LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL GOVERNO AMATO: INTERVENTI DC NEL DIBATTITO SULLA FIDUCIA AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 1-2 luglio 1992)

Le elezioni politiche del 1992 costituiscono un terremoto elettorale: la DC scende sotto il 30% dei voti sia alla Camera che al Senato. Tutti i partiti storici subiscono una reazione ostile da parte degli elettori.
I primi effetti di "tangentopoli" si riflettono sul voto e sul dopo elezioni.
DC e PSI decidono di dar vita, insieme a PSDI e PLI, al Governo Amato.
In Senato, dopo l'esposizione delle linee programmatiche da parte del Presidente del Consiglio, si sviluppa il dibattito sulla fiducia al nuovo Governo.
Nel dibattito al Senato intervengono per il Gruppo democristiano i senatori Colombo (Vittorino), Cabras e Mazzola, nei giorni 1 e 2 luglio 1992.

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Seduta del 1 luglio 1992

COLOMBO. Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, il Governo presieduto dall'onorevole Amato è il primo di questa legislatura ed è il risultato del responso elettorale del 6 aprile: un responso complesso, non ancora completamente decifrato, che inevitabilmente ha inciso sulla formazione del Governo.
Esistono innanzitutto rilevanti problemi di quadro politico c di prospettiva. Si definisce la situazione del paese di transizione e di movimento, ma occorre capire obiettivi e direzione di tale movimento, a breve e a lungo periodo, come ha ricordato il presidente Amato nella prima parte della sua esposizione, che io condivido. Il crollo delle ideologie, che ha avuto nell'abbattimento del muro di Berlino del 1989 il suo punto culminante, porta con se numerose conseguenze, positive ed anche negative. Il confronto politico, ad esempio, è diventato più sereno e si è allargato a tutto campo, superando i vecchi schematismi dei rapporti tra partiti e facendo emergere in modo privilegiato il confronto sulla realtà, sui problemi, sui contenuti. Tutto ciò è positivo, a condizione però che non si cada in una situazione di appiattimento sulle cose, di puro pragmatismo nella concezione della politica. Si sono indebolite le ideologie, ma guai se queste dovessero scomparire o semplicemente dovessero offuscarsi i valori di fondo della politica, di quella vera, degna di questo nome, intesa come arte per il governo della polis.
Abbiamo sentito, ad esempio, e ancora sentiamo ragionamenti basati sulla considerazione che con il muro è crollato il comunismo, con esso il collettivismo in economia e quindi tutto è risolto; ha vinto il liberalismo con la sua economia di mercato ed il mondo deve correre su questa strada. Il fantasioso Fukuyama dichiara: «Siamo arrivati alla fine della storia. Ormai esiste un totale consenso verso la legittimità della democrazia liberale come sistema di governo, vincente nei confronti di ideologie rivali quali la monarchia ereditaria, il fascismo ed il comunismo». Egli conclude: «La democrazia liberale avrebbe potuto costituire addirittura il punto di arrivo dell'involuzione ideologica dell'umanità». Sono espressioni paradossali, che però indicano certamente tendenze e direttrici di un processo. Ma la storia, e quindi la politica, è tutt'altro che finita: lo diciamo con convinzione, con soddisfazione, perché se fosse vero con la fine della storia sarebbero finiti la vita, l'uomo, l'umanità.
Noi democratici cristiani portiamo avanti la nostra concezione di umanesimo integrale e plenario e la vogliamo confrontare con le altre concezioni, come 50 anni fa nel momento dell'elaborazione della Costituzione, nella ricerca di soluzioni politiche valide e senza alcun integralismo, ma con la fierezza dei valori contenuti nelle nostre impostazioni.
Onorevoli colleghi, in questa situazione di movimento il Governo non è e non sarà di comune e ordinaria amministrazione. Proprio perché la società italiana e mondiale è in fase di grandi trasformazioni, il Governo è chiamato ad agire innanzitutto su due versanti: quello delle emergenze economica, dell'ordine pubblico e della questione morale, ma anche quello delle riforme costituzionali, per rendere il paese e la politica più idonei ad affrontare le nuove sfide della società moderna.
Incominciamo dall'emergenza economica, grave in sé ma anche fondamentale come strategia politica, perché dalla sua soluzione dipende la possibilità o meno per il nostro paese di convergere sulla piattaforma stabilita a Maastricht, e cioè come condizione per partecipare al processo dell'unione europea. E noi come partito della Democrazia cristiana, ma anche come paese, vogliamo entrare in Europa.
Sono sorte incertezze, perplessità e anche battute d'arresto in questo processo, ad esempio per il referendum in Danimarca. Guai se tutto si trasformasse in un atteggiamento antieuropeista, in un voler tornare indietro. Noi crediamo e puntiamo fortemente sull'obiettivo Europa, non solo per ragioni sentimentali e storiche, ma per esigenze e convenienze di natura politica ed anche economica cui l'Italia non può rinunciare, pena un'inevitabile e paurosa caduta di livello. Meglio essere e stare, anche se con qualche fatica e sacrificio, in Europa che rimanere tagliati fuori da questo circuito del mondo. Non lo facciamo certo per ambizione di supremazia economica o con atteggiamento protezionistico di fronte alla potenza delle multinazionali americane o ai successi nipponici. Lo facciamo come risposta ad una sfida e ad un'opportunità che la storia ci offre e per la quale si sono battuti con lungimiranza i pionieri dell'europeismo.
Proprio in questa luce va affrontata l'emergenza economico-sociale. Da una parte si grida: occorre l'economia di mercato, togliere i lacci e i lacciuoli, e il più è fatto. È un po' il grido di moda. Dall'altra, sul fronte della sinistra (lo abbiamo sentito anche quest'oggi), si afferma: con questo Esecutivo piccolo piccolo - è l'espressione di Occhetto – si vuole scaricare sui lavoratori, in termini di pesante restaurazione, l'onere della stabilizzazione e della ripresa.
Con molta chiarezza diciamo che non basta invocare e anche realizzare l'economia di mercato, onorevole Presidente. Il mercato, infatti (è qui presente un mio maestro, il senatore professore Fanfani, a cui faccio riferimento) non è un obiettivo, ma uno strumento, un regolatore dell'economia che permette di meglio realizzare condizioni di produttività e di utilità per i singoli operatori e consumatori.
