LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA FORMAZIONE NELLA DC DI AMINTORE FANFANI: L'OPUSCOLO "GLI ERRORI DEL MARXISMO - GLI ASPETTI DEL COMUNISMO NEL DOPOGUERRA" DELL'UFFICIO CENTRALE FORMAZIONE
(Roma, anni Cinquanta)

Una delle principali attività del partito è la formazione ideale e politica dei propri tesserati e dirigenti. L'Ufficio Centrale Formazione della Democrazia Cristiana pubblica, negli anni della Segreteria Fanfani, alcuni opuscoli dedicati alle sezioni ed agli iscritti. Il terzo opuscolo è intitolato "Gli errori del marxismo - Gli aspetti del comunismo nel dopoguerra".

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PARTE I

PREMESSA

La DC di Amintore Fanfani - Gli errori del marxismo - Gli aspetti del comunismo nel dopoguerraNoi sappiamo che l'uomo, creatura dotata di intelligenza, è l'immagine di Dio, cioè la vita che ha in sé gli proviene da un Principio che è il Creatore e l'Ordinatore del Mondo.
Ciascuno di noi, infatti, sente che al di fuori di sé, esiste un'altra realtà d'ordine superiore, alla quale è chiamato e che più tardi potrà contemplare viso a viso secondo l'affermazione di S. Paolo ai Corinti (13-12) «tal quale essa è», per cui noi procediamo per fede e non per vista. Procedere per fede non significa rinnegare la ragione, tanto è vero che la fede è razionale certa e obbligatoria. Questo ci viene confermato dalla Chiesa. Pertanto l'atteggiamento dell'uomo è quello di porsi in relazione col suo Creatore: questo è il significato della religione. Il comunismo nega che esista un'anima spirituale e immortale dell'uomo e quindi nega l'esistenza di Dio.
Il comunismo pensa che la realtà fondamentale sia la materia e che l'uomo non è creatura e immagine di Dio ma è la vera realtà e Dio invece è l'immagine dell'uomo. Per cui «l'uomo si forma il concetto della sua propria essenza e se lo pone come una realtà diversa da se stesso» ed incomincia a costruire un mondo superiore, una specie di regno della perfezione: l'immagine di ciò che vorrebbe avere, vorrebbe essere, di tutto quello che non trova in sé. Pertanto per il comunismo la Religione è una fantasia che indebolisce l'uomo: di conseguenza il comunismo combatte ogni principio religioso per rimettere nell'uomo stesso tutto ciò che egli aveva trasferito nell'ipotetico Dio.
Il comunismo non è una teoria astratta ,né una semplice dottrina politica ed economica, ma una completa concezione del mondo la quale pretende spiegarlo nelle sue origini, nelle sue leggi.
«Il mondo si deve concepire come un insieme di processi in cui le cose costituiscono una ininterrotta serie di vicende di divenire e di dissolversi, in cui attraverso ogni apparente accidentalità e malgrado ogni momentaneo regresso, si realizza in conclusione una evoluzione progressiva».
Tale evoluzione nasce da un principio di contraddizione presente nella realtà, per cui ogni situazione è interessata da due momenti - uno positivo e uno negativo —; la lotta tra questi due opposti si risolve in una realtà superiore alla situazione di partenza. Questa nuova realtà, a sua volta, contiene il suo opposto, per cui si verifica ancora una situazione di lotta fino a raggiungere una nuova situazione più alta.
ll processo pertanto si articola attraverso «tesi» e «antitesi» in un continuo superamento che si chiama «sintesi», cioè la composizione delle contraddizioni in una unità superiore.
Stalin infatti, nel suo libro «Il Materialismo dialettico e il Materialismo storico» così commenta: «i fenomeni della natura sono perpetuamente in moto e in trasformazione e lo sviluppo della natura è il risultato delle sue contraddizioni, il risultato dell'azione reciproca delle forze opposte nella natura».
Per il marxista quindi vale ciò che diceva Engels: «...niente è costituito per sempre, niente è assoluto e sacro. Su tutto e in tutto egli vede il marchio di un inevitabile declino; niente può resistergli, eccetto l'incessante processo di formazione e di distruzione, l'infinita ascesa dall'inferiore al superiore».
Applicando il discorso precedente alla storia sociale ed economica, abbiamo quello che viene definito «materialismo storico».
I mutamenti della società sono causati dunque in forza degli elementi di contraddizione presenti nella società stessa.
La società feudale ha prodotto la borghesia che la distrusse poichè rappresentava una sistemazione sociale superiore al feudalismo. La borghesia a sua volta ha prodotto una classe di operai senza proprietà, i proletari, che sono l'opposto della borghesia e danno origine al socialismo.
Come è facile capire, ciascuna nuova società è già presente in un certo senso in quella che la precede, ciascun sistema sociale produce la classe che lo distrugge, cioè contiene in sé i semi della propria distruzione. Il processo descritto è conforme alla legge: la negazione della negazione.
Esaminando la società capitalistica, Marx notò che all'interno di essa vi era una profonda contraddizione tra quella che si potrebbe chiamare la produzione sociale, cioè quella realizzata dallo sforzo di un gran numero di operai d fabbrica mediante il loro lavoro, e la proprietà privata costituita da tutti i mezzi di produzione, cioè la fabbrica e il suo macchinario. La nuova società che sarebbe sorta, avrebbe avuto entrambi i termini produzione e proprietà come termini sociali. A questo si sarebbe giunti mediante la lotta tra coloro che possedevano e coloro che non possedevano, pertanto la lotta di classe nel mentre è distruttiva di quel sistema, è produttiva di un nuovo ordine, l'ordine del socialismo. Sarebbe stata una società scientifica in cui gli uomini veramente liberi avrebbero dissolto ogni conoscenza religiosa e non avrebbero sentito la necessità di dedicarsi al piccolo traffico, che era la ragione fondamentale di ogni ingiustizia e di ogni sopraffazione dell'uomo sull'uomo. Marx annunciava una società che si sarebbe avverata per una necessità logica, dati i principii da cui partiva. Al socialismo visionario utopistico egli sostituiva il socialismo scientifico.
Il punto fermo su cui far leva per sollevare il mondo era dato dalla costatazione che sotto alle affermazioni più silenni degli uomini vi è un insopprimibile e fondamentale interesse economico. Marx scriveva: «Non convertiamo le questioni terrene in questioni religiose; convertiamo invece le religiose in questioni terrene ... Qual'è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, il proprio interesse. Qual'è il culto terreno degli ebrei? Il piccolo traffico. Qual'è il suo dio terreno? Il denaro. Ebbene, l'emancipazione dal piccolo traffico e dal denaro sarebbe l'emancipazione del nostro tempo». Nella nuova società l'uomo avrebbe ripreso tutto ciò che aveva trasferito fuori di sé nella società precedente, nella quale subiva un declassamento della propria personalità, anzi per meglio dire una perdita della sua qualità di uomo, cioè ciò che fa uomo l'uomo. Per Marx l'essenza dell'uomo è il lavoro, pur cui, perché l'uomo ritrovi se stesso nel lavoro, è necessario che i due elementi produzione e proprietà non siano attribuiti a soggetti diversi in lotta tra loro ma costituiscano il patrimonio dell'unica persona storica che è la Società.
Marx nella famosa prefazione alla «Critica dell'Economia Politica» ci dà in breve la sua intera concezione: «nella produzione sociale della loro vita gli uomini entrano in determinati rapporti, necessari e indipendenti dalla loro volontà, rapporti di produzione che corrispondono ad una certa fase di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti costituisce la struttura economica della società, la base reale su cui si edifica una sovrastruttura giuridica e politica, alla quale corrispondono determinate forme sociali di coscienza. Non è già la coscienza dell'uomo a determinare il suo essere, ma al contrario il suo essere sociale a determinara la sua coscienza.
In una certa fase del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società, entrano in conflitto con i rapporti di produzione esistenti e, per formulare in termini giuridici lo stesso concetto, con i rapporti di proprietà nell'ambito dei quali si erano finora mossi. Da forme di sviluppo delle forze produttive questi rapporti si trasformano in vincoli. Si apre allora un'epoca di rivoluzione sociale. Con il mutamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente l'intera e gigantesca sovrastruttura ...
I rapporti borghesi sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società».
Pertanto quando Marx afferma che non è la coscienza degli uomini che determina la loro esistenza, ma all'opposto è la loro esistenza sociale ohe determina la loro coscienza, significa che cambiando le condizioni economiche si cambia lo stesso uomo e se qualche cosa del vecchio sistema dovesse rimanere, ciò è una sopravvivenza reazionaria di ciò che è morto e sepolto. Pertanto tutti coloro che si sono fatti strumento di questo processo di trasformazione devono affrettare la morte del vecchio sistema ed è a questo punto che il Comunismo si fa azione politica e sociale.
Riassumendo, l'impostazione marxista potrebbe essere così definita:
1) la lotta di classe tra operai e capitalisti;
2) la lotta di interessi tra popoli coloniali e potenze dominanti;
3) la lotta degli interessi delle potenze imperialiste tra di loro.

