJETTA. Quanti ne sono passati da quando lei si è accorto di certe cose.

PRESIDENTE. Onorevole Pajetta, la prego. Continui, onorevole Presidente del Consiglio.

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho detto così perché dalla discussione mi è parso di capire (vede, onorevole Pannella, come sono cauto: dico «mi è parso di capire» perché mi sforzo di capire e, se non capisco, correggo le mie impressioni) che l'onorevole Pannella (il quale mi ha attribuito una identificazione, che non ho, tra valori civili ed istituzioni; e colgo l'occasione per dire che quella teorizzazione impropria secondo cui qualsiasi cosa si dica, qualunque problema si affronti, dietro c'è sempre uno schieramento dichiarato o non confessato, rappresenta un modo di ragionare che dovremmo abbandonare) rispetto a questa maggioranza e, mi è parso di capire — non vorrei essere lusingato —, anche rispetto a questo Presidente del Consiglio, abbia fatto una sola annotazione forte, che induce poi il gruppo radicale a votargli contro: la mancata presenza di un radicale al Governo (Si ride — Applausi al centro).

MARCO PANNELLA. Ci sta donando un momento di ilarità, onorevole Presidente. La ringraziamo.

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. Se è così, ed io voglio augurarmi che sia così, onorevole Pannella, siccome questo ruolo lo si può recuperare nel dialogo parlamentare, voglio dire che noi dovremmo essere più prossimi ad uscire dalle difficoltà di quanto lei non immagini.
Nel merito delle questioni, voglio dire all'onorevole Mellini che, quando ho parlato di stato di malessere, non mi riferivo a nessuna delle cose che lui ha ipotizzato. Mi riferivo soltanto ad un disagio del rapporto tra le forze politiche relativamente ai problemi della giustizia nel momento in cui si è dovuta varare la legge sulla responsabilità civile dei magistrati, immaginando che, superato questo momento di tensione, il Parlamento sia in condizione di affrontare i problemi della giustizia, così come vengono indicati nel programma. Credo che questo sia uno dei punti più articolati e precisi del nostro programma, in grado di rispondere ai problemi aperti.
L'onorevole Mellini mi ha rimproverato anche perché nel programma abbiamo scritto «sentita l'associazione dei magistrati». Ritenevo che fosse cosa necessaria, infatti l'abbiamo scritto in rapporto alla decisione di elevare il numero dei magistrati, ad una nuova forma di selezione dei magistrati, ipotizzando la transizione con una forma straordinaria di reclutamento.
Commetteremmo un grave errore se immaginassimo di dar vita ad un corpo della magistratura distinto a metà tra due segmenti.
Credo che l'obiettivo, onorevole Mellini, non possa essere quello di ripetere l'errore dei magistrati. Anche se a volte l'associazione dei magistrati non ha la serenità necessaria per affrontare tali questioni, compito nostro, compito della politica è quello di riequilibrare un coordinamento …

MAURO MELLINI. Ma non di istituzionalizzare!

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. Non parlo di istituzionalizzare ma di riequilibrare la funzione distinta fra i poteri affinché lo Stato sia più efficiente e funzionante. Una controversia ed una contrapposizione fra i poteri indebolisce una volta l'uno e una volta l'altro. In questa direzione abbiamo fatto troppe esperienze amare per poterle ripetere.
All'onorevole Calderisi credo di aver risposto: la motivazione dell'impegno europeo è prevalentemente politica.
Ai verdi voglio dire che al prossimo vertice dei maggiori paesi industrializzati, insieme al Canada eleveremo quella dell'ambiente a questione di accordo internazionale, il che corrisponde, almeno nelle intenzioni, alla domanda del gruppo dei verdi di porre la questione relativa all'ambiente come problema centrale.
All'onorevole Mattioli ho detto già qualcosa, ma dovrei dirne ancora un'altra.

GIANNI MATTIOLI. Ho già chiesto la parola per fatto personale.

