LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VI° GOVERNO ANDREOTTI: REPLICA DI GIULIO ANDREOTTI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 30 luglio 1989)

Il pentapartito guidato da Ciriaco De Mita si dimette il 19 maggio 1989. Dopo due tentativi non riusciti (Spadolini, e lo stesso De Mita), l'incarico di costituire un nuovo governo è affidato a Giulio Andreotti
Il VI° Governo Andreotti è ancora un pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI), giura il 22 luglio 1989, e si presenta al Senato della Repubblica il 26 luglio per presentare le linee programmatiche.
Il 30 luglio, Andreotti replica al dibattito svolto alla Camera dei Deputati, prima di ricevere la fiducia.

* * *

GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, 44 deputati (19 venerdì e 25 ieri), in due giorni di intenso dibattito, hanno dato modo al Governo di raccogliere stati d'animo, proposte, integrazioni, critiche e quesiti che ci saranno molto utili nell'azione ministeriale che dovremo svolgere se la Camera esprimerà la sua fiducia come ha già fatto il Senato della Repubblica.
Ringrazio innanzi tutto tutti gli oratori, anche quello che non si dà da tanti anni pace — e non posso accontentarlo — per non poter leggere il mio necrologio. E ringrazio in particolare l'onorevole Rutelli per aver sottolineato la mia sopravvivenza, dopo il Governo del 1972, a molti personaggi di quel momento, oggi scomparsi dalla scena pubblica internazionale o dalla stessa esistenza terrena.
Certo il primo ringraziamento va ai rappresentanti dei cinque partiti della maggioranza, per i quali hanno preso la parola in modo molto impegnativo anche i segretari Altissimo, Craxi, Forlani e La Malfa, mentre per i socialdemocratici sono intervenuti gli onorevoli Caria e Ciampaglia, essendo il senatore Cariglia già intervenuto nell'altro ramo del Parlamento, al quale appartiene.
Il Governo si è formato sulla base di un accordo politico che andrà continuamente salvaguardato e, mi auguro, intensificato, anche perché non esiste tecnica di Governo che possa supplire alla mancanza di un collante, che non contrasta affatto con il legittimo proposito di ognuno di potere, un domani, accrescere il proprio peso o scegliere altra alleanza.
Ho sentito spesso in questi giorni dissertare, talora con una certa sufficienza, sulle caratteristiche di vecchiezza del nostro Governo. Sia consentito a me, che non dissimulo certo la mia età anagrafica e politica dire che sono fierissimo di appartenere a quelle generazioni e a quei partiti che hanno visto giusto fin dall'inizio i termini ineludibili della democrazia interna e di quella internazionale, consentendo ormai a tutti, o quasi, di dare quella garanzia di sicurezza delle libertà che per tanto tempo è mancata, per errate impostazioni sociali e politiche di fondo e per condizionamenti esterni, di cui oggi si cerca di scrollar di dosso la connessione, in un comprensibile tentativo di confondere l'ora per l'allora.
Che l'opposizione di sinistra si sia organizzata con modello governativo non dispiace certamente. Anche se non è giusto dimenticare che sempre colleghi competenti e laboriosi hanno impegnato i ministri — come dire? — veri, in dibattiti serrati e intransigenti. Ricordo bene, ad esempio, quando negli anni '50 ero in Commissione finanze, la dialettica costruttiva di Raffaelli e di Faletra. Non vi dispiaccia se certi vecchi, vivi o no, siamo noi a ricordarli.
Onorevole Ada Becchi, non ironizzo davvero sul «Governo» di cui lei fa parte: deve essere però chiaro che, sulle proposte che farete, le coperture di spesa devono essere effettive e non coperture-ombra!
Non entro in polemica con quanti hanno giudicato scarno e lacunoso il programma di Governo. Quello che a me sembrava importante, a parte l'espressa volontà di attuarli senza riserve, era il delineare contenuti e traguardi, lasciando ai ministri ed alle amministrazioni l'elaborazione dei testi da sottoporre in tempi brevi alle valutazioni del Parlamento.
Metodologie diverse, seguite altre volte, hanno fallito, anche se ad una prima impressione potevano sembrare suggestive.
