LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VII° GOVERNO ANDREOTTI: INTERVENTO DI ARNALDO FORLANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 18 aprile 1991)

Il VII° Governo Andreotti, ancora un pentapartito, si insedia il 12 aprile 1991, con un programma da fine legislatura. Il giorno successivo, a causa di alcuni veti posti dal PSI su un ministro del PRI, i repubblicani decidono di uscire dal Governo.
Il Presidente del Consiglio presenta le linee programmatiche del governo alla Camera dei Deputati il 17 aprile 1991.
L'intervento del Segretario politico della DC, Arnaldo Forlani, nel corso del dibattito sulla fiducia avviene il 18 aprile 1991.

* * *

ARNALDO FORLANI. Signor Presidente, la posizione assunta dalla democrazia cristiana in merito ai problemi di Governo è stata molto chiara. Abbiamo considerato nostro prioritario dovere assicurare la formazione di un Governo in grado di svolgere il proprio lavoro fino al termine naturale della legislatura. Siamo stati contrari, onorevoli colleghi, lungo tutto l'arco della crisi, all'idea di un ricorso ad elezioni anticipate. Eravamo e restiamo convinti della validità della collaborazione tra i cinque partiti che avevano formato il precedente Governo e che, avendo ribadito la loro intesa sulla linea politica generale e concordato il programma per la parte restante della legislatura, hanno portato l'onorevole Andreotti a sciogliere la riserva espressa al Capo dello Stato all'atto del conferimento dell'incarico.
Abbiamo confermato la convinzione che non esistono alternative valide ed attuali realmente praticabili e constatiamo che eguale giudizio è stato espresso da ciascuno dei partiti che hanno partecipato sin qui al Governo, compreso il partito repubblicano, sia prima che dopo la sua dissociazione.
La nostra preferenza per il rimpasto trovava giustificazione nel fatto che, restando comune la volontà dei cinque partiti della coalizione di non modificare la linea politica generale, la ricognizione dei problemi ancora da affrontare e da risolvere atteneva all'aggiornamento del programma, essendo stato per larga parte attuato quello che il Governo aveva presentato alle Camere all'atto della sua costituzione.
Il rimpasto era giustificato, inoltre, dalla necessità di risolvere limitati problemi attinenti alla sua struttura. Si è preferito seguire la strada della crisi, nel corso della quale abbiamo dato il concorso delle nostre idee e del nostro senso di responsabilità.
Qualcuno ci accusa ricorrentemente di esprimere questa responsabilità con un eccesso di mediazione. Viene però a scambiare, ragionando così, il mezzo della nostra politica con il fine. Per risolvere i problemi del Governo, inteso nel senso più ampio del termine, cioè per perseguire un interesse generale, non basta volerlo: occorre una disponibilità reale al dialogo ed alla mediazione. La mediazione considerata, ovviamente, non come fine ma come mezzo per realizzare un indirizzo politico è, sotto tutti i cieli, il sale della politica.
In particolare, essa assume significato e valore ed è la condizione necessaria per la nascita e per la vita delle coalizioni di Governo. Le coalizioni, d'altra parte, sono non solo la formula di Governo prevalente nella nostra lunga storia politico-parlamentare, ma anche il mezzo che a tutt'oggi risulta il più idoneo, malgrado le critiche crescenti che gli vengono avanzate, per consolidare ed estendere la nostra democrazia.
Io credo che questa strada, che per quanto ci riguarda è stata tracciata con maestria da De Gasperi, non sia un errore da correggere, ma resti un'intuizione politica che va conservata anche nei tempi presenti, perfezionata e rafforzata.
Si tratta infatti di un tema che, se oggi può sollevare addirittura problemi di ordine istituzionale — e certamente viene a collegarsi con la problematica attinente alla riforma elettorale —, investe anche la nostra riflessione più immediatamente politica.
Non vi è dubbio che la cornice intorno alla quale si può raccogliere una coalizione di Governo è andata con gli anni profondamente modificandosi in Italia. Personalmente non amo definire il nostro tempo come un'età postideologica, per il timore di spezzare così una lancia in favore dell'ultima perniciosa ideologia del nostro tempo, quella dell'opportunismo pragmatico costruito all'ombra dell'antideologia di principio e di maniera.
Ma è certo un fatto che il nostro è il tempo politico caratterizzato dalla caduta dei muri e la conseguenza di questa caduta sarà di accelerare un processo in cui le forze politiche verranno giudicate sempre più per quel che propongono e fanno ed anzi esse stesse sempre più si incontreranno, si comporranno e si scontreranno nel confronto sui problemi concreti del paese.
Sembra un'ovvia verità, ma in effetti questa evoluzione può rappresentare una sorta di rivoluzione copernicana ed aprire nuovi e più larghi spazi ideali, culturali e politici alla concreta politica delle riforme.
Per altro in un sistema che resta ancorato prevalentemente alle coalizioni di Governo bisogna evitare che la caduta dei muri attenui i vincoli di solidarietà tra i partiti che, appunto, possono coalizzarsi per governare insieme il paese.