CIRIACO DE MITA, Presidente del Consiglio dei ministri. Non ci sono fatti personali esprimendo opinioni. Intendo dialogare molto cordialmente con tutti: almeno nelle mie intenzioni non c'è niente che possa toccare le persone.
Sulle scelte di politica estera del nostro paese credo sia doveroso e tranquillo, da parte del Governo, confermare le scelte internazionali e riterrei inopportuno in questo momento sollevare problemi quando su tale questione, dopo quarant'anni, la marcia di avvicinamento tra forze politiche diverse probabilmente è stata quella che ha fatto i maggiori passi in avanti.
Sul piano energetico c'è un problema sollevato anche dall'onorevole Scalia e dai radicali. Su questo tema, l'impegno del Governo nell'accordo riguarda la decisione di riconvertire la centrale di Montalto di Castro. Questa è la decisione. Per quanto riguarda il resto, l'accordo rinvia alla definizione del nuovo piano energetico. L'onorevole Scalia ha sottolineato che in questa discussione non sono stati forniti tutti gli elementi per una ipotesi di nuovo piano energetico.
Ma il Governo si è impegnato ad elaborare il nuovo piano energetico da presentare al Parlamento per la discussione e l'approvazione.
E vengo all'intervento dell'onorevole Natta. Non so. onorevole. se la contraddizione sia nel mio o nel suo ragionamento; probabilmente è da qualche parte, vediamo di individuarla. Non ho mai immaginato che la transizione, onorevole Natta, debba avere un approdo scontato. Lei ha detto che noi siamo in questa situazione per le politiche seguite, e probabilmente è così; ma c'è qualcosa che mi fa sorgere il dubbio. Se fosse così infatti l'opposizione oggi avrebbe vinto. Se uno sbaglia e l'altro indovina, vince chi indovina, non chi sbaglia.
Se noi abbiamo sempre sbagliato, se il risultato di questa difficoltà è rappresentato dalle politiche seguite dai governi, qualche dubbio, qualche preoccupazione che non sia proprio così dovrebbe esserci.
Mi pare del resto che questa preoccupazione voi l'avete; questa preoccupazione l'avete manifestata e su di essa vi state misurando. Diversamente le discussioni al vostro interno che rilievo avrebbero? Che significato avrebbero, se non la riconsiderazione che questo schema non ci aiuta a capire?
Il programma non è un elenco di cose inadeguate, ma è un insieme di indicazioni forti. Io ho dubbi, ho preoccupazioni circa la possibilità di realizzarlo, ma non ho dubbi sulla qualità della proposta che avanziamo.
In ogni caso, contrapponendo proposta a proposta, dialogando in Parlamento, avremo modo tutti insieme di verificare la bontà delle nostre proposte. Voglio raccogliere, invece, la disponibilità e l'impegno a misurarsi sul processo di adeguamento delle istituzioni perché convengo che questo è il modo per affrontare la crisi del sistema politico del nostro paese. In fondo a questo processo, che coinvolgerà tutti e probabilmente cambierà gran parte del modo di essere delle forze politiche, il libero gioco dell'alternanza nella gestione del potere per noi è un gioco aperto. Per noi, onorevole Natta, è un gioco così aperto che pensiamo ancora di poter concorrere a vincerlo.
L'onorevole Rodotà è stato generoso nell'accreditarmi un progetto molto forte; però poi è stato un po' sbrigativo nel liquidarlo con indicazioni che in realtà non ho inteso fare.
Il disegno che abbiamo immaginato non è quello di dare forza al Governo ed indebolire il Parlamento; il progetto è esattamente l'opposto: è rendere stabile il Governo perché il Parlamento possa essere libero e forte. Fino a quando il rapporto Governo-Parlamento è legato a una sorta di fiducia continua che il Parlamento deve dare per legittimare la stabilità dell'esecutivo, il libero gioco tra Parlamento, organo di controllo e di indirizzo, ed attività di Governo, attività di amministrazione rischia di essere paralizzato ed annebbiato.
Noi dobbiamo, recuperare questo gioco forte della politica.
All'onorevole Gramaglia vorrei aggiungere che mi è parso di cogliere qualche segno di intolleranza quando, con riferimento ai valori che la comunità vive, lei assume i suoi o quelli nei quali crede come i valori sui quali la società debba unificarsi. Questo è un errore dal punto di vista della concezione del pluralismo e di una società ricca. Ogni valore fonda la libertà e la tolleranza se consente all'altro di misurarsi non attraverso la forza e la coercizione della norma, ma attraverso la forza e la suggestione della persuasione. Una società libera, ricca, articolata, pluralista nel nostro paese deve arricchirsi di queste considerazioni e dar vita ad istituzioni che, garantendo valori diversi ed il pluralismo, rendano appunto forte e libera la società civile nel nostro paese.
Queste cose volevo dirvi, probabilmente in maniera troppo sintetica. Io non immagino che avremo quarant'anni di tempo; credo però che avremo qualche giorno di tempo per discutere di queste cose con grande serenità. Se mi consentite con lo stesso spirito, col grande senso di responsabilità che io ho registrato nel dibattito parlamentare in questa occasione. E di questo sono grato a tutti, e a chi mi conforterà con il proprio voto e a chi, dissentendo, mi stimolerà perché possa esercitare un'azione responsabile nell'interesse del paese (Applausi al centro e dei deputati dei gruppi del PSI, del PSDI, del PRI e liberale).

On. Ciriaco De Mita
Camera dei Deputati
Roma, 21 aprile 1988

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 21 aprile 1988)


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