Nè è fuor di luogo dire che, dinanzi ai problemi gravi cui dobbiamo far fronte, la verifica via via delle realizzazioni di quanto ci siamo ripromessi e reputiamo indispensabile costituisce la condizione, anche per me personalmente, per restare a questo posto.
Onorevole Occhetto, in un'intervista pubblica di due anni fa a Giampaolo Pansa, lei disse tra gli scroscianti applausi dei bolognesi (così informa l'Unità, che cito): «Vincere significa portare alla vittoria gli interessi del paese. Se vincere» — lei aggiunse — «è stare al Governo, allora è Andreotti il più gran vincitore». Spero di darle occasione, onorevole presidente Occhetto, di constatare che le due cose possono e debbono coesistere.
Vorrei riassumere le linee-guida del Governo, apprezzando lo stimolo di quanti hanno dato occasione di precisare meglio impostazioni ed obiettivi, non solo ora a conclusione del dibattito, ma lungo il corso del nostro lavoro. La discussione è stata davvero interessante e forse, se tutti i colleghi vi avessero assistito a tempo pieno, avremmo vissuto meglio un momento parlamentare così importante qual è quello della conferma del Governo. Non dedico troppo spazio alla politica estera, non certo per sottovalutarla ma perché non di rado abbiamo registrato in quest'aula e nella Commissione esteri crescenti convergenze, in presenza di un quadro mondiale a disegnare il quale l'Italia non ha mai fatto mancare il suo apporto. Vorrei ricordare il nostro ruolo nel biennio in cui abbiamo fatto parte del Consiglio di sicurezza dell'ONU (non solo per arrivare al «cessate il fuoco» tra Iraq e Iran) nonché l'impegno costante per la riconciliazione tra il mondo arabo e Israele, a favorire la quale abbiamo compreso nel programma, onorevole Masina, l'invito a cancellare quella offensiva equiparazione fra sionismo e razzismo, con un gesto che forse porterebbe finalmente la maggioranza degli israeliani a sedersi al tavolo con i palestinesi, come è giusto, urgente e importante anche per sbloccare il drammatico problema del Libano.
Ma in prima fila siamo stati e restiamo nei molteplici negoziati per il disarmo, riscuotendo attenzione e stima sia dagli alleati che dai paesi del patto di Varsavia.
La cura di mantenere o conquistare il dialogo con tutte le nazioni resta un orientamento cardine della diplomazia italiana.
Come pure rilevante è l'impegno verso i paesi in via di sviluppo, cooperando con un maggiore impegno di volontariato alla loro crescita e contribuendo ad alleggerirne i debiti.
All'America latina continueremo a fornire tutto il possibile sostegno per evitare ritorni indietro o ritardi nella conquista della democrazia.
Onorevoli colleghi, il riferimento all'Europa non è davvero un espediente per durare fino al 1992 né è un mero appuntamento mercantile o giuridico. Di qui il ribadito impegno ad onorare l'espressione popolare del 18 giugno scorso, sia attraverso gli 81 parlamentari italiani a Strasburgo sia in tutta l'attività dell'Italia nella Comunità.
Il nuovo presidente dell'assemblea sembrato prevedere per la IV legislatura le potenzialità costituenti degli eletti. Ora, su un piano formale, non pretendiamo certo che quello che è un proposito italiano di sollecitazione si consideri già acquisito Strasburgo. Riteniamo però che, senza un avvio sollecito alla crescita dei contenuti democratici del Parlamento europeo, senza che le dodici strutture rappresentative cedano ulteriori poteri a quella unificata, lo stesso discorso del mercato unico si appaleserebbe arduo e forse velleitario.
D'altra parte, il metterci in ordine con la normativa comune attraverso l'utilizzo degli strumenti esistenti e rimuovendo le inadempienze più volte censurate dalla Corte di giustizia, è attività cui non ci si può sottrarre. Anche l 'istituzione, alla Camera, di una apposita Commissione per gli affari europei, come già esiste al Senato, è da sollecitarsi.
