LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

LA FORMAZIONE NELLA DC DI AMINTORE FANFANI: L'OPUSCOLO "L'UOMO E LA SOCIETA'" DELL'UFFICIO CENTRALE FORMAZIONE
(Roma, anni Cinquanta)

Una delle principali attività del partito è la formazione ideale e politica dei propri tesserati e dirigenti. L'Ufficio Centrale Formazione della Democrazia Cristiana pubblica, negli anni della Segreteria Fanfani, alcuni opuscoli dedicati alle sezioni ed agli iscritti. Il primo opuscolo è intitolato "L'uomo e la società".

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PARTE I

PREMESSA ALLA POLITICA

Introduzione

La DC di Amintore Fanfani - 'L'uomo e la società' dell'Ufficio Centrale FormazioneE' opinione più o meno diffusa che qualsiasi avvenimento discenda dalla politica; c'è una tendenza a tutto volgere in politica.
Ed è mentalità diffusa considerare la politica come una faccenda poco pulita — tanto che coloro che non vi partecipano ne menano vanto.
Questo formarsi dell'opinione può avere giustificazioni anche valide tuttavia non si può sostenere né il primo né il secondo atteggiamento.
Il primo perché non «tutto» dipende dalla politica: i fatti, le azioni, i comportamenti sociali, il mutarsi delle realtà, la vita interiore dei singoli, ecc., ... dipendono anche e soprattutto da altri fattori.
Il secondo perché non si può generalizzare, configurare cioè tutta la realtà politica come un sistema viziato da errori e da comportamenti contrari agli ideali. Il campo politico è interessato da una diffusa «buona volontà» che si traduce in coerenza morale, in impegno di testimonianza, in un profondo senso del dovere.
L'atteggiamento più concreto ed onesto non è soltanto quello di stigmatizzare il male ma quello di contribuire a creare una politica sempre più aderente ai valori umani e quindi alle sue finalità.
La misura di questo contributo è proporzionata alle proprie capacità ed alle proprie possibilità nell'ambiente in cui Dio ci ha posto ad operare per il bene comune senza cadete nell'errore di considerare la politica come l'esclusivo mezzo per risolvere tutti i problemi della società, senza fare della politica la propria verità, la propria moralità, la propria religione.
Pertanto bisogna avere coscienza dei limiti e dei fini della politica, di ciò che alla politica non si deve chiedere e di come essa si trovi in subordine rispetto a valori superiori.
La coscienza della propria venuta al mondo e dell'itinerario che ne consegue chiarisce il senso della propria vitae di tutti i mezzi per realizzarla.
Dai mezzi più modesti ai mezzi più elevati corre l'arco delle « possibilità » poste a servizio dell'uomo: sono di ordine personale, di ordine sociale, altre di ordine economico, altre di ordine culturale, altre di natura religiosa e altre di natura politica.
A volte interdipendenti fra loro e a volte separate l'una dall'altra.
Così si stabilisce che la politica è un mezzo posto al servizio dell'uomo affinché l'uomo concorra a creare un ordine sociale conforme alla sua natura ed alle sue esigenze. E' un mezzo in subordine all'etica e ha un primato sull'economia poiché tende ad organizzare i popoli in una unità statale che ha a fondamento il giusto rapporto degli uomini fra loro e degli uomini con lo Stato. Per questo governa il settore economico perché esso si articoli in modo da soddisfare le esigenze dei cittadini perché anche in senso economico ci sia il più possibile un rapporto di giustizia.
Ridurre la politica solo al mezzo per risolvere i problemi economici, significa sacrificare grande parte della sua «essenza» e stabilire un errato ordine vincolando gli uomini ad una visione economicista della vita.
La politica concorre a promuovere il progresso economico se viene fatta a misura dell'uomo che deve sì «possedere la terra» secondo l'espressione biblica non per fissare nella terra la propria felicità ma come esercizio di preparazione al suo destino eterno.
L'uomo ha profondi richiami alla giustizia, alla Verità, alla bontà, a Dio e queste «aspirazioni» sono la parte migliore della umanità, un patrimonio che non può essere usurpato o ignorato ma che deve essere difeso e potenziato; anche per questo la politica deve evitare di farsi tutto, di mettersi sopra tutto. Deve sentire alto onore e obbligo morale servire i più profondi e sostanziali valori dell'uomo, deve aiutare l'uomo ad essere sempre più se stesso, ad essere come Dio lo vuole.
Il principio da affermare è che la politica deve svilupparsi a misura dell'uomo, essendo essa un «servizio» a favore dell'uomo, fatto di pensieri ed affetti, di un sempre nuovo desiderio di conoscere, di costruire e di entrare in relazione con i suoi simili, con tutta la fondamentale esigenza di realizzare la propria personalità.
Egli è al centro dell'universo nell'impegno di tutto comprendere e di tutto ricondurre al Padre.
In questo mondo sensibile, per quanto immenso, nulla è da più dell'uomo; ma rivolgendo la riflessione su sé stesso, l'uomo deve riconoscere dl essere chiuso fra limiti insuperabili.
In primo luogo, egli non si è fatto da solo, non è il padrone dl se stesso: non vi sarebbe né nascita né morte. E tanto meno vi sarebbe il dolore, la malattia, l'errare, la colpa. Invece l'uomo nasce non in virtù propria, e nemmeno i genitori possono vantarsi di averlo fabbricato come un utensile qualunque, quando hanno voluto e come avrebbero voluto; soffre pur non volendo soffrire, sbaglia pur non volendo sbagliare, commette azioni che la sua stessa ragione gli vieterebbe.
In questa sua radicale debolezza l'umanità è costretta riconoscere di non essersi fatta da sola, di non essere padrona di se; di dipendere da un più alto Principio che Le ha dato la vita; di non poter sussistere senza il suo concorso; di dover renderGli conto di se al termine della vita.