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Una incolmabile distanza esiste tra l'uomo e tutti gli esseri a lui inferiori. L'uomo governa se stesso e il mondo, non è possibile prevedere i suoi comportamenti in quanto egli contiene un principio spirituale che lo pone in una continua alternativa di scelte poiché intende e vuole, perciò è libero. La materia è priva di questo principio spirituale perché non può né intendere né volere e perciò non è libera ma sottoposta al dominio dell'uomo e proprio perciò è legata a leggi fisiche, con la scoperta delle quali l'uomo riesce ad anticipare i suoi fenomeni e le sue manifestazioni.
«Posti gli stessi antecedenti si hanno sempre le stesse conclusioni; onde dal presente si può ricostruire con perfetta esattezza il passato e preannunciare con tutta precisione l'avvenire: si pensi ad esempio alla precisione con cui prediciamo il corso della terra e il succedersi delle eclissi».
Ci resta da aggiungere un'altra considerazione attorno alla mutabilità della materia in quel suo meraviglioso progressivo differenziarsi che non è possibile senza un Essere immutabile che governa il mondo e la storia, Essere che ha posto nell'uomo quegli attributi di intelligenza e di volontà che la materia non possiede.
Poichè l'anima spirituale e immortale dell'uomo e l'esistenza di Dio vengono negate dal marxismo, il marxismo è inaccettabile per l'uomo.
«Per ciò che riguarda il processo dialettico, pur essendo d'accordo che la realtà può passare da una forma meno perfetta ad una forma più perfetta, ci si oppone all'affermazione del marxismo secondo la quale in virtù delle sole forze della materia si passa dal regno minerale al regno della vita, dal regno della vita vegetativa al regno della vita sensitiva e da questo all'uomo, ci si oppone in quanto non è ammissibile, essendo la vita sostanzialmente superiore al piano inorganico e l'animale alla pianta e l'uomo all'animale, che il più perfetto provenga dal meno perfetto, cioè la materia non può dare all'uomo ciò che essa non ha». Nel marxismo in ultima analisi è la materia che crea, la quale dovrebbe pertanto contenere in sé il germe di un'infinita perfezione, producendo dal suo interno anche il fenomeno spirituale e venendo a prendere il posto del vero assoluto, cioè di Dio: per i marxisti dunque la materia è come infinita nello spazio e anche nel tempo, cioè eterna, non avendo inizio e fine nel tempo. Per cui il materialismo con la sua dialettica fa il tentativo assurdo di trasportare alla materia una serie di attributi non di solo ordine spirituale, ma attributi perfino divini. E' una specie di pseudo-religione che nega Dio per metterci un altro Dio, che è la materia o la forma superiore di esistenza della materia: l'uomo sociale.
Il comunismo, preso dal fatalismo dialettico, si rivolge come una specie di pazza profezia che annunzia un paradiso attuabile nell'ordine delle cose e dei comuni sforzi impegnando gli uomini in una lotta contro i nemici di questa profezia e tende a realizzarsi in azione politica e sociale, che determina la verità di ogni giorno, per cui «i fatti» sono la prova Verità. Viene annullato ogni aspetto morale perché, per íl marxismo, tutto ciò che torna utile per i suoi fini è morale, compresa la dittatura, la violenza, la guerra, o la tattica politica.
L'uomo del comunismo più che un animale logico filosofico o religioso, è un animale biologico ed economico, la cui verità è l'utilità pratica ed è la sua creazione. Per noi sono gli uomini generati dalla verità, ed essa devono servire: poiché solo servendo la verità e incontrandoci alla luce di essa si diviene veramente liberi e si guarisce dalle alienazioni in un senso ben diverso da quello indicato dal comunismo.