E' perciò indispensabile stabilire quali obiettivi politico-sociali si vogliono raggiungere con questa economia di mercato. L'economia di mercato deve aumentare i profitti dei forti a scapito della generalità? Di una zona forte, lasciando quelle deboli al proprio destino? Di una generazione che soddisfa in modo consumistico tutto e tutti dimenticando i valori di solidarietà verso le generazioni che verranno? Noi diciamo sì al mercato, ma utilizzato per la realizzazione di obiettivi politico-sociali che interessano l'intera comunità.
Ecco perchè nei paesi più avanzati sul piano economico, specie dell'Europa (la Germania, il Belgio, l'Olanda), l'economia di mercato viene aggettivata con il termine «sociale», diventando economia sociale di mercato.
In questa luce il programma economico del Governo fissa obiettivi e condizioni: tra gli obiettivi, un freno alla spinta inflazionistica e una significativa riduzione del deficit di bilancio per convergere verso i parametri di Maastricht, tra le condizioni, quella di non compromettere la crescita dell'economia nazionale ed anche il funzionamento dello Stato sociale. L'osservanza rigida di queste condizioni permetterà di liberare risorse finanziarie oggi attratte dal debito pubblico per irrobustire la nostra capacità produttiva e razionalizzare e ammodernare i servizi sociale, migliorando la qualità della vita per tutti.
Il collega senatore Visco (e quest'oggi ancora il collega Chiarante), con una onestà intellettuale di cui gli si deve dare atto, faceva alcune osservazioni su «l'Unità» di qualche giorno fa. Mi dispiace che non sia presente. Purtroppo, in Parlamento ognuno parla ai suoi amici e non c'è confronto; ma pazienza, bisognerà cambiare qualcosa a tale riguardo. «Il contesto logico in cui si muove il Presidente incaricato» - osserva il senatore Visco - «appare per certi aspetti simile a quello da noi prospettato e cioè: disinflazione, controllo e monitoraggio delle dinamiche dei redditi nominali, prezzi e tariffe, difesa del salario e delle pensioni reali». Aggiunge tuttavia il collega Visco, associandosi all'onorevole Reichlin: «Questo programma è però un semplice documento di intenzioni e di orientamenti» e quindi osserva con pesante ironia: «Tutti possono concordare su interventi a favore della famiglia, dei giovani, dei bambini, degli anziani, degli emarginati». Sono riferimenti presenti nel programma del presidente Amato davanti ai quali noi non sorridiamo, ma della cui validità siamo profondamente convinti. Tutto questo - continuano i colleghi del PDS - per richiedere un confronto franco, fermo, che il documento programmatico del presidente Amato non permetterebbe sulle «dure verità che non si dicono al paese» e che invece occorre dire.
Condivido l'esigenza, proprio in questa difficile situazione del paese, che al paese stesso si dica tutto e con chiarezza; al paese e alle forze politiche, per stimolare «possibilità di confronto e di convergenza», come dice il senatore Visco, così che ognuno, persona e Gruppo politico, possa, anzi debba, assumere le proprie responsabilità senza trincerarsi, come purtroppo sembra, ancora una volta su posizioni precostituite e ormai obsolete di opposizione.
La linea assunta dal presidente Amato con il suo programma è proprio quella di parlare al paese, da una parte e dall'altra, dell'apertura al confronto nell'intento di essere giudicata in sé, cioè sulla capacità di rispondere alle esigenze del paese.
Il riferimento ai parametri definiti dal trattato di Maastricht, come fondamento della parte economica, ne costituisce il pilastro portante e non è un riferimento strappalacrime per le donne, gli anziani e i bambini. Lo ricordo a tutti e quindi anche ai colleghi del Partito democratico della sinistra: si tratta di una riduzione di almeno 2-2,5 punti del tasso di inflazione, di portare il deficit di bilancio al 3 per cento rispetto al PIL contro l'attuale 10 per cento, di ridurre il debito pubblico al 60 per cento rispetto al PIL dal livello attuale, che è superiore al cento per cento. In sostanza, si tratta in quattro o sei anni di diminuire il disavanzo di ben 7 punti, il che in valore assoluto rappresenta una manovra di circa 100.000 miliardi di lire. È, dunque, un'operazione, o meglio un processo, difficile, faticoso, a cui si addice la definizione ormai classica di «lacrime e sangue». Chi pensa di avere o di poter suggerire ricette più leggere o indolori, di poter risanare senza lacrime e sangue, corre il rischio di illudersi e di illudere, cadendo in pericolose situazioni di tipo demagogico.
Onorevoli colleghi, riportare sotto controllo l'inflazione è nell'interesse di tutti, in prima linea proprio dei percettori di redditi fissi. Devo dire francamente che sembra una battaglia di retroguardia quella di chi si abbarbica sulla lievitazione dei redditi nominali, anziché mirare alla formazione e alla distribuzione di redditi reali, impegnandosi per la stabilità della moneta.
Nella ricerca (sottolineo in particolare quest'aspetto, su cui ritornerò, presidente Amato) del consenso sulla strategia europea si deve però porre anche il nostro impegno per lo sviluppo, che presuppone il recupero di competitività. Ciò significa risolvere anche problemi come quello dell'occupazione sia nelle aree colpite dalla crisi industriale, sia in quelle del Mezzogiorno, in una prospettiva di crescita dell'economia reale e della società civile nella quale trovino soddisfacimento adeguato le attese dei cittadini e di quanti vivono con noi e tra noi.
II Governo chiama questo processo di risanamento «obiettivo Europa», che evidentemente non può essere enunciato nei particolari ma che ha i propri punti di forza proprio su queste linee: provvedimenti di significativa correzione del fabbisogno del 1992; controllo sulla dinamica di tutti i redditi nominali (prezzi e tariffe); disegni di legge delega in materia previdenziale, sanitaria, di finanza territoriale e di pubblico impiego. Al centro di tale processo, tuttavia (non nascondiamoci dietro un dito), sta la finanza pubblica ed è proprio il caso di dire, quindi, che il toro va preso per le corna.
Onorevoli colleghi, citerò soltanto qualche dato. Gli anni dal 1987 al 1991 hanno visto un significativo aumento della pressione tributaria, che è passata dal 39,5 per cento al 43,7 per cento del PIL. Nello stesso periodo la spesa pubblica - al netto degli interessi è anch'essa aumentata. Di rilievo, purtroppo, è stato l'aumento della spesa per interessi, passata dal 7,9 del 1987 al 10,2 per cento del 1991, pari a 170.000 miliardi annui di interessi. In totale, dal 1987 al 1991 la crescita della pressione tributaria e contributiva (più 4,2 punti di PIL) è servita a pagare il costo crescente degli interessi (più 2,3 punti di PIL) e quello della spesa al netto dell'interessi (più 1,2 punti di PIL); solo marginalmente essa è andata a ridurre la quota del fabbisogno sul PIL (0,7 punti di PIL). Appare, pertanto, necessario ad urgente arrestare o rallentare la crescita reale della spesa pubblica in modo che l'aumento della pressione tributaria possa contribuire a ridurre durevolmente l'incidenza del fabbisogno sul PIL e quindi a liberare risorse finanziarie per il processo economico e per stabilizzare il nostro sistema di welfare state.
