LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL GOVERNO CIAMPI: INTERVENTI DC NEL DIBATTITO SULLA FIDUCIA AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 11-12 maggio 1993)

I primi mesi del 1993 diventano un fuoco di fila contro gli esponenti politici dei partiti della maggioranza di governo. In pochi mesi, gli "avvisi di garanzia" colpiscono leader di partito, membri del parlamento e del governo. Nell'aprile 1993 il Governo di Giuliano Amato si dimette.
Il Presidente del Consiglio incaricato, Carlo Azeglio Ciampi, costituisce un Governo senza consultazioni con i partiti, confermando l'immagine disastrata che i partiti politici hanno assunto.
Nel dibattito sulla fiducia al Governo CiampiiIn Senato, dopo l'esposizione delle linee programmatiche da parte del Presidente del Consiglio, intervengono per il Gruppo democristiano i senatori Abis e Mazzola, il Segretario politico della DC Martinazzoli, ed il Presidente del Gruppo parlamentare DC De Rosa per dichiarazione di voto.

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Seduta dell'11 maggio 1993

ABIS. Signor Presidente, signori membri del Governo, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, lei ha presentato le dichiarazioni programmatiche ed il Governo in un momento di grandi cambiamenti nel nostro paese. Cambiamenti necessari, dopo circa mezzo secolo, per ammodernare strutture e metodi, rendendoli adeguatamente rispondenti alle nuove esigenze, alle nuove domande.
Ma l'improvvisa modificazione della geografia politica mondiale e l'evidenziazione delle degenerazioni che il sistema non è riuscito ad evitare hanno dato al cambiamento l'accelerazione di un tornado che tutto travolge nel suo cammino, uomini e cose. Da qui l'esigenza di risposte immediate nel determinare il nuovo, immediatezza che può in qualche modo anche spiegare alcuni eccessi nelle prese di posizione di diversi movimenti politici.
Tuttavia, è mia convinzione che proprio nei momenti più gravi, nell'affrontare gli snodi più delicati per l'avvenire del paese, una classe dirigente mostri la sua capacità ed ottenga legittimazione nella misura in cui riesca a mantenere il sangue freddo necessario nel fare le scelte più opportune, senza lasciarsi prendere dal panico per la sorte politica della propria parte e senza lasciarsi influenzare dai movimenti di piazza, siano essi spontanei o artificiosamente creati.
Partendo da queste considerazioni si comprende la preoccupazione che potrebbe nascere vedendo sottolineata come finalità preminente e prioritaria dei Governo l'approvazione di una nuova legge elettorale. Non perché questo obiettivo non debba essere effettivamente considerato prioritario, ma perché questa affermazione potrebbe dare la sensazione che nel frattempo tutti gli altri problemi passino in seconda linea e possano avere risposte solo di corto respiro senza speranza di ottenere effetti permanenti. Ma l'aver affidato il compito di guidare il Governo ad una personalità che ha le sue qualità e la sua esperienza serve proprio a garantire che questo errore non sarà compiuto.
Vicende anche recenti mostrano il danno per l'economia del paese e per la stessa stabilità della società che nasce dal diffondersi di una valutazione di provvisorietà nell'azione del Governo. È probabilmente per questo che ella in conclusione delle dichiarazioni, dopo il riferimento alla priorità della legge elettorale, ha voluto opportunamente ribadire che il Governo affronterà i gravi problemi dell'occupazione, della stabilità della moneta, del benessere, della sicurezza e della posizione internazionale dell'Italia, con tutta la determinazione che occorre e secondo una corretta prospettiva di lungo periodo, senza farsi condizionare da una, più o meno probabile, breve durata del Governo.
Queste considerazioni costituiscono lo sfondo su cui vanno collocate le brevi osservazioni alle dichiarazioni programmatiche che mi accingo a fare.
In tali dichiarazioni il legame tra il ragionamento sulle istituzioni politiche ed il ragionamento sull'economia è stato individuato nel «capitolo» delle privatizzazioni, intese soprattutto come strumento in grado di mutare in profondità la cultura imprenditoriale e favorire un azionariato diffuso, trasformando «la proprietà pubblica in partecipazioni del pubblico».
Bene ha fatto il Presidente del Consiglio a far seguire all'impegno di procedere sulla via delle privatizzazioni un ampio richiamo sul ruolo complessivo dell'intervento pubblico. Nelle attuali circostanze occorre infatti avere ben presente che in una società moderna, che non voglia rinunciare a fondamentali esigenze di solidarietà e di equità, il ruolo del sistema di finanza pubblica e, più in generale, dell'intervento dello Stato nell'economia resta insostituibile. Ma se l'intervento pubblico, anziché concentrarsi nei settori nei quali esso risulta più utile, tende a crescere senza limiti perché perde la capacità di adattarsi rapidamente alle esigenze dell'economia e della società, allora si creano le condizioni per una rottura dell'equilibrio tra le spese e le entrate che, protraendosi negli anni, rende difficilmente governabile il sistema.
In sostanza, la perdita di elasticità dell'intervento pubblico finisce coi renderlo meno efficace proprio in quella funzione di sostegno e stimolo di uno sviluppo in grado di avviare a soluzione i problemi di arretratezza e di squilibrio territoriale che ancora caratterizzano la nostra società. Quando il debito pubblico assume le dimensioni che conosciamo, entra in gioco un rischio di instabilità finanziaria di gravità tale da condizionare l'intera politica economica. In questo senso, ricostruire una situazione più sana di finanza pubblica è il presupposto per poter indirizzare gli strumenti dell'intervento pubblico verso gli obiettivi, che restano irrinunciabili, di sviluppo e di equità.
La strada per ottenere questi risultati è quella, certo difficile ma non impossibile, sulla quale si sono fatti passi importanti e che è stata ribadita nelle dichiarazioni del nuovo Governo: il conseguimento di un avanzo primario stabile che rafforzi la credibilità del Governo e contribuisca a creare condizioni favorevoli alla riduzione dei tassi di interesse. Altre strade, apparentemente più facili - che sono state richiamate anche stamani in questa Aula - ma in realtà portatrici di conseguenze gravissime non possono essere prese in considerazione. Si tratta, in buona sostanza, della prosecuzione della stessa strategia messa in campo negli ultimi anni e, in questa legislatura, portata avanti dal Governo Amato.
Nell'attuale difficile situazione economica è necessario proseguire nell'azione di stretto controllo dell'inflazione, controllo indispensabile per sfruttare pienamente e consolidare il recupero di competitività indotto dalla svalutazione. Il contenimento della crescita dei prezzi rende compatibili la difesa del potere d'acquisto dei salari e la rinnovata capacità delle imprese di espandere la presenza italiana sui mercati internazionali, ponendo le premesse per una ripresa del processo di sviluppo.
