LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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TESTIMONIANZE SULLA DEMOCRAZIA CRISTIANA: GIOVANNI GORIA

"IL QUARTO CICLO DELLA POLITICA ITALIANA"

copertina dell'opuscoloNel settembre 1989 Giovanni Goria pubblica l'opuscolo intitolato "Il quarto ciclo della politica italiana", che riportiamo integralmente. Si tratta di un contributo personale al dibattito interno alla sinistra democristiana, ed all'intero partito, a partire da un precedente intervento dell'on. Giovanni Galloni sulla crisi della sinistra DC in quegli anni.
Un ringraziamento va al figlio Marco che ci ha gentilmente fornito l'opuscolo pubblicato dal padre.

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1. In regola con la storia

Quello che viviamo è un tempo davvero importante: lo è per ciascuno di noi, lo è per la Democrazia Cristiana, lo è anche per la politica italiana.
Lo è soprattutto per quanti hanno creduto e credono di lavorare per un rilancio del nostro partito che ne superi i "vizi", qualche volta indotti dall'età, e riscopra le "virtù" che ne sono all'origine: amore per la libertà, popolarismo, solidarismo, personalismo e umanesimo, autonomia e pluralismo, tutti i valori di cui possiamo esser fieri. Fieri, in definitiva, che la nostra cultura politica "tiene" e che è stato ed è possibile - come ci invitava a fare Lazzati - realizzare "una sintesi dinamica tra i principi immutabili della fede e le varianti della storia e della società". È ancora l'attualità dei nostri valori di sempre che ci consente di guardare con distacco a fenomeni di abiura e trasformismo presenti in altri partiti che devono liberarsi di pesanti eredità in nome di bandiere più comode per interpretare i cambiamenti rapidissimi in corso nella nostra società.
Ma se è vero che non abbiamo crisi di identità da superare né fratture storiche da ricomporre, se è vero che la DC ha storicamente le carte in regola per poter rispondere alle sfide della nuova società, è anche vero che un'analisi attenta deve verificarne lo stato di salute attuale, le responsabilità che le competono, i compiti che la attendono, la capacità di continuare ad essere, anche nel futuro, punto di riferimento e soggetto politico in grado di concorrere a guidare il nostro Paese in un'epoca di grandi trasformazioni e mutamenti.
Ciò va fatto partendo non solo dai grandi cambiamenti che il quadro internazionale ci propone con un ritmo sempre più incalzante, ma anche da una valutazione attenta della situazione politica, economica, sociale e culturale che il Paese vive oggi, e dalle prospettive che il futuro ci propone; e avendo una consapevolezza precisa del mutato contesto politico nel quale il Partito si muove, al suo interno come all'esterno, nel rapporto con gli altri partiti e con le istituzioni. Dobbiamo anche svolgere una seria riflessione sull'assetto funzionale, di gestione e di organizzazione, della Democrazia Cristiana; sulla sua effettiva capacità di proposta e di azione; sulla sua adeguatezza a rispondere ad una nuova e assai complessa realtà sociale.
Per un serio e meditato giudizio su quello che ci attende non dobbiamo sottovalutare ciò che si è realizzato negli ultimi anni. Dopo un lungo periodo di immobilismo politico e di mancanza di iniziative, la DC ha conosciuto riprese elettorali e recupero di credibilità agli occhi del mondo cattolico e della società civile, ritornando ad essere guida autorevole del governo del Paese. Dall'83 all'87, peraltro, con la partecipazione attiva e leale di Ministri democristiani alle compagini governative guidate da esponenti di altri partiti, abbiamo garantito la guida serena del Paese e la sua stabilità. Questo significa responsabilità di governo, coerenza di una politica a favore del Paese. capacità di guardare al di là dei giuochi opportunistici o dei calcoli di pura immagine. Questo dono della stabilità al Paese va riconosciuto e ricordato: è un comportamento che testimonia un impegno costante di ricerca di collaborazione attiva con gli altri partiti. Questo impegno e questa serietà sono stati apprezzati nelle più recenti consultazioni elettorali: l'autorevolezza, l'affidabilità e la capacità di guida del Paese, infatti, sono state ampiamente riconfermate. Abbiamo saputo dunque ricostruire un grande patrimonio politico che oggi rischiamo nuovamente di disperdere se non sappiamo essere attenti a ciò che cambia intorno a noi e non siamo in grado di dare alle nuove domande e ai nuovi bisogni risposte politiche coerenti col nostro passato e capaci di costruire il nostro futuro.

2. Comprendere il proprio tempo

Ci deve essere una preoccupazione costante. di fondo, in chi fa politica: è quella di capire veramente cosa si aspetta la gente da chi governa il Paese e quindi di intuire in maniera corretta le linee di tendenza e di evoluzione della società nel suo complesso. Fare politica significa infatti sapere innanzitutto essere capaci di comprendere il proprio tempo e quello che sta per sopraggiungere in modo da essere davvero al servizio degli uomini nel continuo evolversi della storia.
Oggi, più che nel passato, in una fase nuova e di transizione il sistema di civiltà del quale il Paese è espressione. la gente chiede di poter contare su nuove certezze, sente il bisogno di u continuità fatta di valori forti e concreti, articolati, ma n scomposti, flessibili, ma guidati.
Occorre, cioè, inquadrare vecchie e nuove aspettative, del singolo e della collettività, all'interno di una costellazione di valori compatibili, che siano sentiti come guida ideale, come tracci comune, all'interno del quale l'efficienza sia considerata come uno strumento, sia pure importante, non come il fine, e la persona umana, con tutto lo spessore che la caratterizza, resti centro e misura di ogni grande scelta collettiva.
La generazione giovane non potrà più essere stimolata all'impegno da conquiste materiali che furono efficaci per le generazioni precedenti. Il benessere, da "premio" rincorso con grande passione ed energia è, per la più parte dei nostri ragazzi, scaduto a scontata consuetudine.
C'è, insomma, un bisogno grande di una classe dirigente che non si accontenti di esercitare il potere, sia pure per ben governare; ma che interpreti la direzione, il senso di marcia su cui tutti, ciascuno nella propria sfera di autonomia e iniziativa, siamo incamminati.
E proprio la grande vitalità delle singole sfere di iniziativa degli individui e dei gruppi finisce per creare un profondo bisogno di orientamento complessivo dello sviluppo.
Su questa esigenza si deve misurare ancora un carattere forte della Democrazia Cristiana, partito storicamente attento più ai "valori" e ai "mezzi" della politica che non ai "fini" da imporre attraverso la politica.
Se una società è libera e costruita per l'uomo, saranno le scelte imprevedibili e pacifiche dell'insieme di tutti gli uomini a determinare il fine, ammesso che nel mutevole gioco della storia possa esserci davvero un fine ultimo.
Compito della democrazia non è tanto di stabilire dove andiamo tranne forse che per il breve periodo, ma come andiamo: cioè nella libertà, nell'autonomia, nel solidarismo, nel rispetto reciproco, senza sopraffazioni, dando sicurezza al cambiamento secondo procedure che siano esse stesse strumenti per aiutare la società a crescere nel suo complesso. La politica non può e non deve rinunciare alla sua funzione di guida della società: però ha valore solo se, garantendo la libertà, risponde alle esigenze effettive della società e quindi ai bisogni delle persone. Una politica che pretende invece di dire alla gente che cosa deve volere è di per se stessa sempre "autoritaria", anche quando abbia una legittimazione "formalmente" democratica. Difendere i valori fondamentali della persona e della società, capire quali sono i bisogni importanti e reali, dare risposte a quanto chiede la gente definendo le priorità e le compatibilità fra le diverse esigenze, questa è la vera dimensione della politica come "servizio", la sola politica "eticamente" giusta e compatibile con i nostri valori e la nostra ispirazione.

