LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VII° GOVERNO ANDREOTTI: REPLICA DI GIULIO ANDREOTTI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 19 aprile 1991)

Il VII° Governo Andreotti, ancora un pentapartito, si insedia il 12 aprile 1991, con un programma da fine legislatura. Il giorno successivo, a causa di alcuni veti posti dal PSI su un ministro del PRI, i repubblicani decidono di uscire dal Governo.
Il Presidente del Consiglio presenta le linee programmatiche del governo alla Camera dei Deputati il 17 aprile 1991.
La replica alla Camera avviene il 19 aprile 1991.

* * *

GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, colleghe e colleghi, il dibattito sulle dichiarazioni programmatiche del Governo è stato ampio ed approfondito. Desidero ringraziare i colleghi intervenuti, compresi quelli che non hanno risparmiato critiche; ma senza dubbio è maggiore la mia riconoscenza per quanti hanno espresso consenso ed in particolare per gli onorevoli Craxi, Forlani, Battistuzzi e Ciampaglia che, nell'ordine, hanno portato l'adesione globale dei quattro partiti partecipanti al Governo.
Ho assistito — salvo una parentesi, in cui ho incontrato il presidente del Cile Patricio Aylwin, graditissimo ospite dell'Italia — a tutti gli interventi, compreso quello di stamane dell'onorevole Tremaglia.
A proposito delle osservazioni avanzate dall'onorevole Tremaglia, a rettifica di quanto detto nel corso della mia esposizione, desidero leggere la parte che avevo saltato, sia pure involontariamente, dopo aver precisato che il Governo ha inteso dare rilievo particolare al conferimento di un incarico ministeriale nuovo: «Incarico ministeriale, per altro, che fa specifico riferimento, in primo luogo, agli italiani all'estero a testimonianza della speciale attenzione che il Governo intende riservare ai problemi delle nostre collettività nel mondo, attuando anche le precise conclusioni, non ancora onorate, della Conferenza tenutasi a Roma».
Assicuro quindi all'onorevole Tremaglia che l'incarico affidato alla collega Boniver è di sostanza, sia per gli italiani all'estero che per l'immigrazione. Non ho potuto preparare una risposta organica, del che mi scuso, ma farò un intervento un po' più lungo per non trascurare temi evocati in quest'aula. Può lasciare un po' di sconcerto il fatto che, mentre da un lato il Governo sia stato accusato di aver presentato un programma striminzito, dall'altro molti oratori abbiano, soprattutto, sottolineato le omissioni e le dimenticanze riguardo a problemi considerati essenziali.
Certo, c'è del vero tanto nell'una quanto nell'altra di queste tesi estreme, ma penso sia saggio calarsi nella realtà e commisurare gli sforzi da compiere, oltre che alle capacità reali, ai tempi che abbiamo dinanzi a noi.
Il Governo attuale è un esecutivo di fine legislatura: questo è un dato di fatto che non ha in sé nulla di riduttivo, né di declassante. Ciò che potremo fare durante lo scorcio di tempo a nostra disposizione lo faremo, da parte nostra, con impegno e con determinazione, in un rapporto strettissimo con il Parlamento, al quale incombe l'opportunità e l'obbligo di intensificare il proprio lavoro, per non disattendere larghe attese e sciupare un notevole patrimonio di iniziative pendenti.
Sulle questioni istituzionali, numerose sono state le argomentazioni a favore o contrarie alle proposte del Governo, le puntualizzazioni e le riserve.
La critica più forte, ed anche la più ricorrente, ha riguardato l'incapacità del Governo di proporre rimedi idonei a superare con immediatezza la crisi istituzionale.
Sarebbe contrario all'evidenza il voler affermare che, sui modelli e sul metodo più appropriato per aggiornare la Costituzione, fosse già ora maturata una concordanza di vedute tra le forze della maggioranza.
