LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VI° GOVERNO ANDREOTTI: INTERVENTO DI ARNALDO FORLANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 28 luglio 1989)

Il pentapartito guidato da Ciriaco De Mita si dimette il 19 maggio 1989. Dopo due tentativi non riusciti (Spadolini, e lo stesso De Mita), l'incarico di costituire un nuovo governo è affidato a Giulio Andreotti
Il VI° Governo Andreotti è ancora un pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI), giura il 22 luglio 1989, e si presenta al Senato della Repubblica il 26 luglio per presentare le linee programmatiche.
Il 28 luglio, il Segretario politico della DC Arnaldo Forlani interviene nel dibattito sulla fiducia al Governo alla Camera dei Deputati.

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ARNALDO FORLANI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, la soluzione che i cinque partiti della maggioranza hanno dato alla crisi non ci fa dimenticare che in essa sono intervenuti sicuramente elementi di irrazionalità, polemiche talvolta artificiose, tendenze particolaristiche che non vanno sottovalutate né sbrigativamente rimosse.
Commetteremmo tuttavia un errore se, come capita ad alcuni osservatori, riducessimo il nostro orizzonte critico solo a questi fenomeni sovrastrutturali (non lo ha fatto certamente poco fa l'onorevole Craxi).
Anch'io penso che dobbiamo andare al di là della superficie delle cose ed utilizzare anche questi elementi per cogliere i dati strutturali e di lungo periodo che sono sottesi agli umori degli uomini.
In ogni passaggio di questa lunga crisi abbiamo avvertito, quasi fisicamente, la difficoltà dei partiti nel tenere sotto il controllo della ragione la situazione politica e nell'esercitare quel ruolo di sintesi che deve consentire alle forze politiche di mantenere un rapporto costruttivo e realistico con la società. Si è avuta la sensazione, talvolta, che potesse ritenersi esaurita o gravemente compromessa la funzione di amalgama e di integrazione che i partiti hanno esercitato per tanto tempo nella nostra comunità nazionale.
Noi abbiamo reagito, onorevoli colleghi, convinti che il rapporto tra i partiti e la società, e quindi tra i cittadini e le istituzioni, sia ancora solido, tale comunque da smentire certe previsioni catastrofiche. Ciò non toglie, tuttavia, che si debbano registrare grosse difficoltà nelle relazioni tra i partiti e nei rapporti tra questi ed una società profondamente cambiata.
La crisi e la caduta di ideologie legate a particolari fasi della storia e la tendenza a «omologare» i comportamenti dei cittadini dietro la spinta di modelli consumistici ripetitivi ed uniformi, hanno certamente indebolito la specificità e la caratterizzazione ideale e politica delle varie forze e delle diverse appartenenze ed hanno favorito ancora il diffondersi di collegamenti trasversali che, per un verso, non posseggono barriere ideologiche e politiche e che, per l'altro, riconducono le varie scelte centri di potere e di pressione che sfuggono ad ogni verifica e controllo democratico. Tutto ciò non può essere ignorato. Per reagire a queste tendenze e per evitare il rischio di ulteriori frammentazioni del corpo elettorale, da parte di singoli partiti che si richiamano a comuni matrici storiche e culturali, è stata avvertita con forza l'esigenza di avviare processi di aggregazione sia sul versante socialista riformista sia sul versante dei partiti che si riconoscono nella tradizione liberal-democratica.
Si tratta di un processo che può avere effetti positivi sul nostro sistema politico, non solo perché tende a semplificare ed a razionalizzare la rappresentanza popolare, ma anche perché può integrare maggiormente l'Italia in Europa, dove le tre grandi correnti, popolare cristiana, socialista riformista e liberal-democratica, mantengono una presenza diffusa e dominante. Ma si tratta anche di un processo delicato e rischioso perché esso non tollera accelerazioni artificiose e perché sollecita ambizioni egemoniche nei partiti che intendano guidarlo. Per rendersene conto è sufficiente d'altronde osservare, con occhio distaccato, i fermenti polemici e concorrenziali che si sono manifestati tra il partito socialista e il partito socialdemocratico, tra il partito comunista ed il partito socialista.
Analogo discorso può esser fatto sul versante dei partiti che si richiamano alla tradizione laica e liberal-democratica. Anche qui una legittima esigenza di aggregazione e di semplificazione ha finito con lo scontrarsi con la critica di un elettorato che, per storia, per consuetudine e per stato sociale, difficilmente riesce a far convivere l'aspirazione all'ordine ed alla responsabilità individuale entro regole precise con le tendenze libertarie e movimentistiche tipiche del radicalismo nazionale. Tutti questi elementi che non appartengono evidentemente solo al capriccio all'ambizione dei singoli, ma che toccano alla radice il modo di essere e di pensare di una parte della società, sono intervenuti in maniera non marginale nell'evoluzione della crisi che ora si conclude.
La questione del polo laico, ed anche la sfida in atto nella sinistra italiana, non possono essere considerate soltanto delle invenzioni, dei pretesti. Sono fatti politici che si richiamano a fenomeni di lungo periodo che vanno affrontati, dunque, con intelligenza e con realismo. Noi ne abbiamo tenuto conto e ci siamo mossi con misura e prudenza, per non irritare legittime ambizioni e legittime prospettive politiche.
Abbiamo cercato, come sempre nella storia della democrazia cristiana, di aggregare attraverso ciò che unisce, dimensionando e contenendo ciò che può dividere e disarticolare.
Dovevamo conseguire il risultato di ridare il Governo possibile al paese ed era necessario conservare il massimo di rispetto, non solo per l'identità delle singole forze chiamate a collaborare, ma anche per il loro disegno tendente a prefigurare nuove aggregazioni e nuovi scenari politici.