Il carattere totalitario del Comunismo

Ci si propone in questo appunto di rispondere brevemente a due serie di questioni:
1) quali sono i caratteri propri del comunismo, le qualità essenziali che lo definiscono come regime e ne ispirano l'azione nel mondo;
2) quali sono state le linee fondamentali della politica del partito comunista italiano in questo dopoguerra, inquadrata nella politica mondiale del comunismo.
Non si può comprendere l'azione che il comunismo svolge nel mondo fino a quando non si sia cercato di cogliere il fenomeno comunista nella sua essenza, in ciò che lo distingue da regimi e movimenti storici che per alcune parziali affinità possono essere confusi con esso. Si è detto infinite volte e giustamente che il comunismo è un regime totalitario. Ma cosa significa precisamente totalitarismo? Nei discorsi comuni e anche nelle polemiche contro il comunismo si sente spesso usare i termini «dispotismo» o «dittatura» come sinonimi equivalenti a totalitarismo. In realtà si tratta di fenomeni storici ben diversi.
Un grande feudatario medioevale che possedeva tutta la terra del suo feudo e ne disponeva, può essere chiamato un despota. Ma il regime feudale non potrebbe, neppure con uno sforzo di fantasia, essere definito totalitario.
Il potere del feudatario derivava dall'alto, dall'Imperatore, che a sua volta riceveva un mandato divino. II feudatario governava entro i limiti di spazio concessigli, riconosceva altresì poteri, quello religioso in primo luogo, indipendenti da lui, e si muoveva entro una fitta rete di tradizioni e consuetudini che egli stesso cercava piuttosto di mantenere vive, o di adattare a proprio vantaggio, ma non certamente di distruggere.
Gli stessi regimi assolutistici dei grandi regni d'Europa prima della rivoluzione francese non hanno nulla in comune con i totalitarismi. Erano regimi conservatori e ciò che volevano conservare intatto era il tessuto sociale esistente con le istituzioni civili e politiche e con le idee che lo animavano. Tali regimi possono essere giudicati insufficienti o anche deprecabili perché impedivano che la vita sociale e il diritto positivo migliorassero per accostarsi al modello della legge naturale scritta nella coscienza degli uomini; ma il torto loro era quello di non voler cambiare nulla. I regimi totalitari invece vogliono cambiare tutto: il che si esprime più propriamente dicendo che una caratteristica del totalitarismo è qúella di essere rivoluzionario, cioè di voler distruggere il tessuto sociale esistente spazzando via le idee che lo guidano così come le istituzioni che lo articolano, per creare una società nuova, a immagine e somiglianza di sé stesso.
Si potrebbe dunque cominciare col dire che i totalitarismi moderni sono regimi assoluti rivoluzionari in contrapposizione ai regimi assoluti conservatori del passato. Ma dire così non sarebbe del tutto sufficiente. Un secondo elemento caratteristico va messo bene in luce e che in un certo modo è già implicito nello stesso termine di rivoluzione ma che si esplica e si realizza pienamente nei regimi totalitari: è la volontà sfrenata di asservire, anzi in pratica distruggere e assorbire qualsiasi altra autorità presente nella società, in primo luogo l'autorità religiosa. In passato nelle monarchie assolute vi furono spesso lotte anche aspre tra l'autorità politica e l'autorità religiosa. Ma né l'una né l'altra mai si sognarono di negare la distinzione tra potere sacro e potere profano. Le lotte erano per così dire di confine, per difendere o affermare certe prerogative, ma presupponevano come fondamento la distinzione dei due campi e dei due poteri.
I regimi totalitari invece negano in teoria e in pratica la distinzione e vogliono assorbire nel profano, nel politico il sacro.
L'assorbimento del religioso nel politico significa questo: che nei regimi totalitari scopo supremo dell'umanità e di ogni persona è la realizzazione totale di una missione storica, la trasformazione e il dominio del mondo.
Queste tre caratteristiche, la volontà rivoluzionaria, la riduzione di tutta l'attività umana a politica, infine la volontà missionaria universale, la volontà di conquistare l'«imperium mundi» servono già a sufficienza a distinguere e riconoscere i regimi totalitari. Essi sono presenti nel comunismo e nel nazismo (in forma meno decisa sono avvertibili anche nel fascismo italiano).
Per questa caratteristica i regimi totalitari sono stati chiamati anche «religioni secolari» e studiati appunto cono fenomeni religiosi, capaci di canalizzare in direzione propriamente profana e quindi terrestre, l'aspirazione all'assoluto degli uomini.
Come conseguenza di queste premesse, nelle religioni secolari, la morale coincide con l'efficacia. Sarà giusta l'azione efficace ad allargare il dominio totalitario. Ogni errore, ogni violenza diventano cosa santa, se sono giustificati così; e campi di concentramento, le torture poliziesche, lo schiacciamento sanguinoso di una rivolta: sante e giuste per creare la «futura umanità». Nelle religioni secolari al Paradiso si sostituisce il Futuro.
Non esistono propriamente, sia detto per inciso, nella storia fenomeni in tutto uguali ai regimi totalitari moderni.
L'analogia più prossima e più illuminante per noi occidentali è quella con l'Islam. Anche il comunismo infatti, come l'Islam, è nello stesso tempo una religione e una setta di conquistatori del mondo; al pari dell'Islam nega la distinzione cristiana fra dominio temporale e dominio spirituale, quantunque assorba la religione nella politica a differenza dell'Islam che assorbiva la politica nella religione. E' stato scritto che il comunismo per la Russia Sovietica è quello che la religione islamica è stata per l'impero dei califfi Abassidi; il partito comunista è perciò da definire non tanto un partito nazionalista straniero quanto una setta religiosa di conquistatori che hanno ìl loro centro sacro e la loro piazzaforte nella Russia Sovietica.
Un terzo aspetto del totalitarismo va però ancora messo in luce: quello di essere cioè una tirannia dell'epoca moderna.
A tutti è noto che Marx aveva scritto che il proletariato, una volta preso il potere, avrebbe dovuto governare con metodi dittatoriali per difendersi dal ritorno oppressivo delle classi spodestate. Ancora oggi questa è la giustificazione comunista della violenza totalitaria. In realtà in nessun paese del mondo si è mai avuta una dittatura del proletariato.
Si è invece realizzata una dittatura del partito comunista coronata da una tirannia.
Fu Lenin che teorizzò la necessità di organizzare il Partito come un esercito e in verità le conseguenze che egli traeva da Marx erano coerenti e soprattutto erano necessarie per passare dalla volontà rivoluzionaria di Marx alla realizzazione della rivoluzione marxista.
Senonché contemporaneamente il marxismo, così facendo, si lasciava alle spalle le buone intenzioni democratiche (la dittatura del proletariato può essere ancora difesa come democratica, come governo della stragrande maggioranza), per avviarsi sulla strada della tirannia.