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Da questi accenni si intuisce il concetto di persona umana.
In essa c'è un principio di vita originale, incomunicabile, dinamico, capace di contemplare la verità, consapevole di valori che superano il piacere o il tornaconto individuale, capace di scelte libere e responsabili, dotato del potere di modificare e trasformare il suo ambiente e, infine consapevole d'un destino di morte e fiducioso nell'immortalità.
L'individualismo tutto subordina all'individuo umano considerato non tanto come essere razionale che riconosce di appartenere ad un ordine universale e di dover obbedire alla sua legge, quanto come essere economico che cerca anzi tutto la propria utilità e soddisfazione e vede nella società soltanto un equilibrio di forze individuali.
Il collettivismo asservisce l'individuo alla società considerata come unica «persona» storica e dotata di attributi pressoché divini; il singolo, in questo sistema, non è altro che la ruota di un ingranaggio.
Storicamente, l'individualismo determina il liberalismo; il collettivismo genera il comunismo. L'individualismo, in fondo, non colloca l'uomo molto al di sopra degli animali; giacché primeggia una visione utilitaristica della vita. E' vero che gli riconosce l'intelligenza; ma all'intelligenza non attribuisce altro ufficio, infine, che di rendere più comode e più raffinate le soddisfazioni individuali.
Ogni uomo che viene al mondo vi porta qualcosa di assolutamente nuovo. E' persona che in modo proprio vuole conoscere il vero e il falso, vuole scegliere la propria strada e vuole lasciare qualche segno, piccolo o grande di sé, nel mondo.
La religione cristiana insegna al credente che ogni animo umano viene direttamente da Dio come principio di vita individuale, spirituale, immortale, capace di Grazia e di beatitudine eterna.
L'adesione dell'uomo credente alla Fede cristiana non può che essere totale e integrale.
Il credente sa che la «Sua Speranza» è riposta in Dio che gli ha dato l'essere ed in Lui solo può trovare la beatitudine e la pace, attraverso il Cristo e tuttavia deve «aggiungere ciò che manca alla passione di Cristo» cioè deve consumare la propria vita secondo la volontà di Dio: rendere fruttiferi i propri talenti.
Ricordiamo a questo punto una famosa sentenza di S. Tommaso: la Grazia non toglie la natura ma la conduce a perfezione. Ciò significa che Dio, nell'atto di darci la sua Grazia, ci domanda di coltivare come meglio possiamo la nostra natura. La Grazia non ci libera dal dovere di coltivare al massimo le nostre doti naturali, anzi ce lo impone. Ecco perchè, secondo la dottrina cattolica, la ragione non perde minimamente il suo valore e gode di una sua giusta e perpetua autonomia nell'economia della Rivelazione e della Grazia; ecco perché è articolo di fede cattolica che la retta ragione non si troverà mai in contraddizione con la Rivelazione, ne la retta volontà si troverà mai in contraddizione con la Grazia: giacché i doni naturali della ragione e della volontà e quelli soprannaturali della Rivelazione e della Grazia provengono tutti dallo stesso Dio in cui non può esservi contraddizione alcuna.
Viene qui da ricordare un passo di una celebre enciclica di Pio XII (30 sett. 1943) sullo studio della Sacra Scrittura, la Divino Aliante Spiritu (cap. 24), in cui il Papa, dopo aver affermato contro i protestanti la potestà che ha la Chiesa di dare ai fedeli l'interpretazione vera e genuina della Bibbia, soggiunge: «Fra le tante cose contenute nei sacri Libri legali, storici, sapienzali e profetici, poche sono quelle in cui la Chiesa con la sua autorità ha dichiarato il senso, né in maggior numero si contano quelle intorno a cui si ha l'unanime sentenza dei Padri. Ne restano dunque molte e di grande importanza, nella cui discussione e spiegazione si può e si deve liberamente esercitare l'acume degli interpreti cattolici ... E' la vera libertà dei figli di Dio, che mantiene fedelmente la dottrina della Chiesa, e insieme accoglie con animo grato come dono di Dio e mette a profitto i portati delle scienze profane. Questa libertà, secondata e sorretta dalla buona volontà di tutti, è la condizione e la sorgente di ogni verace frutto e di ogni solido progresso nella scienza cattolica».
Se il suddetto discorso vale nello stesso delicatissimo campo dello studio della Scrittura ispirata, ci si spiega come sempre più, man mano che ci si accosta al concreto delle opere umane, la religione domandi al credente matura riflessione, criterio razionale e anche approfondimento della saggezza pratica e della competenza tecnica. Il cristiano ha per obbligo di coscienza di impegnarsi a lavorare nella materia sociale, a combattervi, a costruire, accettando tutte le responsabilità che ne conseguono: giacché la applicazione dei valori eterni alle situazioni concrete ha sempre un aspetto contingente e problematico, e quindi un rischio che va affrontato da ciascuno, per la sua parte, con sincerità, coraggio e umiltà, e con la coscienza ben viva di dover rispondere d'ogni pensiero e d'ogni azione a quel Dio che scruta nei cuori e legge nelle intenzioni e non può mai essere ingannato, e alla Chiesa che della Verità divina è la autentica interprete.
Il Cristianesimo non è una religione che si limiti a imporre certe determinate obbedienze e pratiche esteriori e si disinteressi del resto; e nemmeno è una religione che prescriva minutamente ogni mossa dell'uomo, irregimentandolo e soffocando in lui il dinamismo spirituale della persona che è il più alto dono di Dio. Perciò è religione di libertà, intesa non come capriccio e licenza, ma come responsabilità e merito.
Appunto perchè la grazia non menoma la natura umana, anzi la potenzia, il cristiano è tenuto a partecipare al colloquio umano con argomenti e competenze di ragione che, per forza di ragione, s'impongono per lo meno al rispetto di chi la pensa diversamente; e può collaborare con chiunque, se necessario, restando fermamente se stesso, in quanto gli altri vengano a combaciare con la verità, non in quanto ne divergano.