Di qui la difficoltà della crisi, la difficoltà delle nostre crisi di governo; di qui l'incursione anche di fattori di difficile comprensione, l'incrociarsi di diffidenze e dissidi che hanno condotto ad una situazione di stallo per un lungo periodo.
La ripresa della collaborazione ed il varo del nuovo Governo non erano fatti scontati e rappresentano un risultato di rilievo nella nostra vicenda politica. Con l'eclissi della politica e della capacità di governo non viene meno la forza degli interessi parziali e degli egoismi partigiani, i quali non sono certamente neutrali e tendono, in carenza della mediazione politica, a sostituirsi agli interessi generali del paese.
Oggi, quanto più sono forti ed ineluttabili i processi di internazionalizzazione, di concentrazione e di ristrutturazione dell'economia e dell'informazione, tanto più deve essere forte, credibile e risoluta l'azione dei governi per tutelare non solo la parte affluente della società, ma soprattutto le zone sociali e geografiche più deboli ed indifese. Un nostro ulteriore indugio nell'assecondare gli aspetti di divaricazione del quadro politico avrebbe significato una vera e propria latitanza nei confronti di un paese che intende crescere in Europa e con l'Europa, con conseguenze gravi di immagine e di credibilità per i partiti democratici.
I grandi appuntamenti che ci aspettano in sede europea ed internazionale non possono tollerare vuoti di potere, ma devono predisporci con il più grande impegno ad affrontare numerosi problemi di compatibilità amministrativa e legislativa con il resto della Comunità europea e devono creare le condizioni per trasformare, in ogni direzione sotto tutti gli aspetti, il cittadino italiano in un cittadino europeo.
Ecco, questo mi sembra il programma, il senso del programma presentato dal Presidente del Consiglio, ed è la ragione per la quale vogliamo andare oltre lo stato di necessità. Vogliamo ricomporre una maggioranza, non tanto perché non esistono alternative, quanto perché essa ritrovi le ragioni profonde e non effimere della propria consistenza politica. Si tratta, cioè, di compiere ogni sforzo per passare dalla necessità alla libertà, per assegnare una linea sicura all'azione del Governo.
I partiti — cui i cittadini guardano spesso con diffidenza per gli elementi degenerativi che ne caratterizzano la vita interna — vengono ormai giudicati dall'elettorato non tanto sulla base di una pregiudiziale ideologica sempre più inerziale, quanto piuttosto per la loro capacità di governo e di reale interpretazione delle attese diffuse nella società.
A coloro che, come i comunisti e gli altri gruppi di opposizione, ritengono questa alleanza governativa una stanca e stantia riedizione del passato, noi possiamo far rilevare, al contrario, che l'intesa tra il nostro partito popolare — la democrazia cristiana — i partiti socialisti riformisti quelli della tradizione liberaldemocratica riguarda non solo il passato ma anche il futuro del nostro paese. Essa riguarda cioè il nostro ingresso a pieno titolo in Europa, dove la vera anomalia sarebbe casomai rappresentata da partiti che apparissero attardati entro schemi superati dalla storia e prigionieri di luoghi comuni, tendenti ad attribuire di volta in volta e con provinciale disinvoltura la palma del progresso o della conservazione, del futuro o del passato, del buono o del cattivo, a chi si pensa che possa assecondare o no — pro tempore — i propri disegni di potere.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho ascoltato poco fa con interesse l'onorevole Reichlin e la sua drastica affermazione circa l'insofferenza del paese verso i nostri governi nazionali, verso questo tipo di Governo. In questi quarant'anni di ininterrotto sviluppo economico e sociale, che hanno portato l'Italia fra le più forti economie del mondo, ci siamo trovati spesso di fronte a questa critica, a crisi difficili, a problemi che apparivano quasi insormontabili, a condizioni internazionali ed interne che prefiguravano prospettive allarmanti.
In realtà, siamo andati avanti e ciò che più conta è che questo processo è avvenuto nell'alveo di un assetto istituzionale democratico e pluralista, in un continuo processo di rafforzamento ed approfondimento delle radici democratiche e di partecipazione dei cittadini.
Nel corso della passata legislatura, ma anche nella presente, abbiamo realizzato difficili processi di ristrutturazione economica e produttiva, seguendo le grandi correnti di innovazione tecnologica ed organizzativa dell'intero mondo industriale ed agganciando sempre più il nostro paese alla struttura economica e finanziaria internazionale, spingendo a realizzare un'Europa unita che, dopo le positive esperienze del sistema monetario europeo, per il quale il partito comunista italiano pose in crisi il Governo di solidarietà nazionale, può oggi progettare una unificazione monetaria che ci porti, nel corso degli anni '90, ad una piena e compiuta integrazione del vecchio continente.
Ma è proprio l'Atto unico che pone già dal prossimo anno la liberalizzazione dei movimenti di capitale e, al gennaio 1993, la realizzazione del mercato unico, che ci deve far capire che gli anni '80 con i loro problemi, con le loro esperienze, con i loro risultati positivi e negativi rappresentano ormai un processo in fase di esaurimento: stiamo vivendo, già oggi, l'inizio di un nuovo processo.
Le due scadenze che il Presidente del Consiglio ci ha ricordato non vanno quindi interpretate come un traguardo finale da raggiungere ma come l'inizio, la linea di partenza di una nuova importante fase. Proprio le nuove sfide che si aprono devono spingerci a valutare con precisione ed anche senza troppe indulgenze i «buchi neri» che ancora permangono nell'economia del nostro paese.