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Lenin scopri due cose: anzitutto, come si è ora detto, che il movimento rivoluzionario doveva essere organizzato come una grande armata, con la sua ferrea disciplina, le sue gerarchie, i suoi reparti per la guerra guerreggiata e per la lotta segreta: ma scoprì anche un'altra via necessaria al conseguimento della sua meta rivoluzionaria. Egli nel famoso opuscolo «Che fare?» scriveva che «la classe operaia con le proprie sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza trade-unionista ... di unirsi in sindacati, di reclamare questa o quella legge utile agli operai, ecc.
«La dottrina del socialismo — è sempre Lenin che parla — è sorta da quelle teorie filosofiche, economiche e storiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, cioè dagli intellettuali. Dal punto di vista della posizione sociale i fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels, erano degli intellettuali borghesi».
A tale proposito è stato osservato: «Che cosa dice Lenin? Che il proletariato è necessariamente succube della ideologia borghese e che liberi da essa sono soltanto alcuni intellettuali che si sono innalzati soggettivamente sopra la classe. Inoltre che la classe lavoratrice senza il soccorso di quella "scienza socialista" che riceve dall'esterno è naturalmente riformista, pensa cioè, diremmo noi, in termini di diritto naturale».
II partito comunista forgiato da Lenin come un esercito, e la necessità da lui affermata che gli intellettuali rivoluzionari guidino il partito come generali alle testa di un esercito, mostrano con chiarezza l'origine di quella tirannia che negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione si formerà e non sarà più rimossa.
Già Trotsky nel 1903 aveva visto con chiarezza i futuri sviluppi. Polemizzando con Lenin egli infatti scriveva: «l'organizzazione si sostituisce al Partito, poi il comitato centrale all'organizzazione e infine un dittatore si sostituisce al comitato centrale».
Più tardi Trotsky inoltre osservò che quando Lenin parlava della dittatura del proletariato egli intendeva parlare della dittatura sul proletariato. Questo è avvenuto si può dire sotto i nostri occhi.

PARTE II

Dittatura di Partito e classe dei privilegiati

Sarebbe forse un compito superiore alla modestia di questo appunto, descrivere anche semplicemente il processo attraverso il quale dalla dittatura del partito sul proletariato coronato in cima alla piramide sociale dalla tirannia, si sia sviluppata la nuova classe dei privilegiati nel regime totalitario comunista. Questo processo è stato descritto in un libro molto importante, il cui autore Milovan Dylas fu íl teorico del partito comunista jugoslavo prima di cadere in disgrazia.
Ma si ponga mente almeno a questo fenomeno: che in cima alla gerarchia sociale si realizza, nei regimi totalitari, la massima concentrazione di tutti i poteri (economico, politico, religioso, culturale) e che le gerarchie immediatamente sottostanti sono scelte e cooptate dalla sommità sul metro dell'assoluto consenso.
Si tenga presente ancora che questo fenomeno si è realizzato nel corso della rivoluzione russa, cioè in un momento di massima incertezza delle condizioni di vita di tutti, cosicché ogni gradino conquistato nella scala sociale del partito, significava altresì una condizione privilegiata dell'esistenza materiale e un'accresciuta sicurezza vitale; cosicché il consenso coincideva pienamente con la sicurezza e il miglioramento del tenore di vita materiale.
Basterà questo forse per rendersi conto come nella dinamica sociale dei totalitarismi tenda a formarsi un gruppo sociale rigido che, per le vicende della sua origine e per il modo della sua formazione, agisce pienamente come un gruppo privilegiato in difesa dei propri interessi e tende spontaneamente a fare blocco contro chiunque rompa tale solidarietà, anche se lo faccia appoggiandosi alle istanze rivoluzionarie che stanno all'origine della formazione del gruppo stesso.
La storia della sconfitta di Trotsky non deriva altro che dal fatto che Stalin seppe trarre dalla propria parte i segretari nei vari livelli del partito bolscevico. Non diversamente si spiegano le successive condanne di Zinoviev e Kamenev, di Bukarin poi. Infatti ogni dibattito sulle idee, nei regimi totalitari tende a trasformarsi immediatamente in una lotta materiale, si può ben dire fisica, di opposte fazioni. Cosicché il consenso più assoluto verso l'ortodossia espressa dalla sommità e l'eliminazione fisica dell'eretico, divengono la condizione necessaria della stabilità del gruppo e della sua situazione privilegiata. Queste vicende russe trovano esemplari analogie nelle lotte intestine del nazismo del 1934.
In questo senso si può ben dire che nel totalitarismo comunista anziché sviluppo della rivoluzione vi è sviluppo e tendenza al rafforzamento del totalitarismo stesso e che le leggi della lotta di classe in base alle quali secondo Marx doveva essere promossa, attraverso violenti scontri, la creazione di una società senza classi, agiscano all'interno del regime comunista in senso opposto al previsto e diano origine alla forma di reazione più coerente che la storia abbia mai fatto conoscere.
Si diceva più sopra che le caratteristiche fondamentali dei regimi totalitari moderni si ritrovano pienamente nel comunismo e nel nazismo, e basta ricordare la funzione che il mito della razza svolgeva nel nazismo, paragonabile solo a quella del mito della classe nel comunismo; basterà riconoscere in ambedue la stessa volontà di dominio mondiale, la stessa morale della «efficacia» per giustificare ogni azione scellerata, lo stesso rinvio a un futuro di felicità e di pace per sacrificare le generazioni presenti, infine la stessa tirannia.
Dalla distruzione di uno dei due grandi regimi totalitari è derivata l'espansione dell'altro in Europa, in questo dopoguerra.