Se al risanamento della finanza pubblica ed al controllo dell'inflazione si aggiungerà un ritrovato equilibrio dei mercati monetari e finanziari internazionali, saranno ricostituite tutte le condizioni necessarie per uno stabile processo di crescita dell'economia che consentirà nuove, solide opportunità di lavoro. Per conseguire questi risultati è necessario un forte impegno per un rilancio del processo di costruzione europea, nella consapevolezza che dall'attuale situazione dell'Europa si può uscire solo con una forte azione solidale dei paesi della Comunità, sia nel campo del coordinamento delle politiche economiche interne, sia in quello connesso dei rapporti tra le valute.
E tuttavia l'azione di politica economica e di bilancio non può muoversi solo lungo queste linee strategiche: è altrettanto necessaria una riqualificazione degli interventi pubblici che consenta di minimizzare i costi sociali, certo inevitabili ma non per questo meno gravi, dell'attuale situazione.
Maggiore equità fiscale, maggiore efficienza della spesa, concentrazione sugli obiettivi prioritari a livello settoriale e territoriale sono le direttrici indicate dal Governo. Si tratta di indicazioni giuste, ma da riempire di contenuti concreti; le complesse vicende di importanti strumenti legislativi (decreti-legge) ai quali e affidata gran parte delle misure finalizzate a questi obiettivi dimostra che non si tratta di un compito facile. Affrontare concretamente le situazioni di crisi che richiedono interventi urgenti senza rinunciare al necessario rigore della politica di bilancio è una delle prove più difficili che il muovo Governo dovrà affrontare.
Il Presidente del Consiglio molto opportunamente ha ricordato che il precedente Governo Amato ha posto mano alla correzione strutturale dei problemi che sono alla base degli squilibri di finanza pubblica. Altrettanto opportunamente ha ricordato che il Parlamento, nel condividere la valutazione del Governo Amato sulla gravità degli squilibri, assecondò la sua azione nei tempi, nei contenuti, nel rispetto dei vincoli finanziari stabiliti con la risoluzione che approvò il Documento di programmazione economica e finanziaria 1993-1995.
Si tratta di un riconoscimento molto importante che segna un'inversione di ottica, rispetto al passato, nel modo con il quale si guarda all'azione del Parlamento e alla sua capacità di assecondare gli indirizzi governativi, autovincolando lo svolgimento della propria azione politico-legislativa. E del resto, anche dal Governo Amato erano venuti espliciti riconoscimenti in questo senso al termine della sessione di bilancio 1993-1995.
Si tratta, implicitamente, di un sostanziale riconoscimento delle rilevanti modificazioni introdotte, sul terreno delle norme e delle prassi, nella cornice istituzionale delle procedure di formazione e discussione parlamentare dei conti statali. Proprio questa impostazione, molto opportuna, consente al Parlamento di riprendere ora il ciclo degli adempimenti relativi alla sessione di bilancio 1994-1996, a partire dalla discussione del prossimo Documento di programmazione economica e finanziaria, nella profonda consapevolezza di poter e dover svolgere un ruolo determinante nell'assecondare l'attuazione di indirizzi di politica di bilancio necessariamente ispirati al criterio di fondo del riequilibrio della finanza pubblica; riequilibrio che, come lo stesso Presidente del Consiglio riconosce, non esclude - anzi, in un certo senso rappresenta - la precondizione per una funzione attiva e propulsiva della spesa pubblica; solo una Finanza pubblica equilibrata consente l'intervento pubblico dove è necessario e quando e necessario.
Per quanto riguarda l'impostazione governativa secondo cui i provvedimenti di finanza pubblica per il triennio 1994-1996 devono essere predisposti e presentati alle Camere nei tempi più stretti possibile, occorre ricordare che l'assetto normativo - anche di carattere regolamentare - che disciplina la materia prevede delle scadenze ben precise e sostanzialmente un rapporto abbastanza stretto di consequenzialità contenutistica tra i vari strumenti legislativi in cui si articola la manovra di finanza pubblica: ad esempio, i Regolamenti parlamentari prevedono che venga esaminato prima il bilancio di previsione e poi la legge finanziaria. Poiché, poi, i provvedimenti collegati negli ultimi anni hanno costituito una buona parte della copertura della legge finanziaria stessa, tali provvedimenti vanno approvati in via definitiva prima dell'approvazione della legge finanziaria.
Insomma, ci troviamo in presenza di un unico blocco normativo, suddiviso in tre parti: bilancio, legge finanziaria e provvedimenti collegati. Questo «unico» va sostanzialmente esaminato e votato contestualmente. Se si intende quindi anticipare la presentazione della legge Finanziaria - e quindi dei provvedimenti collegati - alla sessione estiva, appare necessario anticipare anche la presentazione del bilancio di previsione. A questo punto, ha un senso chiedersi se e in che misura convenga affrontare la sessione di bilancio in tempi così anticipati rispetto all'esercizio di riferimento, con una elevata probabilità - come confermano le puntuali presentazioni negli anni passati di una nota di variazioni in autunno - che dopo la pausa estiva la situazione economica sia modificata a tal punto da imporre un riesame delle stesse cifre previsionali estive.
Appare altresì importante una chiara definizione, nel Documento dl programmazione economica e finanziaria e nella connessa risoluzione parlamentare, dei contenuti, dei vincoli quantitativi e degli strumenti finanziari attraverso i quali l'azione correttiva di finanza pubblica dovrà svolgersi, tra il momento della presentazione del Documento di programmazione e la conclusione della sessione di bilancio. In altri termini, tempi, contenuti, strumenti e vincoli costituiscono i passaggi cruciali della cornice procedurale entro la quale il Parlamento potrà impegnarsi a chiudere la sessione di bilancio 1994-1996.
In questo senso è importante che il Governo chiarisca con precisione tali passaggi, in modo da consentire alle Camere di definire uno strumento procedurale (appunto, la risoluzione) idoneo ad assecondare detta azione di rientro.
In questo senso occorrerà riconsiderare con grande attenzione tutti i risultati positivi conseguiti nella precedente sessione di bilancio e sviluppare ulteriormente quell'assetto di regole e vincoli al cui interno Governo e Parlamento, forze di maggioranza e forza di opposizione potranno svolgere in modo limpido il proprio ruolo ed assumersi le rispettive responsabilità.
E ciò appare essenziale proprio in questa fase cruciale della nostra vita politico-istituzionale, destinata a preparare un nuovo confronto elettorale fondato su meccanismi profondamente rinnovati, ma anche radicato su una chiara riconoscibilità delle proposte e delle opzioni che si fronteggeranno davanti all'opinione pubblica (e che saranno più o meno credibili, a seconda delle posizioni che le forze politiche avranno assunto) e sulle concrete misure di attuazione del programma del Governo (Applausi dal Gruppo della DC e del senatore Compagna. Molte congratulazioni).