Il risanamento della finanza pubblica, la riorganizzazione efficiente dei servizi, nuove moderne infrastrutture, investimenti e competitività, Mezzogiorno e disoccupazione giovanile, vanno visti, da un lato, come passaggio obbligato ma soprattutto, dall'altro lato, come il recupero di enormi potenzialità, che potrà essere fondamentale per lo sviluppo del paese negli anni '90. Per il Mezzogiorno ciò richiede uno sforzo concentrato e rilevante di risorse, per l'adeguamento in tempi rapidi della rete di infrastrutture vecchie e nuove, per rendere competitive le iniziative economiche in quelle aree. E' inoltre indispensabile uno sforzo sostenuto delle popolazioni meridionali, ed in particolare delle amministrazioni locali, nella direzione di una efficiente e tempestiva utilizzazione delle risorse disponibili, con l'obiettivo di concentrare l'impegno in quelle aree che, nonostante il notevole sviluppo realizzato in molte zone del meridione, sono rimaste più indietro delle altre e vivono ancora difficili condizioni economiche e laceranti contraddizioni sociali.
Queste sfide di sviluppo (lei, onorevole Reichlin, ha definito il nostro partito, quasi ridendo, cattolico, apostolico e romano) le abbiamo sempre sapute accettare nell'ambito di una solidarietà distributiva e sociale che ci ha permesso, nel corso di quarant'anni, di coniugare crescita economica e crescita civile. Ma, proprio perché è cambiata la faccia del paese, sono anche mutati oggi gli stessi profili di ciò che deve intendersi per giustizia sociale. Da un lato, infatti, non è solo inefficiente, ma per alcuni aspetti addirittura iniquo mantenere nei metodi, nelle forme, negli obiettivi di riferimento gli schemi di redistribuzione dei redditi e di sicurezza sociale disegnati e realizzati rispetto a situazioni passate che sono oggi radicalmente mutate. Si corre il rischio di spendere troppo per bisogni che in realtà non esistono più o sono fortemente ridotti, e non avere risorse per le nuove forme di povertà e di emarginazione, per le mutate esigenze qualitative e quantitative della società degli anni '90. La riconferma di uno sviluppo nell'equità e nella solidarietà richiede oggi di rifotografare i bisogni sociali veri, di proiettare questa fotografia aggiornata verso i processi dinamici del futuro e, su questa base, di disegnare un coerente sistema di sicurezza sociale.
Le analisi, le indicazioni, i punti di riferimento contenuti nel programma di Governo non pretendono certo di indicare al paese soluzioni miracolistiche. Quello che abbiamo di fronte è un processo continuo, da perseguire con fermezza e con coerenza, avendo fissi gli obiettivi da raggiungere, ma con l'elasticità necessaria a perseguirli davvero.
Gli anni '90, le sfide, le grandi opportunità che comportano, richiedono passi immediati ma coerenti e continui su un disegno di medio e lungo termine. E' indubbio quindi che perno di queste realizzazioni non può che essere la stabilità del quadro politico ed una necessaria continuità di Governo.
L'azzeramento del fabbisogno primario del settore statale, indicato correttamente nel programma di Governo come passo necessario verso il più strutturale obiettivo di azzeramento del disavanzo corrente, è esempio coerente degli obiettivi indicati.
Il contenimento della spesa pubblica, la sua qualificazione, con particolare riferimento ad alcuni strategici comparti dell'amministrazione pubblica; una politica del pubblico impiego più coerente con le realtà dei moderni mercati del lavoro dove mobilità, professionalità, controllo dei risultati vanno coniugati con le scale retributive e con la dinamica delle retribuzioni stesse; una efficace politica delle entrate che miri a recuperare le aree di evasione e di erosione, con i fatti e non con le parole; una particolare attenzione alla riorganizzazione dei servizi pubblici anche con forme nuove e diverse dei loro assetti istituzionali appaiono linee coerenti e corrette, la cui completa realizzazione dovrà trovare ogni giorno l'apporto ed il sostegno della maggioranza.
Nel momento in cui le scadenze europee del 1993 aprono una prospettiva ispirata a solidarietà più ampie, a consapevolezze morali e culturali nuove, a speranze di condizioni di vita materiale migliori, a responsabilità che costituiranno una sfida per la nostra e per le prossime generazioni, il nostro paese sembra quasi costretto — sgomento — a combattere sul fronte interno i segni oscuri e funesti di fenomeni disgreganti, quali quelli della mafia, della droga, della criminalità organizzata, dovendo al contempo affrontare questioni nuove da troppi sottovalutate, come quelle di disastri ecologici che incidono sulla qualità della vita, sulle attività lavorative e sulla salute dei cittadini.
E' importante constatare oggi che è maturata una consapevolezza nuova e cioè quella dello stretto legame che esiste fra la strada che ci avvicina all'Europa e quella che conduce al superamento delle difficoltà interne del nostro paese.
Andreotti ha posto in evidenza alcuni punti fondamentali, fra loro strettamente connessi, sui quali si gioca la partita per il futuro del paese: integrazione europea, lotta alla criminalità organizzata, tutela dell'ambiente.
Sono obiettivi i cui rapporti e intrecci non possono sfuggire ad una osservazione attenta: il loro raggiungimento dipende però dalla scoperta di una solidarietà nuova, di una nuova fiducia tra cittadini ed istituzioni, di un nuovo impegno a calare le unificanti, ma a volte astratte, convergenze di principio nella concretezza delle questioni quotidiane.
E' questo il momento di analisi spassionate ed anche impietose, se necessario. Ma è anche il momento in cui le nostre preoccupazioni, le nostre azioni debbono tradursi in impegni precisi di governo, da seguire con costanza e convinzione.
Davanti a questa prospettiva, a fronte di un impegno che richiederà a tutti noi una presenza anche civile e morale continua, viene però spontanea una domanda: può il nostro paese affrontare con tranquillità questa scadenza nel momento in cui è costretto a combattere sul fronte interno un male oscuro e dagli effetti devastanti?