Il Credente nella vita politica

Il campo dove più esplicitamente l'autonomia del cristiano cattolico è chiamata ad esercitarsi con saggezza e responsabilità è il campo politico.
Gesù Cristo stesso affermò la distinzione tra religione e politica, escludendo quella teocrazia che era stata fino allora il regime di Israele e fu poi ripristinata nel mondo musulmano. «Il mio Regno», diceva, «non è di questo mondo»; ma per i suoi fedeli pregava anche il Padre: «Essi sono nel mondo; ti prego di non toglierli dal mondo ma di guardarli dal male». Dare dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
E in effetti le società terrene, soggetto della politica, non oltrepassano il ciclo del tempo, della storia: soltanto le persone passano di là per diventare cittadine della eterna Gerusalemme. Però le società terrene non sono nè insignificanti nè inutili per il Regno di Dio; hanno una funzione preparatoria; sono il campo di lavoro, la vigna di Dio, dove gli uomini hanno da compiere per libera elezione quelle seminagioni di giustizia e d'amore che daranno pieno frutto nella vita eterna.
Ecco perchè la religione non può disinteressarsi della politica pur riconoscendone l'autonomia e interviene ammonitrice quando (come disse Pio XI) la politica s'accosta all'altare. Ecco perchè la religione, nella sua instancabile opera educatrice dell'uomo, non può disinteressarsi della formazione del cittadino.
Il vero cittadino cristiano, formato all'onestà, alla virtù, allo amore del prossimo e della giustizia, fortificato interiormente dai doni dello Spirito Santo, accetta con lieta umiltà il suo posto di lavoro e di combattimento nella società dei suoi fratelli, impegnandosi per il bene di tutti.

L'espansione della persona

Questa asserzione trova ulteriore conferma quando osserviamo come ogni persona (anche la più modesta) si affermi e si espanda nella vita.
Ogni persona è come un centro dinamico che tende ad affermarsi e a realizzarsi sempre più ampiamente nella vita: anzi (possiamo interrogare in proposito noi stessi) in una cosiffatta espansione, senza ostacoli nè limiti, consisterebbe umanamente parlando, la nostra felicità.
L'espansione della persona umana ha due direzioni: una che potremo chiamare verticale, orizzontale l'altra.
Nella prima direzione la persona tende a possedere quanto più può di verità, di forza, di gioia; a realizzarsi in opere che lascino il suo segno, che contribuiscano a trasformare e a migliorare il mondo secondo le sue vedute. Lo scienziato, l'artista, l'artigiano, l'agricoltore, l'educatore, il politico, ognuno secondo la sua vocazione e le sue forze, agiscono su questa linea.
Ma già in questa prima direzione si manifesta, come necessariamente complementare, la seconda. Nessuno, infatti, opera soltanto per sé. Lo scienziato scopre verità che valgono per tutti; il poeta parla parole che risuonano nel cuore di tutti; il legislatore e il politico contribuiscono in modo sempre più appropriato ed utile al benessere comune.
La seconda direzione espansiva niella persona umana è dunque quella della solidarietà sociale. Quanto più la persona si realizza, tanto più entra in rapporto complementare con più vasti gruppi di suoi simili. Questo rapporto è certamente utilitario, ma non è soltanto utilitario. Alla base della socialità umana non ci sono unicamente i vantaggi della divisione del lavoro, ma c'è un più profondo bisogno di fraternità, d'amore.
In questo senso siamo tutti provvidenzialmente poveri, perché tutti abbiamo bisogno di ricevere affetto, d'essere amati: e l'amore non si vende né si compra; si dona e si riceve in dono. L'uomo più ricco della terra, se tutto ricevesse soltanto da prestazioni mercenarie sulla base di uno scambio puramente commerciale, sarebbe il più infelice di tutti. Anche a questo proposito la religione cristiana mostra d'essere la migliore interprete e rivelatrice della natura umana.

Il Bene

Tutto ciò che la persona cerca nella sua espansione individuale e sociale si riassume in una parola sola: il bene.
Nel linguaggio umano questa parola ha un duplice significato: soggettivamente il bene è la felicità; oggettivamente è ciò che ha un valore suo proprio, superiore ad ogni soggettiva preferenza, nell'ordine delle cose. In questo secondo significato c'è una gerarchia di beni; al di sopra di tutti il Bene Supremo, che è il Valore infinito, l'Essere supremo; Dio; tutti gli altri sono beni secondi, nell'ordine di dignità e di preferibilità che Dio ha loro assegnato. Prima i beni spirituali, poi quelli materiali; prima la Giustizia, poi l'utile.
Ufficio dell'intelletto è riconoscere quest'ordine di valori nella sua oggettiva verità; dovere della volontà è confermare l'azione a quest'ordine. In parole più semplici fare ciò che si conosce essere il bene. Tale è la legge viva, la legge non scritta che Dio ha posto nella coscienza di ogni uomo: la legge di natura, riflesso in noi dell'ordine eterno. Ogni precetto della rivelazione conferma ed avvalora questa legge; a nessun legislatore umano è lecito contraddirla.
Noi chiamiamo anche bene economico il bene inteso come felicità soggettiva; bene morale il bene inteso come valore di verità.
Il culmine del bene morale è un Valore infinito, Dio.
Ma anche la tendenza soggettiva alla felicità è senza termine. Qualunque meta raggiunga in questa vita non la sazia; l'uomo desidera sempre qualcosa che non ha: ciò significa che la sua tendenza infinita alla felicità può appagarsi soltanto nel Bene infinito. «Il nostro cuore è inquieto» diceva a Dio Sant'Agostino «finchè non abbia pace in Te».
Questo il termine; ma lungo la via, quante lotte, quante battaglie! Lotte contro tentazioni, contraddizioni, minacce esterne; ma sopratutto lotte interiori. Giacché la ricerca del bene economico, cioè di ciò che sembra contribuire di più alla nostra felicità su questa terra, è naturale, buona e lecita purchè non contrasti col bene morale. Quante volte invece, anche in uno stesso giorno, noi ci troviamo al bivio, a dover scegliere tra la coscienza che ci indica la via del dovere e la passione che ci spinge verso un altro oggetto in cui si illude di trovare la felicità. La nostra volontà, che Dio ha fatto libera e responsabile, deve allora decidere: o dominare la passione o lasciarsi travolgere. E' un combattimento ben difficile, tanto che non riusciremmo, pur con le migliori intenzioni, a mantenerci lungamente buoni senza l'aiuto di Dio.