Ho detto, del resto, a chiare lettere nella mia esposizione di ieri l'altro che, dopo una serie di confronti sul tema di una revisione transitoria dell'articolo 138 della Costituzione, per fare del primo biennio dell'XI legislatura un momento costituente, al fine di rivedere non i principi — che sono sacrosanti — ma le strutture organizzate della società nazionale, ci si è temporaneamente arenati sul punto della sottoposizione finale a referendum popolare delle riforme stesse.
E' tuttavia unanime nel Governo la coscienza dell'indifferibilità di una coraggiosa rilettura dei relativi capitoli della Carta costituzionale, per non trovarci inadeguati rispetto ad un'Italia tanto cambiata dal 1948, ed ora alla vigilia dell'integrazione europea.
Per alcuni il consenso diretto del popolo andrebbe ipotizzato per le modifiche approvate dal Parlamento anche se a larga maggioranza, mentre altri ritengono che alla conferma referendaria possano essere sottoposti anche gli schemi che, pur non essendo stati approvati da una maggioranza, abbiano raggiunto un quorum consistente di adesioni. Vi è anche il caso di soluzioni alternative, nessuna delle quali raccolga una sufficiente maggioranza e che possano essere affidate ad una scelta in qualche modo arbitrale dell'elettorato.
L'insufficiente maturazione di questa tematica ha suggerito di accettare la proposta di rinviarla alle determinazioni del Parlamento della prossima legislatura.
Non mi pare che vi sia nulla di censurabile; anzi, nel prospettare l'opportunità che prima di allora questi temi formino ampio oggetto di necessari approfondimenti — come ha sottolineato l'onorevole Forlani, e in modo da offrire alle elezioni politiche del 1992 una base chiara delle rispettive posizioni, convergenti o divergenti che siano — ritengo che modifiche così importanti — importanti perché incidono sulle strutture stesse del nostro ordinamento repubblicano — non debbano essere realizzate attraverso maggioranze risicate. Sono convinto che sia necessario ricercare un consenso il più ampio possibile, e per questo sono lieto di dire che anche dal rettore dell'università romana «La Sapienza» è condivisa l'opportunità di aprire in sede accademica un serio dibattito sulle riforme istituzionali (Commenti).
Quel che va evitato è il pregiudizialismo di ogni tipo, e bene ha fatto l'onorevole Craxi a precisare ieri che la tesi di fondo del partito socialista, da altri non condivisa, non mira ad indebolire il Parlamento ma a rafforzarlo nei suoi poteri e nelle sue prerogative essenziali; in altri termini, nel suo ruolo fondamentale.
È un dibattito impegnativo, quello che ci viene offerto, ed accettandolo non si vuole minimamente dire che si contestano alla Costituzione repubblicana che ci governa un valore ed un'importanza non solo per il passato.
Il Governo intende portare avanti con decisione le proposte sui temi istituzionali che possiamo risolvere sin d'ora. Si tratta per lo più di proposte, quali quelle sul bicameralismo e sulle maggiori competenze delle regioni, che hanno già compiuto un buon cammino in Parlamento e che non dovremo sciupare.
Alcuni rilievi si sono appuntati sull'enunciazione del Governo in tema di decretazione d'urgenza. Vorrei chiarire a tale proposito che non vi è alcun intendimento di sottrarsi al vaglio parlamentare iniziale sulla rispondenza ai criteri stabiliti dalla Costituzione per l'adozione dei decreti-legge. Anzi, è esattamente il contrario: l'obiettivo, nei casi straordinari di necessità e di urgenza previsti, è proprio quello di arrivare a conseguire una decisione del Parlamento entro la scadenza tassativa del sessantesimo giorno . Si vuole così cancellare quell'istituto della reiterazione sulla cui dubbia liceità molti prima si soffermavano, mentre ora che è il Governo a riconoscerla tale, sembra che ne dubitino o attenuino l'opinione contraria.
L'onorevole Mellini vorrebbe attendere una riforma più generale, ma non potrà dispiacere a lui, tenace avversario dei decreti-legge, se si varerà immediatamente una disciplina che li renda veramente eccezionali.

MAURO MELLINI. Ma già sono eccezionali nella Costituzione! Due volte eccezionali?! È già scritto nella Costituzione!

GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Mellini, le reiterazioni non erano previste …

MAURO MELLINI. Voi reiterate il precetto costituzionale che c'è già, e di cui vi siete sempre infischiati!

GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Caso mai, «ci siamo»: perché anche lei è deputato come me!

MAURO MELLINI. No, i decreti-legge li fa il Governo! Io non ne ho mai fatti, per fortuna.

GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Se volete, colleghi, una osservazione di storia parlamentare, la verità è che l'opposizione, per salvaguardare il diritto all'ostruzionismo e farci arrivare al 600 giorno senza un voto, lasciò (nel corso degli anni ciò è diventata prassi) che si potesse reiterare un decreto-legge. Oggi noi proponiamo che questo non possa più avvenire, e credo che sia una cosa seria (Applausi dei deputati del gruppo della DC, del PSI, del PSDI e Liberale).

MAURO MELLINI. Bene, i decreti-legge li abbiamo fatti noi (Interruzione del deputato Tassi)!

GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Devo stare attento a non saltare qualcosa, perché poi l'onorevole Tremaglia potrebbe rimproverarmi!
Critiche, in particolare degli onorevoli Tatarella e Luigi d'Amato, sono state rivolte al sostegno che il Governo intende fornire alla proposta parlamentare urgente in tema di semestre bianco nell'anno di fine legislatura. Mi sembra, il nostro, un atteggiamento improntato a correttezza, che ci induce ad appoggiare la suddetta proposta pura e semplice, e non altre (come quella sulla rieleggibilità), che in questo momento potrebbero assumere un significato non limitato allo specifico obiettivo che invece desideriamo perseguire.
Sull'istituto della Presidenza della Repubblica si discuterà organicamente in tema di riforme, ed io sarei grato se per il momento ci si astenesse da apprezzamenti e da critiche verso chi rappresenta l'unità nazionale, che dovrebbe essere da tutti considerato durante il suo mandato super partes, e detentore di una forte magistratura morale.
Voglio spendere una parola sulla questione dell'abbinamento eccezionale e una tantum del referendum sulla preferenza unica con la data di svolgimento delle prossime elezioni politiche. Ho già chiarito le motivazioni intese a evitare, in ultima analisi, un dispendio di risorse finanziarie e (ragione non secondaria) un possibile deprezzamento del valore stesso dell'istituto referendario, se per la seconda volta andasse deserta la consultazione popolare.
Non vi era, dunque, alcuna idea preconcetta. Ma ai due motivi enunciati si aggiunge anche quello di cercare altrimenti, in una revisione più ampia delle leggi elettorali, anche la prevenzione da possibili brogli, su cui ci ha richiamato la Corte costituzionale, la cui autonomia ed autorevolezza io debbo difendere qui contro le critiche di quanti hanno espresso dissenso sulla inammissibilità degli altri due referendum, attribuendola a pressioni o ad errori.
Avevo chiesto ai gruppi di esprimersi, ma pochi lo hanno fatto. L'onorevole Segni ha detto — ed è legittimo — che sarebbe disposto ad accettare un rinvio solo se contemporaneamente si riaprisse la raccolta di firme, in modo da consentire altri referendum nell'anno venturo, abbinati alle elezioni; il che non è certamente negli intendimenti del Governo. Comunque, deve essere chiaro che, se dalle dichiarazioni di voto di oggi e dal dibattito sulla fiducia al Senato non verranno precise e larghe indicazioni di assenso, ritengo che i 9 giugno il referendum sarà regolarmente celebrato.