Davanti a questa domanda, non vi è dubbio che la lotta alla criminalità organizzata deve costituire impegno prioritario del Governo, in una rinnovata sensibilità rispetto ad un problema che costituisce un'autentica emergenza nazionale.
Tutte le risorse istituzionali, morali e politiche, dovranno essere impegnate a contrastare efficacemente quei fenomeni degenerativi che, sorti e sviluppatisi soprattutto in alcune regioni, rischiano oramai di espandersi in altre aree del territorio nazionale.
La questione «mafia», dunque, come questione centrale nel quadro di una più ampia questione del Mezzogiorno. Va restituito alle regioni meridionali innanzitutto quell'elemento di «sicurezza materiale» che è compito fondamentale dello Stato assicurare ai propri cittadini: le istituzioni debbono garantire certezze e punti di riferimento che diano alimento non illusorio alle attese degli onesti. Vanno riaffermate, contro le violenze e le intimidazioni criminali, le regole del libero mercato, della libera iniziativa, di una sana concorrenzialità capace di sconfiggere ogni mediazione parassitaria. Questa prospettiva di medio periodo, di interventi strutturali profondi, non può però giustificare alcun ritardo in quelle iniziative di contrasto e contenimento della malavita già oggi possibili.
In questo campo, stretto e coordinato dovrà essere il rapporto fra l'azione del Governo e quella del Parlamento, così come ha ribadito anche in questi giorni il ministro dell'interno. In una materia come questa la risposta istituzionale deve vedere un confronto ed una collaborazione continua fra gli organi chiamati ad affrontarla, senza pregiudizi o contrapposizioni.
Esistono degli aspetti materiali nella lotta alla grande criminalità che vanno immediatamente affrontati: non è possibile che in intere zone del paese la presenza delle forze della polizia e di quelle della magistratura appaia ancora inadeguata. Gli organici delle forze dell'ordine e della magistratura debbono essere potenziati nelle strutture. Non si tratta certo di «militarizzare» la risposta istituzionale, ma di dare il segno della priorità che lo Stato dà a questioni che riguardano la vita stessa dei cittadini.
Anche le previsioni legislative vanno adeguate: penso a quanto occorrerà fare in tema di disciplina sanzionatoria del riciclaggio del denaro, di normativa sui benefici di legge ai carcerati (che si dovrà rivedere alla luce di esperienze recenti); penso soprattutto alla piaga turpe ed intollerabile dei sequestri di persona.
Di non minore importanza, nel quadro delle questioni da affrontare con priorità, è il tema ambientale, signor Presidente del Consiglio, ormai profondamente radicato nella coscienza dei cittadini.
Vi è ormai la diffusa consapevolezza che i rapporti fra le varie emergenze ambientali e le loro conseguenze sociali ed economiche siano tali da richiedere concertazioni più vaste.
In questa prospettiva, valutiamo positivamente l'istituzione, avvenuta alcuni anni fa, del Ministero dell'ambiente. E' stata questa una scelta che va proseguita migliorando però gli strumenti normativi ed operativi del ministero stesso, punto d'incontro e di valutazione di interessi spesso apparentemente confliggenti.
Avvenimenti recenti, quale quello disastroso e per altro annunciato ormai da anni delle alghe nell'Adriatico, danno la prova, ove ve ne fosse bisogno, della gravità di tale problema.
In questo caso, in particolare, si è visto come il contrasto, spesso drammatico, fra gli interessi ecologici e quelli dell'economia e dell'occupazione, in realtà, non fosse tale: ambiente ed occupazione stanno subendo insieme danni gravissimi. E la soluzione non può che scaturire da un approccio nuovo e meglio coordinato fra tutti gli organi che tale problema debbono affrontare.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo sia difficile contestare, anche da parte dell'opposizione, per altro in larga misura assente, l'affermazione del Presidente del Consiglio secondo cui la realtà internazionale quale si presenta alla fine di questo decennio conforta ampiamente le scelte di politica estera coerentemente fatte e rispettate dall'Italia.
La divisione dell'Europa, espressa per oltre quarant'anni da uno sbarramento militare oltre che ideologico, oggi ha aspetti meno drammatici. Gli impegni contenuti nell'Atto di Helsinki, che per anni avevano trovato solo verbale adesione, adesso cominciano a rispondere a fatti e a concrete intenzioni.
Alla base di tale mutamento c'è, prima ancora dell'avvento di Gorbaciov, la crisi del socialismo reale. La sfida lanciata all'indomani della seconda guerra mondiale dal mondo comunista a quello liberaldemocratico si è in un certo senso conclusa. Gli Stati a cosiddetta democrazia popolare si sono dimostrati incapaci strutturalmente di assicurare ai loro popoli progresso nella libertà.
Il merito di Gorbaciov, fra l 'altro, è quello di aver preso atto di un fallimento: il suo tentativo riformista non può che essere incoraggiato ed aiutato.
Ma è proprio quanto sta avvenendo nell'Unione Sovietica ed alla periferia della sua sfera di influenza in Europa che giustifica la coerenza della politica estera italiana. Il socialismo reale è entrato in crisi perché non è stato in grado di reggere il confronto con le società libere dell'occidente di fronte alle nuove problematiche che si pongono sul finire di questo secolo. E' stata anche la costruzione di una nostra «casa europea» che ha accelerato lo sfaldamento degli intoccabili principi del marxismo-leninismo.