Per questi motivi occorrono politiche di controllo della spesa. Occorre definire con coraggio il concetto di equità e di tutela dei diritti, superando la filosofia della gratuità diffusa, che si estende impropriamente a quelle prestazioni che eccedono gli standards minimali. Ciò vale per il settore dell'istruzione, della sanità e in genere dei servizi, le cui tariffe sono molto al di sotto dei costi reali e del livello degli altri paese della Comunità. Tutta la spesa pubblica va rivista in questa luce: no alla gratuità diffusa, sì ai bisogni reali dei ceti più deboli.
Occorre ormai affrontare il tema dell'equiparazione del trattamento dei dipendenti pubblici a quello delle imprese di proprietà pubblica, avvicinandosi a quello del settore privato. Per il settore pensionistico, occorre superare l'universalismo della copertura pensionistica e la mancata distinzione tra la componente assicurativo-previdenziale e quella solidaristico-assistenziale. Il testo di riforma presentato dal ministro del lavoro Marini costituisce, ad esempio, una valida traccia per la riforma del settore.
11 nostro sistema di finanza pubblica si caratterizza per un ampio decentramento di responsabilità della spesa e uno scarsissimo decentramento delle fonti di finanziamento. Occorre, invece, dare a tutti i livelli, a tutti i beneficiati la percezione reale e immediata non soltanto dei servizi gratuiti, ma anche dei costi di questi servizi. Per questo si impone il riconoscimento della capacità impositiva almeno a livello regionale.
La finanza statuale deve servire per finanziare i bisogni primari e anche la funzione di equilibrio tra zona e zona del paese, ma vanno risconosciuti ai vari livelli l'onore e l'onere di partecipare al finanziamento di altri servizi.
C'è l'impegno del Governo contro la piaga dell'evasione fiscale, che deve passare dalla fase di prevalente denuncia a quella concretamente operativa.
Occorre rompere con coraggio la spirale viziosa del gonfiamento della spesa, verificando le vere responsabilità del processo decisionale. Questo investe in modo particolare i compiti e i rapporti tra Parlamento e Governo. È ancora viva la constatazione, che suonava anche come accusa, fatta dall'amico Guido Carli alcuni giorni fa e che ha costituito una delle principali accuse e anche un suggerimento. L'amico Carli diceva: «Le iniziative di spesa approvate dal Parlamento negli ultimi tre anni sono sempre state superiori a quelle proposte dal Governo».
Occorre porre mano con coraggio alla modifica dell'articolo 81 della Costituzione, che, riconosciamolo, non ha svolto un ruolo di efficace salvaguardia degli equilibri di bilancio. Ancora: il bilancio di previsione deve assicurare il pareggio della parte corrente e la possibilità di ricorso al debito consentito solo per il finanziamento degli investimenti. Occorre arrivare ad una situazione per cui le leggi finanziarie proposte dal Governo si approvino così come sono nella loro intierezza, oppure si respingono. Così si rispettano il diritto-dovere dell'Esecutivo, che è quello di responsabile guida dei processi, e l'analogo diritto-dovere del potere legislativo di approvazione o di rigetto.
Questo per la spesa. Ma preoccupazioni sono insorte davanti alla politica di rigore («lacrime e sangue», l'ho definita) sia nei riguardi delle ripercussioni sullo Stato sociale, sia per la tenuta e lo sviluppo del ciclo economico cui sono strettamente legati a livelli di occupazione nei vari settori. La voce «occupazione» preoccupa in modo particolare e non soltanto la sinistra. Non sono solo i casi della Lancia di Chivasso, della Maserati di Milano, della Olivetti, della Pirelli, ma l'andamento dei vari settori; il che, può far pensare non solo ad esigenze di ristrutturazione imposte dal confronto concorrenziale ormai a livello internazionale ma anche alla presenza di una reale caduta di tono dell'intero ciclo economico in fase puramente deflattiva.
Gli stessi dati dell'ISTAT relativi al mese di maggio, che indicano che per la prima volta in sei anni gli stipendi e i salari sono cresciuti meno del tasso di inflazione, se da una parte possono rassicurare il versante monetario, dall'altra sono una preoccupante spia non solo sul piano sociale, ma anche su quello economico come pericolo di caduta della domanda dell'intero sistema.
In questa luce vanno viste le iniziative per il rilancio del settore industriale specie delle piccole e medie imprese, del Mezzogiorno, dei settori trainanti del sistema, dell'agricoltura, del turismo, del commercio, dell'artigianato.
Porre l'occupazione nel dovuto rilievo tra gli obiettivi di una politica economica appare non una vaga enunciazione, ma un impegno per la solidarietà ed il progresso del nostro paese. Certo, l'occupazione non si crea per decreto, ma sta alla politica economica porre le condizioni perchè la domanda di lavoro sia sufficientemente sostenuta.
In particolare, per lo sviluppo del Mezzogiorno si tratta di superare la sterile polemica tra intervento ordinario e straordinario e di guardare alle opportunità offerte dalla prospettiva comunitaria, ma anche ai rischi di emarginazione che essa può comportare.
La ripresa di una politica meridionalistica impone una collocazione più attenta del nostro Mezzogiorno nella traiettoria dello sviluppo, ponte naturale tra i paesi del Medio Oriente ed i paesi del Centro-Europa. Il Mezzogiorno è in particolare interessato a veder risolta l'annosa questione della collocazione italiana nella politica agricola comunitaria, collocazione che merita la dovuta comprensione dei nostri partners.
Voglio sperare che l'unificazione in sede di Ministero del bilancio del Ministero per il Mezzogiorno non voglia dire mortificazione della specifica politica per il Mezzogiorno, bensì la sua visione unitaria come politica dell'intero paese.
L'altro tema fondamentale emerso dal dibattito che ci trova particolarmente sensibili è quello delle conseguenze nei riguardi dello Stato sociale. Qualche sprovveduto ha addirittura dichiarato che esso dovrebbe essere abbattuto, proprio nella logica emergente dell'economia di mercato. Non lo è lo Stato sociale che va smantellato, ma sono gli abusi, le distorsioni, le rendite passive che devono essere colpiti; tutto questo deve essere duramente colpevolizzato, non il sistema.