Il Bene comune

Così ogni persona umana ha da combattere la sua perpetua lotta morale per raggiungere il vero fine della sua esistenza.
Ma questa lotta non si svolge nella solitudine, bensì nella comunità. Ogni parola, ogni azione di un uomo ha valore anche per gli altri; ogni parola, ogni azione degli altri ha valore anche per lui: può essergli d'aiuto, può essergli d'ostacolo. Perciò importa moltissimo nella storia di ogni uomo non solo l'esempio e l'influsso dei suoi prossimi singolarmente presi, ma anche l'organizzazione della comunità umana di cui egli fa parte. Questa organizzazione è buona e adempie degnamente al suo compito quando provvede rettamente alla realizzazione del bene comune.
Il bene comune consiste in un ordine sociale dal quale tutti coloro che partecipano siano agevolati sempre e mai impediti nel raggiungimento del loro vero e giusto fine: un ordine sociale che ponga le migliori condizioni perchè ogni uomo di buona volontà possa condurre una vita onesta e buona ed espandere la propria personalità in opere valide per il miglioramento spirituale proprio e dei suoi simili.
A questo scopo è giusto che si richiedano ai singoli individui limitazioni e sacrifici nella loro tendenza al conseguimento del bene economico individuale: ma sono limitazioni e sacrifici che, giovando, al conseguimento del benessere comune, si risolvono in un più alto vantaggio dell'individuo stesso anche nell'ordine economico: così ad es. il rispetto della persona e della proprietà altrui e la prestazione di mezzi e di servizi per le necessità comuni, contribuiscono ad una sicurezza e prosperità generale di cui ciascuno si avvantaggia.
Non è lecito invece chiedere, in nome del bene comune, alterazioni e deviazioni alcuna nell'ordine del bene morale: e la ragione di ciò è chiarissima. Il bene comune è una condizione per il più agevole e pieno conseguimento dei superiori fini morali, quindi non può contraddirli. Chi non capisce, del resto, che la prosperità economica finirebbe per essere più un male che un bene in una società radicalmente ingiusta?
Si deve dunque ricordare che il bene comune è temporale; che esso si realizza tutto entro questo tempo, entro la storia terrena. Nessuna società, storica, per quanto nel suo genere perfetta, ha destinazione immortale: soltanto le persone sono chiamate alla vita eterna. Ma la società storica può ben contribuire a che un numero sempre maggiore di persone possa trovare le vie di questa terra aperte alla vita eterna.
Ma sbaglierebbe anche chi attribuisce alla parola «temporale» il ristretto significato di «materiale» o «economico». E' vero che sono componenti essenziali del bene comune la liberazione dalla miseria e dalla insicurezza economica; e la garanzia per tutti di mezzi sufficienti a una vita onesta e serena propria e della famiglia è non solo il lavoro ma anche pause di riposo in cui ristorare il corpo e sollevare lo spirito; ma già tutto questo non può avvenire che in base a un criterio di giustizia che trascende la pura economia, ed è inoltre strettamente collegato al rispetto, alla difesa, alla promozione dei beni morali, culturali, religiosi e soprattutto alla tutela sociale delle libertà fondamentali e indeclinabili della persona umana.
Ognuno può constatare per esperienza come il bene comune della più semplice e fondamentale delle società umane, la famiglia, consista non soltanto nella sicurezza e sufficienza economica, ma nella buona educazione dei figli, nel reciproco aiuto dei componenti sia per fronteggiare solidamente i bisogni e le avversità d'ogrir specie, sia per sostenersi in una vita di bontà, di onestà, di tede e d'amore. Nelle più ampie formazioni della società civile (la città, la nazione, ecc,) il bene comune si realizza in modo analogo, sebbene con una complessità assai maggiore, perciò è anche più difficile.

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La finalità comune deve essere da tutti e da ciascuno accettata e voluta; la solidarietà deve essere sentita ed amata.
Ogni uomo potrà una o cento volte venire meno, per egoismo o per viltà, al grande principio sociale; ma nessun uomo si troverà che neghi la necessità di una solidarietà, d'una collaborazione, d'una organizzazione sociale. Egli chiederà soltanto, e avrà ragione di chiedere, che dal vincolo sociale donde gli viene una fatale limitazione dei suoi interessi individuali, la sua personalità non sia compressa nè inaridita, ma aiutata ad espandersi e a perfezionarsi.
Libertà e solidarietà sono dunque le basi della convivenza sociale, i principii che la cementano con solidità vera. L'autorità sociale è per il coordinamento del lavoro comune e per la sua tutela da ogni attentato interno ed esterno; ma appunto perciò deve porsi «non come colui che è servito, ma come colui che serve».
Deriva dagli stessi principi l'altro, che i mezzi della società, le sue disponibilità materiali, morali, spirituali, non vanno acquisite con la sopraffazione e la rapina, ma col lavoro. Nella sopraffazione e nella rapina, del resto, la ricchezza umana non si produce, nè si accresce: cambia semplicemente di possessore, e, nel cambio violento, va per buona parte distrutta.
Soltanto il lavoro è l'attività che produce ed aumenta la ricchezza umana di qualunque specie. La produce, non la toglie a nessuno: titolo, questo, di moralità, di legittimità, di dignità; in esso l'uomo si nobilita, raggiungendovi il massimo grado di compartecipazione alla potenza creativa che gli sia concesso.
C'è chi vede nel lavoro l'aspetto della gioia, c'è chi ci vede quello della fatica, magari del castigo: e in realtà il lavoro è pena e gioia ad un tempo; ma è soprattutto dovere di coscienza.
Oltre il principio del lavoro, un altro principio basilare è quello della giusta distribuzione della ricchezza prodotta e del giusto riconoscimento della dignità d'ogni lavoratore: il principio della giustizia per cui ciascuno deve ricevere ciò che obiettivamente e ragionevolmente gli spetta.
Il principio della giustizia, per quanto applicato coscienziosamente, incontra nella società terrena due limiti insuperabili. Il primo consiste nell'estrema difficoltà che la ragione umana prova nella determinazione esatta della giusta quota di spettanza di ciascuno, data la complicazione dei criteri di giudizio e la nostra impossibilità di conoscere a fondo gli uomini e i genuini valori delle loro opere; il secondo consiste nell'esistenza di beni d'estrema importanza che restano fuori dall'economia della giustizia e non si possono nè esigere nè pagare: per es. l'amicizia. Cosicchè, a correggere le imperfezioni della giustizia e a donare liberamente ciò che non può costituire materia di scambio nè diritto, soccorre un più alto principio sociale, quello che, solo, fonda la comunità: il principio della carità, cioè dell'amore. Il Cristianesimo, religione dell'amore, insegna che non si può amare perfettamente il prossimo, a titolo di fratello, se questo amore non si fonda nello amore di Dio, Padre comune in cui tutti siamo fratelli, anche i nemici.