Nel quadro dell'azione di rilancio dell'economia e di valorizzazione del ruolo regionale ha qualificante rilievo l'impegno del Governo per lo sviluppo della Sardegna (richiamatoci ieri dall'onorevole Rojch), che si sostanzia in alcuni significativi elementi: immediata approvazione della legge sul piano di rinascita, attuazione dell'accordo di programma per la Sardegna centrale, avvio dei contratti di programma che interessano l'area delle partecipazioni statali. È inoltre particolarmente sentita l'esigenza di un più stretto raccordo istituzionale, cui si intende provvedere realizzando sin d'ora una sede di confronto che anticipi la conferenza Stato - regione Sardegna prevista dal piano di rinascita.
Quanto alle preoccupazioni espresse dall'onorevole Nicotra sulla sorte dei poli industriali chimici di Priolo e di Gela, il Governo si incontrerà entro la prossima settimana con il presidente della regione Sicilia e con i rappresentanti delle parti interessate per ricercare adeguate soluzioni.
Sarà un'occasione utile per approfondire la riflessione sul tema più vasto del futuro assetto produttivo dell'isola.
Quanto all'azione da svolgere per la ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto nella Sicilia orientale, assicuro che per quel che attiene al Governo ci muoveremo con la massima celerità e trasparenza.
Desidero confermare all'onorevole Benedikter l'impegno del Governo per una rapida definizione del «pacchetto» per l'Alto Adige. Si tratta di un impegno non ripetuto ritualmente, ma basato su maturazioni concrete alle quali io stesso ho cooperato affiancando l'intelligente opera del ministro Maccanico attraverso un lunga serie di contatti con gli esponenti della provincia autonoma, a cominciare da Silvio Magnago e dal senatore Riz. Si tratta dunque di un impegno che non può considerarsi che definitivo.
Onorevoli colleghi, il controllo del territorio ha costituito giustamente oggetto di preoccupazioni, di sollecitazioni e di suggerimenti da parte di molti di voi, tra gli altri da parte degli onorevoli Battistuzzi, Valensise e Reichlin. Non credo che sia il caso di irridere alla proposta di affidare compiti di tal fatta e con caratteristiche di sussidiarietà, magari temporaneamente, anche alle polizie municipali. Vorrei su questo punto essere preciso. Il controllo del territorio lascia a desiderare, soprattutto in aree determinate che ben conosciamo. In Italia vi sono 4.637 stazioni dei carabinieri a fronte di 8.098 comuni. Dobbiamo aggiungere 508 comandi di compagnia, 101 comandi di gruppo a livello provinciale e 24 comandi di legione a livello regionale. Nelle regioni nelle quali sono più vive le preoccupazioni per l'ordine pubblico, cioè Sicilia, Calabria e Campania, i carabinieri sono presenti rispettivamente con 429 stazioni su 390 comuni in Sicilia, con 279 stazioni su 409 comuni in Calabria e con 436 stazioni su 550 comuni in Campania. Negli ultimi tempi queste reti di presenza dell'Arma dei carabinieri si sono non poco rafforzate, ma dobbiamo rafforzarle ulteriormente e totalmente ...