Significativi al riguardo sono i dati del Censis: il benessere è cresciuto in Italia dal 1961 al 1991 del 385 per cento e ciò grazie anche al contributo dei servizi e dei trasferimenti compresi all'interno delle politiche sociali, la cui spesa invece è cresciuta dal 15 al 27 per cento del PIL nel periodo considerato.
Il risultato dell'esame costi-benefici è dunque di due per il costo contro quattro per i benefici.
Condividiamo comunque le critiche relative alla crescita incontrollata della spesa e l'insoddisfazione dei cittadini per il livello di qualità e di efficacia dei servizi forniti. Quindi bene fa il Governo ad affrontare anche questo settore, non per demolire l'obiettivo dello stato sociale, ma per verificarlo, nella ricerca e nella realizzazione di un welfare State necessario ma severo.
La gente, i cittadini non temono tanto una politica di rigore, quanto una politica che genera o semplicemente tollera l'ingiustizia. Non ci fa paura il rigore, ma l'ingiustizia.
Onorevoli colleghi, il governo Amato inizia una legislatura estremamente impegnativa, paragonabile a quella degli anni 1946-47. In questa Aula siede qualcuno che ha fatto parte dell'Assemblea costituente e che ha vissuto quel periodo. Una legislatura - e quindi un Governo - che deve rispondere ad una duplice esigenza: quella di far fronte ed assicurare gravi compiti di Governo (le famose emergenze) e quella di tipo costituente, proprio come nel 1946-47.
Sono stati, quelli, anni difficili, ma anche esaltanti. Con l'apporto delle forze democratiche che hanno fatto la Resistenza, con un confronto anche duro con le diverse matrici ideologiche e culturali (quella ispirata alla tradizione storica laico-risorgimentale, quella legata al marxismo riformista e rivoluzionario e quella ispirata ai valori cristiani) è nata la nuova Italia repubblicana, basata sui valori dell'umanesimo personalista e solidarista, ed è iniziato il miracoloso processo di sviluppo che ha portato l'Italia ad occupare un posto tra i paesi più sviluppati del mondo.
Oggi, dopo cinquant'anni, si richiede uno sforzo analogo proprio sui due versanti del rinnovamento dell'architettura costituzionale e del governo del paese.
Si tratta di problemi ed impegni gravi, indilazionabili, tanto che qualcuno si domanda se siamo ad un nuovo 8 settembre. Certo, i problemi sono gravi, ma non sono frutto di decadimento e di disfacimento come nel 1943. Sono la conseguenza di una grande crisi di crescita della società civile, al cui sviluppo le strutture politiche, il paese legale ed i partiti politici fanno fatica ad adeguarsi.
La società civile è fortemente progredita sul piano del tenore di vita e del tenore culturale, per questo aumenta la propria capacità di critica e di controllo ed anche la propria capacità esigenziale.
La società civile sente l'esigenza del nuovo, del superamento dei vecchi steccati che fino ad ora hanno caratterizzato il modo di far politica, crede ed esige il rispetto dei valori di fondo della libertà, della democrazia, dell'esigenza di maggior partecipazione, di moralità ed eticità anche in politica, di sviluppo sulla strada del bene comune, cioè della costruzione di una società più giusta, più umana.
La società civile tutto questo domanda alle forze politiche, ai partiti ed è ora pronta a realizzare questo cambiamento ed adeguamento anche seguendo la strada difficile e pericolosa non della mediazione politica dei partiti, ma perfino quella immediata, diretta, a volte anche traumatica, dei referendum, bypassando gli stessi partiti.
Tutta questa esigenza ed anche gravità è presente nelle forze politiche, nei partiti; certamente è presente nella DC, almeno come travaglio, come volontà di adeguamento, come consapevolezza delle necessità di cambiamento e di adeguamento, di esigenza di uno sforzo creativo e costruttivo comune proprio come lo è stata nel primo periodo costituente, della ricostruzione e dello sviluppo nel 1946-47.
E' questo il significato della determinazione della DC, spinta fino quasi alla cocciutaggine, della ricerca di una maggioranza più larga e, quindi, più capace di rispondere alle nuove domande della società civile, che non sono di ordinaria amministrazione.
Questo nostro sforzo non è stato finora coronato da successo. Ce ne rammarichiamo, perchè la nostra disponibilità era ed è ampia, sincera, convinta.
Su questa strada si è posto il governo Amato con scelte di contenuto programmatico, strutturale, di rinnovamento della stessa compagine governativa.
Scelte che il paese ha dimostrato di capire e di apprezzare. Noi speriamo (lo chiediamo in particolare al presidente Amato) che ciò che non è stato possibile nella fase di formazione del Governo si possa realizzare in quella di attuazione del programma, sui singoli provvedimenti, con grande disponibilità ed apertura; si ancora, con tenacia, fino alla cocciutaggione.
Sono momenti forti quelli che stiamo attraversando. Per questo deve prevalere non tanto l'interesse di parte (e mi riferisco in particolare ad alcuni partiti con i quali abbiamo per tanto tempo collaborato) quanto l'interesse generale, di sintesi.
Sono in gioco le sorti della struttura partitica del paese, di tutti i partiti, nessuno escluso. In fondo, in sé la sorte dei partiti non sarebbe gran cosa se non fossimo convinti che ancorato ad essa vi è lo stesso valore della libertà e della democrazia.
E questo dovrebbe interessare tutte le forze politiche: quelle che si trovano in maggioranza, ma anche quelle che stanno all'opposizione, come pure quelle che comodamente stanno sulla riva del fiume a guardare e ad aspettare in una posizione di rendita.
Onorevoli colleghi, di posizioni di rendita non ce ne sono più per nessuno. Tutti devono contribuire e lavorare per rinnovare questo nostro paese, perchè la gente ci guarda tutti con occhio attento ed anche critico e sa giudicare. Giudica tutti: maggioranza, opposizione e chi pensa di stare sulla riva del fiume a guardare e ad aspettare in posizione di rendita.
Il Gruppo della DC, da parte sua, crede e vuole con fermezza e determinazione questo rinnovamento su entrambi i piani: quello delle riforme costituzionali e quello della risoluzione delle emergenze del paese. Lo ha fatto nel 1946-1947, nel periodo costituente, della ricostruzione e dello sviluppo, ed è pronta a compiere il proprio dovere anche oggi.
Per questo la Democrazia cristiana darà il proprio voto convinto al Governo presieduto dall'onorevole Amato. Buon lavoro, onorevole Presidente! Noi in Senato faremo la nostra parte. (Applausi dai Gruppi della DC e del PSI e dai senatori liberali e socialdemocratici del Gruppo misto. Molte congratulazioni).