3. I cicli della politica italiana

Non si può far politica e governare senza intuire il ciclo evolutivo che va sviluppandosi, la onda lunga che si va formando.
Alle spalle lasciamo il lungo ciclo del primato della progettualità politica, quello che dagli anni '50 va fino alla esplosione del '68, passando per la stagione del centro sinistra con le sue speranze di programmazione e di riforma; poi il ciclo di galleggiamento sulle emergenze, quello che ha coperto in pratica tutti gli anni '70, fra crisi petrolifere, economia sommersa, terrorismo e inflazione; e, quindi, il ciclo della razionalizzazione funzionale e un po' decisionista degli anni '80.
Mentre questo ultimo ciclo, che pure non ha ancora esaurito la sua onda di piena, comincia a dimostrare di aver dato tutto quel che poteva dare, si vanno affacciando problemi e temi nuovi. Il che fa sì che coloro che sentono, per ragioni diverse, il proprio ruolo proiettato nel tempo lungo, devono impegnarsi a capire, esplicitare, pilotare un quarto ciclo dello sviluppo economico e civile del Paese, il ciclo che verosimilmente coprirà il passaggio del 2000, con tutto il significato simbolico che ciò comporta.
Per questa ragione il quarto ciclo del nostro sviluppo non può essere identificato con una sfida sola (magari affascinante come "la sfida europea del '92") ma va identificato con una articolazione di obiettivi immediati, intermedi e lunghi, capaci di mobilitare l'impegno e l'opinione della comunità nazionale e di promuovere una forte alleanza fra cittadini, imprese, cultura e politica.
E' un ciclo complesso, che non può essere affrontato con una pura gestione dell'esistente, affidandosi a dinamiche spontanee. Sulla capacità di guidare questo processo si gioca la tenuta del partito nel tempo.
E del resto un partito ha l'obbligo, anche morale. di proiettarsi nel tempo. Fare politica significa infatti assumere decisioni che non incidono solo sulle generazioni presenti ma anche su quelle future.
La politica, cioè, è un'attività che richiede di assumersi responsabilità grandissime di fronte non solo ai cittadini di oggi ma anche agli uomini di domani. Un partito dunque adempie ai suo ruolo solo se sa pensare avanti nel tempo e sa costruire e interpretare non solo la società di oggi ma anche quella di domani.

4. Quattro indirizzi

Quattro mi sembrano essere le linee di indirizzo e di confronto che ci attendono: la gestione del consolidato di una socie ormai arrivata ad un buon livello di benessere e di vitalità; recupero degli obiettivi elusi, causa, oggi, di gran parte degli squilibri e delle tensioni più pressanti; l'attuazione di una ulteriore fase di modernizzazione competitiva che assicuri mantenimento della nostra capacità di crescita e di sviluppo; l'interpretazione e l'organizzazione di una nuova cultura d società appagata, che affronti temi e problemi finora tenuti margini della politica.

4.1 La gestione del consolidato

La nostra società si è enormemente sviluppata in questi ultimi decenni. Dobbiamo riconoscere questa crescita, questa ricchezza e saper governare una società che ha ormai comportamenti da società avanzata, nella organizzazione del lavoro come nei modelli di vita. Ci spiace contraddire chi pensa che questa sia una tecnocratica fuga in avanti: è un preciso riconoscimento dovuto a un Paese enormemente cresciuto; un riconoscimento che deve venire specialmente da chi, come la DC, ha assicurato il governo di tale crescita.
E proprio perché abbiamo governato gli anni dello sviluppo sentiamo il dovere di far politica con la testa della generazione giovane, quella che ragiona in termini di sfida avanzata (da società ricca) anche quando si trova ad affrontare problemi antichi e contraddizioni nuove.
Con questo spirito gestire il consolidato dell'azienda Italia significa prima di tutto non far vanificare il grosso salto in avanti che tutti insieme abbiamo fatto negli ultimi decenni, operando per:

- la valorizzazione del grande capitale fisso creato nel campo delle infrastrutture, del mondo agricolo, del settore abitativo; lo sviluppo di azioni di manutenzione ordinaria e straordinaria dei centri storici grandi e piccoli; l'attenzione all'arredo urbano e il riutilizzo del patrimonio industriale e terziario dismesso;
- la valorizzazione del grande capitale umano creato con la crescita della scolarizzazione, della informazione, della cultura collettiva attraverso azioni di "scrematura" dal basso di iniziative meritevoli di incentivazione e non più solo di "distribuzione" dall'alto delle opportunità (promozione di forme autoorganizzate di associazionismo culturale e professionale);
- la valorizzazione del grande capitale di iniziativa e vitalità creato con la crescita di un articolato sistema di imprese piccole, medie e grandi; di terziario ed industriali; ad alta tecnologia e a forte intensità occupazionale, (servizi di supporto ai processi di modernizzazione d'impresa, gestione del "territorio minore", articolazione della rete di comunicazione subautostradale, razionali strutture destinate allo smaltimento dei rifiuti, attenzione alla intermodalità dei sistemi territoriali locali);
- la valorizzazione del grande capitale finanziario costituito da una propensione al risparmio delle famiglie che non ha riscontri nel mondo, al di fuori del Giappone, attraverso azioni diversificate di sostegno del nuovo capitalismo familiare: mutui miglioramento casa; formule assicurative e previdenziali su bisogni "alti", come l'istruzione elevata dei figli o la II e la III pensione; istituzione di circuiti finanziari privato/pubblico per sostenere il grande processo di ristrutturazione e di manutenzione del Paese.

Quattro valorizzazioni, che implicano politiche conseguenti e un rilevante sforzo di coordinamento intersettoriale nonché di rinnovamento di culture di settore ancora antiche.

4.2 Recupero degli obiettivi elusi

Ma non ci illudiamo. Sappiamo che nel consolidato del Paese permangono aree di squilibrio e di sottosviluppo sociale, economico e culturale che pongono problemi che devono essere affrontati e risolti per fronteggiare con serenità le sfide di una ulteriore crescita.
La scuola è un obiettivo eluso: non è in grado di assicurare per quantità e qualità il "quanto" di istruzione di cui il Paese ha bisogno.
Il fisco è un obiettivo eluso: non è in grado di assicurare per quantità ed equità le risorse che servono al sistema pubblico. Il sud del Paese è un obiettivo eluso: non è stato recuperato il differenziale di crescita tra regioni più deboli e quelle più forti. Lo Stato sociale è un obiettivo eluso: non riesce a dare ciò di cui ha bisogno a chi ha davvero bisogno.
Lo sviluppo dei moderni diritti di cittadinanza è un obiettivo eluso: la distribuzione della ricchezza e delle opportunità, anche di libertà, che questa offre riguardano una parte di gran lunga maggioritaria della società, ma cresce il divario tra la società ricca e protetta della maggioranza e la società emarginata dei non protetti e dei nuovi poveri.
Sono dunque necessarie:

- la riforma della scuola secondaria superiore e dell'istruzione professionale nonché la definizione di adeguati livelli di autonomia amministrativa e funzionale per le scuole ordinarie e di forme significative di autonomia anche didattica per l'Università. Occorre inoltre prevedere forme di coesistenza e concorrenza fra scuole statali e non statali, ponendo al centro dell'interesse pubblico il "servizio scuola" e incentivando così una componente essenziale della "libertà" e della "produttività” delle socie avanzate;
- la crescita qualitativa (ed il riequilibrio interno) del sistema fiscale e parafiscale, specialmente sul piano della lotta all'evasione; riequilibrio fra imposizione diretta e indiretta: del riequilibrio gettito proveniente dal lavoro dipendente e quello da lavoro indipendente;
- il rilancio dell'azione di sviluppo del Mezzogiorno, con particolare riferimento (e concentrazione di risorse) sulle regioni che possono essere chiamate "Sud del Sud" e con largo utilizzo dei progetti interregionali;
- la profonda riforma della previdenza, dell'assistenza e della sanità secondo una linea intesa a far crescere significativamente la possibilità di libera organizzazione dei cittadini, complementare a quella obbligatoria. L'obiettivo deve essere il superamento e l'abbandono della disperata rincorsa del "tutto a tutti" per cercare di "dare ciò di cui ha bisogno a chi ha davvero bisogno";
- un forte impegno verso la parte anziana della società, nel quadro di politiche sociali integrate, dalla previdenza, alla salute, alla formazione, al tempo libero, che rispondano al crescente aumento della componente "matura" dei cittadini e alle rispettive attese del "viver bene" (nuova residenzialità per gli anziani; part-time; volontariato; università per anziani; centri di informazione per la vita anziana);
- una attenzione particolare a quella parte di società che anche nei sistemi attuali di protezione sociale è sostanzialmente emarginata e priva di reali possibilità di tutela e di integrazione. A questo obiettivo deve essere finalizzata una quota delle risorse pubbliche oggi trasferita alla parte ricca della società.