E la prospettiva europea viene a toccare un po' tutti i settori, dalla scuola in ogni suo livello, all'istruzione ed all'orientamento professionale; dal rafforzamento delle strade ferrate al cabotaggio marittimo e fluviale; dalla riorganizzazione delle strutture di sostegno all'estero per le medie e le piccole imprese, alla razionalizzazione dell'agricoltura; dall'introduzione dell'insegnamento delle lingue durante il servizio militare di leva ad una armonizzazione delle regole sia del servizio che sui servizi sostitutivi (lo ricordo per gli onorevoli Tamino e Salvoldi).
Ma, più in generale, noi coltiviamo, onorevole Rodotà, i progetti per uno spazio giuridico e per uno spazio sociale europei, in quel quadro ancora più ampio dell'Europa dei cittadini ai quali, nel consiglio europeo di Milano, cercammo di dare un impulso, tuttora frenato dalla vischiosità ma sul quale continueremo a batterci, cercando di acquisire il consenso delle popolazioni, dal quale scaturirà quello così faticoso dei governi.
Ma ad altri settori non è davvero estraneo, e conferisce anzi una pressante urgenza, l'imminente appuntamento europeo: mi riferisco alla criminalità ed alle è evasioni fiscali.
So bene — ed è riecheggiato più volte anche in questo dibattito — che quando riconosciamo la gravità della situazione, l'enorme gravità esistente, si ha la tendenza non solo da parte dell'onorevole Russo Spena a caricare tutto sui partiti di Governo. Ma credo che nessuno possa davvero sentirsi immune da qualche responsabilità per azioni o per omissioni. In nessuno è mai mancato — io penso — il desiderio di migliorare la convivenza sociale, di renderla più sicura, di elevare il tono culturale e morale delle coscienze, di impedire che all'indubbia crescita italiana non corrispondesse uno sviluppo globale, fisico e psicologico, nelle persone e nell'ambiente.
Forse è impossibile ad un treno in continua corsa — e quale corsa! — apportare convenienti migliorie ed anche disporre la semplice manutenzione! Ma oggi la situazione è ad un punto di drammaticità tale che nessuna statistica di benessere e di elevati redditi medi può compensare il disonore e l'amarezza che arreca in alcune province lo scempio, noto ed ignoto, della legge.
Certo, l'aggressività assassina e corrodente di stampo mafioso in alcune regioni del sud e la barbara tracotanza dei rapitori di persone sono le pagine più clamorose di questo allarme. Ma vi è anche — ce lo hanno ricordato con competenza l'onorevole Biondi e l'onorevole Gargani — la cosiddetta microcriminalità, che disgrega i grandi centri, dove si propagano i taglieggiamenti, si moltiplicano scippi e rapine, si perde il controllo della normalità. L'onorevole Mellini ne ha parlato con molta efficacia, esponendo anche le sue riserve su quello che chiama il «pentipartito».
E' il momento, senza nulla togliere all'impegno e alla dedizione sin qui dispiegati da tutti i servitori dello Stato, ordinari e straordinari, di interrogarci su come fronteggiare l'emergenza criminosa. Il Governo che già nella prossima settimana interverrà su questa materia al Senato si ripromette di riunire al più presto il Comitato interministeriale della sicurezza, per un esame fino in fondo della congiuntura.
Onorevoli colleghi, in anni tragici riuscimmo senza mai ricorrere a leggi eccezionali, onorevole Guidetti Serra, ad averla vinta sull'assalto terrorista. E venimmo più volte in Parlamento a prendere forza per mantenerci nella piena legalità, mai indulgendo alle spinte di chi invocava il ricorso persino a pene che la nostra Costituzione ha ripudiato. Gestione coordinata dei pubblici poteri, coordinamento effettivo di tutte le forze dell'ordine: certo, è tradizionalmente difficile, onorevole Franchi, ma si impone.
A rendere oggi inquietante la situazione vi sono anche vicende polemiche e giudiziarie tra magistrati, alle quali ho fatto cenno, in termini doverosamente riservati, nel mio intervento iniziale. Anche oggi non mi è possibile aggiungere parola. Ma se, ad evitare lacerazioni irreparabili, dovesse rivelarsi necessario da parte del Parlamento nel quale si riassume la sovranità nazionale prendere delle iniziative, non ci sottrarremmo certamente al nostro dovere.