PARTE II

LA SOCIALITA'

Sviluppo della socialità

Il bene comune dunque si realizza nella socialità.
La socialità, come abbiamo detto, è l'effetto dell'espansione della persona umana verso i suoi simili, in forza d'una naturale fraternità, per trovare cooperazione e moltiplicare le energie al conseguimento dei suoi fini. Svariatissimi sono i fini possibili dell'attività umana, e svariatissime quindi le associazioni: ricreative, sportive, culturali; associazioni per la tutela degli interessi e diritti della propria categoria (sindacati); associazioni di beneficenza e culto, ecc. Qualunque sia l'importanza effettiva di ciascuna di esse, tutto il loro complesso soddisfa a una esigenza fondamentale del bene comune, che è la libertà d'iniziativa, di comunicazione, d'associazione come prerogativa della persona umana.
Tuttavia, prese ognuna per sé, queste associazioni, appunto perché prodotto d'iniziativa libera, non possono chiamarsi necessarie; sorgono in quanto un gruppo di persone le ritenga convenienti, utili; possono cessare quando non se ne ravvisi più dagli interessati la convenienza e la utilità.
Ma esistono anche società necessarie. Sono quelle che hanno per iscopo non questo o quell'aspetto particolare del bene comune, ma il bene comune per se stessi. Le esige la natura umana, che non può farne di meno. Prima di tutte la società famigliare, necessaria per la continuazione della vita, mediante la generazione, l'allevamento, l'educazione dei figli, cellula fondamentale della società.
Però l'espansione sociale della persona non può restare chiusa nella famiglia, società primaria ma aperta a sempre più ampie integrazioni.
Anche nello sviluppo storico delle società primitive, vediamo la famiglia ampliarsi in tribù, dove il capo famiglia — il patriarca — assume gradatamente anche la funzione e l'autorità di capo politico; e poi le tribù associarsi e formare le genti e le città.
Queste più ampie organizzazioni sociali mirano a più ampie attuazioni del bene comune, dando luogo allo sviluppo di quella che con termine generico chiamiamo società civile.
Per formarci un'idea esatta della società civile non dobbiamo mai dimenticare che essa si sviluppa e si amplia sempre come naturale espansione della persona umana che, sviluppandosi nelle idee, escogitando mezzi di vita sempre più complessi e perfetti, allargando il colloquio coi suoi simili vuole sempre più vasta atmosfera al suo respiro, sempre più largo campo alla sua azione: dalla tribù alla città, dalla città alla regione, da questa alla nazione, dalla nazione (oggi siamo appunto su questa tendenza) a comunità di nazioni. Il progresso della società civile si attua così per sviluppo organico, da una moltitudine di formazioni più semplici e sempre più ampie sintesi.
Il termine ultimo di questo movimento è la comunità umana che deve abbracciare in unica fraternità tutti i nostri simili: comunità a cui sentiamo fin da ora di appartenere in principio e in ideale come uomini, in una realtà soprannaturale come cristiani. Ma nella concretezza storica, questo movimento procede con maggior lentezza, non solo perché necessitato a superare, e non sempre pacificamente (almeno fino ad oggi), formidabili opposizioni, ma anche perchè gli ampliamenti della coscienza sociale, per essere validi, duraturi ed efficaci devono via via tradursi in un contemperamento di interessi, in formazioni di sentite tradizioni, di costumi, di indirizzi culturali, in creazione di nuovi istituti, in progressiva trasformazione, di convinzioni. Inoltre, per svilupparsi rettamente, deve respingere ogni tentazione di procedere per sopraffazione del più forte sul più debole, secondo una ideologia imperialista esplicita o camuffata; bensì deve realizzarsi in modo che, entro le più ampie comunità, possono vivere e svilupparsi nella loro rispettiva originalità e in armonica complementarità collaborativa le comunità minori: le famiglie, le città, le regioni nella nazione, le nazioni nella comunità sopranazionale.

Lo Stato

Di regola, quando una comunità sociale ha raggiunto una sufficiente omogeneità d'interessi, d'aspirazioni, di cultura, di convinzioni; tende a dare a questa unità una forma giuridica e politica autonoma : lo Stato. Lo Stato implica un popolo, un territorio ben delimitato, e «un potere centrale autonomo, indipendente da ogni altro potere, che controlli, con una azione continua, le norme regolatrici della convivenza». (Del Vecchio).
Vediamo infatti nel corso storico, pur attraverso vicende agitate e apparentemente contraddittorie, gli Stati estendersi in aree progressivamente più vaste: Stato città, Stato regionale, Stato nazionale. Tentativo di costituire entità politiche più vaste attraverso azioni di forza si dimostrarono in passato effimeri e prematuri (si pensi per esempio a Napoleone): oggi invece il superamento dello stato nazionale va maturandosi nella coscienza dei popoli europei, appare raggiungibile per vie di democratico consenso.
Sarebbe peraltro un errore identificare lo Stato con la società civile. C'è chi ravvisa nello Stato addirittura il generatore anzi il creatore della società civile, e nella legge dello Stato la norma della vita morale: questa concezione dà luogo al mito totalitario, alla statolatria. In realtà non lo Stato è il creatore della società civile, ma esso piuttosto sorge per una esigenza della società civile che è la difesa del bene comune e il coordinamento delle attività che lo promuovono. In questo ufficio di difesa e di coordinamento lo Stato è sovrano; non già nel senso che gli sia lecito calpestare gli inalienabili diritti della persona, della famiglia, della società civile, e tanto meno nel senso che esso pretenda di essere la sorgente della moralità, della civiltà e della religione. Se così facesse contraddirebbe alla ragione stessa della sua esistenza, attentando a quel bene che deve difendere.