Il processo di espansione del comunismo

Il processo di espansione del comunismo al quale si è assistito in questi ultimi quindici anni, appare intessuto da molte varianti, ma a ben vedere là dove il regime comunista è giunto al potere, almeno un aspetto comune è sempre riconoscibile: vi è giunto attraverso la violenza o con la violenza vi si è mantenuto e radicato.
L'avanzata dell'esercito rosso nell'Europa è stato il primo avvio all'espansione, di per sé tuttavia insufficiente a garantire la instaurazione del regime senza la permanenza successiva dello stesso esercito, la lotta a fondo e se possibile la eliminazione di qualunque avversario anche potenziale.
Alla fine della guerra la Russia sovietica era ancora alleata alle democrazie occidentali. Si poteva ritenere dunque che dopo la conquista e l'assimilazione al regime della Polonia, della Romania, Bulgaria, Ungheria, etc., fosse giunta a una stabilizzazione. Stabilizzazione territoriale da un lato, pausa nella lotta dall'altro. A tutti è noto invece che a partire dal 1947 vi fu una potente ripresa della spinta conquistarice in entrambi i campi: sia in quello propriamente territoriale, sia in quello della lotta propagandistica e della tensione ideologica.
Questa ripresa non può stupire coloro i quali tengono presente che l'espansione universale è una delle leggi del dinamismo totalitario e che quindi la provvisoria pace con il mondo occidentale dopo la sconfitta della Germania, sarebbe dipesa dalle possibilità di sviluppo del comunismo secondo le prospettive del momento.
E' altresì noto che l'irrigidimento della lotta nel 1947 fu la conseguenza di una diagnosi della classe dirigente sovietica, la quale ritenne allora che gli Stati Uniti e il mondo occidentale fossero alla vigilia di una gravissima crisi economica. E perciò se la crisi economica avesse dovuto sboccare in una nuova guerra, era opportuno serrare le file dal punto di vista ideologico, spronare al combattimento i partiti comunisti stranieri e guadagnare posizioni territoriali. Se poi la crisi non fosse sboccata in una guerra, l'indebolimento del mondo occidentale avrebbe tuttavia consentito di ottenere sostanziali avanzate in Europa.
Perciò tra l'altro la Russia non smobilitò il suo esercito come fecero gli Stati Uniti, ma anzi andò via via rafforzando il suo schieramento in Europa.
Il confine passava allora attraverso l'Europa, in Germania e in Cecoslovacchia e appunto a Berlino e a Praga si verificarono i due più importanti episodi che dettero inizio alla guerra fredda.
Nel settembre del 1947, come tutti sanno, fu costituito il Cominform, come comando più accentrato ed efficiente dei partiti comunisti nei vari paesi e specialmente nei paesi del nemico. I partiti che negli stati satelliti collaboravano al governo comunista furono messi alle corde o distrutti. Fu accentuata la pressione propriamente coloniale e cioè anche di sfruttamento economico su tutti i paesi entrati nell'orbita comunista, per rafforzare la Russia stessa e affrettare la ricostruzione delle industrie sovietiche distrutte dalla guerra.
Questo processo ebbe due momenti caratteristici: il colpo di stato in Cecoslovacchia prima e la ribellione in Jugoslavia poi.
I fatti di Praga furono un esempio illuminante, una specie di lezione da manuale sulla via da percorrere per l'instaurazione di una tirannia, con mezzi violenti, quando il tessuto sociale, le tradizioni storiche, fanno resistenza. Lo svolgersi dei fatti dovrebbe essere ancora presente a tutti. Vi fu un dosaggio opportuno fra intimidazione poliziesca (il Ministero degli Interni era in mano ai comunisti), pressioni psicologiche sui partiti alleati, primi i socialisti, sommosse di gruppi armati e infine soppressione fisica degli avversari irriducibili.
Un dosaggio e un esperimento d'altronde facile perché la Cecoslovacchia, occupata a suo tempo dall'armata rossa, non aveva forze proprie ed era per così dire tutta nelle mani del partito comunista.
In Jugoslavia invece furono in fondo le forze dello spirito nazionale che si ribellarono vittoriosamente allo sfruttamento sovietico. Forze che d'altronde non avrebbero avuto mai partita vinta se non si fossero trovate ad agire ai margini dell'Impero: piccola contraddizione di un totalitarismo minore che, puntellato da forze nazionali proprie antitotalitarie, riesce a resistere alla logica assimilatrice del totalitarismo maggiore.
In quegli stessi anni si compiva la conquista della Cina che ovviamente costituisce un caso importante e nuovo nei rapporti con la Russia sovietica. Tuttavia sarà sempre prematuro parlare di possibile opposizione reale tra Russia e Cina fino a che quest'ultima non sia assurta a potenza industriale.
Con la creazione dei Cominform fu posto termine in tutti i paesi satelliti al periodo dei governi che potrebbero con formule approssimative essere chiamati di fronte popolare e fu instaurata propriamente la dittatura del partito comunista. A questa fase necessariamente, per la logica interna totalitaria, corrispose anche una durissima pressione del partito comunista sulle stesse popolazioni della Russia sovietica punteggiata qua e là da epurazioni. Furono deportate in quegli anni intere popolazioni tartare dalla Crimea, dove si erano comportate come avversari troppo tiepidi dei tedeschi, in Siberia, con enorme distruzione di vite umane se non addirittura forse con effetti veri e propri di genocidio.
Con la persecuzione furono costretti i cattolici di rito greco unito dei nuovi territori occupati nell'Europa orientale a staccarsi dalla Chiesa di Roma per aderire al patriarcato della chiesa di Mosca.
Furono infine perseguitati intellettuali e scienziati secondo le direttive di Zdanof per ogni aspetto del loro lavoro che potesse essere sospettato meno aderente alla ortodossia politica del momento.
Il famoso complotto dei medici accusati di voler attentare alla vita dei supremi gerarchi sovietici fu, se non andiamo errati, l'ultimo episodio di questa pressione del partito comunista prima della morte di Stalin.
In questo periodo tuttavia la dura tirannide del partito comunista sulle popolazioni sovietiche non dette più luogo, come per il passato, ad epurazioni di masse o a processi famosi. Questo perché la nuova classe in Russia era in fondo già bene stabilizzata al potere e perciò le lotte non potevano eventualmente manifestarsi che all'estremo vertice della piramide sociale; e il complotto dei medici è appunto da interpretarsi come un episodio importante ma circoscrito alle altissime gerarchie.
Non così nei paesi satelliti dove si trovavano ancora di fronte personalità legate ai vecchi ideali rivoluzionari e personalità già perfettamente assimilate al totalitarismo e alla nuova classe. Nello scontro i primi ebbero ovunque la peggio: alcuni furono impiccati, altri come Gomulka chiusi in carcere. E dal confronto con quanto avvenne nello stesso tempo in Russia si può meglio comprendere quanto si diceva più sopra circa i meccanismi di formazione delle classi dominanti e il finale rafforzamento del totalitarismo che ne deriva.
In sostanza la fase attraversata dai paesi satelliti dopo la guerra corrisponde alla fase sovietica tra il 1928 e il 1938. Nei paesi satelliti fu assai più rapida perché le opposizioni interne dovevano fare i conti non soltanto con avversari politici interni e con le loro clientele, ma anche con tutto il peso dello stato totalitario sovietico.
La liquidazione quindi dell'opposizione fu semplice ed in fondo definitiva. Tranne in due casi, in Polonia e in Ungheria, dove tuttavia le difficoltà ricominciarono solo dopo la morte di Stalin.
La fine della lunga tirannia stalinista ha fatto rinascere e portato in piena luce la lotta al vertice della piramide sovietica. E solo nelle più alte gerarchie si può lottare in un regime totalitario per la ragione già detta prima, che solo ai massimi livelli vi è concentrazione e fusione di tutti i poteri. Il potere, infatti, è risucchiato verso l'alto ed è quasi impossibile perciò che si manifestino sollevazioni dal basso. Quasi impossibile: gli unici esempi sono appunto quelli della Polonia e dell'Ungheria da considerarsi a parte.