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Seduta dell'11 maggio 1993

MAZZOLA. Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, onorevoli senatori, il Governo chiede la fiducia sulla base di un programma adeguato in modo onesto e concreto alle principali emergenze di questa difficile fase di passaggio della storia repubblicana ed alle quali le forze politiche sono tenute a dare risposta: l'emergenza istituzionale e l'emergenza economica.
L'atteggiamento assunto dal Governo di fronte a queste due emergenze mi pare corretto e responsabile: da un lato facilitare e sollecitare l'attività parlamentare volta all'approvazione di una nuova legge elettorale, doverosamente collocata nell'ambito del risultato delineato dal voto referendario del 18 aprile, dall'altro lato continuare la politica diretta a ridurre il debito pubblico ponendo le premesse concrete per una ripresa dell'economia in tempi ragionevolmente ravvicinati.
l due obiettivi, quello istituzionale e quello economico, non possono - credo - essere considerati disgiunti perché fanno parte di una proposta programmatica complessiva rispondente alle esigenze sollevate da tutte le parti del paese.
In questo senso credo che la pretesa di condizionare l'attività del Governo, riducendola al solo obiettivo di condurre in porto la riforma elettorale, rischi di essere una risposta difficilmente comprensibile se non alla luce di una volontà di premettere interessi di parte a quelli che sono invece gli interessi generali del paese, che ha diritto, sì, di esprimere attraverso nuove leggi elettorali un Parlamento nuovo, ma ha contemporaneamente l'esigenza di uscire dalla difficilissima congiuntura economica e finanziaria nella quale si dibatte.
Noi democratici cristiani riteniamo che questo Governo non debba considerarsi portatore di una cambiale a scadenza prefissata. Riteniamo che possa e debba lavorare per realizzare il suo programma onde consentire che la situazione generale del paese renda possibile una serena consultazione elettorale anticipata nel momento in cui il Parlamento, approvata la riforma elettorale e definiti i nuovi collegi, potrà considerare conclusa la fase politica aperta con il voto del 18 aprile.
Sul problema della riforma elettorale, desidero soffermarmi brevemente. Il voto del 18 aprile ha indicato una strada precisa: il sistema uninominale maggioritario. Il mio giudizio su questo sistema non può che essere positivo essendo stato personalmente tra i promotori dei referendum elettorali fin dal 1988 e firmatario del patto Segni nella scorsa campagna elettorale. Dico che se la Corte costituzionale avesse ammesso nel 1989 i due referendum sul Senato e sui comuni (che invece ritenne di dichiarare inammissibili) il processo di rinnovamento del nostro sistema politico avrebbe camminato più in fretta ed in condizioni certamente migliori di quelle attuali. Il Parlamento oggi ha il compito ed il dovere di non aggiungere altri errori a quell'errore in questa materia.
Al di là di quanto abbiamo stabilito in Commissione bicamerale in ordine alla quantificazione della quota di recupero proporzionale, ritengo che oggi, dopo il voto del 18 aprile, tale recupero non possa discostarsi dal 25 per cento. E ciò non per ragioni giuridiche, perché nulla impedirebbe al Parlamento di definire in nodo diverso la nuova regola elettorale, ma per precise ed insormontabili ragioni politiche.
Per questo noi siamo assolutamente contrari ad un'ipotesi che è stata avanzata nei giorni scorsi dall'onorevole Bossi e che indica per la Camera dei deputati una riforma che riduca i collegi elettorali alla dimensione provinciale, realizzando così uno sbarramento di fatto che limiterebbe la frammentazione delle forze politiche ma rimanendo all'interno di un sistema proporzionale.
Comprendo benissimo le ragioni che hanno portato l'onorevole Bossi ad avanzare questa proposta: essa consentirebbe alla Lega Nord di monetizzare i vantaggi dell'uninominale al Senato e di espandersi attraverso l'utilizzo della proporzionale corretta alla Camera, anche in quelle aree del paese nelle quali non ha la forza per eleggere deputati con il sistema maggioritario. Inoltre, porrebbe le premesse per una riforma costituzionale tendente a trasformare il Senato da assemblea politica ad assemblea rappresentativa delle regioni e, conseguentemente, depotenziata proprio sul piano della rappresentanza politica.
Sono proprio questi i motivi per i quali noi respingiamo questa ipotesi, affermando che la riforma elettorale dovrà prevedere il sistema uninominale maggioritario anche per l'elezione della Camera dei deputati.
Si è posto qui il problema del turno unico o del doppio turno. Premesso che se per doppio turno si deve intendere il sistema francese ci incammineremmo su una strada che, lungi dal risolvere i problemi, rischierebbe di aggravarli, credo non si possa disconoscere che il figlio legittimo del referendum è il sistema a turno unico. Questo sistema ha il vantaggio di accelerare concretamente il processo, peraltro già parzialmente in atto, di scomposizione e trasformazione delle forze politiche, portando alla nascita di aggregazioni nuove sulla base di accordi programmatici che consentano agli elettori di votare un candidato, una maggioranza, un programma.
Il doppio turno con ballottaggio fra i due candidati che hanno riportato il maggior numero di voti la prima domenica porta anch'esso alla formazione, nel secondo turno, di aggregazioni. Esse, peraltro, tenderebbero a nascere non tanto sulla base di un programma di Governo quanto forse su quella della contrattazione legata ai risultati ottenuti nel primo turno. Ciò porterebbe, inoltre, a rendere più lento e forse anche improbabile il superamento degli attuali assetti partitici. Certo questo sistema ha il vantaggio di portare ad un processo più graduale di passaggio dall'attuale frammentazione alla costruzione di schieramenti alternativi, consentendo all'interno di questi la permanenza delle grandi forze popolari, ancorché modificate nel loro modo di essere e di strutturarsi in rapporto alle nuove realtà che si vanno configurando.
In questo senso anche l'ipotesi del doppio turno con ballottaggio non credo possa essere esclusa a priori. La discussione su questa scelta è aperta ma deve essere ben chiaro a tutti che questa non è una scelta tecnica, come qualcuno vorrebbe far apparire, ma è una scelta politica. È una scelta che si colloca infatti nel quadro dei tempi e dei modi del traghettamento tra il vecchio e il nuovo e che lo investe direttamente.
Non credo sia questa la sede per approfondire il tema; lo faremo nella I° Commissione permanente e in Aula, quando la discussione sarà incentrata su questo punto. Però mi sembra utile qualche annotazione in più.
I tempi del passaggio tra il vecchio e il nuovo si stanno rapidamente consumando. Episodi come quello avvenuto alla Camera il 29 aprile scorso hanno contribuito a ridurli drasticamente, a tutto danno dei residui margini di praticabilità di un passaggio meno affannoso e politicamente più meditato ed approfondito.
L'approdo al nuovo avrebbe dovuto essere accompagnato da alcune riforme istituzionali essenziali. Mi riferisco alla riduzione del numero dei parlamentari, ad una concreta cd utile differenziazione dei compiti e delle funzioni tra le due Camere, ad una nuova forma di Governo che è il corollario necessario della riforma elettorale in senso maggioritario.
In effetti questo Parlamento, proprio perché è l'ultimo eletto con il sistema proporzionale, ed è composto in larga parte di parlamentari che sanno di non poter superare, per varie ragioni che tutti conosciamo, l'impatto con il sistema uninominale maggioritario, è un Parlamento che si trova nelle condizioni per poter concretamente fare un'operazione che fino a ieri pareva impossibile: ridurre il numero dei componenti delle Camere.
Invito coloro che in varie sedi e per molto tempo hanno sostenuto e sostengono la necessità della riduzione del numero dei parlamentari a riflettere su questa obiettiva osservazione: se vogliamo ridurre il numero dei parlamentari questo è il momento giusto per farlo.
Obiettivamente più difficile mi pare il discorso sulle altre riforme, anche se un tentativo di accelerare i lavori della Commissione bicamerale, che peraltro si trovano già in uno stato di maturazione abbastanza avanzato, potrebbe consentire uno sbocco almeno parzialmente positivo.
Da ultimo, ma non per importanza, c'è il tema delle spese elettorali, un tema che deve essere affrontato alla radice in sede di riforma della legge elettorale, come si è fatto per le elezioni comunali e provinciali, o nella legislazione sul finanziamento dei partiti che il Parlamento dovrà affrontare in tempi ravvicinali.
Noi riteniamo essenziale questo aspetto, che attiene alla vera libertà delle campagne elettorali e si pone come caposaldo di una indispensabile moralizzazione della politica attraverso il contenimento delle spese ed una regolamentazione dell'utilizzo dei mass-media che non penalizzi coloro che non sono in grado di affrontarne i costi oggi esorbitanti e che ponga i cittadini in grado di conoscere, per poterle giudicare, le posizioni politiche ed i programmi di tutte le forze politiche e di tutti i candidati.