Anche qui occorre far maturare culture di settore (nel welfare come nella questione meridionale) che non siano prigioniere di dogmi e impostazioni superate, ma siano capaci di inserire le linee di azione precedentemente indicate nella più complessa dinamica della società di oggi.
Orientare in questo senso il nostro impegno politico deve essere sentito non solo come un obiettivo strategico per mantenere e accrescere il consenso, ma anche, e soprattutto, come uno specifico dovere di fedeltà ai nostri valori, alla nostra storia e all'interesse civile e politico del Paese.
La politica, come noi la intendiamo, infatti, deve porre al centro della sua attenzione l'uomo, con tutti i suoi bisogni e i suoi diritti, ma deve anche avere come scopo quello di ricercare il massimo benessere di tutti, nell'ambito di una società equa e giusta, capace di ampliare davvero quelli che oggi sono definiti i moderni "diritti di cittadinanza".
Perseguire il massimo benessere di tutti significa certamente in primo luogo perseguire la giustizia sociale, superare la logica di uno sviluppo che crea divari sociali e culturali sempre più grandi fra la parte forte e la parte debole della società, lottare contro tutto ciò che mette in pericolo le condizioni di vita della gente e degli individui.
Occorre però respingere la tentazione di cercare la soluzione dei problemi sempre più complessi del nostro tempo nell'arresto dello sviluppo.
Arrestare lo sviluppo può anche essere una via per diminuire alcune delle più evidenti ingiustizie e delle più forti violenze sull'uomo, ma certo determina anche l'impoverimento di tutti e significa rinunciare a un dovere fondamentale della politica: quello di accrescere il benessere, anche materiale, della gente. L'obiettivo vero da perseguire è dunque quello dello "sviluppo giusto", in grado di garantire ai cittadini un reale miglioramento collettivo della qualità della vita.

4.3 La modernizzazione competitiva

Ma, anche per realizzare tale obiettivo non basta più provvedere a una pur ottima gestione del meccanismo di sviluppo che abbiamo creato, anche svuotando le sacche di tensione e correggendo le distorsioni che si sono verificate.
Al di là delle sterili e oziose polemiche sul termine "modernizzazione" (la modernizzazione senza sviluppo, senza valori, troppo selettiva, senza solidarietà, ecc.) occorre decidere di fare modernizzazione competitiva: condizione, questa, essenziale non solo e non tanto per restare astrattamente sull'onda dello sviluppo mondiale, ma soprattutto per assicurare concretamente al Paese le risorse necessarie per poter rendere più giusta la nostra società, più diffusi il benessere e la libertà di coloro che ne fanno parte oggi e ne verranno a far parte domani, più certi quegli obbiettivi di solidarietà e di tutela dei deboli che segnano il livello reale di civiltà di un Paese.
Non vorremmo, con ciò, essere accusati di puro nominalismo. Fare modernizzazione competitiva significa voler costruire le condizioni per restare in Europa e nell'occidente, rendendo coerenti con questo obbiettivo le cose italiane che moderne ancora non sono e determinando le condizioni perché ciò che è già moderno cresca ordinatamente e con più forza.
In particolare fare modernizzazione competitiva significa:

- dare al sistema un insieme di reti efficienti di trasporto, di telecomunicazione, di produzione e distribuzione dell'energia, di grandi servizi terziari. Sviluppare l'alta velocità, sia per l'indotto che si avrebbe nel trasporto merci sia per l'acquisizione di nuove tecnologie che questo comporta. Incentivare la diffusione dei sistemi telefax e dei sistemi di comunicazione a distanza, anche con riguardo alla sperimentazione di reti a larga banda;
- garantire un salto di qualità a tutta la gamma delle imprese di servizio (da quelle assicurative a quelle turistiche, da quelle bancarie a quelle di trasporto e spedizione, da quelle informazione a quelle di intervento ambientale) attraverso un valorizzazione ed una incentivazione delle attività private impresa oggi esistenti (conventions delle tante imprese servizio; utilizzo delle commesse pubbliche per favorire crescita e lo sviluppo delle imprese in questi settori, promozione delle formazione alle nuove professioni);
- sostenere con specifiche politiche il sistema di imprese produttive (agricole ed industriali) oggi operanti sul piano internazionale, specialmente per quanto riguarda la loro capacità di innovazione - di processo e di prodotto - e di realizzazione di sempre più alti livelli di qualità ed affidabilità. Ciò deve essere fatto soprattutto agendo sulle leve che favoriscono i processi di internazionalizzazione diffusa per le Piccole e Medie Imprese: informazione telematica sui mercati e sulle tecnologie; istituti di normalizzazione e di brevettualità in vista di facilitare la circolazione dei prodotti italiani; assistenza finanziaria diffusa per le operazioni di internazionalizzazione;
- provvedere alla riforma della Pubblica Amministrazione e ad un nuovo ordinamento del pubblico impiego, capace di reintrodurre in modo efficace merito, mobilità e duttilità organizzativa, dove oggi dominano appiattimento, rigidità e burocratismo;
- promuovere l'affermazione della gestione con criteri di impresa dei pubblici servizi, anche amministrativi consentendo e incentivando il ricorso all'attività dei privati e delle imprese (perfezionamento e sviluppo dello strumento della concessione);
- procedere a una sostanziale riorganizzazione degli enti locali e delle strutture amministrative centrali e periferiche secondo criteri che evitino la sovrapposizione di compiti e assicurino una effettiva responsabilità degli amministratori verso gli amministrati, nonché una reale responsabilità degli apparati burocratici locali per le attività di loro competenza;
- determinare una incisiva razionalizzazione nella gestione del patrimonio pubblico dismettendo, o cogestendo con l'imprenditoria privata, tutto quanto si riscontri essere non sufficientemente utilizzato o mantenuto al di sotto di ragionevoli standards di efficienza e di utilità pubblica nonché ciò che può accrescere la diffusione tra i cittadini del migliore patrimonio nazionale; - garantire una maggiore flessibilità e libertà nel mercato del lavoro (salario d'ingresso, chiamate nominative, età pensionabile, ecc.) e tendere alla europeizzazione della politica salariale (incrementi nominali, struttura del salario, suoi rapporti con il fisco, ecc.);
- razionalizzare efficacemente attraverso progetti di medio e lungo termine, gli investimenti pubblici (autostrade e viabilità ordinaria, ferrovie, porti e aeroporti, opere igienico-sanitarie, telecomunicazioni, strutture sanitarie, scolastiche e universitarie) generalizzando l'analisi costi-benefici, il riciclo delle risorse inutilizzate e i meccanismi di intervento straordinario in caso di crisi amministrativa degli enti o delle strutture di settore.

Certo, altri interventi di modernizzazione sarebbero necessari nelle tante nostre nicchie di immobilismo e bassa efficienza, ma quelli indicati sono i più strategicamente importanti. Occorre concentrare l'impegno: in fondo, modernizzazione competitiva significa anche coraggio di operare le scelte ritenute strategiche e di definire le priorità di intervento.

4.4 La nuova cultura della società appagata

Si è detto all'inizio che fare politica significa oggi avere attenzione e comprensione per le attese della gente.
La modernizzazione competitiva non esaurisce la voglia di andare avanti delle varie fasce sociali: c'è anche una forte attesa perché la politica si occupi delle "cose che hanno e danno senso nella vita" sul piano della qualità umana della convivenza collettiva. Soprattutto c'è anche una diffusa aspettativa di certezza nei valori-guida del singolo e della collettività e nella moralità delle istituzioni.
A queste attese e aspettative deve volgersi l'impegno dei prossimi anni per:

- garantire la sicurezza della convivenza collettiva. contro ogni attacco di delinquenza organizzata e contro ogni conseguente condizionamento e inquinamento della libertà di ciascun cittadino di essere protagonista della propria vita e dei propri interessi; (aumento della presenza delle Forze dell'Ordine sul territorio; rafforzamento dell'attenzione e dell'intervento nei riguardi delle forme nuove di criminalità economica e di intreccio con le attività legali);
- provvedere ad una politica dell'ambiente, che sia di difesa rigorosa degli interessi collettivi e al tempo stesso sia capace di una riprogettazione che non miri alla pura conservazione dell'ambiente, ma piuttosto a ridisegnarne la funzione secondo le esigenze dell'uomo di oggi e di domani: - sviluppare una politica delle città che assicuri che vi siano spazi di vivibilità umana e civile (creazione di parcheggi e di sistemi di intermodalità urbana; riqualificazione equilibrata del patrimonio edilizio del centro storico, ma anche risanamento delle periferie tristi; promozione di una "nuova forma di città", che saldi cultura, sviluppo e stili di vita);
— migliorare tutti i servizi sociali, sia sul piano dell'efficienza organizzativa che sul piano della loro qualità umana, specialmente dando spazi crescenti al lavoro di volontariato (in sinergia c le istituzioni e a stimolo e controllo delle istituzioni stesse);
— assicurare forme efficaci di tutela dei cittadini come consumatori o utenti di beni e servizi, sia incentivando idonee forme di vigilanza e di controllo sulle diverse fasi di produzione, di commercializzazione e di prestazione dei servizi, sia individuando modi incisivi di partecipazione degli stessi cittadini alla tutela dei loro diritti di consumatori o di utenti;
- disciplinare il sistema radiotelevisivo assicurando la compresenza di reti nazionali pubbliche e di reti nazionali private, nonché una disciplina dei sistemi radiotelevisivi a diffusione locale secondo bacini di utenza adeguati sia sotto il profilo delle dimensioni possibili di impresa, di programmazione e di diffusione, sia sotto il profilo della omogeneità geografica e degli interessi delle popolazioni servite. Per le reti a diffusione nazionale resta essenziale il servizio reso dalla televisione pubblica: esso deve essere messo nelle condizioni di svolgere le funzioni rilevanti che deve comunque assicurare;
- disciplinare in modo sempre più efficace il sistema della informazione attraverso la carta stampata incidendo sulle concentrazioni di proprietà di quotidiani e periodici e favorendo lo sviluppo e la diffusione della stampa di carattere locale;
- sviluppare una politica dell'informazione veramente al servizio del cittadino, che, colmando le carenze e correggendo le distorsioni attuali (spesso sfocianti in aggressioni o emarginazione dei più deboli, dei bambini come degli anziani) miri soprattutto alla promozione dei bisogni culturali e sociali più essenziali;
- riorganizzare le strutture dell'amministrazione della giustizia, non solo per aumentarne l'efficienza di funzionamento ma perché esse siano la "sede del diritto" e la garanzia della certezza dei comportamenti di tutti (ridefinizione dell'offerta di giustizia su base territoriale, riduzione del carico di lavoro dei tribunali mediante iniziative di degiurisdizionalizzazione, nuove forme di coinvolgimento dei cittadini "utenti" del servizio).

In una società pluralistica, dinamica, "affluente" come la nostra, queste sono le cose che per la gente contano nella vita di ogni giorno; sono i paletti con i quali costruire l'obiettivo della qualità complessiva della vita. Su queste cose, che hanno e danno significato, dobbiamo concentrare tutto l'impegno politico di cui siamo e saremo capaci.
Nella prospettiva di recuperare alla politica questioni sino ad ora tenute ai margini della medesima, su un problema di rilievo è ancora opportuno proporre qualche riflessione.
Le concentrazioni industriali, commerciali e finanziarie hanno segnato la fine dello sviluppo recente delle economie occidentali e verosimilmente continueranno a farlo nei prossimi anni.
Tutto ciò pone una serie di problemi delicati soprattutto sotto il profilo etico e politico: ci si domanda infatti se grandi e potenti concentrazioni economiche non siano "tentate" di travalicare il loro ruolo sino ad interferire con l'informazione ai cittadini, i diritti dei consumatori, il ruolo della politica.
La risposta ai problemi non può che essere molto flessibile quando le concentrazioni rispondono a trasparenti logiche di mercato, quest'ultimo, tra l'altro, in via di continuo e rapido ampliamento. La risposta non può che essere ferma e rigorosa in almeno quattro diverse situazioni:

- quando il fenomeno della concentrazione riguarda "l'informazione" nel suo insieme e nei suoi settori;
- quando il fenomeno della integrazione determina interdipendenza tra industria, commercio, finanza da una parte e "informazione" dall'altra;
- quando il fenomeno della concentrazione riguarda la distribuzione al consumo;
- quando il fenomeno riguarda forti integrazioni verticali tra distribuzione, produzione e finanza.

È, infatti, di tutta evidenza che i casi sopra richiamati configurano una concentrazione e/o un intreccio di interessi potenzialmente equivoci verso i cittadini-consumatori allorquando possono vulnerare principi di pluralità di informazione e di libera concorrenza.
Ancora di tutta evidenza è poi il ruolo cruciale della gran distribuzione al consumo, snodo fondamentale tra produzione (diritti dei consumatori) e informazione (diritti dei cittadini attraverso la scelta dei prodotti offerti (produzione) e la pubblici dei medesimi (informazione).
Individuati gli indirizzi di fondo con i quali reagire a concentrazioni economiche, non mancano, nei Paesi occidentali, esempi sui quali costruire un efficace meccanismo di contro e regolazione delle medesime.

5. La linea politica ovvero "come" e "con chi" risolvere i problemi

Non vorremmo, a questo punto, ci si obbiettasse ancora di n avere "linea politica". Difendere nella propria epoca storica valori fondamentali della persona e della libera convivenza sociale, inseguire l'equità e la giustizia, individuare problemi obiettivi, indicare linee di soluzione e strumenti per tradurli in azione è il compito fondamentale della politica.
L'insieme dei problemi, degli obiettivi, delle soluzioni e de strumenti, è la "linea politica".
Troppo spesso le fumisterie degli equilibri interni ed esterni al partito occupano le prime pagine dei giornali ma offendono il buon senso della gente; troppo spesso giochi d'interdizione e la necessità dell'apparire frenano il Partito, ne tracciano un'immagine distorta che maschera le enormi potenzialità di proposta e di azione. Idee e azioni concrete devono riprendere il primato che loro spetta nel dibattito all'interno del partito e al suo esterno, nel rapporto con gli altri partiti e con la gente, perché è sulle idee e sulle azioni che si misura il significato e il peso reale del partito nella società.

6. Due questioni urgenti

Prendiamo due questioni che richiedono un intervento urgente quanto essenziale; questioni su cui spesso si sprecano parole e si crea molta confusione: il problema della spesa pubblica e quello delle riforme istituzionali.

6.1 La spesa pubblica

La prima questione rischia di essere vitale per l'avvenire del Paese: un debito pubblico elevato importa alti tassi di interesse da pagare per finanziarne la gestione; alti interessi inducono forti flussi di investimenti finanziari dall'estero che provocano sopravvalutazioni della moneta sino a ridurre in modo significativo la competitività del sistema rendendo molto più difficile lo sviluppo complessivo e la crescita della occupazione. Sulla spesa pubblica, è però difficile scegliere di porsi più a protezione di un interesse indistinto, come è quello dei contribuenti o quello dei risparmiatori, che non a protezione di gruppi più o meno grandi, ma tutti ritenuti "elettoralmente" più utili perché più individuabili.
Già quattro anni fa, proponendo il primo, serio, ed in parte riuscito, programma di risanamento della finanza pubblica, ci domandavamo cosa sta a monte della questione e notavamo come sotto un obiettivo trasparente, quale il correggere i meccanismi che regolano la spesa, stia un nodo politico davvero importante.
Noi abbiamo oggi un costume politico che finisce nella maggior parte dei casi con l'essere cinghia di trasmissione di interessi particolari. Un costume complessivo secondo il quale l'attività di "buon governo" non assicura più voti.
Certo è che quando si tratta di procedere alla riduzione della spesa il primo nemico è il privilegio, o meglio è la spesa non giustificata da un interesse generale. Cosa succede però quando si toccano i privilegi? Accade che quanti sono colpiti dalla riduzione o dall'azzeramento del privilegio si rivoltano utilizzando tutte le armi democraticamente a disposizione.
E fin qua nulla di sorprendente: ma tutti gli altri che indirettamente potrebbero beneficiare dell'eliminazione dei privilegi non reagiscono, non si muovono a compensare la azione vivace dei pochi che invece si ribellano.
Se non si riesce a trovare un assetto politico capace di ferma questo processo di trasmissione del peso e della pressione dell'interesse particolare sul carico di tutta la collettività, sapendo che quello che distingue una classe politica seria da una meno seria è proprio la capacità di mettere avanti gli interessi generali rispetto a quelli particolari, possiamo elaborare soluzioni tecniche raffinate, possiamo farci venire idee fantasiose e intelligenti, ma la maggior parte di queste indicazioni positive si scontrerà con una inagibilità del quadro e del processo politico.
Se a tale considerazione aggiungiamo che la instabilità dei governi determina l'impossibilità di muoversi in un orizzonte temporale capace di farsi giudicare sui risultati delle azioni e non soltanto sulle caratteristiche di queste ultime, possiamo comprendere perché è tanto difficile mettere a posto le cose che non vanno nel grande mondo della spesa pubblica.
Le molte indicazioni, concrete e argomentate, che anche recentemente sono state organicamente proposte, indicano peraltro alcuni indirizzi fondamentali, che, se fosse sciolto il nodo politico che ho ricordato, potrebbero davvero consentire risultati decisivi:

- la autonomia finanziaria dei centri di spesa, nazionali e locali;
- il coinvolgimento ovunque possibile del fruitore della spesa nella gestione della medesima attraverso contribuzioni, gestione "indiretta" della prestazione, gestione per "fondi" ad alimentazione mista (pubblica e privata);
- la crescita della produttività nelle prestazioni pubbliche attraverso la mobilità del personale e la gestione dei servizi con criteri di impresa ovvero con l'istituto della "concessione";
- il ritorno ad una più adeguata politica dei redditi nella Pubblica Amministrazione attraverso una più severa definizione delle risorse destinate ad incrementi salariali e la integrazione delle risorse con parte della produttività quando già acquisita.