Per il momento, a quanti, pubblici amministratori, deplorano la cosiddetta latitanza dello Stato, ricordo che sono anch'essi lo Stato. E vorrei che i cittadini sentissero tutti l'impulso civico a schierarsi a viso aperto dalla parte della legge.
Le piccole frange mafiose nulla potranno se vi sarà davvero una mobilitazione civile contro di loro.
Onorevoli colleghi, il Mezzogiorno è stato ben presente in questi due giorni di impostazione del nuovo Governo. La precisa proposta di dedicare una parte del fondi dell'intervento a prendere di petto e a risolvere organicamente alcuni dei grandi problemi, a cominciare da quello primario dell'acqua, non ha trovato dissensi. Si è ben capito che non si vogliono contestare ruoli e competenze delle regioni, ma che soltanto con un disegno unitario, che, del resto, si riferisce a più aree, è possibile arrivare a dei risultati. La disoccupazione del sud è grave. A correggerla, in un settore qualificato, gioverà l 'iniziativa in corso del Consiglio nazionale delle ricerche per 36 centri collocati nelle varie regioni meridionali, in collegamento con le università e con appropriate attività produttive.
Ma è da un impulso generale agli investimenti, dall'individuazione tempestiva dei cosiddetti mestieri nuovi, dall'organizzazione di adeguati servizi avanzati anche in campo turistico e in quello agroturistico, da un forte disegno articolato e globale che dobbiamo partire per dare nuova e concreta speranza alla gioventù meridionale; quella gioventù meridionale, onorevole Reichlin, cui De Gasperi non solo consigliò di studiare per poter lavorare anche fuori, ma per la quale istituì la legge sul Mezzogiorno e la legislazione degli interventi. Preferisco ricordare quanto di De Gasperi disse Giorgio Amendola: «Un Presidente del Consiglio che in tre mesi fa elaborare una riforma agraria, la presenta e riesce a farla approvare, non lo riavremo più».
Dar lavoro ai giovani nel Mezzogiorno è oggi quanto mai urgente, anche per sottrarli, come ieri notava l'onorevole Napoli, alle spire della criminalità, che rischia di deturpare l'immagine naturale di ragazzi sani e patriotticamente ineccepibili.
Molti oratori hanno lamentato una insufficiente attuazione e valorizzazione delle autonomie, in una Repubblica della quale rappresentano l'intelaiatura statale.
Nella sessione che il Parlamento vi dedicherà dovremo soffermarci a fondo sul tema ed insieme portare a termine entro l'anno quel che ormai è ritenuto urgente, per far sì che le amministrazioni elette nella primavera prossima possano esplicare il loro mandato con minori difficoltà.
Nel frattempo, vi sono legittime attese delle regioni a statuto speciale della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto Adige, che gli onorevoli Caveri e Willeit hanno evocato e sulle quali il Governo assicura che porterà tutta la sua attenzione operativa.
Per quanto riguarda la Sardegna, ho ascoltato i preoccupanti accenti dei deputati sardi Rojch, Columbu e Sanna sulle esigenze dell'isola: di queste ultime mi faccio carico e, mentre sollecitiamo il Parlamento ad approvare il rifinanziamento del piano di rinascita, ritengo di coordinare personalmente i rapporti della Sardegna anche con le partecipazioni statali e con gli altri ministeri. Nei programmi delle maggiori partecipazioni statali per il quadriennio 1988-1991 alla Sardegna è riservato il 6,4 per cento degli investimenti ENI nel Mezzogiorno, il 20,4 dell'IRI e il 19,6 dell'EFIM.
Devo dire che, quando mi sono recato a Cagliari ai primi di giugno per le elezioni regionali, ho letto con interesse nel Corriere della Sera una dichiarazione del presidente Melis, che si esprimeva nei seguenti termini: «Abbiamo bloccato la disoccupazione. E' aumentata anche l'imprenditorialità: per una azienda che ha chiuso, ne sono nate sette». Ma sembra che si trattasse di un ottimismo auspicale.