La perestrojka ha cosi oggi un effetto salutare sia all'interno dell'impero sovietico, perché apre imprevedibili spazi di liberazione, sia nel contesto internazionale preso nel suo complesso. Le «aree grigie», cioè le zone di tensione nel continenti extraeuropei dove si esercitavano le prove di forza dei due blocchi e delle due superpotenze in particolare, vanno sbiancandosi; focolai di tensione nel mondo vanno restringendosi; il ritiro dei sovietici dall'Afghanistan non ha posto fine alla guerra in quel paese, ma ne ha evitato l'aggravamento e soprattutto l'estensione ad altri Stati della regione.
In Africa australe, mentre si avvertono segni di allentamento dell'odiosa politica dell'apartheid, la buona disponibilità sovietica ha reso possibile l'accordo di pace per la Namibia e la pratica cessazione della guerra civile in Angola. Parallelamente, buone prospettive si delineano per un'altra ex colonia portoghese martirizzata da un sanguinoso conflitto: il Mozambico.
In Asia, una soluzione sembra possibile per il paese — la Cambogia — che forse più di ogni altro ha subito sventure in questa seconda metà del secolo ventesimo. Ed in America latina l'area nevralgica costituita dall'istmo centrale non ha ancora trovato la pace: Nicaragua e Salvador sono sempre teatro di tensione. Tuttavia anche in questa zona stiamo assistendo ad un abbassamento del livello di conflittualità.
E' nel Medio Oriente che gli effetti del nuovo clima internazionale si fanno sentire solo parzialmente, perché se è vero che la pace tra Iran e Iraq, per la quale tanto si è prodigata la nostra diplomazia, nonostante tutto regge, resta in piedi in tutta la sua drammaticità la questione palestinese. Israele, in questa fase della sua storia, stenta a dare un nuovo contenuto al suo concetto di sicurezza. E, se è vero che il passato costituisce per il popolo ebraico, ma anche per il resto dell'umanità, un insegnamento dal quale non si può prescindere, tuttavia lo status quo creato all'indomani del 1967, con l'occupazione dei territori arabi della Cisgiordania, di Gaza e del Golan, appare palesemente in sostenibile.
L'Intifada è un fenomeno al quale non è possibile dare una risposta militare, come dimostra la crisi che turba lo stesso vertice dello stato maggiore in Israele; quindi il ricorso ad una soluzione politica e negoziale è imposto dal buon senso oltre che dalla morale.
L'Italia, che non ha fatto mancare allo Stato ebraico la sua solidarietà nelle ore cruciali della sua esistenza, da tempo è impegnata in un'opera di mediazione rivolta a convincere gli israeliani a negoziare con l'unico interlocutore credibile di parte palestinese. E se prima la questione del terrorismo e la discussione sull'esistenza stessa di Israele potevano giustificare il rifiuto dei dirigenti israeliani, i radicali mutamenti intervenuti nell'atteggiamento del leader palestinese e della sua organizzazione dovrebbero indurli ad aprire un colloquio sempre più imposto da una situazione — quella dei territori occupati — destinata altrimenti ad aggravarsi ulteriormente, al limite della rottura.
Ma se il quadro generale dello stato del pianeta dal punto di vista della conflittualità è migliorato — pur restando sempre ampie sacche di violenza e sopraffazione, soprattutto nel sud sempre più povero — grazie indubbiamente anche al nuovo corso della politica sovietica, che ha favorito la distensione nelle «aree grigie», tuttavia non mancano nel quadro complessivo gli aspetti inquietanti.
La perestrojka si scontra con le resistenze accanite delle forze conservatrici del sistema, e questo era in parte scontato. Quel che è più difficile da valutare è la crisi stessa dell'Unione Sovietica a causa dell'esplodere dei conflitti nazionali. Non è solo la parte europea dell'impero, quella esterna costituita dagli Stati dell'Europa e quella interna rappresentata dagli Stati baltici, che subisce una spinta centrifuga. E' l'ex impero zarista nella sua dimensione bicontinentale che scricchiola minacciosamente sotto il peso dei contrasti etnici e religiosi. Quale potenziale di tensione e di rischi comporti una tale situazione non solo per l'URSS è facile comprendere. Quanto è avvenuto in Cina costituisce,d'altronde, un tragico avviso da non dimenticare.
Il nostro impegno su una scena nazionale in mutazione non può prescindere dal rilevare, anche nello spirito della Carta dell'ONU, il cui rispetto costituisce la terza costante della nostra azione politico-diplomatica, la drammaticità del problema nord-sud. Mentre il settentrione del pianeta consolida e sviluppa le sue aree di prosperità attraverso anche il superamento dell'antagonismo ideologico, il sud diventa sempre più povero e alimenta una pressione di diseredati verso le frontiere del nostro benessere. Il pericolo che tende minacciosamente a delinearsi alla fine di questo secolo è l'inversione delle conflittualità: quella nord-sud rischia di sostituirsi a quella est-ovest. Un più equilibrato rapporto tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo obbedisce non solo ai dettami morali, ma alla logica dei nostri interessi. L'eliminazione o la ragionevole riduzione del debito dei paesi del terzo mondo, secondo una politica che obbedisca agli imperativi della logica e alle peculiarità dei vari casi, costituisce una delle tappe obbligate di questo processo.
E' tenendo presente questa complessiva realtà che possiamo formulare con coerenza una politica estera credibile e rispondente alle necessità dei tempi che viviamo.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, si parla spesso — e se ne è parlato anche nel corso del dibattito al Senato — di crisi della politica e di crisi delle istituzioni. Non rifiutiamo affatto un confronto su questi temi e quindi vi è la disponibilità, da parte nostra, ad approfondire tutte le ipotesi che sono state avanzate o che si ritenga di avanzare.
Ci sembra però che nessuno possa atteggiarsi in questa materia a maestro dell'altro. Il partito comunista solo ieri sosteneva in merito alla riforma della legge elettorale tesi molto diverse da quelle che sostiene oggi. Così la elezione diretta del Presidente della Repubblica avanzata oggi dai socialisti (quale che possa essere il valore risolutivo di questa riforma) non era sostenuta qualche anno fa dagli uomini dello stesso partito nella Commissione bicamerale per le riforme istituzionali presieduta dal compianto onorevole Bozzi.