PIETRO BATTAGLIA. Presidente, alle 8 di sera chiudono!

GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. … senza ulteriori tergiversazioni e con un rigoroso superamento di ogni particolarismo e duplicazione. E, a tal fine, ho l'intenzione di proporre un aumento degli organici, accrescendo il numero di coloro che svolgono il servizio di leva nell'Arma dei carabinieri. L'impegno finanziario per questo e per gli altri servizi analoghi non può certo rappresentare un ostacolo di fronte all'esigenza di dare sicurezza a tutte le nostre città, anche le più piccole.
Analogo impegno dovrà guidarci nel rivedere e nel rafforzare la presenza sul territorio nazionale ed il suo controllo da parte della polizia di Stato e della guardia di finanza.
Per quanto riguarda la polizia di Stato, essa è organizzata in 95 questure, 126 commissariati sezionali, 211 commissariati distaccati e 17 posti di polizia. I posti di polizia stradale sono 387, 233 quelli di polizia ferroviaria, 93 quelli di polizia di frontiera e 95 quelli di polizia postale.
Forti sono le presenze della Guardia di finanza, ma quando vediamo i bollettini della criminalità, dobbiamo ritenere che questo sia insufficiente e quindi dobbiamo veramente dedicarvi un'attenzione prioritaria.
A coloro che hanno rilevato insufficienze ed inadeguatezze nelle linee proposte per il risanamento dei conti dello Stato, devo ricordare che il tempo disponibile per avvicinarsi alle condizioni operative dei sistemi economici dei nostri partners comunitari si va riducendo sempre di più e che occorre — lo ripeto — che alla determinazione degli obiettivi seguano comportamenti coerenti.
A tal fine certamente si impone un adeguamento dell'articolo 81 della Costituzione, come anticipato nelle dichiarazioni programmatiche. Tuttavia è già possibile pensare ad un intervento correttivo — ce lo ricordava ieri l'onorevole Bassanini — sul piano regolamentare, per impedire che il bilancio e la legge finanziaria siano snaturati da emendamenti e da iniziative legislative, in corso d'anno, non coerenti con gli obiettivi fissati dal documento di programmazione economico-finanziaria.
Il lavoro già svolto della Giunta per il regolamento nel luglio 1989 e le varie proposte di modifica presentate nel luglio 1990 da vari gruppi possono costituire al riguardo un'utile base di lavoro e forse la forma più urgente di correttivo.
Frattanto, tutte le forze politiche della maggioranza devono sentirsi impegnate a non modificare i provvedimenti predisposti dal Governo per consentire gli obiettivi di risanamento della finanza pubblica definiti dal Parlamento con il documento di programmazione economico-finanziaria del 1990.
Per l'immediato futuro concerteremo prima i provvedimenti in modo da evitare i ritardi che sin qui si sono purtroppo verificati.
Il contatto tra i ministri e le Commissioni sarà molto più intenso, non solo nei settori finanziari. In quest'ultimo ambito provocheremo anche un confronto approfondito sul tormentato problema dei tassi di interessi e del costo del danaro.
L'Italia non deve assumersi la responsabilità di essere causa di insabbiamenti nel passaggio alla seconda tappa del sistema monetario europeo e della mancata creazione della Banca centrale europea tempestivamente.
Ma questo non lo si ottiene senza un biennio di rigore eccezionale.
Ogni ritardo nel dare attuazione alla necessaria manovra di bilancio per l'anno in corso e per il 1992 avrebbe per risultato un aggravio nei costi del risanamento finanziario, con conseguenze deleteri e anche per l'andamento dell'inflazione, dell'economia e dell'occupazione.
Sono ancora troppi coloro che pensano che altri reali e delicati problemi del nostro paese, tra i quali prioritari sono certamente quelli del divario di sviluppo tra Nord e Sud — ce lo ricordava l'onorevole Napoli — e della disoccupazione giovanile, possano essere risolti con l'attuale situazione dei conti dello Stato.
Dobbiamo renderci conto che non è così, specialmente se non vogliamo compromettere il livello di sviluppo raggiunto in oltre 40 anni di vita democratica. Ogni incertezza dettata da preoccupazioni particolari toglierebbe all'Italia la possibilità di continuare a dare il proprio originale contributo alla costruzione di un'Europa unita nei valori di libertà e di democrazia.
Ognuno di noi non può che essere accorato per l'emozione suscitata dalle tragiche vicende delle popolazioni curde.