Più di un collega ha parlato della famiglia e del suo valore che, lo ricordo, è codificato nella Carta costituzionale. La collega Faccio ha espresso la sua preoccupazione per la scarsa capacità formativa globale che sappiamo dare ai giovani.
La sensibilità per l'istituto familiare gioverà anche a dare più umana soluzione al problema degli anziani che, quando non sia impossibile, dobbiamo aiutare, con un complessivo reciproco effetto benefico, a rimanere nell'ambito della convivenza familiare.
Ai problemi della donna — mi rivolgo alle colleghe che hanno preso la parola — saranno dedicate le dovute attenzioni, più di quanto possa far pensare il ristretto numero di donne presenti nel Governo. La rigidità di un metodo partitico nel designare i ministri e i sottosegretari ha prodotto anche questo squilibrio.
Non ignoro — e la Commissione che esiste presso la Presidenza del Consiglio è lì per ricordarlo e per stimolare una politica concreta — la tematica di giuste rivendicazioni di diritti e di opportunità, che non attengono soltanto ai pur importanti problemi del lavoro e delle condizioni finanziarie ma vanno ben oltre.
La collega Cecchetto Coco ha chiesto, tra le altre cose, che sia prestata più attenzione ai consultori familiari, anche per la loro opera di formazione per prevenire il ricorso all'aborto. Mi sembra giusto che al dibattito non siano rimasti estranei problemi così incisivi, mentre dobbiamo preparare una riconsiderazione globale della politica sanitaria, perché troppo diffusa è l'insoddisfazione, anche se in modo molto differenziato nelle varie città italiane.
L'onorevole Calderisi e, dopo di lui, molti altri colleghi si sono soffermati a lungo sui problemi della droga. La Camera avrà presto l'occasione di occuparsene per arrivare finalmente ad approvare l'attesissima legge: io ho esposto il punto di vista su cui la coalizione governativa si è accordata. Obiettare che il sistema odierno presenta maglie talmente larghe da consentire comunque l'approvvigionamento libero dei narcotici non solo non contrasta ma rafforza l'opinione che occorra (certo nell'ambito di un contesto internazionale ed interno che sia educativo, preventivo e rieducativo, da curare ed organizzare molto meglio) fare molto di più per contrastare la diffusione delle droghe. Migliaia di famiglie sono ogni giorno messe in crisi da questo flagello, anche nei ceti più umili della popolazione, esposti pertanto a più forti tentazioni per procurarsi il denaro.
Nessuno si sogna di equiparare lo smarrito utilizzatore con i pirati del narcotraffico, ai quali oggi, con le più efficaci intese internazionali che abbiamo concluso e con le norme interne che spero approverete, possiamo dare l'attacco anche per confiscarne le fortune. Ma quando in tre anni i morti per droga sono saliti in Italia dai 288 del 1986 ai 709 del 1988 (e nel 1989 la situazione è ancora peggiore, perché a giugno siamo già arrivati a 408), allora non contano più i partiti né i Governi ed ognuno di noi deve fare appello soltanto alla ispirazione profonda della propria coscienza.
Onorevoli colleghi, noi esplicheremo un forte impegno nella lotta agli evasori, legione sempre nefasta ma ora avente una duplice e aggiuntiva potenzialità negativa.
Infatti, da un lato, sarebbe impossibile fare accettare i sacrifici che impone il riassorbimento di un debito pubblico ciclopico se permanesse la sensazione che vi sono ceti agevolati che sfuggono del tutto, o quasi del tutto, alle obbligazioni tributarie; d'altra parte, l'armonizzazione fiscale per consolidare l'Europa comunitaria ci impone di fare quello che avremmo dovuto compiere ugualmente ma che fin qui soltanto in parte siamo stati in grado di fare.
Con la dichiarazione integrativa per gli autonomi ci avviamo ad una possibile verità impositiva. E' un esperimento di grande significato. Ma dobbiamo prendere iniziative in tutti i comparti delle imposte dirette e di quelle indirette. Non ci mancano idee in proposito e consideriamo questo uno dei punti più qualificanti delle capacità del nostro Governo.