Queste nuove regole dovranno essere accompagnate da una sanzione costituzionale nei confronti di coloro che dovessero violarle, non essendo ipotizzabile una semplice sanzione amministrativa che ne inficerebbe la credibilità.
Ma l'approdo al nuovo, al di là di queste ipotesi di riforma istituzionale e costituzionale, deve comunque essere accompagnato da un ragionamento sull'evoluzione delle forze politiche, anche e soprattutto in relazione al sistema elettorale che ci accingiamo a varare. C'è l'esigenza di approfondire i processi in atto nelle forze politiche: quelli in corso a sinistra, quelli in atto nella Democrazia cristiana e nei suoi dintorni, quello tra le forze laiche e liberali, nella stessa destra e non ancora oggi, ma - perché no? - domani, anche nella stessa Lega.
Se questi processi non camminano, se il solco che si è aperto tra la politica e la pubblica opinione non viene in qualche misura colmato, se non si attrezzano i soggetti politici in funzione delle domande della gente e del nuovo nodo di essere della politica nelle istituzioni, il cambiamento della regola elettorale non può da solo promuovere il passaggio al nuovo in modo risolutivo. Anzi si potrebbe verificare il paradosso di un paese che ha la regola maggioritaria senza riuscire ad esprimere una maggioranza. Non è, onorevoli senatori, un'ipotesi di terzo grado, può essere un rischio reale.
Il panorama degli schieramenti e delle candidature nei comuni, che voteranno tra meno di un mese, non è certo confortante sotto questo profilo e dimostra la persistente difficoltà ad affrontare con mentalità aperta e metodi nuovi la realtà dell'elezione diretta dei sindaci e di ciò che ne deriva.
Ed allora mi parrebbe ragionevole che invece di assegnare termini perentori alla durata di questo Governo, inseguendo l'ipotesi di elezioni così ravvicinate da rendere possibile non il necessario processo di scomposizione e riaggregazione di veri soggetti politici nuovi e diversi, ma solo l'incasso di un risultato elettorale sul quale poi, in condizioni tutte da verificare, realizzare la fase finale del traghettamento ad un nuovo sistema, si riflettesse soprattutto da parte di quelle forze che hanno una consuetudine ed una capacità di ragionare di politica non solo in termini di incasso di voti sull'opportunità che i tempi di questo Governo possano essere utilizzati anche per consentire un dibattito aperto in tutte le aree politiche, che consenta di arrivare all'appuntamento elettorale in tempi brevi ma comunque tali da permettere la creazione di schieramenti capaci di proporre programmi politici e di governo in ordine alle difficoltà del paese, sui quali i cittadini possano esprimere veramente, come abbiamo detto più volte, un voto che sia per le persone, per un programma, per una maggioranza.
Di fronte all'esigenza obiettiva di promuovere ed accompagnare lo sviluppo di questo processo politico, la decisione del Partito democratico della sinistra di far dimettere i suoi Ministri dal Governo, dopo il voto del 29 aprile alla Camera, appare difficilmente comprensibile, anche perché segnali forti, di ben diverso tenore rispetto a quel voto, erano stati lanciati dopo quell'episodio.
Quella decisione rischia di portarci alla verifica elettorale senza che questo necessario passaggio nel percorso del cambiamento abbia potuto condurre ad approdi almeno parzialmente delineati, ancorché non definitivi.
Mi sembra questa una preoccupazione obiettiva e come tale ancor più significativa e rilevante di quelle critiche, peraltro non infondate, che hanno puntato sulla cronica indecisione che sembra caratterizzare l'attuale condizione del Partito democratico della sinistra, stretto tra la spinta verso le terre della tradizione della sinistra democratica europea ed il timore di una incomprensione da parte dei suoi tradizionali elettori che porti a rafforzare le posizioni di Rifondazione comunista.
Certo, per consentire il processo politico, al di là di queste obiettive difficoltà, per consentire che esso possa concretizzarsi, occorre che il Parlamento dimostri al paese la sua legittimità per uno spazio temporale superiore a quello di una stagione, affrontando di petto alcune questioni sulle quali oggi si misura la domanda popolare.
La riforma dell'articolo 68 della Costituzione assume in questo ambito non solo valenza politica ma anche simbologica. L'immunità parlamentare, istituto del quale nessun Parlamento può fare a meno, deve essere ricondotta alla sua radice storica, quella di garantire che il Parlamento possa liberamente funzionare senza che i propri membri vengano sottoposti a giudizio per le opinioni espresse e i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni.Una riforma in tal senso dell'istituto dell'immunità, che lo riconduca al solo primo comma dell'articolo 68 della Costituzione ed in più preveda, per comprensibili ragioni, l'esigenza dell'autorizzazione da parte delle Camere per l'arresto e forse per le perquisizioni, restituirebbe credibilità al Parlamento e contribuirebbe a rasserenare il clima generale del paese.
Un'altra grande questione riguarda l'ordine e la sicurezza pubblica, soprattutto in relazione alla lotta contro la criminalità mafiosa. Il Governo Amato, grazie soprattutto all'azione tenace ed intelligente del ministro dell'interno Mancino, ha segnato punti importanti su questo terreno.
Occorre andare avanti su questa strada, non solo per raggiungere l'obiettivo di smantellare alla radice le organizzazioni mafiose ma per far crescere nel paese quella robusta coscienza civile della legalità, evocata recentemente dalle alte parole di Papa Giovanni Paolo II nel suo viaggio in Sicilia.
A questa esigenza si collega direttamente il tema, tutto da assegnare all'attenzione delle forze politiche, di una nuova etica del potere: è la risposta a Tangentopoli.
È necessaria una nuova concezione del potere per evitare che avvenga ciò che Tocqueville rimproverava ai giacobini quando scriveva che essi avevano cambiato tutto dell'ancien régime ma ne avevano ereditato l'idea del potere, di un potere come quello dei monarchi assoluti sovraordinato e sovrastante rispetto a tutti, anche al consenso. Un potere, quindi, arrogante e prevaricatore.
Se è vero, onorevoli colleghi, che si può addebitare in qualche misura a uomini e partiti del nostro sistema un'idea del potere di questo tipo, è però altrettanto vero che vi sono in giro sintomi preoccupanti della persistenza di questa attitudine.
Credo di poter dire che alcuni atteggiamenti delle forze che si accreditano come le più genuine espressioni del nuovo dimostrino in modo evidente una tendenza ad ereditare dal vecchio quell'idea del potere. Leoluca Orlando e Bossi in questo senso mi sembrano molto più interessati ad ereditare che a cambiare, immaginando che il consenso lo giustifichi.
Io credo che una nuova idea del potere, eticamente radicata e democraticamente verificata, rappresenti la base vera di partenza del nuovo che il paese richiede.
La politica, dopo la caduta delle ideologie, o si radica su questo fondamento oppure non sfugge ad un duplice rischio: quello di un esasperato populismo o quello della sconfitta delle fasce sociali più deboli. Due ipotesi antagoniste ma derivanti ambedue da una non corretta visione del potere che deve essere uno strumento della politica, non un obiettivo della politica, ed essere capace di attuare nella realtà degli atti di governo una sintesi ragionata fra grandi valori ed interessi generali.
Questa è la difficoltà di oggi; questa difficoltà non la si risolve con la sola riforma elettorale. Il traghetto verso il nuovo non supererà le insidie della sua navigazione se non porterà a bordo uomini e forze politiche convinte di questa esigenza, quella di una nuova idea del potere.
Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, onorevoli senatori, qualche giorno fa mi è capitato fra le mani un libretto edito nel 1985 e intitolato «I pretesti per una requisitoria manzoniana». In questo libretto l'autore, il senatore Martinazzoli, scrive: «È un grande italiano il cittadino Alessandro Manzoni. Impolitico, non perché ignorasse Machiavelli, ma perché non gli riusciva di comprendere un potere disgiunto dalla morale. Impolitico perché la concezione cristiana e l'attitudine liberale lo opponevano alla pretesa ideologica. Impolitico perché era certo che la politica ripiega sulla demagogia e sulla finzione se le si pongono domande eccessive».
Questi tre connotati di impoliticità possono benissimo riconoscersi nell'autore di quel libretto, oggi segretario della Democrazia cristiana. Ma questi tre dati, lungi dal connotare un carattere di impoliticità, delineano, credo in modo chiaro, un modo nuovo di concepire la politica. Un politica non disgiunta della morale, una politica aliena da ogni pretesa ideologica, una politica che sfugge alla tentazione di considerarsi il tutto, non invade le istituzioni, restituisce gli spazi sottratti alla società civile.
Il traghetto verso il nuovo, se porterà a bordo questa concezione della politica, approderà al lido al quale tende. Noi, onorevole Presidente del Consiglio, cercheremo di fare la nostra parte perché ciò avvenga.
Sappiamo che lei, con il suo Governo, si è impegnato, per la parte che le compete, nella stessa direzione, ed è per questo che ci accingiamo a darle, con serena coscienza, il nostro meditato e convinto sostegno (Vivi applausi dal Gruppo della DC. Molte congratulazioni).