Siamo in stretto contatto con le Nazioni Unite e con i nostri principali alleati per concorrere alle operazioni di assistenza e di protezione che si vanno organizzando.
Una missione diretta dal sottosegretario agli affari esteri, onorevole Lenoci, si recherà subito ai confini turco-iracheni e iraniano-iracheni in vista dell'allestimento di un ospedale da campo.
Mentre il Governo si riserva di comunicare tempestivamente al Parlamento — dico questo ai tanti colleghi che hanno ieri parlato a tale riguardo — le ulteriori decisioni che saranno adottate, desidero informare che due aerei della nostra aeronautica militare, facendo seguito ad altre missioni di soccorso già svolte la settimana scorsa, partono oggi per la Turchia per trasportare viveri nel quadro dell'intervento comunitario sollecitato dal presidente della Commissione, Delors. Un carico di medicinali è stato nel frattempo inviato tramite la Croce rossa.
L'onorevole Masina non ha torto nel dire che si deve fare di più, e questo non solo nell'assistenza ma anche in una forte azione politica, per quel rilancio dell'autorità dell'ONU, invocato nell'agosto scorso per liberare il Kuwait, ma che non può che essere globale e verso tutte le aree in crisi.
Non sto a ripetere quanto seguiamo da vicino i problemi del Medio Oriente dove urge, accanto ai piani di risoluzioni politiche, una decisa azione di tutela dei diritti umani più elementari, di cui si continua a fare scempio.
Ed ora, prima di concludere, vengo al punctum dolens della nostra crisi ministeriale. Sono grato all'onorevole Del Pennino per non essersi associato a quanti hanno commentato la concisione del passo del mio discorso introduttivo sulla rinuncia dei ministri repubblicani come un freddo atto rituale e dovuto.
Io credo che i sentimenti non si misurino né con il cronometro, né a righe di stampa.
La dissociazione dei repubblicani mi ha arrecato un profondo rammarico, non solo e non tanto per la riduzione della base governativa ma perché ho sempre valutato e rispettato il ruolo che questo partito ha rappresentato nella storia della Repubblica. Nella mia lunga esperienza personale, oltre ai fecondi anni degasperiani e fino all'ultimo Governo, ho vissuto tanti periodi di leale, reciproca collaborazione con colleghi del partito repubblicano, per nulla intaccata da qualche momento o qualche tema in cui si divergeva.
Non voglio indugiare sulle vicende della giornata, come sempre difficile, della composizione del Governo, quando si devono conciliare le prerogative istituzionali di proposta con equilibri, esigenze e richieste di chi, oltre tutto, deve dare in Parlamento i suoi voti.
Per svincolare l'incarico da ogni condizionamento c'è chi caldeggia il voto di fiducia al Presidente prima della formazione della lista, rimessa così al suo giudizio. Ma questo, posto che sia valido, è solo un disegno per il futuro. Per il momento io credo che sia comunque giusto non interferire nella scelta delle valide persone che le forze politiche indicano.
Per questo, delle «rose» ricevute, ho rigorosamente rispettato le designazioni prioritarie.
Quando l'onorevole La Malfa mi disse che per esclusivi motivi di rotazione chiedeva di sostituire l'onorevole Mammì con l'onorevole Galasso, espressi per quest'ultimo un giudizio altamente positivo, avvertendo peraltro dispiacere, a parte l'amicizia, nel vedere interrotta una esperta ed obiettiva conduzione di complesse riforme (non una soltanto). Non ho avuto alcun veto in proposito, ma diffusasi la voce del ritiro di Mammì venne fatta una richiesta di mettere anche il Ministero delle poste tra quelli in rotazione.
Per l'alta qualificazione specifica del collega Galasso intravidi allora la possibilità di destinarlo al dicastero dei beni culturali e ne feci, lungo l'iter delle consultazioni di quella giornata, ipotetico cenno all'onorevole Cariglia. Quando tirai le fila degli incontri, mi sembrò che questa fosse una buona soluzione e pensai quindi di destinare al Ministero delle poste il collega Vizzini, nella convinzione che una tale designazione, proprio perché non ricercata né voluta, avrebbe evitato ogni polemica.
Nella quadratura del Governo, fui anche necessitato a dare ad un ministro di altro partito il dicastero dell'industria, commercio e artigianato ma destinando il collega Battaglia alle partecipazioni statali in un fase di grande importanza …