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Seduta del 1 luglio 1992

CABRAS. Onorevole Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, per la prima volta una coalizione di Governo va giudicata non per la sua delimitazione, per l'area occupata nello schieramento parlamentare, ma per il movimento che avvia, per la tendenza, per gli orizzonti che lascia intravvedere. È l'effetto di un'elezione in cui molti hanno perduto e assai pochi hanno vinto; è difficile la maggioranza ed impossibile un'alternativa. È una condizione che può condurre alla paralisi, ma anche provocare mutamenti significativi.
Questa deve essere una legislatura costituente che riformi il sistema politico-istituzionale, un compito che è del Parlamento e non soltanto dei partiti che concorrono alla maggioranza.
Governare le emergenze, la difficile condizione dell'economia e della finanza pubblica, l'infiltrazione della criminalità organizzata, i diffusi disservizi pubblici non basta se non si garantisce la trasformazione dell'assetto politico-istituzionale, a cominciare dalla legge elettorale.
Per queste considerazioni, la Democrazia cristiana ha indicato, all'indomani del 5 aprile, la necessità di allargare l'area della maggioranza del Governo ai partiti storici della democrazia che hanno fondato la Repubblica ed hanno proposte di riforma compatibili con l'evoluzione e non con la dissoluzione del tessuto costituzionale. Troppe volte, nel registrare i mali del sistema, nella protesta per la degenerazione e la deviazione si è colti da una tentazione luddista, di rovesciamento, di azzeramento.
Un uomo saggio come Karl Popper ricorda che il radicalismo porta fatalmente alla liquidazione della ragione e alla sua sostituzione con una disperata speranza di miracoli politici che poi non esistono nella realtà.
La storia della democrazia repubblicana non è una storia di errori e di compromessi per conservare, senza dialettica tra maggioranza ed opposizione. È la storia di una democrazia difficile, in cui all'impossibilità di una alternanza si opponeva un confronto a livello istituzionale fra forze rappresentative di grandi interessi sociali, evitando involuzioni autoritarie e fughe in avanti eversive. Ciò appartiene alla memoria storica.
Non è più la condizione di oggi, ma, di fronte a tante distorsioni della storia della Repubblica, è opportuno rammentare.
L'incontro tra forze riformatrici, di natura, storia ed esperienze diverse, che avevamo auspicato per questa stagione costituente, non si è realizzato per l'indisponibilità del Partito repubblicano e del Partito democratico della sinistra. La base oggi possibile non può vanificare, però, le ragioni politiche della richiesta di ampliamento della maggioranza; la ricerca deve continuare per i provvedimenti di grande rilievo e nella sede del confronto per le riforme elettorali ed istituzionali.
Il contributo maggiore al rafforzamento del Governo può nascere dalla considerazione che il suo è un lavoro che procede per arricchimento e accumulazione, un processo che si alimenta di nuovi apporti e contributi perchè eccezionale è la situazione, eccezionale è l'impegno, diverso rispetto agli equilibri conosciuti e alle antiche regole.
Sentiamo la vastità della sfida che pongono a tutti noi le trasformazioni intervenute, la volontà popolare espressa nel voto, la richiesta di radicale cambiamento e di rinnovamento della vita politica.
La nostra proposta di scindere l'incarico di Ministro dal mandato parlamentare è volta ad esaltare la responsabilità dell'Esecutivo, a separarla dalla funzione di controllo del Parlamento, a creare distinzioni e mobilità in una rappresentanza politica ossificata dentro le sue pratiche esorbitanti e la sua tendenza «pigliatutto».
È singolare che, in un paese in cui ogni giorno si invocano svolte, si preannunciano svolte epocali, la nostra modesta ma significativa anticipazione di un più organico disegno istituzionale sia stata letta con gli occhiali affumicati del «a chi giova?» e addirittura intesa come un siluro al Presidente incaricato. Nella nostra volontà è un gesto di rottura e di impegno, un segnale al paese che ci vuole diversi.
Le novità da introdurre riguardano le innovazioni e le riforme. La riforma elettorale, a cominciare dall'elezione diretta del sindaco, le scelte per consentire ai cittadini di indicare una maggioranza, e un programma di Governo per ridurre la frammentazione senza limitare la rappresentanza di espressioni minoritarie nel voto popolare, per introdurre nei meccanismi istituzionali l'etica della responsabilità nell'esercizio del potere, nei rapporti infraistituzionali, nella distinzione e nella dialettica politica, per favorire un nuovo regionalismo dei poteri e delle responsabilità.
Su questi temi non vi potrà essere, nella ricerca delle grandi opzioni riformatrici, un vincolo di maggioranza che ostacoli o paralizzi, come talora è avvenuto in passato, la formazione della volontà politica del Parlamento in materie che attengono alla vita delle istituzioni e all'interesse generale. Se il Parlamento mostrasse impaccio sulla via delle riforme, si allenterebbe ancora di più il rapporto con l'opinione pubblica, crescerebbe la delegittimazione dei partiti, mentre incalzerebbe l'ondata referendaria che ha chiaramente manifestato una condivisibile volontà di cambiamento.
Non credo che i partiti siano il male della politica. Una società senza partiti instaurerebbe il governo delle lobbies, l'avvento delle corporazioni forti, degli interessi più ramificati; avremmo la democrazia dei robot, una perdita vera della rappresentatività di bisogni, speranze, domande, specie di quanti soffrono emarginazione ed esclusione. Per transitare dal tramonto delle ideologie, dalla fine del secolo socialdemocratico alla democrazia dei nuovi diritti civili e delle nuove solidarietà, i partiti sono necessari.
I temi della sicurezza del paese e della lotta alla criminalità, come ha ricordato il Presidente del Consiglio, sono centrali nei propositi del Governo. Nell'affrontarli pensiamo alla connessione con i problemi della moralità e della trasparenza nella vita pubblica. Istituzioni gravate da pratiche clientelari, dal distacco dei cittadini, dalla collusione tra politica e affari non offendono soltanto il comune sentimento degli onesti ma minano il sistema democratico, rendono permeabile l'amministrazione all'inserimento di cosche, di clan, di interessi malavitosi.
Riforma dei partiti, ritiro dagli spazi impropriamente occupati, rigida separazione fra indirizzo politico e gestione amministrativa sono il presupposto dell'ordine civile e della sicurezza.