Comunità e collettivo

Può essere opportuno, a questo punto, fermarci un momento per discutere la differenza tra il nostro concetto di «comunità» e quello, che tanto frequentemente oggi gli è contrapposto, di «collettivo» secondo la dottrina comunista.
Il termine «comunità», a usarlo propriamente, indica qualche cosa di più della semplice «società». «Società», come sappiamo, è il gruppo organizzato al conseguimento d'uno scopo comune. La ragione d'esistere della società sembra dunque durare quanto resta vivo lo scopo per cui è sorta. Quando lo scopo sia conseguito oppure, per qualunque causa, sia venuto meno, la società cessa. Così accade, infatti, per ogni società economica, commerciale, culturale, sportiva, etc. Ma vi sono società, — e in primo luogo quelle necessarie, che hanno uno scopo permanente, quale il bene comune — dove la cooperazione dei membri che lo compongono crea per se stessa vincoli di speciali intimità ed affetto, che sussistono, si svolgono, si perpetuano con vitalità e valore proprio, oltre lo stesso fine specifico della società: tali l'amore familiare e l'amor di patria.
La coscienza della patria sorge infatti dall'espansione dell'amore familiare a un cerchio più ampio di società civile, dove la stessa comunanza del linguaggio (dialetto o lingua) rivela tra le persone una maggiore comunicabilità e quindi una messa in comune di speciali convinzioni, credenze, tradizioni ed affetti, quasi un patrimonio comune, che ci è caro e ci diviene necessario come una parte stessa della nostra vita, e anche i limiti della patria si espandono per noi con l'espandersi della persona; dalla città alla nazione ed oltre; sempre tenendo presente che non basta a fare della patria una idealità soltanto vagheggiata e nemmeno una organizzazione amministrativa o politica; patria è una comunità partecipata ed amata in concreto.
La comunità è dunque la più alta manifestazione della socialità perché gruppo di persone che non solo perseguono un fine comune ma in ciò si amano ed imparano ad amarsi; e la comunità vive, a prescindere da tutto il resto, in questa sostanza d'amore fraterno. Condizione della comunità è anche il rispetto d'ogni persona umana che ne fa parte e il pregio della sua interiore libertà, perché soltanto nella libertà si può donare e ricevere un dono d'amore.
Questo è il punto fondamentale di contrapposizione tra comunità e collettivo. Il collettivo comunista è un'ultima, singolare edizione d'una serie precedente di dottrine sociologiche coincidenti tutte nel personalizzare la società svalutando le persone individue, quasi che esse sussistessero soltanto in quanto espressioni della mentalità e volontà sociale.
Il collettivo comunista aggiunge a questo la materializzazione della persona sociale e la conseguente riduzione dei fattori storici al solo fattore economico, di cui ogni altro elemento di civiltà non sarebbe che una sovrastruttura.
Il collettivo, dunque, come unica persona sociale, si attua in una prassi produttrice e organizzatrice di beni economici; ed è l'unica fonte della verità, della civiltà, del pensiero, della moralità, e, attraverso un'attività educativa di stretto conformismo, pretende formare a suo modo la stessa psicologia dei singoli. E' una concezione tremenda perché incapace di riconoscere la verità e di attuare l'amore, anzi capace soltanto di offrire alla naturale aspirazione degli uomini verso la verità e l'amore, una pseudoverità che si atteggia e si muta secondo le convenienze della prassi e un fanatismo che proclama l'amore ed opera l'odio.

La Società soprannaturale

Per compiere il quadro della società umana, considerata finora nel suo sviluppo naturale, dobbiamo riparlare un momento anche della società soprannaturale, che è la Chiesa. Anche la Chiesa si presenta in terra come una realtà complessa ed organica. E' comunità di anime, ognuna con la sua mansione nel Corpo Mistico di Cristo; è organizzata di società intermedie necessarie (diocesi, parrocchie) e libere (ordini, congregazioni, associazioni etc.); ha una costituzione giuridica propria e un'autorità magistrale e pastorale. Coesiste con la società civile avendo come soggetto la medesima umanità: donde una serie molto complessa di problemi intorno alle reciproche autonomie e interdipendenze.

PARTE III

GLI ELEMENTI DELLA POLITICA

Concetto della Democrazia

Si pone ora il problema: quando una società civile voglia darsi una costituzione politica, quale sarà la forma migliore di Stato che essa possa assumere?
Questo problema richiede, per una retta soluzione, la preventiva soluzione d'altri problemi: donde ha origine l'autorità dello Stato? In chi fondamentalmente risiede? A chi spetta determinare la forma dello Stato? Esiste una sola forma buona e valida d'organizzazione politica o ne possono esistere parecchie?
Soltanto dopo avere risolto le suddette questioni possiamo domandarci quale sia la migliore forma politica.
Alla prima domanda si risponde: il principio di ogni autorità essendo un elemento d'ordine necessario ed universale non ha altra origine che quella dello stesso ordine necessario ed universale, cioè Dio. «Ogni autorità viene da Dio». Qualunque sia la persona, o la classe o l'ente che esercita l'autorità, buono o meno buono o cattivo, in quanto esercita attualmente un ufficio necessario all'ordine e al bene comune, deve essere obbedito in tutto ciò che non contrasti con la coscienza e con la legge di Dio (cioè in quanto non degeneri in disordine: nel quale caso «bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini»: affermazione del cristiano Pietro ma anche del savio pagano Socrate).
In questo senso, l'autorità è Dio; ma, normalmente, Dio né designa sovrani, né stende costituzioni. Egli ne lascia l'ufficio agli uomini. Perciò nella storia terrena, l'autorità politica, che in Dio ha il suo principio, risiede originariamente nel complesso sociale, nel popolo.
Può avvenire che il popolo, soggiacendo alla forza, alieni completamente, senza limitazioni né garanzie, l'autorità politica nelle mani di un uomo o di un gruppo: e abbiamo allora lo Stato assoluto. Oppure il popolo può attribuire la sovranità politica a una persona a titolo vitalizio (di solito con successione ereditaria), riservandosi peraltro, mediante un patto costituzionale, la compartecipazione al potere attraverso suoi rappresentanti elettivi: e abbiamo la monarchia costituzionale. Oppure il popolo, mantenendo intatto a se stesso il potere sovrano, lo esercita per mezzo di suoi rappresentanti eletti dai cittadini agli alti uffici dello Stato, e tutti rinnovabili (a cominciare dal capo dello Stato) a scadenze fissate dalla legge: e abbiamo la repubblica democratica.
Per determinare tra queste forme politiche (ed altre intermedie che tralasciamo per brevità) quale sia la migliore, non è il caso di paragonarle tra loro come valori assoluti. Quando sia accertato preventivamente che le forme proposte non siano né assurde né inique per se stesse, resta da giudicarle nella loro capacità pratica, strumentale, in relazione alle caratteristiche e alle situazioni speciali di quel determinato popolo in quel determinato momento storico. Una costituzione ottima per un popolo d'alta civiltà potrebbe riuscire disadatta, e perciò dannosa, a un popolo ancora rozzo e barbaro. E anche tra i popoli d'alta civiltà, noi vediamo per esempio la forma monarchica profondamente radicata nella tradizione e nello spirito inglese, e assolutamente estranea alla tradizione e allo spirito americano.
Possiamo, tuttavia, in genere, osservare che il moto storico attuale sembra richiedere sempre più fortemente forme d'ampia e sostanziale democrazia, alle quali meglio che la monarchia è appropriata la repubblica. Infatti, nel corrente secolo, molti paesi (tra cui l'Italia) sono passati dalla monarchia alla repubblica, ma nessuno dalla repubblica alla monarchia.