Questi indirizzi, affiancati da una dinamica gestione del debito pubblico finalizzata ad allungarne la scadenza media, possono davvero far sì che il processo di risanamento prosegua senza particolari interruzioni ed ancor più senza drammatiche inversioni di tendenza.

6.2 Le riforme istituzionali

Tema altrettanto importante e delicato è quello delle riforme istituzionali che occorre affrontare in modo adeguato e corretto. Quando fu approvata la Costituzione, il clima politico caratterizzato da grandi fratture ideologiche, da profonde contrapposizioni interne ed internazionali, da una estrema asprezza nei rapporti tra le forze politiche e da grande incertezza su quale degli schieramenti contrapposti sarebbe prevalso. Fecero bene i nostri costituenti, in una situazione quale quella di allora, a caratterizzare il nostro sistema istituzionale con un alto livello di "garanzia".
All'alto livello di "garantismo" delle nostre istituzioni, corrisponde inevitabilmente un basso livello di "efficienza" nel loro funzionamento.
Ad un "basso livello di efficienza" delle istituzioni corrisponde anche una minor funzionalità delle regole essenziali della democrazia rappresentativa quali: la possibilità per il cittadino di scegliere col suo voto chi ha il diritto di governare; la possibilità per il cittadino di individuare con certezza chi è davvero responsabile delle scelte che si fanno e delle decisioni che si prendono; la possibilità per il cittadino di sapere come vota ed esercita il suo mandato colui che ha concorso ad eleggere; la possibilità per il cittadino di concorrere davvero col suo voto a premiare chi ha ben governato e punire chi ha governato male. E, ancora, ad un "basso livello di efficienza delle istituzioni" corrisponde un basso livello di funzionamento della democrazia intesa nel suo significato più ampio perché un'amministrazione che funziona male, un sistema di servizi inadeguato, un uso spesso ingiusto dei poteri pubblici che talvolta fa diventare "favore" quello che è un diritto, tutto questo è un'offesa per i cittadini e non può essere davvero forte e sana una democrazia che tollera senza reagire le offese ai suoi cittadini.
Oggi, a quaranta anni di distanza dalla approvazione della Costituzione, è necessario riproporsi il problema del livello di garanzia nelle nostre istituzioni.
Possiamo affermare oggi che tutte le forze politiche sono state "irreversibilmente" conquistate al sistema di democrazia e libertà che via via siamo venuti consolidando?
Se così fosse (e noi così crediamo che sia), avremmo allora il dovere di abbassare ragionevolmente il livello di "garanzia" per aumentare quello della efficienza, della trasparenza e della responsabilità, procedendo in tal modo a un forte salto qualitativo del nostro sistema istituzionale e quindi della nostra democrazia. Del resto, la stessa supplenza dei partiti, che è stata a lungo causa ed effetto della debolezza delle istituzioni, è oggi sentita non più come salvaguardia della democraticità del sistema ma come un freno pericoloso allo svilupparsi di una democrazia pienamente matura in grado di assicurare davvero la possibilità per tutti i cittadini di partecipare alle scelte collettive e di indirizzare le decisioni politiche. Si tratta di sviluppare e consolidare finalmente una piena democrazia di indirizzo e di partecipazione, superando la democrazia debole dei partiti sentiti come oligarchie chiuse e evitando il rischio della democrazia come pura delega e investitura. In questo senso è davvero giunto ormai il momento di compiere un salto qualitativo fondamentale tornando a "porre al centro il cittadino" come diceva Roberto Ruffilli quando individuava proprio nel ridare ruolo e peso al cittadino la via maestra per consolidare le istituzioni.
È nell'ambito di tale indirizzo che troviamo risposte adeguate al voto segreto e al ruolo del Governo, al rapporto tra Camera e Senato, alla stabilità di governo e di gestione delle Autonomie e alla revisione del sistema dei controlli, alla modifica delle leggi elettorali e alle altre questioni che giustamente si propongono oggi sotto il titolo "riforme istituzionali".
Un dato del problema deve essere comunque molto chiaro: è facendo funzionare adeguatamente l'attuale architettura istituzionale del sistema che si contengono efficacemente le tentazioni di un suo rivolgimento.
La Repubblica Presidenziale piuttosto che altre confuse suggestioni nascono dalla insoddisfazione rispetto alla situazione di oggi. Non si possono contrastare tentando di difendere l'indifendibile, ma facendo venire meno le ragioni che ne sono alla base: in primo luogo la instabilità e la inefficienza della nostra architettura istituzionale.

6.3 Il sistema elettorale

Nell'ambito delle riforme istituzionali due appaiono essere tuttavia i nodi più rilevanti: la questione della riforma elettorale e quella della riforma del sistema delle autonomie locali.
Per quanto riguarda la riforma del sistema elettorale va anzitutto ricordato che essa è per i sistemi democratico-rappresentativi altrettanto fondamentale di quanto lo è nei sistemi monarchici la legge di successione al trono.
Quando si parla di riforma elettorale è dunque della massima importanza capire se la si pensa come l'oggetto di un possibile accordo ad essa limitato oppure come il risultato di una intesa più ampia sulle regole e sulle caratteristiche complessive del sistema democratico nel quale si vuole vivere.
Tenendo conto di quanto si è detto, sembra importante affermare che la riforma elettorale, comunque definita, non deve essere considerata come un semplice oggetto di possibile accordo tra alcune forze politiche, ma deve essere un risultato importante di una intesa politica più generale. La questione non è puramente nominalistica: se il tema non fosse inserito in una intesa politica come risultato della medesima, ma fosse invece proposto come fondamento di un accordo, si legittimerebbe l'illusione di risolvere con strumenti istituzionali quelli che sarebbero invece problemi eminentemente politici. Si tratta comunque. in termini di sostanza, di correggere l'attuale sistema proporzionale. tutto finalizzato ad assicurare la massima rappresentatività del Parlamento, con misure utili a rafforzare il potere di indirizzo dei cittadini e quello di governo della maggioranza.
A tal fine due sembrano essere i sistemi ai quali si guarda con maggior favore: quello francese e quello tedesco.
Il primo accentua, attraverso il collegio uninominale e il doppio turno di votazione, il rapporto diretto degli elettori con gli eletti ma pur raggiungendo l'obbiettivo di definire prima del voto le coalizioni di governo, tende a comprimere l'effettiva possibilità di rappresentanza degli elettori che, nei singoli collegi, non votano per il candidato che viene eletto e, questione ancor più delicata, finisce di adattarsi soltanto a realtà politiche rigorosamente bipolari.
Il secondo sistema, quello tedesco, attraverso la soglia di sbarramento. evita l'eccessiva frammentazione della rappresentanza: attraverso la quota dei seggi attribuiti proporzionalmente favorisce comunque la possibilità di rappresentanza dei voti espressi dagli elettori che votano per partiti e candidati che superano la soglia di sbarramento; attraverso infine la quota di seggi riservata ai collegi uninominali (anche se poi attribuiti secondo un meccanismo che tende alla proporzionalità) favorisce le intese tra le forze politiche.
L'uno e l'altro sistema presentano dunque aspetti apprezzabili. Va peraltro osservato che entrambi i modelli riescono sì a ridurre la frammentazione della rappresentanza ma nessuno dei due assicura in modo soddisfacente al cittadino di concorrere a scegliere con il suo voto l'alleanza di governo. Tanto l'uno che l'altro sistema sono utili a correggere l'esasperazione della rappresentatività a vantaggio di una maggiore responsabilità del sistema istituzionale del cittadino. Nè l'uno nè l'altro possono da soli risolvere quello che resta un problema da affrontare politicamente: quello cioè di affidare all'evoluzione del sistema politico la capacità di sottoporre ai cittadini scelte chiare sulle alternative di governo. L'uno e l'altro tuttavia concorrono a favorire un'evoluzione del sistema istituzionale e politico: in questo senso possono davvero costituire un importante punto di riferimento per scelte che noi, consapevolmente e colpevolmente, continuiamo a rinviare.
Del resto anche la complessa proposta di un sistema elettorale incentrato sulle proposte di coalizione, messa a punto da Roberto Ruffilli e forse troppo presto accantonata, non potrebbe da sola risolvere tutte le questioni aperte.
Resta comunque vero che, al di là delle concrete conseguenze dell'una o dell'altra scelta, il fatto stesso di modificare nella direzione dichiarata il sistema elettorale costituirebbe un passo essenziale verso il mutamento della nostra democrazia da una democrazia essenzialmente di "rappresentanza" ad una di "indirizzo e partecipazione", secondo la felice formula di Leopoldo Elia.