A proposito: quando cancelleremo l'ingombrante presenza dei partiti anche nella nuova versione dei comitati dei garanti delle unità sanitarie locali?
Mafia e affini sono un fenomeno criminale diffuso che ha investito l'intero paese, non solo le regioni a rischio. Le risorse, le relazioni, l'area di mercato della mafia costituiscono la ragione della sua espansione e del ritrovamento oltre i confini nazionali, come nelle grandi città del Centro-Nord, non come casuale proliferazione, ma come conseguenza dei suoi traffici, del riciclaggio di capitali, degli investimenti nelle attività produttive.
Una efficace politica di contrasto deve perseguire i santuari finanziari, colpire i patrimoni, investigare l'impiego di profitti illeciti in attività produttive lecite, un terreno sul quale finora si è fatto assai poco.
Consideriamo necessario il completamento delle attività di coordinamento per l'investigazione delle forze di polizia e della magistratura che ha giustificato la Direzione investigativa antimafia e la Procura nazionale; trasferimenti e nomine non sono più rinviabili.
Nell'azione di contrasto sarà sempre opportuno partire dalla provata esistenza di una strategia e di un livello decisionale unitari che caratterizzano la natura associativa della mafia, rifiutando lo schemino della «galassia» di bande criminali senza connessioni, che ignora le stanze di compensazione ove si esercita la mediazione e maturano i grandi delitti e le grandi alleanze interne ed internazionali della mafia.
Per sradicare questa criminalità, per combatterla conoscendone il vero volto illustrato da sacrifici di giudici, di uomini delle forze dell'ordine, di politici che consideravano la lotta alla mafia un dovere, non si può pensare ad una politica che rincorra gli eventi, i lutti, la violenza, ma ad una politica capace di prevenzione e di continuità nel tenere alta la vigilanza.
L'ultimo decreto del Governo uscente tende a rendere più certa la pena erogata ai mafiosi, a commisurare i benefici del regime carcerario alla collaborazione, a rendere la formazione della prova nel dibattimento non impossibile per processi dove l'intimidazione, la violenza e la dissuasione dei criminali si esercita su testimoni, vittime e familiari delle vittime.
Occorreranno, però, delle correzioni per una più netta delimitazione di queste misure al processo mafioso, per evitare un'estensione impropria dell'oggetto dello stesso decreto. La mafia va snidata e battuta nel suo incessante tentativo di condizionare e di infiltrare le istituzioni, di fare politica non soltanto usando i rappresentanti nelle assemblee elettive, ma anche facendovi ingresso direttamente.
Tutti i provvedimenti approvati nella passata legislatura per scoraggiare l'esercizio della politica da parte di mafiosi o di conniventi, per sospendere l'attività di assemblee influenzate dagli interessi di mafia, per rendere trasparente la vita pubblica vanno attuati con determinazione, senza sconti, semmai vanno estesi.
Qualche assicurazione del Governo rispetto ad una necessaria reticenza nella relazione del Presidente del Consiglio sarebbe utile in sede di replica.
La lotta alla mafia non sarà di breve momento, ma non partiamo da zero e lo Stato può farcela, come quando ha processato e condannato gli «intoccabili», quando ha confiscato - purtroppo poche volte - i patrimoni illeciti, quando ha messo in luce il rapporto tra mafia e politica, tra mafia e colletti bianchi. Nel passato recente alcuni conflitti fra istituzioni sul tema dell'azione di contrasto verso la criminalità, nella gestione di prerogative giudiziarie, in generale nel rapporto fra Governo e magistratura, hanno ingenerato un clima pesante e rallentato la cooperazione tra le istituzioni.
Il Governo deve impegnarsi a superare attriti ed incomprensioni, difficoltà di reciproca comunicazione, perchè la lotta al potere mafioso è dovere di istituzioni che collaborano, di politici rispettosi dei confini, e di giudici che non si devono sentire eroi nell'esercizio del loro compito.
Vi è un accenno nelle dichiarazioni che sembra indicare una correzione di tiro sul tema della detenzione dei tossicodipendenti. L'incremento di popolazione carceraria dovuto ai consumatori suggerisce rimedi, ma noi dobbiamo soprattutto affermare che lo Stato non può liberare dalla «scimmia» i giovani ma deve creare le condizioni perchè si liberino da sé trovando i mezzi e le vie di liberazione e di recupero.
Sul bisogno che ha la politica di affrancarsi dai legami pericolosi con gli affari, dobbiamo affermare l'urgenza di limitare e controllare le spese elettorali dei candidati e favorire un finanziamento pubblico dei partiti collegato alla riforma dei loro statuti e delle regole di esercizio della stessa democrazia interna. La questione morale è oggi la questione politica per eccellenza; non sopravviverebbe una riforma delle istituzioni alla conservazione dei vizi e delle degenerazioni dei partiti. Una fase di transizione può essere un vantaggio se i partiti manifesteranno grande disponibilità a rimettersi in discussione perchè è opportuno, come diceva con ammirevole intuizione Aldo Moro, che i partiti diventino opposizione a se stessi.
Per rimanere nell'Europa dei grandi progetti di innovazione e cooperazione, dobbiamo ritrovare il respiro della democrazia delle distinzioni e delle convergenze sui temi della vita nazionale. La preparazione della democrazia dell'alternanza è un'occasione di straordinario impegno.
Spesso si profetizzano tramonti e declini delle forze storiche che hanno garantito libertà, sviluppo e pari opportunità dei cittadini. La Democrazia cristiana guarda al futuro con serenità, anche prevedendo competizioni più difficili e situazioni nuove nella vita politica; un partito che conferma la sua visione solidaristica e l'ispirazione della cultura popolare e cattolico-democratica, da Sturzo a De Gasperi, a Moro, che innova il suo progetto, non può guardare all'alternanza con sospetto.
Noi abbiamo apprezzato il programma e le intenzioni manifestate dal Presidente del Consiglio, in modo particolare gli accenti sinceri, che richiamano una concezione più alta della vita pubblica, alla condanna dell'avidità e dell'arroganza politica, ad un rigore morale che dai comportamenti individuali tocca i livelli della vita e delle relazioni interpersonali.
Per queste convergenze lei, onorevole Presidente del Consiglio, potrà contare sul contributo leale e sulla volontà riformatrice della Democrazia cristiana. (Vivi applausi dal Gruppo della DC. Congratulazioni).