Valore dell'elezione popolare

Viene mossa talvolta al sistema democratico una obiezione di sostanza, che va considerata perché parte da una premessa vera. Quando infatti parliamo di «popolo sovrano» parliamo sì, di una realtà, ma non di una realtà che sussista come persona autocosciente e veramente autonoma. In altre parole, il popolo non ha concreta coscienza, intelligenza, volontà e libertà se non nella coscienza, intelligenza, volontà e libertà, di ciascuna delle individue persone che lo compongono. Tanto è vero che, per rendere evidente la mentalità e la volontà popolare non troviamo altro mezzo che invitare i cittadini ad esprimere uno per uno, attraverso una votazione, il proprio pensiero, sommando i risultati della consultazione ed attenendoci a quello che numericamente prevale.
Ecco ora l'obiezione: come si può sostenere che il pensiero dei più, per ciò soltanto, debba sempre essere il più vero e il migliore? Non si è verificato le mille volte che la verità era sostenuta da una minoranza più intelligente, mentre la maggioranza restava attaccata a vecchi pregiudizi o si lasciava sedurre da miraggi falsi e puerili? Col voto popolare, caratteristico del sistema democratico, emerge la volontà dei più, non la volontà migliore, non la più rispondente al vero.
Non è facile ribattere questa obiezione, ma ci si riesce approfondendo i termini della questione. Chi ragiona come abbiamo riferito parte, anche se non lo dice, da una sfiducia radicale verso la saggezza dei più e dalla convinzione che la chiara visione delle cose sia un privilegio di pochi eletti; vede nella massa elettorale un complesso insanabilmente legato ai pregiudizi, alle suggestioni, alle ostinazioni, al fanatismo. Se le cose stessero davvero così, la democrazia sarebbe un sistema utopistico. Ma noi siamo di parere diverso, per una serie di buone ragioni.
C'è anzitutto un profondo convincimento che hanno maturato in noi la tradizione e l'educazione cristiana: il convincimento, cioè, che ogni uomo, anche il più umile, il più semplice, è persona, è figlio di Dio, è capace di conoscere la verità e di praticarla; che, nella sua capacità e dignità fondamentale ogni uomo vale quanto l'altro; è dunque giusto, sotto questo aspetto fondamentale, che il voto dell'operaio, della buona madre di famiglia valga quanto quello del dotto e del potente.
C'è una seconda considerazione, storica questa, che, per non figurare da troppo ingenui ottimisti, ripetiamo qui con le parole di uno dei più spregiudicati «realisti» della politica, Nicolò Machiavelli: «Quanto alla prudenza e stabilità, dico come un popolo è più prudente, più stabile e di miglior giudizio che un principe … quanto al giudicare le cose, si vede rarissime volte, quando il popolo ode due concionanti che tendano in diverse parti, quando e sono d'uguale virtù, che non pigli l'opinione migliore e che non sia capace di quella verità che egli ode ... Ad un popolo licenzioso e tumultuario, gli può da un uomo buono essere parlato, e facilmente può esser ridotto nella via buona, ad un principe cattivo non è alcuno che possa parlare; né vi è altro rimedio che il ferro».
C'è anche da osservare (e con ciò si conferma il detto del Machiavelli) che all'elettore non si presentano sottili questioni filosofiche e scientifiche per cui occorra specializzata cultura; lo si chiama a dare parere sugli orientamenti concreti della vita di tutti, e quindi anche della sua; non dunque di cose che gli siano inaccessibili, e sulle quali non possa essere illuminato. Inoltre non è affatto detto che a un sano giudizio politico non serva, tanto quanto la cultura libresca, e forse talora anche di più, l'esperienza sofferta e combattuta di una vita di povertà e di lavoro.
Dunque l'obiezione antidemocratica si può e si deve superare; ma essa ha il merito di richiamare la nostra attenzione responsabile su un punto di estrema importanza.
La democrazia è forma politica più piena e viva, ma per ciò appunto la più difficile.
L'obiezione ha valore in quanto denuncia che oggi, il nostro popolo presenta ancora parecchie manchevolezze e parziali immaturità all'esercizio d'una cosciente e compiuta democrazia. Sbaglia, se da ciò deduce una fatale incapacità del popolo stesso alla democrazia; sbaglia ancora nella valutazione, quando esagerando le manchevolezze, trascura i risultati raggiunti e le possibilità in movimento e rifiuta riconoscimento all'effettiva tensione degli umili verso più alte quote di vita, di cultura, di partecipazione alla cosa pubblica.