6.4. Le autonomie locali

Per quanto riguarda la riforma degli enti locali si possono individuare alcuni gruppi di questioni fondamentali. Un primo gruppo di problemi attiene alla differenziazione fra le diverse categorie di comuni, considerati in base alle loro dimensioni di popolazione.
Su questo piano, ferma restando la necessità di favorire (ma senza esasperazioni) la concentrazione e la fusione dei piccoli comuni, appare quantomeno utile individuare una prima fascia di comuni nei quali l'articolazione interna degli organi di governo deve essere semplificata; una seconda fascia nella quale può e deve essere esteso rispetto ad oggi il sistema maggioritario; una terza fascia che può essere regolata secondo modalità organizzative simili alle attuali, salvo correzioni del sistema elettorale favorevoli l a diminuire la frammentazione interna dei consigli comunali; un'ultima fascia, le aree metropolitane, che richiede una legislazione fortemente innovativa sotto ogni profilo: dalla composizione dei consigli, al sistema elettorale (che potrebbe essere articolato per collegi coincidenti con le circoscrizioni), alla ripartizione delle competenze fra i diversi organi.
Il disegno di legge attualmente in discussione presenta spunti interessanti sia per quanto riguarda una certa elasticità nella distribuzione delle competenze fra gli organi (rimessa in parte agli Statuti) sia per quanto riguarda alcuni orientamenti in materia di stabilità degli esecutivi sia, infine, per quanto riguarda incentivi alla concentrazione e alla fusione dei comuni minori.
Resta però irrisolto il nodo delle aree metropolitane (che riguardano una parte assai importante del Paese), così come non vengono compiute scelte significative sul piano del sistema elettorale. Molto lavoro resta da fare ed è un lavoro davvero importante.
Un secondo gruppo di questioni riguarda le modalità organizzative interne; gli strumenti di cui gli enti possono avvalersi per realizzare servizi comuni; le forme attraverso le quali possano essere regolati i rapporti fra enti locali e concessionari terzi; le forme di controllo sulla attività degli amministratori e dei funzionari nonché il problema della loro responsabilità. Un terzo gruppo di problemi concerne la necessità di una definizione chiara dei rapporti fra Stato ed Enti locali. In assenza di ciò rischia di moltiplicarsi una legislazione di settore che anche laddove introduce forme nuove ed interessanti di cooperazione, lascia di fatto aperta la via ad un evidente svuotamento della capacità decisionale e della assunzione di una piena ed effettiva responsabilità delle autonomie locali. Si tratta di un fenomeno che non può essere sottovalutato perché limita l'autonomia e la responsabilità degli amministratori. Significherebbe anche modificare il rapporto di responsabilità politica tra eletti ed elettori: e ciò non può avvenire in modo surrettizio, e non dichiarato, a pena di ridurre, anziché ampliare il "quantum” effettivo di democrazia del sistema complessivo.

7. Una cultura di governo

Come esprimere ed organizzare gli impegni richiamati, come tradurli in nuovo governo della società? Il quarto ciclo di sviluppo della società (fatto di gestione del consolidato, di recupero degli squilibri, di modernizzazione competitiva, di promozione delle cose che contano per la gente) richiede una cultura di governo che rifiuti una pura verticalizzazione, di potere e di decisionalità. Serve una cultura interattiva, capace di creare continua rispondenza fra chi governa e chi è governato, fra domanda sociale ed offerta politica.
Ciò può avvenire solo se l'offerta politica non si ferma alla prospettazione ed al perseguimento di nuovi contenuti programmatici, ma si applica anche a rimodellare gli strumenti e le sedi dell'azione pubblica. In particolare è dunque necessario:

- mantenere la stabilità (vero patrimonio inalienabile della nostra democrazia) delle istituzioni e degli ordinamenti, perché il tracciato di sviluppo sin qui seguito continui a scorrere nell'alveo di sicurezza istituzionale di cui ha potuto valersi in questi decenni;
- dare trasparenza alle procedure di gestione della cosa pubblica ed alle funzioni di controllo, in modo che i cittadini possano capire ed identificarsi con il proprio governo, anche nel quotidiano;
- definire in modo concreto e ragionevole una nuova carta dei diritti e dei doveri dei cittadini verso l'amministrazione che, assicurando forme corrette di partecipazione e di manifestazione diretta della volontà dei cittadini, concorra allo sviluppo e al consolidamento di un nuovo "status" della cittadinanza rispondente alle esigenze di una società e di una democrazia più matura;
- stimolare la crescita di peso e di iniziativa degli enti locali (i "terminali pubblici" più vicini ai bisogni e al giudizio della gente) responsabilizzandoli su tutta la gamma delle loro funzioni, da quella impositiva a quella di gestione dei servizi;
- favorire la collaborazione fra iniziativa pubblica ed iniziativa privata in tutti quei settori (dall'ambiente alla gestione del patrimonio artistico, dai servizi sociali al risanamento urbano, ecc.) in cui tale mix può produrre effetti di efficienza e di partecipazione;
- portare a conclusione quelle riforme istituzionali che possono garantire una maggiore accettazione sociale della delega al politico, ma anche una maggiore legittimazione del politico a esercitare la sua funzione di indirizzo e di guida della società e soprattutto una più reale possibilità e capacità del politico di esercitare le proprie funzioni e di rispondere delle proprie scelte (nella revisione della legge elettorale come nella ridefinizione dei ruoli del potere legislativo ed esecutivo, della Camera dei deputati e del Senato; nella riforma delle autonomie locali come nella riforma della Pubblica Amministrazione).

8. Il quadro politico

L'impegno di governare nel modo migliore il "quarto ciclo" è reso più difficile dalle mutate condizioni dei rapporti tra le forze politiche.
Si è affermata oggi la consapevolezza che viviamo un tempo di "collaborazione competitiva" soprattutto nei rapporti con il Partito Socialista.
Questa situazione nasce dal fatto che noi vogliamo “imporre” la collaborazione in nome dell'interesse generale, convinti, come siamo, che oggi non può esserci, al di là. del dato numerico, una coalizione che meglio di questa sappia interpretare i bisogni e i valori profondi del Paese. Il Partito Socialista invece tende a "imporre" la competizione in nome di una strategia, tesa ad affermare una nuova maggioranza di Governo senza la Democrazia Cristiana, e quindi a costruire una coalizione diversa da quella attuale.
La strategia socialista - sia pure del tutto legittima - è peraltro fattore oggettivo di instabilità, essendo fondata, tra l'altro, sulla necessità di prendere voti al Partito Comunista per affermare la guida socialista della alternativa alla Democrazia Cristiana, e sulla contemporanea necessità di prendere voti al nostro Partito per raccogliere sulla sua proposta di una diversa coalizione la maggioranza dei consensi tra gli elettori.
Non è situazione destinata a durare poco persine potrebbe essere superata:

- quando il PSI avesse vinto nella sua strategia di fondo e non possiamo certo essere noi ad augurarci che ciò accada presto;
- quando il PSI dovesse rassegnarsi alla impossibilità di raggiungere il suo obiettivo, cosa che, conoscendo i nostri alleati socialisti non sembra destinata a verificarsi in tempi brevi.