Onorevoli colleghi, la discussione sul Governo si è aperta con un appassionato discorso sull'ambiente del professor Mattioli, che è stato l'«alfa» di un alfabeto che ha avuto come «omega» ieri sera la collega Staller, con una sua dichiarazione di voto a favore del governo Occhetto.
Onorevole Mattioli, io condivido la tesi, che molti altri colleghi hanno ripreso, che l'ambiente non è «un» problema, ma «il» problema; anzi, è la cornice che deve inquadrare l'intera programmazione economica, che non può più mirare solo alla crescita quantitativa. La frase, da lei criticata, che occorre conciliare ambiente e progresso non è mia, è di uno dei leaders dei verdi francesi.
Perché non lo si è fatto prima? Forse l'ansia della ricostruzione e dell'industrializzazione ha prevalso su modelli razionali e coordinati. E dobbiamo anche dire che non vi era né da noi né altrove una diffusa maturazione culturale, tanto che quando io in una sede politica internazionale parlai di Peccei (ieri qui ricordato da Pannella), riscossi sorpresa e scarso interesse.
Dirò per incidens che questo deficit culturale lo si è risentito anche per quel che attiene al progetti urbanistici delle città italiane, sia per i centri storici che per le estensioni periferiche. Anche se lo dice con qualche risvolto paradossale, l'onorevole Zevi non ha torto. Come pure ha ragione quando elogia la Parigi del centro Pompidou, della piramide, del museo d'Orsay, dell'Opera Bastille, anche se vorrei vedere le proteste ed i blocchi se si progettasse qualche cosa di analogo in Roma.
Tuttavia la funzione di «Italia nostra», ricordata ieri dall'onorevole Ceruti, vale a correggere tendenze anarcoidi e propensione agli abusi di cui tutti soffriamo.
D'altra parte, lo spazio dedicato l'anno scorso all'ambiente nel vertice dei paesi industrializzati e quello ben più ampio di quest'anno a Parigi non hanno riscontro negli anni precedenti. Lo stesso si dica per il comunicato del recente Consiglio Atlantico. E da poco tempo la Banca mondiale condiziona i finanziamenti al Terzo mondo al rispetto della natura. Vorrei citare anche la significativa relazione ecologica del professor Pavan all'incontro ecumenico di Basilea. Credo che la soddisfazione maggiore per i cultori pionieristici dell'ambiente consista nel vedere che è ormai divenuto patrimonio comune di tutti i partiti, di Governi e di istituzioni internazionali.
Da parte nostra, saremo attentissimi in proposito. E per contribuire a quel necessario approfondimento scientifico che è urgente su molti punti — e che condivido — credo che gioverà anche il prossimo meeting internazionale degli scienziati ad Erice, ai quali nel recente passato abbiamo chiesto, ottenendolo, anche un prezioso contributo per i modelli di verifica per gli accordi di disarmo nucleare e di messa al bando delle armi chimiche. Le responsabilità e le potenzialità degli scienziati sono enormi. Il mondo politico deve sempre più convincersene e considerarli alleati preziosi nel riordino saggio e pacifico della convivenza umana. «Senza segreti e senza frontiere» è il motto affascinante per la collaborazione integrata della scienza andando verso il terzo millennio, altrimenti le scoperte potrebbero addirittura palesarsi nocive per la sopravvivenza del l'uomo.
Sul fronte interno occorre accelerare l'esame del piano energetico nazionale, necessario anche per una possibile contrazione dei consumi, razionalizzandoli meglio.
Nel 1988 abbiamo importato 30 miliardi di chilowattora, di cui 10 miliardi dalla Francia, di origine nucleare (che in Francia copre il 70 per cento della produzione). Rispetto all'anno precedente, si è avuto un incremento del 35 per cento. La spesa per questo acquisto di energia nell'ultimo anno è stata di circa 1 .500 miliardi di lire. Anche per questo l'ampio quadro delle opzioni energetiche va utilizzato al meglio, in una nazione che è così dipendente nel settore.