L'esasperazione della individualità di partito porta altrimenti ad accrescere il male, certo non inconsueto nella politica italiana, della litigiosità, un male cioè che corrode la governabilità reale e concorre a rendere di breve durata i nostri governi, consolidando ed espandendo una delle atipicità negative del nostro sistema politico.
Si tratta di un male, di un problema reale per tutti, anche per quei partiti che attestandosi sulla linea dell'alternativa se ne ritengono immuni ma che invece, ove l'alternativa si realizzasse, ne risulterebbero investiti per primi.
La ricerca di un vincolo di solidarietà più forte per le coalizioni di Governo tra i diversi partiti che di volta in volta vengono a comporle, nell'età successiva alla guerra fredda e caratterizzata dalla caduta dei muri, è dunque problema comune che può essere risolto con il concorso di tutti coloro che sul serio sono interessati al rinnovamento della politica e non ritengono che tale rinnovamento possa meschinamente risolversi nel gioco delle reciproche accuse.
Aggiungo che si tratta di un problema che va affrontato in tutta la sua complessità, per quel che si riferisce dunque anche alla sostanza della politica e della sua eticità, rifuggendo da quelle che sarebbero altrimenti, se si seguisse una linea unilaterale, vere e proprie forme di evasione istituzionale.
Tornando al tema più diretto di questa specifica crisi, voglio ripetere che ci siamo adoperati per ricostruire una collaborazione che risulta non solo possibile ma, allo stato delle cose, dotata di un grado sufficiente di convergenza e di omogeneità.
Le mie non sono affermazioni astratte, onorevoli colleghi! Sono affermazioni che fanno riferimento, al contrario, ad una precisa realtà. Basta, per provarlo, richiamarsi alla convergenza dei partiti di Governo che è risultata evidente in un momento drammatico del confronto politico e cioè durante la crisi del Golfo, confrontandola con l'altrettanta evidente divergenza che è risultata invece con la gran parte dei partiti dell'opposizione, compreso il partito democratico della sinistra.
La dissociazione del partito repubblicano, intervenuta alla fine su un problema particolare che non sottovaluto, non contraddice l'assunto generale. Ciascun partito nella faticosa formazione di una compagine governativa trova ragioni di consenso e ragioni di critica nelle scelte degli uomini e nella assegnazione dei portafogli. Problemi che in definitiva sempre più — si dice — debbono essere riportati nell'ambito di specifiche competenze costituzionali.
Ma le critiche che possono derivarne — e che in effetti ne derivano — per ciascuno di noi debbono a nostro giudizio essere pur sempre collocate in una scala gerarchica precisa di problemi. È qui che è nata la diversa valutazione del partito repubblicano. Noi la rispettiamo anche se non la condividiamo.
Questo non significa davvero che la decisione del partito repubblicano di non partecipare al Governo e di non votargli la fiducia sia da noi sottovalutata. Al contrario, la democrazia cristiana guarda ad essa con notevole preoccupazione, per diverse ragioni. Perché molto profondi sono i rapporti di collaborazione e di intesa tra i nostri partiti fin dai tempi della rinascita della democrazia italiana; perché grande è il nostro apprezzamento per il contributo che è stato dato dagli uomini del partito repubblicano ad una linea coerente di Governo sui temi centrali della vita nazionale e sulle scelte decisive che abbiamo operato sul piano internazionale.
E' paradossale infine, onorevoli colleghi, che proprio in questa crisi, nella quale le posizioni dei nostri partiti sono risultate per molti aspetti più vicine, si sia realizzata invece questa dolorosa divaricazione. Abbiamo sentito che le stesse preoccupazioni non sono estranee al partito socialista e a giudizi espressi anche dai socialdemocratici e dai liberali. Per quanto ci riguarda, faremo il possibile per rendere transitoria questa divaricazione e per riprendere insieme la via della collaborazione e della reciproca intesa.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Governo che nasce, come ha giustamente rilevato poco fa l'onorevole Craxi, dovrà affrontare problemi molto impegnativi e difficili, avendo a disposizione un margine assai stretto di tempo. Vi sono indirizzi politici che travalicano questo limite temporale e debbono proiettarsi anche nell'azione da svolgere nella prossima legislatura. L'appuntamento europeo del 1993 deve essere, al riguardo, un punto di riferimento costante per tutta l'attività governativa. Ma vi sono in particolare due ordini di problemi che assumono una assoluta priorità: quello della lotta al crimine, strettamente intrecciato con i problemi della giustizia, e quello che si riferisce al risanamento della finanza pubblica.
Il Presidente del Consiglio è stato preciso nel suo discorso di ieri. Il nostro partito condivide l'impostazione politica e programmatica che a questi problemi ha dato il Governo e ne accompagnerà l'opera con una costante azione di sostegno, di collaborazione e di stimolo, sottolineando l'urgenza di provvedimenti concreti ed incisivi.