Per una democrazia integrale

L'adesione del popolo alla democrazia sarà sempre più ampia e più profonda quanto più il sistema democratico acquisterà di pienezza e di profondità.
Nel periodo della Rivoluzione Francese si ritenne che la democrazia fosse un affare semplicemente politico: che bastasse abolire i vecchi privilegi ed equiparare i cittadini di fronte alla legge e nel diritto elettorale, per realizzare la libertà, l'uguaglianza e la giustizia. Non ci si rese conto che finché la grande maggioranza dei cittadini restava esposta alla schiavitù della disoccupazione e della fame, senza difesa innanzi alla spietata durezza del dilagante capitalismo, ben poco valevano per questi diseredati la libertà formale e la formale partecipazione alla sovranità popolare (ancora limitata, del resto, da restrizioni di censo e di cultura). Di qui la reazione violenta del socialismo e del comunismo.
Non basta dunque, a instaurare la vera democrazia, una democrazia esclusivamente politica, consistente in una formale eguaglianza giuridica ed elettorale.
Essa richiede, per valere, l'integrazione d'una democrazia economica, consistente nello sforzo di assicurare a ciascuno lo «spazio vitale» indispensabile per sé e per la sua famiglia, cioè la sicurezza del lavoro, di un guadagno sufficiente a scongiurare la miseria e ad assicurare un tenore umano di vita, di una garanzia pubblica nella malattia, nell'infortunio e nella vecchiaia.
Né questo risulta ancora sufficiente senza un'ulteriore integrazione, di una democrazia sociale. Per la quale non bastano né la formale uguaglianza politica né la sicurezza economica, ma le possibilità d'una formazione culturale ed umana la quale apra a tutti — ciascuno nel suo campo — la via ad una partecipazione della vita sociale e pubblica che non abbia altri limiti fuor di quelli dell'attitudine e del merito personale; e inoltre una struttura sociale che alla legittima espansione d'ogni persona non opponga pregiudiziali ed ostacoli innaturali.

I Partiti

Se ognuno di noi partecipasse alla competizione pubblica individualmente, senza intesa con altri, ne verrebbe una confusione condannata a degenerare nell'anarchia e successivamente nella tirannide. La persona singola infitti non riesce a far valere le sue idee di fronte alla società se non partecipando a gruppi omogenei per principii, idealità ed obiettivi.
Nella vita della democrazia questi raggruppamenti organizzati di persone aderenti alto stesso programma politico per la sua promozione e difesa, sono i partiti.
I partiti non sono istituzioni giuridiche, ma forze sorte liberamente allo scopo di promuovere le rappresentanze politiche (maggioranze e minoranze) e di concorrere alla formazione della politica nazionale e locale.
Se non vi fossero i partiti, nella molteplicità innumerevole delle tendenze individuali e dei discordanti interessi di persone e di gruppi, la democrazia finirebbe per annullarsi in una serie di sterili polemiche senza possibilità di assicurare per tutti l'ordine civile.
I partiti di conseguenza assolvono la funzione di raccogliere gli elettori attorno ad alcune tesi tipiche e fondamentali per assicurare la funzionalità del regime democratico.
Ma essi svolgono inoltre un compito importantissimo di mediazione tra il popolo e l'autorità pubblica, consentendo una rapida comunicazione tra i cittadini e il governo, ai fini di una interpretazione costante dei problemi del Paese.
Di qui la necessità che il Partito non sia la voce di una generica tendenza ma sia l'espressione fedele dei valori ideali della nazione, sia l'interprete, ricco di competenze politiche e tecniche, delle esigenze della società, capace di tradurle in programmi di azione politica.
Deve preoccuparsi, per quanto gli spetta, dell'educazione politica dei suoi aderenti e simpatizzanti. Deve avere una profonda coscienza dei suoi compiti ed un grande senso dello Stato, per non trasformarsi in strumento di arbitrio e di abuso nelle mani di pochi.
Deve ancora aver in vista, oltre il gioco delle competizioni e oltre le controversie sui punti di discussione, quel fondo comune di principii, di convinzioni morali e storiche.
Il partito tanto più, adempirà una funzione utile e necessaria in quanto avrà coscienza di essere parte e di non essere tutto; in quanto svilupperà la discussione e la competizione con le altre parti, ma sempre con la convinzione che vi sia una verità obiettiva al di sopra delle parti, di tutte le parti; e che se ne debba tener conto, e cercare di servirla dal proprio punto di vista. Con ciò non si chieda a nessuno di sottoscrivere sentenze teologiche; si chiede a tutti di non posporre mai all'interesse della parte il detto della coscienza che attesta d'una verità obiettiva e di una legge morale valida per tutti. Entro questo quadro e in accordo con esso ogni tecnica diviene utile e benefica; fuori di esso la tecnica più perfezionata non fa che aggravare e acutizzare il caos.
Segnati così i limiti dell'attività politica, se ne possono enumerare i valori. Nel suo ambito, una sincera attività politica diviene anche un effettivo esercizio di verità, perchè combatte nell'uomo, da un lato il comodo individualismo, dall'altro quell'astrattismo, quel genericismo, quel verbalismo che sono caratteristici della gente vivente, come si suol dire, fuori dal mondo. La politica è buona quando ci porta ad accostare gli uomini come sono, a riconoscere e ad edificare la verità nel concreto, quando ci insegna l'umiltà e la pazienza di fronte alla materia sorda, e i valori della tecnica come strumento d'umanità.
La politica come attività intesa al coordinamento, all'incremento, alla tutela del bene comune, cioè del vivo patrimonio della società civile, non può chiudersi nella torre d'avorio di una sovranità incomprensiva: deve ascoltare tutti, ricevere da tutti, valersi della cooperazione di tutti, agevolare il dialogo e la reciproca comprensione di tutte le forze vive: economiche, sindacali, culturali, morali, religiose. Anche sotto questo aspetto il partito deve, pur restando se stesso, tende perennemente a superarsi per realizzarsi in quella attività di governo che, rigorosamente parlando, non è più partito, perchè è al servizio di tutti.
In una società genuinamente democratica, infatti, lo Stato non è più una entità di ragione che si sovrappone al Paese con la pretesa di dargli la forma secondo certi suoi preconcetti principii: non è più lo Stato laicista, giurisdizionalista, assoluto. E' lo Stato che il popolo si fa giorno per giorno, al fine di valorizzare e assicurare ciò che ha di più vitale e di più caro; è lo Stato che esprime fedelmente l'anima della nazione e vive della sua vita, senza schemi e senza schermi.

La formazione nella DC di Amintore Fanfani
L'opuscolo "L'uomo e la società" dell'Ufficio Centrale Formazione
Roma, anni Cinquanta

(fonte: biblioteca Butini)


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