Non facciamo certo queste constatazioni per alimentare polemiche. Le facciamo solamente per invitare — noi stessi in primo luogo e tutti gli altri — alla reciproca tolleranza, al mutuo rispetto, alla rinuncia alle divisioni schematiche pregiudiziali tra i presunti veri riformatori e chi invece, rifiutandosi alla semplificazione in materia di riforme istituzionali, si rinchiuderebbe per questo nella routine quotidiana, in una grigia amministrazione dell'esistente, senza capacità di analisi, senza visione strategica, lasciando senza risposta — come è stato detto — i problemi del malfunzionamento delle nostre istituzioni.
In ogni caso noi ci collochiamo idealmente all'opposto di questa posizione immobilistica, vera o presunta che sia. Ma proprio perché abbiamo ben evidenti i mali presenti della politica italiana e non ne sottovalutiamo affatto l'estensione e la gravità, proprio perché siamo allarmati per il rischio di uno scollegamento crescente tra i partiti tradizionali e i comuni cittadini, proprio per questo pensiamo che non ci siano soluzioni troppo semplici per problemi che, invece, sono complessi e difficili.
Farò solo qualche rapido riferimento esemplificativo e in forma estremamente sintetica. Vi sono aree di persistente malessere che non si prestano per essere eliminate né alle improvvisazioni istituzionali né alla mitizzazione di alcune formule di riforma presentate come una panacea per tutti i nostri problemi.
Ad esempio, la selezione ed il ricambio della classe dirigente così come oggi avviene, pur nelle modalità diverse seguite da ciascuno dei partiti tradizionali, evidenzia per tutti un grado troppo elevato di insufficienza. Non che tutto sia sbagliato — s'intende — nei metodi seguiti da ciascuno dei partiti tradizionali, ma certo dobbiamo essere tutti sempre più attenti a non lasciare ai margini pezzi interi delle parti più vive e nuove della società, energie che debbono invece arricchire le nostre istituzioni.
Vi è una crescita del «lobbismo» che avanza ed inquina gli stessi nostri lavori parlamentari. Vi è una fattura delle leggi talvolta scadente che può creare vere e proprie ferite ad essenziali obblighi costituzionali, ovvero ragioni di contestazione e di ulteriore irritazione da parte di interessi legittimi di intere categorie o di singoli cittadini.
Vi è un problema di moralizzazione della vita politica, al centro come in periferia, che sarebbe ipocrita caricare sulle sole spalle dei partiti di maggioranza e del Governo. E vi sono altre aree generatrici di malessere che costituiscono un'anomalia tipicamente italiana nei confronti degli altri paesi della Comunità europea, quale che sia l'ordinamento costituzionale e le leggi elettorali in atto in ciascuno di essi. Il procedimento che porta alla decisione in sede legislativa è sicuramente molto più rapido e meno incerto del nostro negli altri paesi europei, meno sottoposto, cioè, ad arresti, pause e rinvii che lo rendono da noi non solo esageratamente lungo, ma anche soggetto ad un alto tasso di incertezza e, in definitiva, di improbabilità.
Non è un problema marginale; è, al contrario, un aspetto essenziale della stessa governabilità e del corretto rapporto tra Governo e Parlamento in una democrazia che voglia definirsi governante. Noi tutti critichiamo, giustamente, la patologia della decretazione d'urgenza e prendiamo atto con soddisfazione dei propositi enunciati al riguardo dal Presidente Andreotti, ma dobbiamo anche per parte nostra sottolineare che la patologia della decretazione d'urgenza molte volte è stata l'effetto e non la causa, perché in molti casi è l'esagerata lentezza e improbabilità del procedimento legislativo di decisione a generare la patologia della decretazione d'urgenza, della quale giustamente tutti vogliamo liberarci.
Certo non ignoro i problemi della necessaria coesione della maggioranza che sostiene il Governo per raggiungere questi obiettivi e rispondere a queste esigenze di maggiore funzionalità, ma mi sembrano altresì di particolare attualità i temi all'ordine del giorno della riforma del regolamento della Camera, così come le proposte di razionalizzazione dei lavori dei due rami del Parlamento che, rispetto all'auspicabile e necessaria correzione di ordine costituzionale, potremo anche anticipare e sperimentare per via di un gentlemen's agreement parlamentare che sia capace di evitare quanto di meramente ripetitivo vi è nel bicameralismo.
Così non mi sembra che sia espressione di scarso impegno del Governo e della maggioranza che lo sostiene l'obiettivo indicato da Andreotti di varare le riforme delle autonomie locali entro l'anno, anche mercé un'apposita sessione parlamentare.
Non consideriamo dunque i problemi della crisi della politica e gli stessi problemi istituzionali e di rilevanza costituzionale come un fatto residuale delle nostre preoccupazioni. Al contrario dobbiamo farci carico di risposte articolate, per problemi complessi e difficili.
E però dobbiamo essere molto attenti a non creare situazioni che, piuttosto che favorire la stabilità del quadro politico, ne accrescano la precarietà e generino quindi immediatamente la ingovernabilità.
Non possiamo rovesciare in un certo senso la scala delle priorità e dei problemi e sacrificare sull'altare di un astratto porro unum istituzionale equilibri politici concreti, necessari per assicurare la governabilità del paese.