Il periodo post-staliniano

La lotta fra le alte gerarchie ha avuto vari episodi: si è iniziata con la fucilazione del Ministro dell'Interno e capo della polizia Beria, ed ha avuto il suo episodio culminante nel XX Congresso comunista, dove Krusciov ha denunciato la scelleratezza dei periodo stalinista, ma è proseguita anche più tardi con la messa in disparte del gruppo di Malenkov e Molotov.
Il punto principale da capire a proposito della messa in accusa di Stalin da parte dello stesso partito comunista dopo la sua morte è il seguente: la critica al regime stalinista, la fine del culto della personalità non significano affatto la fine del totalitarismo comunista. Nessuno dei caratteri distintivi è venuto meno; e la stessa politica della distensione non viene mai descritta da Krusciov come rinuncia all'espansione mondiale, ma soltanto come rinuncia alla guerra aperta come mezzo di espansione.
Questo è avvenuto in definitiva: da un lato il partito ha allentato la durezza del suo dominio sulla popolazione russa, allentata, ma non rilasciata la presa, per cui oggi le attività culturali appaiono un po' meno vincolate; dall'altro la resa dei conti fra i gruppi al potere ha potuto svolgersi una volta ucciso Beria, senza troppo spargimento di sangue e fino ad ora Molotov e Malenkov risultano ancora vivi.
Ciò testimonia però non già della fine del totalitarismo, ma piuttosto di una compattezza ed equilibrio maggiori raggiunti dalla nuova classe al potere.
La vocazione totalitaria non è stata d'altra parte rinnegata e neppure messa in forse come d'altronde i fatti, subito dopo la presa del potere da parte di Krusciov, hanno ampiamente dimostrato.
La rivolta d'Ungheria è stata infatti il test migliore per saggiare il permanere dell'essenza totalitaria del regime. Costituì un fatto nuovo di importanza mondiale, da tenere nettamente distinto anche da ciò che avvenne in Polonia. La rivolta d'Ungheria infatti è stata la prima grande rivoluzione antitotalitaria e anticomunista. Essa unì tutto il popolo, tutte le categorie sociali al di là di ogni partito e di ogni ideologia: operai, contadini, intellettuali e soldati senza lasciare «alcun appiglio» a una interpretazione classista. Essa realizzò contro il comunismo quella unità che il comunismo stesso aveva posto nel suo programma.
Come è stato scritto in proposito «la rivoluzione ungherese ha continuato il grande movimento antitotalitario della Resistenza oltre il compromesso che in essa si era avuto con il comunismo (possiamo dire che essa segni il momento in cui la Resistenza si scinde dal fronte popolare)». «Riportiamoci ancora una volta alla nascita del comunismo nel nostro secolo nel "Che fare?" di Lenin. Si è visto come in questo libro si criticasse la spontaneità delle masse riducendo per conseguenza il proletariato a mezzo. La rivoluzione ungherese assume tutto il suo significato proprio dall'essere l'esatta inversione di tale prospettiva. E' la denuncia della illusoria unità durata tanto a lungo tra il comunismo e le forze popolari».
L'oppressione sanguinosa del popolo ungherese continua, come è noto, ancora oggi; e i comunisti di tutto il mondo, come ieri fingevano di scandalizzarsi e respingevano come calunnie le accuse al regime di Stalin, così oggi fingono di ignorare o di respingere come calunnie la notizia delle continue violente repressioni.
In questa prospettiva deve essere vista anche la distensione con i suoi alti e bassi, l'ultimatum per Berlino di un anno fa, la successiva ripresa delle trattative; fino a oggi la distensione non è stata altro che la ricerca di un accordo tecnico per non distruggere l'umanità a colpi di bombe atomiche. Il futuro può ancora riservarci migliori speranze e una coesistenza «meno aspra», «più distesa», a patto tuttavia di non dimenticare che il totalitarismo continua.