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Seduta del'11 maggio 1993

MARTINAZZOLI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, siamo anche noi consapevoli della eccezionalità del momento, della straordinarietà di questo passaggio. Proprio per ciò abbiamo contribuito alla nascita del suo Governo e in questo spirito intendiamo garantirle non la fiducia di un momento, ma la continuità di un impegno convinto e generoso fin quando sarà possibile, cioè necessario. Evidenziare la straordinarietà di questo passaggio e disporre la propria forza parlamentare, insieme con la capacità di orientamento che ancora si abbia, affinché sia autorevolmente governata una fase ricca di potenzialità ma carica di rischio: questo abbiamo riconosciuto e riconosciamo come un dovere indefettibile. Credo, del resto, che proprio l'assunzione di questo dovere costituisca la misura veritiera di una intenzione rinnovatrice, che è cosa diversa da un'attesa ansiosa e reattiva o, peggio, dalla immotivata presunzione di essere già il nuovo senza neanche aver cominciato a cercarlo.
L'adesione alla sua proposta di Governo muove, signor Presidente del Consiglio, proprio dalla percezione esauriente, che vedo in ogni modo espressa dal suo discorso, di quanto di complessità e, inevitabilmente, di ambiguità si contenga in un tempo politico che è davvero cruciale per le sorti stesse della democrazia, della sua crescita oppure della sua involuzione. Si tratta, in sostanza, di avere opinioni limpide in ordine a ciò che si può guadagnare e a ciò che non si deve perdere.
Penso che proprio questa consapevolezza abbia motivato il suo non formale omaggio al Parlamento, riconosciuto come il cuore e il centro della libertà degli italiani, come riferimento saldo per lo sviluppo ordinato della vicenda democratica, per l'unità stessa del tessuto comunitario. Tanto più queste sue parole suonano come un alto e sobrio ammonimento in una temperie civile che registra, e registra amaramente, un vento improvvidamente fomentato, un vento di contestazione e di denigrazione, quasi si volesse alimentare, sull'onda di comprensibili e anche motivate indignazioni, qualcosa di più, qualcosa d'altro, una sorta di demagogia antiparlamentare, come il presentimento di radiose giornate che già si sono dovute patire nella storia degli italiani e che furono - lo sappiamo - esattamente radiose di nulla.
Se l'agire politico è pari alla sua ambizione e al suo compito, all'agire politico non tocca, per così dire, di profittare della volontà e del sentimento popolare; gli tocca di interpretare, di assecondare e di corrispondere a questa volontà e a questo sentimento in modo non capzioso e non fazioso. Nella peculiarità legittima del nostro punto di vista e nella parzialità naturalmente propria di chi non è tutta la politica, ma solo una delle forze della politica, riteniamo di essere fedeli a questa responsabilità, rischiando lì la nostra sorte, mettendo li le nostre ragioni.
Ora, polche su una questione fondamentale come quella di una regola elettorale decisamente innovativa gli italiani hanno parlato ed hanno parlato chiaro, proprio per ciò consideriamo appropriata la centralità che questo tema occupa nel programma di Governo. È in questa relazione coerente e nella capacità di compierla e di realizzarla che si definisce e si autentica una consonanza armoniosa tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, adeguata - questa relazione - ad alimentare senza rotture e senza insolubili contraddizioni il valore perenne del patto costituzionale.
Non abbiamo allora il minimo dubbio sul fatto che la vita del Governo sia primamente legata al traguardo della riforma elettorale che evoca insieme la sua responsabilità e quella del Parlamento. Il nesso riguarda dunque un fare, non un finire. Non si tratta, insomma, di cronologia, ma di politica. Non è in gioco la metafisica del calendario, ma la nostra capacità di onorare per decisioni il più possibile condivise l'impegno che gli italiani ci hanno esigentemente confidato e che pretende da ciascuno la virtù di un autentico spirito costituente.
Si risolve così, credo, con semplicità, ed anzi si rimuove, come si deve, una disputa bizantina che ha rumorosamente tenuto il centro della futilità polemica di questi giorni. L'attitudine al sofisma, appassionatamente coltivata intorno ad un Governo percepito dagli italiani come autorevole e rassicurante, ha cercato di propinare a questi stessi italiani una sorta di trattatello di patologia politico-costituzionale, l'ipotesi - potrei dire - dell'aneurisma governativo. La didascalia del «Governo a termine», poiché era banale, ha subito trovato eco e risonanza, dotta esegesi e chiose ardimentose. Sarebbe meglio per tutti se ci riuscisse di ridurre la «baroccaggine» e di attrezzarci invece per giungere rapidamente al risultato cui si affida il destino del Governo e del Parlamento. Il resto non è affare degli aruspici e nemmeno delle chiromanti, essendo chiaro che la vita di un Governo deriva dalla sua vitalità, secondo che il Parlamento la riconosca e la confermi; un Parlamento - occorre dirlo - che vive uno stato d'eccezione ed ha bisogno a sua volta di essere riconosciuto per l'operosità e la dignità che riesca a riconquistare.
Sulla riforma elettorale noi vogliamo misurarci lealmente in un confronto aperto e senza pregiudiziali. Preciso che intendiamo farlo nella ricerca di una soluzione che corrisponda all'indirizzo contenuto nella risposta referendaria, la quale, se riguarda immediatamente la regola elettorale per il Senato, è pure coerentemente decifrabile in una dimensione ulteriore. E poiché siamo gratuitamente sospettati di indolenza opportunistica, poiché si dice, offendendoci, che vogliamo soltanto tirare in lungo per le nostre supposte convenienze, rispondiamo che, se questa è la sfida, siamo in grado di raccoglierla serenamente. Si vuole fare presto? Si può fare, semplicemente estendendo alla elezione della Camera dei deputati il contenuto della decisione referendaria. Se le opinioni sono altre, discutiamone, senza che sia consentito a nessuno di gabellare le proprie pretese per malizia degli altri: perché questo è alla fine l'ingombro che rischia di impacciare in modo irrimediabile l'impresa alla quale nessuno dovrebbe sottrarsi.
Guardando questo anno controverso, tormentato, che si è consumato dalle elezioni del 1992, sono sempre più convinto che ciò che distingue il nuovo dal vecchio è esattamente ciò che separa il sincero dall'insincero. Su questo discrimine, su questo paragone noi ci faremo misurare, costi quello che costi, dicendo dei sì e dei no, ed escludendo, a differenza di altri, che sia sufficiente travisare il senso delle parole.
Non è così? Non è forse vero che si è teorizzato - talvolta con un eccesso di supponenza - che le astensioni contano di più delle adesioni, quasi che un Governo parlamentare fosse una sorta di attore solitario, tanto più assistito quanta più tenuto distante e lontano da una precisa assunzione di responsabilità?
Bisognerebbe, credo, essere seri e questo esercizio di serietà si deve consigliarlo particolarmente a quanti si sentono posseduti da un destino di redentori, così immancabile che li assolve dalla scomodità di redimere prima se stessi. Noi questa scomodità intendiamo praticarla severamente, consapevoli del contributo che abbiamo dato alla crescita della democrazia italiana ed allo sviluppo della nazione italiana, ma proprio per questo, non distratti adesso rispetto all'obbligo di correggere, di emendare, di rinunciare, anche da parte nostra.
Per questa intenzione abbiamo assecondato l'impegno, credo coraggioso e proficuo, del Governo presieduto da Giuliano Amato. Per questa stessa intenzione lavoreremo per onorare la nostra fiducia nel Governo presieduto da Azeglio Ciampi; un Governo che — pur nella sua caratteristica di straordinarietà — è quello in cui si riconosce la nostra decisione e la nostra azione politica.
Avremmo voluto che la successione al Governo Amato si rappresentasse per una più ampia ed esplicita convergenza politica. Abbiamo sinceramente lavorato intorno a questa possibilità. Constatiamo un appuntamento mancato, non con noi, non per noi, ma per gli interessi generali della nazione. E gli interessi generali della nazione coinvolgono uno spettro assai ampio di decisioni e di scelte impegnative; riguardano la necessità di governare processi istituzionali, amministrativi, economici e sociali, che non possono essere lasciati a se stessi, ma esigono risposte, indirizzi, orientamenti. Questo è scritto nella relazione del Governo, e non per una vaga e gremita elencazione e neppure — credo — per la pretesa di prefigurare un tragitto troppo lungo, ma proprio perché governare significa amministrare e gestire coerentemente nei giorni della politica i fatti e la vita degli italiani.
Se non è in vista l'approdo, occorre tuttavia una bussola, un timone, una rotta non inconcludente. Se la meta appare lontana e indecifrata, allora il senso del cammino è esattamente la strada, cosicché i passi che si fanno non siano irresoluti o perduti. Questa è la conquista del nuovo, questo il terreno che dà concretezza e vigore ad una azione riformatrice che non voglia esaurirsi nei laboratori dell'alchimia. Quale che possa essere, quale che debba essere la durata del Governo, noi vogliamo irrobustirla secondo questo metro di concretezza.