GIULIO QUERCINI. Ministero di cui chiede l'abolizione !

GIULIO ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. … sia per le riforme in corso sia per dare un concreto avvio alla diffusione azionaria, superando vischiosità e ritardi più volte, e con qualche fondamento, ascoltati ed accentuando quella volontà di serie privatizzazioni che proprio il partito repubblicano aveva sottolineato.
Dirò infine che, non potendo dare il segnale preciso di riforme istituzionali con la predisposizione immediata di una più agile procedura costituente per l'XI legislatura di cui ho parlato poc'anzi, ho ritenuto di individuare un segno minore ma eloquente di volontà di agire, affidando la preparazione delle riforme ad un ministro ad hoc, ed aggiungendo nel contempo diverse competenze, oltre agli affari regionali, a quelle fino ad allora affidate al ministro Maccanico.
Abbozzata la conclusione che, rispettando i nomi, disattendeva le indicazioni di almeno tre partiti, mi sono recato al Quirinale senza avere il tempo di riprendere contatti. Certo, se avessi avuto eccezioni sui nomi, avrei chiesto al Presidente della Repubblica di soprassedere di qualche ora.
Auguro a chi presiederà i governi in futuro di essere messo in condizioni di maggiore autonomia per poter così tenere in più armonica considerazione anche le presenze regionali e femminili — prego l'onorevole Filippini di annotarlo — e per premiare colleghi parlamentari laboriosi e capaci ma privi di traino di particolari sottogruppi.
Ed apro qui una parentesi, dato che ho citato l'onorevole Filippini che mi ha rimproverato di non essermi accorto ... (Voci dai banchi del gruppo comunista-PDS: «Serafini»). Chiedo scusa, si tratta della collega Serafini. Abbiate pazienza, ma non è poi offensivo, in un certo senso. Pur essendo abituato a lavorare di mattina presto, qualche volta posso non avere le idee lucidissime. Me ne scuso fortemente.
Comunque, siccome avevo avuto ieri una censura perché non mi sarei accorto di leggi importanti che abbiamo fatto in tema di equiparazione, dico adesso che non solo me ne sono accorto, ma il giorno della festa della donna, partecipando qui nell'auletta dei gruppi ad una riunione, ne ho sollecitato la definitiva approvazione.
Approfitto quindi volentieri dell'occasione per aprire una parentesi — che poi tale non è — per ringraziare anche le colleghe Fronza Crepaz, Ada Becchi e Bianca Guidetti Serra per la loro partecipazione al dibattito, richiamandoci a valori essenziali, che talvolta, nel turbinio dell'azione politica, rischiano di appassire.
Mi scuso per questa pedante ricostruzione della fase finale della crisi. Forse una differenza di generazione rende meno correnti gli stessi nostri rapporti: mi auguro, tuttavia, che l'onorevole La Malfa possa superare il risentimento maturato, convincendosi almeno — come mi sono sforzato di spiegare due volte per iscritto — che non vi è stata minimamente la volontà di mancare di riguardo al suo partito né a lui personalmente.
Onorevoli colleghi, l'intervento dell'onorevole Scalfaro, prescindendo dalla regola generale di non parlare per il resto del settennato del Presidente della Repubblica in carica, è di quelli che, per la tensione da cui sono pervasi, lasciano il segno, come è dimostrato dal grande interesse e dal profondo rispetto con il quale è stato ascoltato.
La cosiddetta parlamentarizzazione della crisi, l'adozione di procedure più certe sono concetti cari a chi, come me, ha vissuto gli anni della Costituzione e visto nascere il Parlamento repubblicano, avendo l'immeritato privilegio di farne parte da dieci legislature. La procedura seguita di far precedere alle discussioni, mi correggo «dimissioni» — anche il dattilografo si era alzato presto, evidentemente (Si ride)! — una comunicazione non solo formale ma motivata in Senato, enunciando i meriti concreti dell'attuale legislatura, non ha corrisposto alla lettera alla mozione criticamente evocata. Ritengo, però, che, se abbiamo evitato una più ampia discussione, abbiamo altresì scongiurato quello che la grandissima parte di noi non voleva.
So che è facile ironizzare quando si sente condividere da uno di noi il giudizio di profonda preoccupazione per lo stato critico di alcuni settori delicatissimi. Anzi, vorrei soggiungere che, «vista da vicino», talvolta la situazione si mostra anche più grave che agli esterni. L'onorevole Rauti si è soffermato su questo, censurandoci.