PARTE III

Il Partito Comunista Italiano

Negli anni che precedettero la salita al potere di Hitler, il partito comunista tedesco condusse una lotta accanita contro il partito socialdemocratico tedesco. Quando poi Hitler ebbe preso il potere, il partito comunista fu spazzato via. Sotto la lezione di questa esperienza ebbe inizio, negli anni successivi, la politica del «Fronte popolare». Tra coloro che la elaborarono vi fu Togliatti, che da allora restò fedele a quella formula come la più efficace per raggiungere il potere nell'Europa occidentale.
Giunto in Italia nel 1944, Togliatti inaugurò la politica cosiddetta di «unità nazionale» per la lotta contro il nazifascismo. Portò il partito comunista al governo, e si sforzò alla base di coinvolgere tutti i partiti nella alleanza con il partito comunista all'interno dei comitati di liberazione.
La politica delle alleanze ha nella storia del comunismo precedenti famosi: quelli teorici di Marx e quelli teorici e pratici di Lenin. Tuttavia il fronte popolare, specie secondo le direttive di Togliatti, presenta alcuni suoi caratteri particolari.
Esso implica un processo di penetrazione e di avviluppamento psicologico e mentale. E anzitutto esso tende a disporre gli alleati secondo un ordine concentrico, dai più vicini alla «verità» comunista, ai più lontani. Ai più prossimi, i socialisti, si chiede in fondo di restare fedeli su un punto solo, il seguente: che il più profondo senso della storia presente lo si scopre nella lotta mortale tra il proletariato e il capitalismo imperialista. Ma una volta accettato come problema centrale del nostro tempo il duello tra il proletariato e il capitalismo, ne consegue necessariamente e la necessità dell'unità di classe come bene supremo, e la necessità nei momenti di crisi di schierarsi dalla parte dell'U.R.S.S. Accettare i termini d'impostazione del discorso politico comunista significa già aver concesso tutto: questa è la grande forza reale e la giustificazione più seria della politica togliattiana.
Ai cattolici che costituiscono il secondo girone a partire dal centro nel disegno delle alleanze, il partito comunista parla in termini patetici, quegli stessi che erano usati dai socialisti utopisti e che Marx beffeggiava; e da un punto di vista culturale chiede loro soltanto di accettare la divisione del mondo tra destra e sinistra, fra fascismo e comunismo e di riconoscere che «a sinistra» c'è qualche cosa di buono e di vero da salvare: forse brandelli di cristianesimo misti ad errori; e che perciò si può andare d'accordo nel fare certe cose insieme.
Ai laici invece il partito comunista italiano chiede più esplicitamente di ammettere in termini culturali la distinzione tra dittature reazionarie e progressive; con la conseguenza di dover riconoscere che il partito comunista non è che la punta avanzata di quel «progresso» che fu il frutto appunto del pensiero laico in polemica con la Chiesa cattolica e in questa prospettiva di essere condotti a vedere la rivoluzione comunista come necessario sviluppo della Rivoluzione francese.
E forse è appena necessario ricordare che ognuno di questi argomenti ad uncino, per tenere agganciati gruppi di uomini non comunisti al comunismo, è basato su una non verità: cioè non è vero che il problema centrale della storia è la lotta di classe, né che i cristiani debbono salvare qualche parziale verità nel marxismo, e neppure che i regimi totalitari costituiscono un progresso della società.

La politica del P.C.I.