Su questo ultimo punto, anzi, dobbiamo riflettere attentamente sul fatto che, alle tante novità attese per il 1992, si è aggiunta oggi, nel dibattito politico una indicazione potenzialmente di enorme rilevanza per il sistema politico italiano: quella di un unico partito a sinistra che ricomponga la frattura del 1921 tra comunisti e socialisti.
Tale indicazione è per noi preoccupante non per il fatto in sé, ma per il presupposto implicito che a quella data si realizzerebbero tutte le condizioni perché in Italia, come in altri Paesi d'Europa, si formi un Governo delle sinistre o meglio della "sinistra". Ci sarebbero - ci viene detto - le condizioni internazionali dopo la svolta di Gorbaciov e sono in avanzata fase di realizzazione le condizioni interne di primazia della componente socialista in una mitterandizzazione all'italiana dei rapporti nella sinistra. L'unico elemento che manca è che i socialisti, i comunisti, sia pure riunificati, e gli altri gruppi minori della sinistra riescano a raggiungere almeno il 51%. E sulla sottile trincea che impedisce che questo si realizzi, quella del consenso, che si gioca dunque, sia oggi che nel prossimo futuro, il nostro spazio e la nostra necessità di essere competitivi grazie alle nostre proposte di modernizzazione e di sviluppo e alle prospettive che esse possono indicare al Paese.
Certo c'è un'altra ipotesi: se il Partito comunista consumasse sino in fondo la sua crisi e divenisse un Partito davvero diverso da quello che conosciamo, potrebbe porsi come fattore nuovo di mobilità per l'intero sistema.
Segnali di grande novità in una simile direzione non mancano. Scrive ancora recentemente Giorgio Napolitano: "Stiamo constatando che la conquista e l'esercizio del potere da parte del partito di avanguardia della classe operaia, l'instaurazione della dittatura del proletariato, la negazione del pluralismo democratico, la statizzazione integrale dei mezzi di produzione e la pianificazione autoritaria, hanno prodotto conseguenze catastrofiche - nonostante trasformazioni e sviluppi innegabili - e che i partiti comunisti sono incapaci di raccogliere in una libera competizione consensi consistenti nei paesi in cui hanno governato in regime di monopolio. E dinanzi a ciò non ha senso parlare di crisi del solo comunismo storico o reale come se da parte nostra si potesse tornare a una fede comunista originaria o come se si potesse ancora distinguere un movimento comunista dai regimi comunisti".
Quando queste riflessioni saranno proprie dell'intero PCI avremo registrato un passo in avanti significativo anche se non ancora sufficiente a legittimarlo nell'impegno della guida del quarto ciclo della politica italiana.
Ma continua ancora Giorgio Napolitano: “Il chiedere al PCI di farsi portatore di esigenze di corretto funzionamento delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni, di principi di legalità e di diritti di cittadinanza non contrasta certamente con la collocazione che esso tende ad assumere di moderno partito riformatore".
E ancora: "Quel che a mio avviso non possiamo accettare è una caratterizzazione da partito radicale di massa - come qualcuno continua a suggerirci - che risolva la sua politica e la sua azione nella tecnica delle campagne monotematiche, che lasci in uno sfondo ambiguo condizioni essenziali di attendibilità di una prospettiva di governo come quella di una politica estera largamente condivisa e di una politica di bilancio effettivamente risanatrice".
Quando anche queste indicazioni, invece di essere quotidianamente contraddette dai comportamenti, saranno raccolte e testimoniate dall'intero PCI, allora davvero l'intero quadro politico italiano avrà fatto uno storico passo in avanti.
E che non sappiamo se e quando ciò avverrà: e sull'incertezza del "se" e del "quando" non si fa politica anche se il rilancio di un confronto costruttivo con il PCI non potrebbe che essere oggi davvero positivo.
Peraltro la crisi del PCI, grande forza popolare come la nostra, non può non farci riflettere. Al di là delle sue componenti ideologiche che non toccano i nostri valori e che anzi sanciscono clamorosamente la superiorità delle nostre intuizioni, la crisi del Partito Comunista ha una radice profonda anche nella incapacità manifestata negli ultimi anni di farsi considerare utile alla gente. Non è un caso che la crisi del PCI si sia manifestata più lentamente dove quel partito è più radicato nel potere locale.
È però, questo della inutilità, un rischio dal quale non sono esenti i partiti popolari e neppure la Democrazia Cristiana.
Guai a noi se non facessimo tesoro della esperienza alla quale assistiamo. Apparire senza idee, incerti, poco efficaci, divisi, astratti, in una parola: inutili! è per un Partito come il nostro davvero mortale e apre la via alla crescita, nell'area politica propria dei partiti, di forme di frammentazione movimentistica e di spinte a presenze politiche di settore che rendono difficilissimo ai partiti ritrovare una identità ed una capacità di sintesi politica e organizzativa coerente con la "forma partito". È questo, nella fase presente, molto più di un rischio né è solo la crisi del PCI che deve renderci attenti.
Il proliferare di liste a carattere etnico-regionale, il crescere della spinta a liste di settore (pensionati, antifisco, cacciatori, commercianti, ecc.), il distacco dei giovani dai partiti e il loro rifugiarsi nel "sociale", il continuo espandersi di forme di impegno che noi definiamo "pre-politiche" ma che sono in realtà "apartitiche", le tensioni fortissime del mondo cattolico, tutto questo deve renderci avvertiti che tutti i partiti, ma in particolare la DC, possono essere alle soglie di una crisi di identità non meno forte di quella del PCI.
In particolare nell'ambito variegato del mondo cattolico abbiamo tutti assistito, qualche volta con comprensibile perplessità, al manifestarsi di forme di presenza, di analisi, di dialogo con le altre forze della società della politica italiana assai diversificate e per molti aspetti profondamente conflittuali fra loro.
Abbiamo anche assistito a prese di posizione contro uomini e linee culturali della tradizione dei cattolici democratici e di esponenti stessi del nostro partito che ci sono apparse e ci appaiono sovente, profondamente sbagliate, semplicistiche storicamente e culturalmente nonché ingenerose sul piano umano e cristiano.
Tutto questo richiede però da noi particolare attenzione.
Noi non possiamo e non dobbiamo dividerci, né al nostro interno né nei confronti delle forme variegate presenti nel mondo al quale abbiamo fatto e vogliamo continuare a fare riferimento.
Tuttavia è ben giusto che noi chiediamo con forza agli altri, a tutti gli altri, e quindi anche a coloro che più hanno radici comuni con le nostre, rispetto per la nostra esperienza e per chi questa esperienza più compiutamente ha rappresentato nel passato e rappresenta oggi.
Possono esservi differenze di valutazione, contrasti sulle scelte: ma non deve venire meno mai la capacità di rispetto reciproco, né la capacità di dialogo aperto e di confronto costruttivo fra noi.
Per questo se è stato giusto reagire con fermezza alle manifestazioni più evidenti di errore e intolleranza, che pure si sono manifestate, è ora necessario riprendere nei modi e nelle forme più idonee uno sforzo serio di utile discussione.
Nel rapporto con gli altri partiti comunque la nostra linea di comportamento deve essere chiara nelle proposte e nella capacità di essere punto di riferimento di un sistema di alleanze in grado di guidare il Paese.
La collaborazione con il PSI ma anche, a pari dignità, con il PRI, il PSDI e il PLI è stata ed è tuttora questione di scelta chiara, non solo di necessità.
Noi sappiamo di non possedere tutta la verità, di non potere, per quanto ci sforziamo, rappresentare tutta la società italiana. Abbiamo bisogno di collaborazione perché da questa, dall'apporto di storia, tradizioni e culture diverse nasca quella sintesi di valori e indicazioni che è essenziale per guidare la crescita della società italiana.
Sappiamo anche però che, come abbiamo già sottolineato, non basta “ben governare", ma occorre anche dare una prospettiva politica lunga nel tempo e di interesse generale per gli obiettivi che si pone.
È su questo terreno politico "alto" (e solo su questo) che l'alleanza dei cinque partiti che sostengono il Governo può fruttuosamente convivere con la forte "competizione" che ne caratterizza i rapporti reciproci.
La competizione può infatti coesistere con l'alleanza solo a patto che l'una e l'altra si fondino sulla consapevolezza secondo la quale i partiti devono avere come direttrice fondamentale della loro azione politica la capacità di dare una risposta all'interesse generale del Paese, nel presente e nel futuro.
Solo su questo terreno dunque la competizione non si traduce in pura lotta di potere e può consentire una alleanza di governo non precaria e sostanzialmente provvisoria.