In una congiuntura per tanti aspetti drammatica, non serve un più di concitazione e neanche la fantasia dei colpi di teatro e delle loro repliche. Occorre la costanza della ragione, la pazienza dei gesti giusti, la lucida ordinarietà di una buona amministrazione quotidiana.
Ci sono, in questa agenda così consistente, punte rilevanti di urgenza e di necessità, che riguardano, ad esempio, l'esigenza di trovare soluzioni convincenti in ordine a quelle che il discorso programmatico menziona come «gravi difficoltà della giustizia penale, legate in specie alla impossibilità di pervenire entro termini ragionevoli alla celebrazione dei processi». Queste difficoltà, aggiungo io, risultano drammaticamente addensate per l'evidenza e la diffusione di inchieste giudiziarie, certamente benemerite quando valgono a rivelare, e dunque a combattere, la lebbra della corruzione pubblica e privata, ma che, proprio per questo, hanno bisogno di verifiche limpide e tempestive. Non è che si chiedono privilegi o regole speciali; si sottolinea, piuttosto, che accanto a costi umani che non si debbono inutilmente aggravare - per tutti - rileva un interesse pubblico alla verità dei giudizi e dei verdetti senza di che, per una percezione indiscriminata, minaccia di farsi impervio e di chiudersi quel tramite di fiducia che è il fondamento primo del rapporto democratico tra cittadini ed istituzioni. Solo chi, con scarsa lungimiranza e nessuna saggezza, ritiene praticabile una via giudiziaria alla vittoria politica può mostrare disinteresse ad una questione che è invece decisiva per tutti - ripeto - poiché riguarda la frontiera più delicata e più acerba della convivenza civile.
La condizione economica e finanziaria del paese è accuratamente ed autorevolmente descritta nel suo discorso, signor Presidente del Consiglio. È indicata lì la traccia di un cammino rigoroso, certo non indolore, e tuttavia l'unico che può darci la possibilità di un'uscita in avanti rispetto ad una situazione che contiene in sé il rischio del collasso. Solo gli economisti della superstizione e i progressisti per magia possono sognare altri itinerari, ma non hanno - si sa - l'onere della prova.
Certo, l'esercizio del rigore non potrebbe sottrarsi al dovere dell'equità, che è un dovere morale e insieme carico di virtualità politica dal momento che persuade alla condivisione di un sacrificio, poiché ciò che viene respinto, ciò che mortifica, non è il rigore ma l'ingiustizia, il privilegio.
Una speranza, dunque, deve essere aleggiata nel momento stesso in cui si pronuncia una sgradevole verità e si domanda a tutti di essere generosi verso il bene comune. Una speranza per i giovani: di vita e di lavoro. Una speranza per i vecchi: di dignità e di calore. Una speranza per le geografie più diseredate nel paese, che meritano ancora solidarietà ed attendono il farsi e il proporsi di una nuova cultura meridionalista capace di saldare insieme progettualità economica, riforma sociale, sagacia istituzionale ed efficienza amministrativa.
Si può fare. Si può, se si è abbastanza autorevoli da indicare credibilmente agli italiani il valore di un'impresa da compiere insieme, una grande impresa, il traguardo di un'Italia ordinata ed armoniosa, unita e dunque, proprio per questa unità morale ed umana, prima ancora che politica, legittimata ad offrire un contributo non insignificante al farsi della più grande unità europea: per noi l'idea più alta di questo secolo e del secolo che verrà.
È in questa cornice complessa che pensiamo il nostro consenso attivo all'opera, cominciata ma da prolungare senza remore, che riduttivamente viene denominata delle «privatizzazioni». Si tratta, se siamo capaci di usarlo, di uno strumento poderoso per la ricostruzione e l'estensione del tessuto economico, finanziario e produttivo; si tratta di un'operazione capace di evocare un più di partecipazione e di rafforzare quel reticolo di piccole e medie imprese che sono la risorsa autentica e originale del talento italiano; si tratta - leggo nel discorso del Presidente del Consiglio - di «trasformare la proprietà pubblica in partecipazione del pubblico». È un'occasione storica che va perseguita e guidata con adeguate strutture organizzative, in un quadro di precise e certe garanzie istituzionali. Noi riconosciamo lì - nella condizione nuova - quello che ci ha sempre persuaso: la libertà dell'impresa e, insieme, la sua vocazione sociale. Noi crediamo in questa possibilità. Noi non abbiamo mai parteggiato per il capitalismo di Stato, ma saremmo in ogni modo ostili, adesso, a un capitalismo senza Stato, senza, cioè, la regola e la forza che sole possono orientare il fatto economico al servizio della persona umana.
Signor Presidente, chiaramente quelle che ho suggerito sono considerazioni in nessun modo esaurienti, motivate soltanto dall'adesione e dall'apprezzamento per il programma del Governo, cui non dovrebbe, credo, mancare attenzione a un grande, moderno, complesso problema di libertà come quello rappresentato dall'uso dei mezzi televisivi. Si tratta di una potenza strepitosa che non può diventare un potere insidioso. L'esperienza italiana ci mostra, tra l'altro, una forte presenza pubblica che merita, per la funzione strategica che le compete e per le risorse professionali che contiene, riflessioni e decisioni appropriate e tempestive, in modo che nulla sia sprecato della natura e del fine e tutto sia negato allo sviamento da questa natura e da questo fine che riguardano poi, così intimamente, la libertà degli italiani.
È anche per questo aspetto - ma per tutti quelli che consideriamo nella nostra riflessione e nell'azione politica e per la capacità che possiamo avere di una nitida intelligenza degli eventi - uno straordinario impegno, quello che ci sta dinanzi. La sua lunghezza oltrepassa i limiti di un Governo, ma ne può illuminare e confortare l'azione.
Importante è guardare l'orizzonte non per una infeconda contemplazione, ma per un farsi di giornate operose. Non c'è avvenire se manca la fatica del presente. Questa è conclusivamente la questione politica, civile e morale che riguarda il rinnovamento, il cammino ulteriore della democrazia italiana. Se si indietreggia di fronte al futuro, se si rimane nel passato, solo per dilaniarlo piuttosto che per rinvenirvi il senso di una storia, non si attinge un approdo rassicurante.
La verità di questo nostro tempo politico è lo scioglimento di un nodo ferreo che ha negato sin qui alla nostra esperienza democratica la praticabilità delle alternanze di governo. Questa è la novità autentica dello scenario, che evoca una competizione di progetti, di proposte, di ispirazioni riconoscibili, piuttosto che l'ansia di una rivincita o la pretesa di una resa dei conti, che vorrebbe negare radicalmente i risultati e le conquiste di una lunga stagione difficile ma non disprezzabile, che è stata una stagione democratica e non la mortificazione di un regime.
Su questo scenario si disporranno nuovi ed antichi protagonisti, secondo ruoli e dislocazioni, scomposizioni e ricomposizioni che sono tutti da costruire e da vivere, piuttosto che da inventare o da fingere. E tutti da situare - ciò che conta di più - nella effettiva capacità di interpretare e di esaltare le attese e le attitudini peculiari di questo popolo che possiede virtù, risorse umane e vocazione civile e vuole poter contare di più e decidere di più per sé.
Il cambiamento ci sarà, ma noi vogliamo che sia vero. Abbiamo già conosciuto, infatti, altre stagioni che, lasciate a se stesse, pervertite per una volubilità radicale, irrigidite per un'oltranza ideologica, si sono fatte feroci ed acuminate ed hanno tradito la speranza che pure alimentava la loro origine.
Lei, signor Presidente del Consiglio, è andato domenica in via Caetani, per un tributo di memoria e di gratitudine a un nostro grande e indimenticabile amico di cui abbiamo una struggente nostalgia. Quindici anni fa quella vita fu atrocemente spezzata da chi pretendeva allora di essere il nuovo e di rappresentare la liberazione dal vecchio e non sapeva che nella storia degli uomini non c'è liberazione senza libertà, senza una regola di libertà e di tolleranza. Noi, che siamo venuti alla politica per questa idea di riscatto umano e insieme per un'accanita attitudine di libertà - la libertà di tutti e non dei pochi - riconosciamo, per quella memoria, la fedeltà dell'oggi, e anche il nostro limite, ed anche la nostra mortificazione. Ma siamo in piedi ed è intatto l'amore che portiamo alla casa comune.
E' così, signor Presidente del Consiglio, che le esprimiamo fiducia. Esattamente quella che ci ha chiesto: una «fiducia morale». Possiamo dargliela perché l'abbiamo. Non solo e non tanto in noi stessi quanto nella verità della nostra tradizione e nella freschezza dei nostri ideali (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi della DC, del PSI, liberale, repubblicano, dei senatori socialdemocratici del Gruppo misto, del senatore Ferrari Karl e dai banchi del Governo. Molte congratulazioni).