Dalla fine della guerra fino all'inizio del 1947, il partito comunista al governo poté giocare liberamente su un doppio binario: quello della rivoluzione e l'altro della ripresa e della ricostruzione della nazione: si trattava da un lato di riscaldare la temperatura delle masse, rilanciando continuamente le rivendicazioni, di disgregare l'autorità e l'amministrazione statale con i propri uomini, agenti nei posti chiave, in modo da esasperare le «contraddizioni del sistema»; dall'altro lato si trattava di apparire realmente desiderosi di unità, votando l'art. 7 della Costituzione sui Patti Lateranensi, e proponendosi come mediatori e pacificatori di quelle tensioni di massa che il Partito stesso aveva provocato o per lo meno attizzato.
In quel periodo, dalla liberazione fino all'esclusione dei comunisti dal governo, la politica di penetrazione profonda nel Paese, di avviluppamento dei gruppi, delle alleanze e delle complicità (delle omertà si può ben dire), ebbe il suo momento di sviluppo più rapido e profondo: nei comitati di liberazione nazionale, nelle camere del lavoro dove ancora l'organizzazione dei cattolici si confondeva con quella socialcomunista, nelle cosiddette organizzazioni di massa, il Fronte della gioventù e l'Unione donne italiane. In tutti questi organismi il P.C.I. poteva permeare altri strati e gruppi sociali, riscaldarli e prepararli ad una posizione psicologica di rottura e nello stesso tempo riservarsi il controllo della situazione per poter graduare gli eventi.
L'esclusione dei comunisti dal governo fu il primo gesto importante, fatto che arginò la penetrazione.
Seguì la liquidazione dei comitati di liberazione, il rafforzarsi dell'autorità dello Stato e soltanto allora cominciò concretamente la ricostruzione, cioè la ripresa del Paese. Togliatti tuttavia non modificò la sua linea politica; tenne ben ferma la presa sul partito socialista e fece ogni sforzo per mantenere in vita gli organismi di massa e qualunque altra associazione che permettesse il «dialogo» o meglio la confusione delle lingue.
Nemmeno quando dopo la formazione del Cominform che pure come si è visto significò un irrigidimento ideologico e politico, il partito comunista rinunciò alla politica delle alleanze: dette vita al Fronte popolare come grande concentrazione di sinistra, guidato dai comunisti e con esso affrontò le elezioni del 1948. Sconfitto, dovette rassegnarsi a prevedere di restare escluso dal potere per anni. Nel luglio del 1948, dopo i grandi scioperi interregionali provocati dall'attentato a Togliatti, il partito comunista subì il grave colpo della rottura dell'unità sindacale e toccò così il punto più basso della sua parabola politica nel dopoguerra.
Tuttavia già nel 1949, e ancor più negli anni 1950-51, appariva chiaro che il partito comunista indirizzava i suoi sforzi soprattutto verso un obiettivo: riannodare i rapporti con gli strati della popolazione per non restare isolato nel Paese. A questo scopo fu scelta una strada che aggirasse i partiti e le organizzazioni e fu lanciata la campagna per la pace. Essa trovò i suoi momenti di massimo sviluppo propagandistico proprio mentre infieriva la guerra d'oppressione della Corea del Nord contro la Corea del Sud; ciò ne limitò gli effetti senza annullarli e potè essere rilanciata dopo la Conferenza di Ginevra in cui si giunse a por fine alla guerra di Indocina.
Le accuse a Stalin nel XX Congresso e ancor più la rivolta di Ungheria sembrarono che dovessero costare al partito comunista la perdita della sua preda più importante: il P.S.I. Sarebbe stata una perdita grave. Qui però si manifestò l'abilità politica di Togliatti, la sua coerenza intelligente alla politica delle alleanze.
Appare chiarissimo infatti che il partito comunista non volle mai tirare troppo la corda. Subì con abbastanza buona grazia la denuncia del Patto di unità d'azione e si accontentò di richiamare discretamente i socialisti al «dogma» dell'unità di classe. E i socialisti, compreso lo stesso Nenni, si mostrarono sempre sensibilissimi a quella briglia.
Oggi si può ben dire che il pericolo per il P.C.I. di perdere la presa socialista è passato. E Togliatti può ormai indicare a Nenni la sorte di Saragat se Nenni volesse tentare qualche evasione dalla gabbia del classismo.
A dissipare ogni pericolo di fuga dei socialisti e a ridare nuova forza al Partito è giunta la politica della distensione che Togliatti si sforza, non senza risultato, di fare interpretare non come una trattativa internazionale ma come una confusione di principi all'interno, come la fine delle opposizioni tra totalitari e antitotalitari.
L'ultima tappa, infine, della politica delle alleanze, dell'avviluppumento è rappresentata dal milazzismo. Il milazzismo, alleanza di tutti compresa una parte della D.C. contro la D.C. stessa, rappresenta quanto di meglio potesse sperare il P.C.I. dall'epoca del C.L.N.: esso consente, nella situazione attuale, il massimo di complicità all'interno del mondo cattolico con il massimo di dissimulazione dell'avanzata totalitaria.
L'avanzata del partito comunista italiano nella politica di alleanze e di contatti ha ragioni profonde. Nulla infatti il partito comunista teme più dell'isolamento rigoroso, culturale, politico. Non teme il maccarthismo, ma l'isolamento sì; perché esso taglia le possibilità stesso della sua propagazione. Nulla più teme che il formarsi, che il perfezionarsi dell'alleanza tra coloro che esso combatte: il Cristianesimo, il liberalismo e il socialismo democratico.
Il partito comunista ha dimostrato di preferire allentare i legami con il partito socialista di Nenni, nella speranza, non infondata, che il socialismo marxista gli faccia da battistrada nella società, piuttosto che essere rinchiuso con il partito socialista in una posizione forte ma sterile. E il partito socialista italiano, dal canto suo, rimane impigliato in questa rete, poiché, pur avvertendo profondi fermenti democratici al suo interno e la suggestione della autonomia, non riesce a liberarsi dall'influenza comunista.
Anche nell'ultimo Congresso del P.C.I. «l'obiettivo dell'on. Togliatti nell'indicare la necessità e la possibilità di una "nuova maggioranza" e nel cercar di dimostrare che II P.C.I. aveva tutte le carte in regola per aspirare a concorrervi, era infatti non tanto quello di delineare una alternativa concreta di governo ad egemonia comunista — ciò che è ben al di là delle previsioni possibili — quanto di risucchiare il P.S.I. nella pratica — se non nel principio — dell'unità d'azione. Scopo secondario dell'iniziativa d Togliatti era di stendere nuove cortine fumogene attorno alla vera natura del partito comunista ed ai suoi obiettivi finalistici, allo scopo di irretire nuove zone democratiche del nostro Paese in quella "tattica dell'annebbiamento" in cui il P.C.I. si è dimostrato da lungo tempo maestro».

La formazione nella DC di Amintore Fanfani
L'opuscolo "Gli errori del marxismo - Gli aspetti del comunismo nel dopoguerra" dell'Ufficio Centrale Formazione
Roma, anni Cinquanta

(fonte: biblioteca Butini)


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