9. Una DC più organizzata e moderna

A fronte di impegni quali:

- come interpretare il "nuovo ciclo" della politica italiana anche attraverso la crescita dell'efficienza e della effettiva democraticità delle nostre istituzioni così da vincere più facilmente le sfide che stanno di fronte al Paese;
- come affrontare il mutato rapporto tra i Partiti consolidando l le ragioni di collaborazione con i partiti socialisti e laici, ma la competizione con il Partito Socialista sul terreno della politica e sul piano del consenso;

è necessario domandarci se la Democrazia Cristiana, così come essa è oggi, è in grado di svolgere sino in fondo il suo ruolo. Per quanto mi riguarda, temo che la risposta debba essere negativa; credo cioè che il Partito di cui abbiamo bisogno, anche e soprattutto per quanto riguarda il suo essere anche struttura organizzata, debba essere "altro" rispetto a quello che conosciamo. Il Partito di cui abbiamo bisogno deve cioè fondarsi su una identità politica chiara, comprensibile da parte di tutti, coerente al suo interno, moderna nel senso di attenta alle cose che cambiano, antica nel senso di radicata sui valori che non cambiano! Una identità, insomma, convincente e rassicurante e coerente con i suoi valori, la sua storia e il grande ruolo che ha svolto e deve continuare a svolgere nel Paese.
Ma il Partito di cui abbiamo bisogno è anche: un gruppo dirigente all'altezza degli impegni che ci stanno davanti; omogeneo, affiatato, determinato; interprete credibile del ciclo politico degli anni novanta!
È, poi una alleanza forte con la società civile: gli imprenditori più illuminati, i sindacalisti più avvertiti, i professionisti più bravi, gli uomini di cultura più aperti al nuovo, i funzionari che credono nella loro funzione, gli italiani che lavorano con impegno e serietà, tutti i cittadini, insomma. che vogliono bene davvero al loro Paese. Una alleanza fondata su un comune impegno per la crescita complessiva della società: crescita complessiva nella quale ritrovare assieme le condizioni di sviluppo per la parte "forte" del Paese e le condizioni di riscatto per la parte "debole".
Ancora, il Partito di cui abbiamo bisogno è: "un meccanismo di gestione" efficiente e trasparente. Occorre che gli iscritti siano chiamati ad esprimersi davvero, non disordinatamente in una serie caotica e troppo spezzettata di momenti elettorali interni, ma periodicamente, per eleggere, attraverso un unico, ma sempre rigorosamente rispettato momento elettorale interno, tutti gli organismi di gestione interna e le proprie rappresentanze al dibattito nazionale.
È necessario un meccanismo di gestione e regole che garantiscano agli eletti piena responsabilità delle decisioni che spettano all'organismo nel quale sono impegnati. Occorre inoltre individuare un nuovo e più ragionevole equilibrio nel peso sulle decisioni di partito tra iscritti ed eletti, rivalutando il ruolo di questi ultimi in forza della diretta legittimazione popolare da loro ricevuta.
Il Partito di cui abbiamo bisogno è poi anche:

— una organizzazione per grandi dipartimenti autorevolmente guidati, così da garantire una forte e continua iniziativa politica evitando che la medesima risulti invece ingessata o, al contrario, frantumata su decine di Uffici dei quali finisce di essere incerta la reale rappresentatività e ancora più la concreta capacità di incidere;
- un foglio quotidiano di comunicazione sul dibattito interno e sulle iniziative del Partito oltre che di ufficializzazione delle posizioni, ma che non si proponga come quotidiano ridondante, e sostanzialmente inutile, incredibilmente costoso. Con il risparmio che così si realizzerebbe quote maggiori di risorse si renderebbero possibili per le organizzazioni e le iniziative periferiche favorendo la partecipazione laddove essa effettivamente si realizza; - un periodico di critica politica sul quale autorevoli esponenti del Partito e uomini di cultura propongano e dibattano tesi ed indirizzi;
- una conferenza organizzativa biennale, locale e nazionale, alternata con il Congresso Nazionale, che consenta con continuità di verificare attraverso un largo e tempestivo dibattito, la linea politica ed i principali indirizzi del Partito;
- una struttura interna efficiente - hanno ragione i nostri funzionari - articolata in uffici, ciascuno con una sua competenza ed un suo ruolo preciso, definito in un adeguato organigramma complessivo, forte delle necessarie interconnessioni, delle procedure di coordinamento e di interazione.

Il Partito di cui abbiamo bisogno è poi ancora altre cose non meno importanti:

- un sistema di comunicazione globale che faccia sì che si ascolti la gente e si "parli" ai cittadini non soltanto durante le campagne elettorali, ma tutti i giorni, utilizzando le tecniche più affinate per tenere vivi i valori qualificanti e gli indirizzi politici più significativi che il Partito esprime;
— un sistema di comunicazione interna che faccia sì che le iniziative, le posizioni e le attività della periferia siano comunicate, coordinate e sostenute; che si realizzi una forte sinergia tra le strutture centrali e quelle periferiche del Partito; e che si possa davvero coinvolgere la periferia anche nel dibattito su temi politici generali;
- una scuola di formazione permanente, per giovani, quadri amministrativi e quadri intermedi di Partito. professionalmente, organizzata e adeguatamente sostenuta con supporti didattici moderni ed efficaci;
- un complesso di iniziative periferiche a promozione e sostegno di attività pre-politiche di sensibilizzazione e formazione alla politica di giovani, adulti ed anziani. All'inerzia così come al movimentiamo esasperato occorre rispondere attraverso la promozione dello studio dei problemi. dell'incontro con le istituzioni, della collaborazione con i professionisti. della ricerca delle alleanze e del ritorno alle azioni democratiche di pressione politica;
- una serie di strumenti per militanti capaci di consentire all'iscritto e al dirigente di presentare proposte in forme adeguate! e stimolanti per il Partito, di avviare un confronto nel proprio ambiente, testimoniare in modo intelligente la complessità della politica e la capacità di risposta del Partito ai problemi della gente;
— un osservatorio permanente ed un coordinamento continuo della politica per le città, politica questa che assumerà sempre più, in un prossimo futuro rilievo e caratteri non riassumibili totalmente in una politica di scala nazionale.

Certo, il Partito di cui abbiamo bisogno è ancora di più: è tutto ciò che tutti assieme, tutti i giorni, riusciremo ad inventare solo che si ritorni ad una formula organizzativa e ad un volume di iniziative sufficiente a stimolare nuovamente l'impegno di tutti ad essere interpreti nei luoghi dove si studia, si lavora, si trascorre il tempo libero, dei valori e degli indirizzi di una grande forza popolare e democratica.

10. Parlare al cuore della gente

Governare e far politica è questo, non altro. Noi che facciamo politica per professione amiamo dirci che la "politica è altro”, forse per conquistare autonomia ed egemonia nei confronti del corpo sociale, della trasformazione economica in atto, del potere che la società si è conquistata nel suo straordinario sviluppo.
"Politica" è la capacità di difendere i grandi valori della "città dell'uomo" e di saper interpretare attese e bisogni vecchi e nuovi; di organizzarli per il benessere della collettività; di orientarne le risposte adeguate; di guidare i cambiamenti necessari. In un sistema davvero democratico, poi, la politica è anche la "forma" attraverso la quale ciascuno può esercitare per sua parte la sovranità e può concorrere insieme a tutti gli altri, alle decisioni, alle scelte, agli ordinamenti che riguardano tutti.
Di qui una importanza e una responsabilità tutta speciale per la politica.
Proprio in questa concezione, però, la tentazione di atteggiamenti di egemonia e autonomia del politico nei confronti del sociale va rimossa: è il contatto costante, il flusso bidirezionale di intenti e azioni tra politica e gente comune, tra governo e popolo che può garantire che lo sviluppo non cavalchi sulle teste di una società alienata e delusa, più benestante e meno umana: in una parola in una società senza democrazia autentica e quindi senza vera eguaglianza e poca dignità di tutti i suoi componenti.
Dobbiamo davvero continuare a credere che nell'Italia di oggi la crescita della società può avvenire solo se creiamo sempre maggiore integrazione fra governo e popolo, fra politica e gente comune. È questa del resto la vera, grande, intuizione storica che ha caratterizzato la partecipazione dei cattolici democratici alla politica, ed è sulla base di questa concezione fondamentale che in questi quaranta anni in Italia è cresciuto il benessere e insieme si sono consolidate la libertà e la democrazia.
A settant'anni dalla nascita del partito popolare credo che l'eco dell'appello di Sturzo a "tutti i liberi e forti" risuoni ancora profondo e vitale. Allora si doveva ricostruire dalla guerra un paese e occorreva fondare le istituzioni democratiche. Oggi occorre vincere la guerra del benessere; recuperare il rifiuto di una parte della società nei confronti dell'altra; lottare contro il rischio di accrescere il divario tra gli appagati e gli assistiti.
Nel momento in cui, nel mondo, crolla la suggestione marxista non possiamo consentire che si frantumi anche la speranza di più giustizia e più libertà che essa, pure incapace di realizzarle, comunque esprimeva.
E l'intuizione cristiana verso la politica capace, domani come ieri, di mantenersi riferimento costante di chi vuole più giustizia e più libertà: guai a noi se per nostra insufficienza o pigrizia tale riferimento finisse per appannarsi.

On. Giovanni Goria
"Il quarto ciclo della politica"
Settembre 1989

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