LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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TESTIMONIANZE SULLA DEMOCRAZIA CRISTIANA: GIOVANNI GORIA

"UN RUOLO MODERNO DELL'AGIRE POLITICO"

copertina del librettoNel marzo 1991 Giovanni Goria pubblica un libretto intitolato "Un ruolo moderno dell'agire politico", di cui riportiamo la prima parte. Questo libretto, a cura di "Progetto Europa '92", intende fornire materiale di analisi e riflessione per il dibattito in preparazione della Conferenza nazionale della Democrazia Cristiana.
Un ringraziamento va al figlio Marco che ci ha gentilmente fornito l'opuscolo pubblicato dal padre.

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Premessa

Negli anni dell'immediato dopoguerra, il compito principale del sistema politico è stato quello di dare nuovo assetto e nuovo ordine ad un Paese uscito da un lungo periodo di dittatura e da un conflitto; a partire dalla fine degli anni '50 fino agli ultimi anni `70, il ruolo prevalente che la politica ha svolto è stato invece quello di identificare e garantire le condizioni per lo sviluppo economico e sociale.
In questa seconda fase, nella quale una cultura di gestione dello sviluppo ha lentamente sostituito una cultura, per così dire, di "fondazione", si sono affrontati momenti e situazioni obiettivamente difficili, ma era a tutti chiaro che i problemi, per quanto gravi, erano circoscrivibili ed affrontabili in un contesto generale sufficientemente stabile in termini di:
- valori condivisi (per cui i partiti e, più in generale, i sistemi di rappresentanza, potevano fare riferimento a visioni del mondo facilmente riconoscibili: democrazia e comunismo, mercato e collettivismo, risultavano differenze chiare per tutti);
- assetto sociale (natura, scopi e organizzazione del welfare, in primo luogo: tutti volevano raggiungere quel benessere che sentivano alla loro portata);
- soggetti e loro ruoli (sostanzialmente, il sistema delle rappresentanze: i partiti, i sindacati, le organizzazioni categoriali, la Chiesa, e così via: si sapeva "chi" voleva "cosa" e ci si riconosceva facilmente nell'uno o nell'altro);
- assetto delle relazioni internazionali (la Comunità come orizzonte da un lato, il sistema dei blocchi dall'altro: il come era diviso il mondo appariva chiaro a tutti e per i più non era da mettersi in discussione).
In questo quadro, la politica ha potuto conservare la certezza del proprio ruolo, che è quello di essere funzione di indirizzo, garante del rispetto dell'assetto costituzionale, potere riordinatore dei poteri.
L'ultimo decennio ha però progressivamente modificato questo quadro ed oggi è comune la sensazione di un disordine dei riferimenti che tocca in modo diretto la politica e la sua abitudine a gestire situazioni di crisi delimitate, in un contesto generale ordinato.
In questo sta, almeno in parte, la crisi della politica, il suo sentirsi quotidianamente messa in discussione, il rischio di veder ridimensionato ed, in qualche caso, negato il suo ruolo.
A questa situazione non si può rispondere con una strategia di semplice e comunque difficile difesa delle posizioni acquisite; occorre piuttosto trovare la strada di una corretta ridefinizione dei problemi e di una coraggiosa precisazione delle proposte.
Con il gusto della provocazione potremmo dire che, come già è stato nell'ultimo dopoguerra, oggi il compito della politica è di nuovo quello di dar nuovo assetto ed ordine ad un Paese che deve affrontare una fase di rinnovata modernizzazione economica e sociale, in un contesto internazionale profondamente mutato. Rispetto ad allora, l'elemento di maggiore novità sta nel fatto che l'articolazione interna, sociale ed economica, del Paese ed il sistema delle sue relazioni internazionali si sono enormemente arricchiti; ciò significa che la responsabilità della proposta non si concentra più (nè può concentrarsi) all'interno di una èlite ristretta, ma deve essere equamente partecipata dalla molteplicità dei soggetti (pubblici e privati; nazionali ed internazionali) che hanno un ruolo attivo ed esplicito nella determinazione del futuro del Paese.
Anche se oggi sembra prevalere la logica della contrapposizione e della difesa corporativa, la costruzione di un orizzonte comune comporta la capacità di riapprendere l'arte del cogenerare, della collaborazione fattiva e produttiva tra i soggetti; l'orizzonte che dobbiamo porci è allora quello della cogenerazione del moderno.
All'interno di questa tensione potranno avere senso nuovo anche le contrapposizioni più radicali e gli scontri più accesi tra i diversi soggetti; anzi, è in questo quadro che si auspica possa trovare una forma più limpida e riconoscibile l'articolazione tra posizioni diverse nel Paese, nel quadro politico, e dentro i partiti.
Per muoversi in questa direzione sono necessari quattro passaggi:
- il primo sta nell'interpretare il disordine;
- il secondo consiste nell'identificare i nuovi valori collettivi all'interno dei quali si rifonda la nuova necessità della politica;
- il terzo consiste nell'identificazione dei nodi strutturali del processo di modernizzazione sociale ed economica;
- il quarto consiste necessariamente in una riflessione sul ruolo dei partiti e della Democrazia Cristiana in particolare.
Se la modernizzazione del Paese è la vera frontiera cui guardare nei prossimi anni, questa è una sfida cui il partito che ha più di ogni altro avuto un ruolo e una responsabilità nell'immaginare e garantire i risultati fin qui raggiunti non può non rispondere; il passato è, in questo, solo la testimonianza del proprio impegno e della propria capacità, ma non è da solo la garanzia che la posizione di premazia raggiunta possa essere mantenuta senza un rinnovato impegno progettuale.