Da qualche tempo, forse anche perché la situazione si è liberata dal condizionamento difensivo rispetto al comunismo internazionale, si è aperto un dibattito sulle riforme da adattare alle nostre strutture pubbliche essenziali, per renderci davvero moderni, e, come ho detto, all'altezza degli appuntamenti europei.
Un tale tipo di dibattito va coltivato con grande cura, superando la facile dialettica Governo-opposizioni, che è riecheggiata nelle non affollate sedute di ieri in quest'aula. Vi è infatti un'ampia denuncia dei mali — ed è giusto — ma, per usare un termine ospedaliero, dobbiamo evitare di esaurire tutto lo sforzo nelle diagnosi, senza indicare valide terapie.
Vorrei fare un esempio: ci si accusa di voler usare solo i mezzi esistenti, come tali da superarsi, se la criminalità ed il debito pubblico continuano a crescere, mentre l'appuntamento a fine '92 è quasi alle porte.
Orbene, uno dei colleghi, competente ed obiettivo in tema di lotta a tutti i tipi di delinquenza, l'onorevole Rizzo, ha esaminato le proposte di novità da me enunciate, non certo improvvisando, scartandole garbatamente di fatto una ad una.
A proposito della totale sfiducia dell'onorevole Garavini verso il nostro Governo, vorrei suggerire almeno una attenuazione specifica, sperando che non consideri irrilevante che a reggere il Ministero del lavoro sia stato chiamato uno dei massimi dirigenti sindacali. Lei, onorevole Garavini, non c'entra più con il cosiddetto Governo-ombra, ma mi sembra che nemmeno il Governo-ombra abbia fatto questa scelta (Commenti dei deputati del gruppo della DC — Si ride).
La stessa critica dell'onorevole Reichlin all'indebitamento dello Stato è fondata come preoccupazione, ma non può stralciarsi da un contesto generale in cui certo noi possiamo avere prevalenti, ma non esclusive responsabilità. Tutti abbiamo bisogno di migliorare, e non credo di mancare di riguardo a sinistra, se constato che una forte autocritica, almeno implicita, sia intervenuta.
Non posso condividere, però, con l'onorevole Leoni, molte cose, a cominciare dal ritorno ad un'Italia frazionata in diverse Repubbliche. Quello che accade anche in paesi vicini, quando si sollecitano moti centrifughi, dovrebbe far pensare bene prima di farsene promotori.
In quanto alla regolare durata della legislatura, non dovrebbe dispiacere ai leghisti, perché dà loro modo, come ad altri gruppi, nuovi o rinnovati, di far comprendere meglio le loro tattiche e specialmente la loro strategia.
Ringrazio infine l'onorevole Costa ed altri colleghi che hanno rilevato il punto programmatico della ristrutturazione delle forze armate: tema importante e di notevole attualità anche internazionale.
Onorevole Presidente, colleghe e colleghi, con un tardo latino, credo coniato da Hobbes, sembrò che fosse saggio primus vivere, deinde philosophari, ma oggi non è così. E come è in errore chi scioccamente interpreta come interesse corporativo l'ostilità del Parlamento a non arrivare alla sua conclusione istituzionale, così posso assicurare che il Governo non è davvero animato da desiderio di pigra sopravvivenza.
Né mi sembra di essere in cattiva compagnia, allorché sento dire, come ieri, più di una volta, da alcuni colleghi, non contenti di parlare di un Governo di basso profilo, che questo è un Governo settimino, quasi che ci dovesse far dispiacere il fatto di essere in compagnia di illustri nati al settimo mese, come Newton, Victor Hugo, Voltaire e Darwin, per non citarne che alcuni (Applausi dei deputati dei gruppi della DC e del PSI — Commenti).
Onorevoli colleghi, ho cercato di delineare un anno di impegno nel quale il philosophari, cioè le riforme, sia per quelle pronte sia per le procedure ulteriori, debbono essere di pari passo con il lavoro immediato, per affrontare tutto l'arco di quei problemi per i quali abbiamo preso un impegno nel discorso di presentazione al Parlamento. Per questo chiedo alla maggioranza un voto di fiducia ed a tutti i colleghi uno spirito di collaborazione, critica, ma costruttiva (Applausi dei deputati dei gruppi della DC, del PSI, del PSDI e liberale).

On. Giulio Andreotti
Camera dei Deputati
Roma, 19 aprile 1991

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 19 aprile 1991)


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