Le opposizioni non trovano di proprio gradimento questi equilibri, che abbiamo ricostituito con un così lungo e tormentato processo di ricomposizione. Ciò è ovviamente legittimo, come è altrettanto legittimo osservare che fuori di essi non si assicura però nè la durata di questa legislatura nè la governabilità attuale del paese. Certo, a nessuno ha fatto piacere che questa crisi si sia protratta esageratamente nel tempo, e tanto meno questa situazione ha fatto piacere a noi democratici cristiani.
Ma chi può sensatamente ritenere che il protrarsi della crisi sia stato il cuore del problema che si doveva risolvere, e cioè la governabilità concreta del paese? Chi può credere sul serio che il protrarsi della crisi veniva a compromettere addirittura la stessa stabilità della democrazia? Eppure anche questo si è detto e si è scritto. E ad un certo momento si è sfiorata — questa volta sì — la crisi istituzionale minacciando, per il protrarsi della crisi, l'autoconvocazione del Parlamento.
Onorevoli colleghi, ci sono paesi della Comunità europea che hanno conosciuto in questi anni crisi assai più lunghe e tormentate della nostra. Ad esempio l'Olanda ha conosciuto una crisi di governo alla fine degli anni settanta durata certamente più di 200 giorni. Il governo attualmente in carica in Belgio ha preso vita l'8 maggio scorso, dopo 147 giorni di crisi. La mia, onorevoli colleghi, non è una osservazione cinica; è piuttosto il rifiuto del cinismo altrui, ovvero il rifiuto della teatralità e della drammatizzazione.
Le strumentalizzazioni, infatti, ed i sacrifici sempre più frequenti alla tirannia dell'immagine non ci aiuteranno a sciogliere i veri nodi della politica italiana, nè ci aiuterà a farlo chi scrive libri gialli invece di commenti politici, chi scambia l'informazione con le proprie fantasie, chi, in altri termini, prende lucciole per lanterne.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ecco le ragioni, in sintesi, per le quali apprezziamo e condividiamo le indicazioni e gli obiettivi del programma di Governo. C'è una corrispondenza larga con le proposte avanzate da ognuno dei cinque partiti e si può dire, dunque, che il confronto ha consentito di realizzare una sostanziale convergenza politica. Si dice spesso che gli accordi sul programma valgono poco, perché è facile consentire sui buoni proponimenti e su esigenze di interesse generale.
E tuttavia pare a me che nel lavoro preparatorio e nella esposizione del Presidente incaricato sia possibile cogliere un taglio convinto, un riferimento puntuale ai problemi veri ed elementi di concretezza che d'altronde sono propri della preparazione, dell'esperienza, del modo di lavorare e di vedere le cose dell'onorevole Andreotti.
A me questo sembra un aspetto francamente positivo e di buon auspicio per la realizzazione dei programmi. Questa è la cosa veramente importante e decisiva per accreditare la validità o meno di una formula o di una coalizione di Governo.
Una volta il denominatore comune (la ragione dello stare insieme) era anche motivato, se non prevalentemente motivato, da ragioni ideologiche o comunque di schieramento, tutte collegate alla prospettiva democratica ed ai temi decisivi di politica estera.
Per noi, anche oggi alcune di queste ragioni permangono, ma non c'è dubbio che nell'opinione pubblica e nella sensibilità comune i dati di riferimento per il giudizio politico e per l'accreditamento della formula di Governo si legano ormai sempre più alla concreta capacità di risposta che i governi offrono sui problemi della vita pratica quotidiana, all'interno di una cornice di idee e di principi che appaiono universalmente accettati.
A ben guardare, qui è anche la ragione del governo-ombra comunista, che io non sottovaluto, onorevole Reichlin. Certo, vi è un aspetto di propaganda, ma corrispondente ad una nuova esigenza di accreditare il partito ed il suo lavoro di penetrazione non più su motivazioni prevalentemente ideologiche, quanto su un'attitudine di governo riferita ai problemi concreti di una società che non crede più alle rivoluzioni palingenetiche e chiede invece di perfezionare il sistema e di farlo funzionare.
Si è molto criticato — dicevo poc'anzi — lo svolgimento lungo e tortuoso della crisi. L'onorevole Reichlin ha del resto ribadito tale critica, parlando di manovre oscure e di dosaggi insopportabili nella formazione del Governo.
«Occhetto anticipa Andreotti nella presentazione del governo-ombra» è stato scritto. E' interessante che sia stato fatto questo confronto, sia pure nei titoli di diversi giornali. Ciò significa che una qualche difficoltà la si incontra persino nella formazione di un governo-ombra, monocolore e per giunta comunista. L'idea del governo-ombra era stata proposta al congresso, da qualche mese si erano avviati i confronti e le discussioni; vi sono stati contrasti e divergenze non solo di programma ma anche sulla scelta delle persone e sull'attribuzione dei ruoli. Tutto questo in fondo per un fatto prevalentemente interno al partito comunista, che io — ripeto — certamente non sottovaluto.
Faccio riferimento a questa notizia dei giornali ed al modo in cui è stata presentata per dimensionare un po' anche la drammatizzazione sui temi della crisi.
Tutti sottolineiamo l'esigenza di riforme istituzionali che rendano più spedite le procedure della nostra vita democratica e del nostro sistema, ma occorre riflettere anche sul nostro carattere nazionale, sulla nostra tendenza bizantina a dividerci, a dividere ed a complicare, che ha bisogno di una risposta normativa costituzionale in parte certamente nuova, ma che credo difficilmente possa essere presa meccanicamente da altri paesi che si sono formati in modo diverso. E soprattutto non so se bastino cambiamenti nel sistema elettorale.
In fondo, il partito comunista, pur essendo cambiato e pur cambiando, conserva una sua forte struttura organizzativa e gerarchica ed una disciplina abbastanza severa.