* * *

Seduta del 2 luglio 1992

MAZZOLA. Onorevole Presidente del Senato, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli senatori, i senatori del Gruppo democristiano esprimono la loro fiducia a questo Governo, consapevoli che esso può compiere un cammino utile per il superamento delle attuali difficoltà.
I colleghi Vittorino Colombo e Paolo Cabras hanno illustrato nei loro apprezzati interventi la posizione della Democrazia cristiana sui principali problemi politici affrontati dalla relazione del Presidente del Consiglio.
A motivare il voto del Gruppo democratico cristiano è stato per molti anni in quest'Aula il presidente Nicola Mancino, che ha guidato con grande equilibrio e prestigio il nostro Gruppo, e che desidero salutare qui nella sua nuova veste di Ministro dell'interno (Applausi dai Gruppi della DC e del PSI), pregandolo contemporaneamente di giudicare con benevolenza il mio tentativo di non far rimpiangere troppo ai colleghi del Gruppo la sua assenza in questa circostanza.
Il voto del 5 e 6 aprile ha evidenziato un'esigenza forte di discontinuità, il segno di una volontà di cambiamento che l'opinione pubblica ha posto all'attenzione delle forze politiche.
Esso ha avuto notevole peso negli equilibri parlamentari, ma ha inciso ed incide ancora di più sui significati e sulle prospettive della politica in quanto tale.
Per quanto ci riguarda, non abbiamo voluto sfuggire all'esigenza di affrontare l'aspetto più significativo di quel voto, e cioè la crisi, credo definitiva, di un certo modo di intendere e di fare la politica, fondato prevalentemente sulla gestione e sulla occupazione impropria di ampi spazi della società civile.
Se è vero che dobbiamo scontare debolezze e ritardi. per non avere sciolto, nei termini dovuti, nodi che hanno condizionato la vicenda politica del paese, non possiamo neppure accettare le opinioni e i commenti volutamente riduttivi di chi tenta comunque di far apparire che tutto è, e rimane, come prima.
Certo, quello che si è presentato alle Camere e un Governo espresso e sostenuto da quattro partiti tradizionalmente alleati: di questa situazione, di questo risultato, non ci sfuggono il valore, e neppure le difficoltà.
In una fase politica in cui tutto diventa più difficile, anche la solidarietà, l'aver verificato la disponibilità di diverse forze politiche a dare vita ad una maggioranza e ad un Governo con un programma chiaramente ancorato al risanamento economico e disponibile a concorrere al cammino sulle riforme istituzionali, è risultato di non poco conto.
La sua compagine di Governo, signor Presidente del Consiglio, non è una formazione residuale, ne quantitativamente ne qualitativamente: pur nella loro diversità, la storia, la tradizione, il valore dei filoni culturali delle forze politiche che ad essa hanno dato vita e la loro collaudata alleanza rappresentano - e continuano a rappresentare - componenti importanti e determinanti della vita politica italiana.
Questa consapevolezza, peraltro, non ci fa perdere di vista le rilevanti difficoltà e i problemi che attendono soluzione, e quindi la necessità di ricercare con intelligenza e costanza consensi più ampi; queste esigenze del resto abbiamo avuto ben presenti in tutta la fase aperta dal risultato elettorale e durante la crisi di Governo. Pur avendo fatto quanto era nelle nostre possibilità, non siamo riusciti nell'intento.
Abbiamo dovuto registrare che in altre forze politiche sono, alla fine, prevalse perplessità ed incertezze, a fronte della dichiarata nostra disponibilità a trovare intese idonee per fronteggiare questioni fondamentali per lo stesso avvenire democratico dei paese.
Questo era il senso della ricerca di un rapporto diverso con il Partito repubblicano e con il Partito democratico della sinistra.
La storia del Partito repubblicano, nonostante il suo ruolo parlamentare nell'ultimo periodo, pur nella diversità di ispirazione culturale, rispetto alle altre forze politiche, rimane legata ad un cammino che l'ha visto - dalla ricostruzione post-bellica e dalla collocazione atlantica dell'Italia fino agli ultimi anni - compartecipe, insieme a noi, e ad altri, del progresso economico e del rafforzamento democratico del paese.
Rimane perciò la distanza tra lo spessore di questo itinerario comune e la fragilità dell'attuale collocazione alla opposizione: noi ci auguriamo che, partendo dalla dichiarata attenzione ai provvedimenti del Governo, sia possibile con il tempo riannodare i fili di un positivo percorso comune e lavoreremo con determinata volontà politica in quella direzione.
Al Partito democratico della sinistra, dopo la caduta delle barriere ideologiche, non abbiamo riproposto l'offerta di un datato e superato consociativismo, ma abbiamo chiesto una maggiore disponibilità ad individuare insieme prospettive e linee per il superamento delle strettoie, e perciò a contribuire alla riduzione dei rischi per la effettiva tenuta dell'ordinamento democratico e dell'attuale sistema politico.
Abbiamo grande rispetto per il cammino compiuto dal Partito democratico della sinistra e guardiamo con attenzione agli sviluppi della sua vicenda politica, però dobbiamo registrare una permanente incertezza dei suoi comportamenti politici rispetto agli obiettivi da esso dichiarati.
Il PDS, da una parte, riconosce la necessità di un confronto, senza pregiudiziali di schieramento, sui problemi concreti, come conseguenza immediata della fine dei blocchi geopolitico-ideologici; dall'altra, nei fatti, privilegia poi comunque l'opposizione, anziché ricercare convergenze effettive su proposte concrete di soluzione.
Certo, attraversare un guado della profondità di quello esistente tra l'ex PCI e il PDS non è impresa facile; eppure, rimanere per molti aspetti sospesi o incerti tra il vecchio ed il nuovo non aiuta, anzi rischia di accrescere la forza di gorghi che tutto risucchiano, comprese le speranze di quanti guardano ad una forza politica democratica di sinistra pienamente occidentale ed europea.
Noi siamo consapevoli, onorevoli colleghi, che occorrono trasformazioni e cambiamenti adeguati se vogliamo mantenere intatte e solide le radici democratiche del nostro ordinamento.
La strada delle riforme in questo senso è obbligata e occorre percorrerla con grande determinazione.
Noi prendiamo atto del ruolo che il Governo si è assegnato nel dichiararsi disposto a concorrere ad un itinerario che è di prevalente competenza parlamentare; confidiamo che da parte delle altre forze politiche - al di là della loro collocazione in Parlamento - venga il massimo dell'impegno ed apporti significativi.
In questa direzione si muove l'iniziativa legislativa che abbiamo assunto per l'istituzione della Commissione bicamerale, individuata come la sede idonea delle proposte per la riforma delle istituzioni, ma anche per quelle del sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica: il rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio e dell'Esecutivo ed una appropriata definizione dei poteri parlamentari di indirizzo e di controllo in un quadro realistico dei reciproci rapporti; l'elezione del Presidente del Consiglio da parte delle Camere; un premio di maggioranza che, lungi dall'essere perciò una pistola puntata contro qualcuno, onorevole Amato, appare oggi ancora più necessario di fronte alla progressiva e visibile frammentazione del consenso politico.
Questi sono i capisaldi di una proposta della quale noi pensiamo si debba e si possa discutere, e che rappresenta un contributo serio, responsabile e concreto nella direzione della conservazione di alcuni cardini dell'attuale sistema politico ed insieme in quella di un necessario e doveroso cambiamento.
Mantenere quanto di valido c'è nel nostro ordinamento costituzionale non è opera di conservazione, ma di lungimiranza politica: ma saremmo miopi se pretendessimo di lasciare inalterati meccanismi ed equilibri non più idonei a garantire il governo democratico delle trasformazioni.
Si inserisce qui, onorevole Amato, il nostro apprezzamento per quanto da lei detto sulla riforma elettorale degli enti locali e sull'elezione diretta del sindaco, sulla quale confermiamo il nostro consenso: a ciò aggiungiamo la valutazione positiva per il dichiarato atteggiamento di rispetto del Governo sui referendum, da lei definiti come promotori di un processo di positiva riforma democratica.
Questa affermazione ha ancora più valore se si considera come saremmo miopi se cedessimo alle facili suggestioni della distruzione o delle proteste fini a se stesse e contemporaneamente ci negassimo ai necessari ed utili cambiamenti.
Le difficoltà dell'attuale congiuntura non possono mai farci dimenticare che il nostro paese, che ha fondato la sua storia democratica sul riscatto dalla barbarie fascista e sull'incontro tra forze di varia estrazione politica e culturale, non ha bisogno di kalashnikov, dei quali, purtroppo, abbiamo già provato in un passato recente la nefasta influenza, ma di ritrovare il senso vero della politica, cioè del dialogo finalizzato alla ordinata convivenza civile.
In questa prospettiva, l'unità politica del paese è condizione indispensabile di progresso e di crescita: pensare di affrontare l'impegnativa sfida europea a ranghi separati, ciascuno per la propria parte, si dimostrerebbe un'illusoria scorciatoia e servirebbe soltanto a classificare nuovi fanalini di coda.
In questo senso, onorevole presidente, noi non vogliamo essere, e non saremo, la Disneyland dell'Europa.Da tempo il paese chiede adeguate riforme e, insieme, comportamenti coerenti e credibili.
Noi siamo convinti, onorevoli colleghi, di aver dato alcuni segnali in questa direzione che l'opinione pubblica ha colto nel loro vero significato: qualche ostinato cultore della sottile, ma spesso sterile, arte di spaccare il capello in quattro, è andato alla ricerca di impossibili percentuali tra vera ansia riformatrice e sotterranee manovre intestine; vorremmo ricordare l'unico, incontrovertibile dato politico: siamo stati noi a proporre, e noi la sola forza politica a sancire l'incompatibilità tra incarico ministeriale e mandato parlamentare (Commenti).
Lo abbiamo fatto, forse con qualche approssimazione nei tempi, forse con qualche spiegazione un po' sbrigativa: ma lo abbiamo fatto, convinti come siamo che occorre giungere ad una seria, marcata distinzione tra le posizioni dell'Esecutivo e quelle del Parlamento, e perciò tra i poteri di coloro che fanno parte dell'uno e dell'altro organismo.
Abbiamo avviato un processo reale, fortemente voluto da Forlani e De Mita, e il comprensibile disappunto di qualcuno non può far dimenticare il valore di un orientamento sul quale si possono costruire le altre tappe del cammino.
Nell'opera silenziosa ma ferma, per una sempre maggiore coerenza tra volontà dell'elettorato e scelta del personale politico dirigente un ruolo importante ha avuto, nell'esercizio delle sue prerogative, il Presidente della Repubblica, al quale va il nostro apprezzamento.
Al segnale politico istituzionale dato all'opinione pubblica dalla composizione della lista dei Ministri abbiamo aggiunto il completo rinnovamento dei nostri Sottosegretari: un dato forte, incontrovertibile e, di conseguenza, obiettivamente non contestabile.
Non pensiamo certo, con questo, di aver risolto tutti i problemi: abbiamo però inteso dare dei concreti segni di una inversione di tendenza sollecitata dalle componenti più vive dell'elettorato e, per quanto ci riguarda più da vicino, del mondo cattolico al quale il nostro essere nella politica continua a fare riferimento.
In questo quadro, anche gli inquietanti interrogativi relativi al diritto alla vita ed alla sempre maggiore diffusione dell'ingegneria genetica non possono non richiedere una riflessione da parte di tutti adeguata alla portata della posta in gioco.
In questo senso, onorevole Presidente del Consiglio, ci riconosciamo, pur nella differente valenza dell'ispirazione ideale, nei passi della sua relazione che a questi aspetti hanno fatto esplicito ed apprezzabile riferimento.
Onorevoli colleghi, quella che stiamo vivendo di transizione dal vecchio al nuovo è una fase delicata della vicenda democratica del paese. I sintomi di una affievolita fiducia verso la politica ci sono tutti...