In merito alla politica di riforma istituzionale e costituzionale, la democrazia cristiana, che ingiustamente viene accusata di immobilismo, ha avanzato nel corso della crisi proposte precise e concrete atte, da un lato, a dare maggiore vigore, precisione e concretezza alle diverse ipotesi di riforma e, dall'altro, a legare il lavoro di riforma possibile in questa legislatura anche con quello che dovrà essere compiuto fin dall'inizio della prossima. Abbiamo avanzato una precisa ipotesi di riforma della procedura prevista dall'articolo 138 della Costituzione che, a nostro giudizio, poteva essere utilmente approvata in questa legislatura per accelerare un processo di revisione costituzionale.
C'è senza dubbio una crisi di credibilità delle nostre istituzioni. Dobbiamo arrivare, però, ad una analisi più precisa dei mali che effettivamente affliggono il nostro sistema e delle riforme che dobbiamo in concreto realizzare. L'invito ad una maggiore precisione e concretezza è volto a perseguire obiettivi di grande valore: non gettare discredito generalizzato sulla nostra Costituzione, che invece nel suo complesso ha retto bene alle prove; essere precisi sulle riforme da apportarvi, non ritenere che una sola riforma, per importante che sia, possa rendere superflue le altre. Quindi senza miti, senza semplificazioni, identificati i mali reali della Repubblica — e non sono pochi — dobbiamo distinguere quelli che richiedono cure istituzionali, elettorali, regolamentari, da quelli che richiedono invece, anche con il rinnovamento dei nostri partiti, comportamenti politici più trasparenti e lineari.
Il Presidente del Consiglio ha indicato, per questo scorcio di legislatura, un concreto programma da svolgere in materia di riforma costituzionale: il provvedimento sul bicameralismo, comprensivo della parte così importante della delegificazione; quello sulla decretazione d'urgenza; la riforma che attiene alle competenze delle regioni e alla delega obbligatoria di queste ultime nei confronti degli enti locali e la stessa riforma dell'articolo 81 della Costituzione. Questo programma è certamente di grandissimo rilievo e di eccezionale impegno.
Onorevoli colleghi, lasciatemi dire concludendo che il difetto di essere generici nelle analisi e nelle critiche e di peccare talvolta di unilateralità non riguarda solo la materia istituzionale: riguarda in modo assai più ampio — vorrei dirlo in particolare all'onorevole Reichlin, che ha parlato a nome del partito democratico della sinistra — lo stesso confronto politico.
Non ci riteniamo affatto esenti da critiche, né come partito né come coalizione al Governo, e tuttavia riteniamo che quelle a noi rivolte dal nuovo partito democratico della sinistra vadano molto al di là del ruolo che pure compete ad un partito di opposizione che vuole essere — come abbiamo sentito — o accreditarsi come particolarmente aggressivo e di radicale alternativa alla democrazia cristiana.
Non pensiamo affatto che sia facile la coabitazione fra i partiti della maggioranza, continuiamo a sottolineare la necessità di una più forte coesione e di una maggiore convergenza: tuttavia parliamo di partiti che sugli orientamenti di fondo della politica italiana hanno trovato una non occasionale e non provvisoria ragione di incontro. Dire il contrario significa negare l'evidenza, affidandosi ad una ricostruzione di fantasia della realtà politica del nostro paese.
D'altra parte, onorevole Reichlin, può esprimere il partito democratico della sinistra una linea alternativa esente da contraddizioni e nella quale coesione e convergenza di propositi risultino maggiori di quelli espressi dalla coalizione che sostiene il presente Governo? Non lo può! E non lo può non solo rispetto agli ipotetici alleati, ma neppure rispetto a se stesso, sia nella considerazione allargata di questo termine e comprensiva quindi delle posizioni assunte anche da Rifondazione comunista sia in quella ristretta e riferentesi alla frastagliata diversità e alle molte divergenze che attualmente coabitano all'ombra della quercia nello stesso partito.
La nostra, onorevoli colleghi, non è una riflessione impietosa e tanto meno è fatta per il gusto della polemica, poiché l'attuale travaglio del partito democratico della sinistra fa parte anch'esso del concreto quadro politico italiano, dal quale si deve, in definitiva, pur ricavare (oggi e non chissà quando) una linea concreta, precisa, praticabile per governare il paese.
Noi riteniamo che questa linea sia interpretata dal Governo che si presenta al nostro voto. È per questo, onorevoli colleghi, che abbiamo concorso a formarlo, che lo voteremo con fiducia e lo sosterremo con impegno e con lealtà (Applausi dei deputati dei gruppi della DC, del PSI e del PSDI — Molte congratulazioni).

On. Arnaldo Forlani
Camera dei Deputati
Roma, 18 aprile 1991

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 19 aprile 1991)


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