* * *

Seduta del 12 maggio 1993

DE ROSA. Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, colleghi, diversi elementi del programma del Governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi ci convincono a conferirgli la fiducia. Incomincerei con il rilevare la premessa al suo discorso, lì dove ha affermato, con la signorile discrezione che lo distingue, essere suo intendimento ottenere una fiducia morale da parte del Parlamento con la quale venga riconosciuta l'utilità e forse la necessità, l'onestà, l'umiltà dello sforzo che questo Governo si propone di compiere.
Può costituire una sorpresa un discorso programmatico ispirato a modi semplici e con richiami più ad una fiducia morale che di contabilità. Non è l'attuale un Governo referendario, tuttavia si tratta di un Governo che intende corrispondere al moto di profondo rinnovamento che attraversa il paese. Moto che si è trasformato, come ha sottolineato ancora il Presidente del Consiglio, in realtà istituzionale attraverso una sequenza di elezioni e di referendum; un moto istituzionale che va interpretato e secondato contro i pericoli di riflusso, ma anche contro i rischi dello stravolgimento e dello squilibrio.
Vorrei anche ricordare le parole del presidente Ciampi che si riferiscono all'impegno del Governo di vigilare sugli equilibri istituzionali e che non sono certo un contorno retorico al programma. L'avvertimento di Ciampi suona nel senso che non si abbiano invasioni reciproche nei campi istituzionali e che i partiti svolgano il loro lavoro di partiti, lasciando autonomia ai Gruppi e al Parlamento nell'opera che tende a fissare le nuove regole della democrazia parlamentare, più vicine alle richieste del moto istituzionale che proviene dalla società civile che a quelle logiche di conservazione. E fra queste regole vi è quella che tocca alle Camere indicare i tempi e i modi di vita del Governo. Un Governo di transizione, è stato detto da molti, quello attuale; un Governo traghettatore verso una sponda che ancora non conosciamo, il che non vuol dire che, mentre si traghetta, Parlamento e partiti dormano. Non è il primo Governo traghettatore che si affaccia alla storia politica del nostro paese; il più noto fu quello dello Zanardelli, agli inizi del secolo, quando, dalla fase dei grandi notabili liberal-moderati, si passò alla fase del liberalismo più democratico ed aperto di Giolitti, con in mezzo - anche in quel caso - una riforma elettorale, sia pure limitata.
Il «traghetto», però, oggi ha una sua particolarità storica, carica di imponderabile: esso avviene entro un complesso di circostanze in cui si intrecciano fattori di crisi anche internazionali. Si parla infatti della fine di un ciclo storico di dimensione europea, che ci rende, per la verità, incerti e dubbiosi sui futuri itinerari dopo Maastricht.
Il richiamo del Presidente del Consiglio alla tutela delle minoranze etniche, alla politica regionalistica europea e alle autonomie ci sembra rassicurante su questo punto. Tuttavia, avvertiamo i limiti di una politica europeistica immersa in una visione che sembra indulgere su aspetti prevalentemente monetaristici, senza contare le tante perplessità che suscita la condotta ondivaga sul problema della straziante guerra nelle terre che una volta facevano parte della Jugoslavia.
Da noi la crisi si caratterizza per una molteplicità di insorgenze civili, di movimenti trasversali, di nuove e impensate aggregazioni sociali e politiche, anche al limite tra legalità e legittimità, che però ci rivelano la forza della società civile, l'imponenza del suo manifestarsi, con una gran voglia di riprendere nelle proprie mani il governo della vita.
Tutto ciò - come ha rilevato il Presidente del Consiglio - si riflette nel modo stesso di atteggiarsi dei Gruppi in seno al Parlamento e al loro stesso interno. Ma attenzione a non scambiare quello che può essere tradotto in metodo istituzionale di correttezza formale e sostanziale, nel recepire le istanze nuove e possibili che maturano nella società civile, attenzione a non scambiare questa lettura critica e severa con l'attrazione verso la politica-spettacolo.
A ben guardare, il problema della transizione nasce nel momento in cui si è rotta la ragnatela della partitocrazia, che con la sua struttura invadente ed elefantiaca ha snaturato la pubblica amministrazione, ha alterato e distorto le funzioni originarie dell'intervento pubblico. Si sbaglia però quando se ne fa un prodotto, una creazione solo di uno statalismo integralistico. Si dimentica, ad esempio, che l'IRI fu fondato al di fuori della struttura corporativa dello Stato, ispirandosi i suoi fondatori alla filosofia pratica del riformismo nittiano.
Le degenerazioni che hanno colpito le partecipazioni statali sono il risultato dell'invadenza partitocratica, ed è questa invadenza che ha determinato un'antitesi incredibile e nefasta tra società civile e Stato, tra ordinamento reale dello Stato e finalità costituzionale.
Questo Governo ha una sua ragion d'essere. Non può essere ritenuto un espediente, il prodotto estemporaneo di una furbizia politica. Questo Governo è investito di gravissime ed ardue responsabilità; se ad esso dovesse mancare la fiducia, se non dovesse conseguire gli obiettivi che chiaramente il presidente Ciampi ha delineato, con la riforma elettorale in primo piano, si entrerebbe in un periodo molto oscuro ed incerto per Ia vita politica del nostro paese, con indubbie ripercussioni sulle già critiche condizioni della nostra economia.
Il monito venutoci da Moody's alla vigilia della presentazione del Governo Ciampi alle Camere non è certo un omaggio, un cadeau atteso e gradito (Brusio in Aula).