CROCETTA. Signor Presidente, i tempi dovrebbero essere assegnati a tutti equamente.

PRESIDENTE. Senatore Mazzola, cerchi di rispettare i tempi.

MAZZOLA. ... insieme a quelli dell'incertezza sulle prospettive future. Abbiamo però dinanzi a noi la possibilità di evitare che il nostro paese - che un oppositore come Giorgio Amendola definì come uno dei paesi più liberi del mondo - possa conoscere palesi o surrettizie restrizioni degli spazi di libertà e di democrazia.

CROCETTA. Signor Presidente, non siamo in discussione generale, ma in sede di dichiarazione di voto. Quando parlo io sono sempre richiamato.

MAZZOLA. Non ignoriamo che occorrerà saper chiedere e fare dei sacrifici, ma siamo anche convinti della loro necessità, così come dell'assoluta urgenza delle riforme.
Con la formazione del Governo e con la fiducia che ad esso conferiamo, intendiamo contribuire a porre in essere una delle principali condizioni per questo cammino. A questa certamente dovremo aggiungerne altre: speriamo che ciascuno, forze di maggioranza e forze attualmente all'opposizione, sia disponibile a fare la propria parte. Per quanto ci riguarda, siamo e saremo fortemente e decisamente impegnati a concorrere all'individuazione e alla realizzazione dei cambiamenti necessari per continuare ad assicurare all'Italia nuove stagioni di crescita nella libertà.
I tempi di oggi, dopo la fine dell'illusione comunista, sono i nostri tempi: onorevole Presidente del Consiglio, i tempi dei cattolici democratici, dei socialisti democratici, dei liberali democratici. A questi tempi i democratici cristiani intendono dare il segno della loro rinnovata presenza (Applausi dai Gruppi della DC e del PSI. Commenti dai Gruppi del PDS e di Rifondazione comunista e del senatore Speroni).
Noi non siamo un incidente della storia, come qualche frettoloso ed incauto commentatore ogni tanto dice: siamo i cattolici democratici, gli eredi di Sturzo, di De Gasperi e di Moro (Proteste dal Gruppo della Lega Nord. Commenti).

PRESIDENTE. Senatore Mazzola, la sollecito a concludere.

MAZZOLA. Siamo i difensori dello Stato di diritto, articolato in un'ampia autonomia ma unitario nelle sue radici, nella sua storia, nella sua cultura, nel suo sentirsi unitario. Non ci sono due o tre Italie, presidente Amato; non c'è una Padania diversa dall'Italia nell'Europa, senatore Miglio! (Vive proteste dal Gruppo della Lega Nord. Applausi dai Gruppi della DC e del PSI). C'è questa Italia, da cambiare per molti aspetti ma da guidare nella sua unitarietà al grande traguardo, quello sì federale, dell'Europa unita (Commenti).
Onorevole Presidente, onorevoli senatori, noi democratici cristiani siamo per questa Italia in questa Europa e per tali fini intendiamo lavorare.
Anche per questo, oltre che per tutte le altre ragioni già illustrate, diamo un voto convinto e ragionato al Governo presieduto dall'onorevole Amato, con l'auspicio che possa consentire al paese di raggiungere questi traguardi, ai quali guardiamo con fiducia serena e speranza sicura (Applausi dai Gruppi della DC e del PSI e dai senatori liberali, socialdemocratici e della SVP del Gruppo misto).

Interventi DC nel dibattito sulla fiducia al Governo Amato
Senato della Repubblica
Roma, 1-2 luglio 1992

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconti delle sedute antimeridiana e pomeridiana di mercoledì 1 luglio 1992, e della seduta di giovedì 2 luglio 1992)


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