L'emergenza Adriatico — che va affrontata con un disegno organico e plurisettoriale, correggendo a monte ed in collegamento anche con le due repubbliche dell'altro versante le cause molteplici dell'inquinamento — ci richiama intanto ad una duplice considerazione: da un lato quando un problema non si individua e non si analizza tempestivamente, le conseguenze sono molto dannose ed il riparo e costoso e difficile. Ma vi è altresì l'ammonimento che, accanto ai programmi che si fanno, si è costretti a far fronte anche ad eventi calamitosi raramente prevedibili.
Non voglio entrare nella disputa tecnica sulle alghe, densa di contrapposte tesi esplicative, né voglio ricordare le descrizioni del mare sconvolto dalle alghe che fa Plinio per il Bosforo e Catullo per il mare di Nasso. Nell'Adriatico, comunque, al danno della natura si è certamente sommato quello degli uomini.
Onorevole Presidente, colleghi, il proposito — che ribadisco — di utilizzare soltanto in casi veramente eccezionali lo strumento della decretazione d'urgenza sarà reso tanto più evidente, onorevole d'Amato, quanto rapido sarà l'esame dei decreti che sono pendenti ed il cui rinnovo altrimenti si impone.
Avevamo sperato che con uno sforzo potesse esaurirsi il tutto prima dell'interruzione dei lavori. Si tratta comunque di una fase transitoria di sistemazioni, dopo la quale, in una cooperazione più marcata, potremo dimostrare che la speditezza può aversi anche con i meccanismi ordinari, fermo restando il proposito di perfezionarli e ristrutturarli.
Nel programma di Governo abbiamo inserito, onorevole Fini, quelle riforme su cui il consenso è già maturo. Questo non vuole affatto dire misconoscimento di riforme più ampie ed incisive, mentre ci sentiamo impegnati ad attuare quei punti ancora non sviluppati della Costituzione del 1948, utilizzando anche l'apporto del rinnovato Consiglio nazionale della economia e del lavoro, che con intuizione notevole i costituenti crearono ma di cui finora non si sono utilizzate le grandi potenzialità di studio e di mediazione intellettuale.
Vi sono anche aspetti particolari di chiarimento e di riforma emersi nel dibattito che ora si chiude.
L'onorevole Scalfaro ha riproposto ieri, con la sua adamantina sensibilità di vecchio parlamentare, il delicato problema della lettera e dello spirito della Costituzione in ordine alle procedure delle crisi ministeriali. E l'insoluto problema del centro decisionale che, di fatto, viene gestito dai partiti. Qual è allora — si è chiesto non a torto l'onorevole Scalfaro il ruolo del Presidente della Repubblica? E perché consultare anche ex Presidenti ed altri notabili, se si deve sottostare meccanica mente al dettato dei partiti? D'altra parte, i partiti ed i loro gruppi parlamentari se devono dare il loro determinante voto per l'investitura di un Governo, non possono essere relegati a ruoli subalterni.
Dal Quirinale si è chiesta una normativa ed occorre porvi mano, perché sui congegni costituzionali ogni incertezza può essere foriera di pericolose complicazioni.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, eravamo tutti ben consapevoli, formando il Governo che è dinanzi a voi, degli enormi problemi da risolvere. Condizione prioritaria per poterlo fare è non solo il voto di fiducia di oggi, ma un preciso impegno di affrontarli in una strettissima collaborazione tra il Parlamento e l'esecutivo. Ogni forza estranea, onorevole Franco Russo, non deve prevalere.
Non è qui il caso, né è il mio ruolo, di dissertare sulla consociazione e sulla contrapposizione. Io so che quando è qui che si confrontano tesi e metodologie, che sì ricercano risposte alle inquietudini ed alle aspirazioni del popolo che noi rappresentiamo, si può guardare senza trepidazione anche alle congiunture più difficili.
Riformiamo pure il Parlamento, onorevoli colleghi, ma lasciandolo sempre forte e determinante, al centro di tutta la vita della nazione. Nessuno mai abbia paura del confronto e del dialogo in quest'aula, della giusta soggezione alla volontà popolare da tutti noi rappresentata (Applausi dei deputati dei gruppi della DC, del PSI, del PRI, del PSDI e del PLI).

On. Giulio Andreotti
Camera dei Deputati
Roma, 30 luglio 1989

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di domenica 30 luglio 1989)


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