PRESIDENTE. Vorrei invitare gli onorevoli senatori a prestare maggiore attenzione, nel rispetto degli oratori. La prego, senatore De Rosa, di continuare il suo intervento.

DE ROSA. Possiamo smentirlo, secondando con spirito vigile ed attento la politica economica che il Governo ha delineato.
Ci rendiamo ben conto della complessità dei problemi posti dall'esito dei referendum del 18 aprile scorso, che implica una profonda revisione delle competenze, delle funzioni ministeriali e dei rapporti fra Stato e regioni. Questo è un compito urgente, almeno per quanto riguarda il settore dell'agricoltura, come ha sottolineato il Presidente del Consiglio.
Si è privilegiato nell'interpretazione dei referendum il voto sulla legge elettorale, voto che esprime la netta volontà del cambiamento dei meccanismi attraverso i quali si formano le classi dirigenti.
Sarà sufficiente la pura legge elettorale o sarà necessario integrarla con una correzione del bicameralismo nella qualità e nella quantità? Non ci attendiamo miracoli sul piano sociale dalla riforma istituzionale. Sappiamo bene che la volontà del cambiamento non riguarda solo la geografia elettorale, ma anche problemi che giorno dopo giorno diventano più assillanti e di gravità straordinaria, come quelli dell'occupazione. Lo abbiamo sotto gli occhi; si fanno sempre più estese le aree di impoverimento del paese, tanto al Nord che al Sud, al punto che ci assale il dubbio che il problema prioritario sia quello sociale, non quello della riforma. Almeno sotto il profilo morale, tuttavia, resta la priorità istituzionale della legge elettorale, che il Parlamento deve ritenere suo compito precipuo.
Sul problema dell'occupazione si innesta l'altro della irrazionalità del fisco; una macchina vecchia rispetto all'evoluzione del paese, una macchina aggrovigliata che produce disuguaglianze, disarmonie, rabbie sempre più ingovernabili nella gente. A ciò si aggiunga il peso di una farraginosa politica sanitaria che non credo si possa attendere il 1994 per rivedere.
Sono nodi sociali, su cui ha richiamato ancora una volta l'attenzione il Presidente del Consiglio, che esigono quel contemperamento solidaristico che mi pare di scorgere in più punti del programma di Governo. Con le elezioni del 18 aprile è stata sanzionata anche la fine dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno, il che, se chiude un periodo storico della questione meridionale, non può significare - lo abbiamo sentito nella replica - che il Mezzogiorno sia stato messo in serra come una sorta di anomalia storica della nazione. Lo ha ben sottolineato il Presidente del Consiglio; la permanenza degli squilibri, la dispersione della spesa in tanti rivoli clientelari, la distorsione burocratica, i ritardi e le pigrizie di una pubblica amministrazione, irretita dalle maglie del partitismo, non possono farci dimenticare, d'altra parte, gli eventi grandiosi che vanno dalla riforma agraria alle imponenti emigrazioni del Sud nelle aree industriali del Nord, che sono costate un prezzo altissimo per la modernizzazione del paese, sino all'indubbia crescita dei livelli culturali della società civile meridionale.
Possiamo poi mettere da parte come inservibile l'intenso ed elevato dibattito culturale che si svolse sino agli anni '70 sui rapporti Nord-Sud? Fu solo una tradizione classico-umanistica di prediche nel deserto quella di Nitti, Salvemini, Sturzo, Rossi Doria, Compagna, Saraceno? Con la cattiva coscienza propria di certi chierici della cultura, si è messa una pietra sopra questa ricca tradizione, che fra l'altro aveva il pregio dello scrivere in lingua italiana, e si opta per un meridionalismo asettico, di prevalente contabilità fiscale.
Nessuno più si alza nelle nostre aule accademiche e rappresentative a ricordare la forza e la dignità di questa cultura che tenne impegnate generazioni di studiosi e che non fu mai specialistica ma intensamente umana e patriottica. Quando si torna a parlare di piccola e media impresa, di infrastrutture e servizi, di tutela di ambiente, montagne e corsi d'acqua, di imprese creditizie e del ruolo delle banche - e con ciò vorremmo si tenessero presenti anche i costi del denaro e livelli diversi di interessi fra Nord e Sud - quando riflettiamo sulla necessità di sviluppo della società civile, quei nomi ci tornano.
Certo, la maledizione della criminalità organizzata ha offuscato quest'altra immagine nobile e civile del nostro Mezzogiorno. Come talvolta avviene nella storia della Chiesa, un Papa, Giovanni Paolo II, ha invocato, con parole che bruciano le nostre sonnolente coscienze, giustizia per il popolo e nel popolo siciliano. La sua voce è uscita da un'anima addolorata ed offesa, ha abbandonato la solennità che gli impongono i paramenti sacri. Non c'erano testi scritti predisposti, la sua voce era dell'apostolo, così come fu quella di Paolo VI nell'appello gridato alle brigate rosse che tenevano prigioniero Aldo Moro. Se ci sono ancora cristiani, è iniziato per loro un itinerario di profonde inquietudini, gravido anche di colpe e di responsabilità.
In conclusione, il dibattito si è concentrato in un nodo apparente: se il Governo sia a tempo breve, cioè concluso e dimissionario entro i prossimi mesi, o se debba andare oltre. Il presidente Ciampi ha dato una risposta di massima correttezza anche nella sua replica: una volta approvata la riforma elettorale, saranno le Camere e il Presidente della Repubblica a decidere. Fa parte del calcolo del tempo anche la tenuta della situazione economica, che è l'altra preoccupazione del Governo, che ha bisogno certamente del consenso e dell'appoggio più largo, convinto e aperto del Parlamento.
Tra le tante virtù ricordate dal dottor Ciampi, l'onestà, il rigore, la sobrietà e l'umiltà, aggiungerei la pazienza. Per quanto riguarda il nostro Gruppo, la fiducia al Governo è piena e senza riserve (Applausi dal Gruppo della DC. Congratulazioni).

Interventi DC nel dibattito sulla fiducia al Governo Ciampi
Senato della Repubblica
Roma, 11-12 maggio 1993

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconti delle sedute antimeridiana e pomeridiana di martedì 11 maggio 1993, e della seduta di mercoledì 12 maggio 1993)


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