Pur radicaleggiando ora e inclinando verso suggestioni movimentiste, ambientaliste, di raccolta indiscriminata dei motivi di malcontento, di insoddisfazione, di critica, il partito comunista resta sempre il partito che ha ereditato meglio e più compiutamente le tradizionali strutture organizzative di presenza e di propaganda di movimenti e di esperienze totalizzanti.
Ebbene, se un partito di questo genere, onorevole Reichlin, in fondo impiega dei mesi per formare il governo-ombra monocolore, bisognerà convenire …

ALFREDO REICHLIN. Non è vero questo! C'era la crisi aperta!

ARNALDO FORLANI. Onorevole Reichlin, non capisco perché lei possa fare riferimento a quello che la stampa riporta in ordine alle vicende interne al nostro partito e alle vicende del Governo nazionale e io non possa farvi riferimento per le cose del partito comunista (Applausi dei deputati del gruppo della DC).

ALFREDO REICHLIN. Le do un'informazione!

ARNALDO FORLANI. Bisogna convenire — dicevo — che il problema delle riforme per un migliore funzionamento del sistema è più serio. Io non voglio polemizzare: dico solo che il problema è più serio, è più profondo di quanto siamo indotti a pensare quando trattiamo prevalentemente di metodi elettorali. E viene anche da porsi la domanda se per caso il metodo elettorale, che i fondatori della Repubblica hanno adottato e sul quale abbiamo sviluppato e consolidato la democrazia, non abbia di fatto corrisposto, contemperato e incanalato in un certo senso spinte, attitudini e sensibilità diverse che altrimenti avrebbero potuto rompere gli argini e dilagare in modo dirompente.
E' una riflessione che voglio fare e che dobbiamo fare in modo approfondito e serio per arrivare insieme a proposte che siano sicure e convincenti (non affidate esclusivamente, amici e colleghi della democrazia cristiana, ad iniziative di singoli o di gruppi di amici che magari su questi temi hanno un'acuta e particolare sensibilità).
Mi pare dunque che abbia fatto bene il Presidente Andreotti in materia elettorale a riaffermare l'impegno di una ricerca comune e convergente tra i partiti della maggioranza e per un confronto con tutte le forze parlamentari che non parta da posizioni e proposte gia definite e pregiudiziali.
Ecco allora, onorevoli colleghi, l'importanza del programma ed anche il poco senso che per alcuni di noi aveva la distinzione fatta fra coalizioni politiche e governi di programma. Il programma, come giustamente ha sottolineato la direzione socialista, è aspetto assai rilevante dell'impegno comune e dalla sua realizzazione sistematica, coordinata, puntuale, dipende in larga misura la tenuta del Governo e della maggioranza e, infine, il giudizio di favore o negativo degli elettori.
Allora, anche la questione della durata non va tanto posta in termini formali, di calendario, in termini anche qui pregiudiziali. Il Governo nasce per un impegno politico comune che si traduce nella realizzazione coerente del programma e per raggiungere gli obiettivi concordati, senza dunque limiti e scadenze che possano essere predeterminati. Dipenderà dalla concreta capacità nostra, della coalizione, di dare risposte efficaci ai problemi, di tradurre nella pratica il programma, e anche dal consenso che registreremo nel paese.
Onorevoli colleghi, abbiamo letto ed ascoltato — noi pure naturalmente nelle sette settimane di crisi, che hanno visto anche lo svolgersi di una campagna elettorale — interpretazioni diverse e ci sono stati attribuiti disegni, complotti e macchinazioni. Naturalmente, come sempre avviene, non tutti si ispirano, scrivendo e parlando, ad esigenze e a criteri di obiettività.
Anche nei giornali dunque, fra i giornalisti, e nel nostro Parlamento, c'è chi caratterizza il proprio lavoro, la professionalità secondo linee di rigorosa e documentata informazione e di commento riflessivo ed approfondito, e c'è chi è più portato, diciamo così, ad arricchire la notizia e a sviluppare i propri commenti lasciando le briglie sciolte al soggettivismo, secondo un metodo che non corrisponde alle esigenze ed ai doveri di una informazione obiettiva.
Voglio ripetere qui, a conclusione del mio intervento, che noi abbiamo operato senza infingimenti e in modo lineare, rimuovendo ostacoli ed incomprensioni per ristabilire le condizioni di governabilità e di utile svolgimento della legislatura. So bene che il successo dell'azione di governo è condizionato in larga misura dal grado di coesione della maggioranza. E' stato sempre così, onorevole Craxi, e anche nell'ultima esperienza il Governo presieduto da De Mita ha potuto operare con efficacia, realizzando buoni risultati, fin quando le ragioni dell'impegno comune e della solidale corresponsabilità sono state evidenziate e difese. Quando sono stati anteposti e dilatati i motivi di diffidenza, di concorrenzialità e di contrasto, l'azione complessiva è risultata indebolita ed è sfociata in una crisi grave, dannosa e di difficile controllo.
Sappiamo bene che questi rischi permangono e possono riproporsi sempre nella vita di una coalizione che comprende cinque partiti. Pensiamo però che debba prevalere in tutti il dovere di corrispondere alla esigenza di governo che il paese reclama e le regole della democrazia impongono.
Il programma che il Presidente del Consiglio ha presentato alle Camere riassume ed integra le indicazioni sulle quali i partiti della maggioranza hanno concordato di riprendere il cammino.
Gli obiettivi proposti corrispondono agli interessi generali del paese. Per parte nostra, agiremo in modo coerente e determinato per i rafforzare le ragioni di un comune impegno e perché l'azione del Governo possa conseguire i risultati che il programma si assegna (Vivi applausi dei deputati del gruppo della DC — Molte congratulazioni).

On. Arnaldo Forlani
Camera dei Deputati
Roma, 28 luglio 1989

fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 28 luglio 1989)


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