1. Il disordine come sfida alla politica

Senza rifare l'elenco dei tanti elementi di confusione che è facile riscontrare nel panorama politico, sociale ed economico, si può affermare che la sensazione di prevalente disordine è riconducibile principalmente a quattro asimmetrie e ad un mutamento sostanziale delle forme del patto politico.

1.1. La prima asimmetria: qualità alta del privato, bassa qualità del pubblico

Dalla fine del periodo della ricostruzione e a valle del primo boom economico degli anni `60, lo sviluppo del Paese ha cessato di essere un fatto collettivo; negli anni `70 ed `80 la crescita è avvenuta lungo due binari progressivamente divergenti:
- da un lato il sistema economico è andato arricchendosi di soggetti nuovi (le piccole e medie imprese e il terziario evoluto, soprattutto), e ha sviluppato una crescente capacità di adattarsi e di cogliere per tempo le occasioni date dall'intemazionalizzazione; ha saputo inoltre creare ricchezza, distribuirla e tramutarla in una crescita diffusa dei livelli di benessere;
- dall'altro l'intervento pubblico ha vissuto una lunga fase di difficoltà, di faticose e non sempre riuscite riforme (si pensi solo alla nascita delle Regioni e al Servizio Sanitario Nazionale) e, soprattutto nell'ultimo decennio, di abbassamento, ancorché non generalizzato, della qualità dei servizi offerti.
Tutto ciò non è il risultato di una volontà e di un disegno: è semplicemente il prodotto di una cultura collettiva che negli ultimi vent'anni ha privilegiato la forza egoista degli interessi privati e locali (le famiglie, le singole imprese, le comunità locali) e ha avuto un atteggiamento sostanzialmente strumentale rispetto alla dimensione pubblica (il welfare utilizzato come ammortizzatore sociale e non come strumento di promozione della qualità della vita; i finanziamenti pubblici visti come sostegno spesso improprio alle strategie di ristrutturazione e sviluppo di singoli punti del sistema e non come strumento per la realizzazione di una qualità di sistema; i partiti utilizzati in relazione alla loro capacità e disponibilità allo scambio e non come soggetti di rappresentanza di interessi generali; ecc.).
Il risultato è l'evidente asimmetria tra una qualità diffusa tutta interna ai soggetti privati e una qualità carente o addirittura inesistente degli spazi e dei sistemi che dovrebbero garantire l'insieme; esemplificando, abbiamo qualità alta o medio-alta delle singole abitazioni e qualità scadente delle città; qualità alta o medio-alta delle singole imprese e qualità scadente delle reti infrastrutturali (energia, trasporti, comunicazioni, ecc.), qualità alta dei consumi privati e qualità insufficiente del welfare (sanità e scuola, soprattutto).

1.2. La seconda asimmetria: disallineamento tra appartenenze formali ed identità reali

La seconda pista di riflessione parte dalla constatazione che durante gli oltre quarant'anni di vita repubblicana si è verificato un profondo e, per certi aspetti, radicale mutamento delle identità: di quella collettiva come di quella dei singoli soggetti, senza che gli strumenti di rappresentazione e di vera e propria rappresentanza delle medesime si siano modificati significativamente. Ciò avviene a tutti i livelli:
- la "nazione", se anche rimane una dimensione riconoscibile sul piano della lingua e su quello affettivo, non è più un riferimento evidente sul piano del progetto collettivo, né per le singole persone (più sentita è l'appartenenza "locale" o quella, generale, all'Europa o all'occidente), né per le imprese (per le quali l'appartenenza è misurata in termini di aree di possibile mercato). Ciò evidentemente pone il problema di ridefinire il ruolo dello stato centrale in rapporto alle identità regionali e alla dimensione europea;
- i partiti che storicamente hanno fatto riferimento ad una base di consenso mediato attraverso il filtro di una precisa ideologia, si trovano oggi in una impasse, in quanto la domanda di rappresentanza politica non si esprime più attraverso questo canale e c'è una obiettiva difficoltà a comprendere quali siano le leve del consenso;
- le strutture intermedie di rappresentanza degli interessi (siano esse i sindacati o le associazioni di categoria) hanno forza solo nel caso difendano e promuovano stretti interessi corporativi, ma si trovano in una situazione di debolezza sul fronte della proposta di ordine più generale.
Il disallineamento tra identità reali e appartenenze formali non è cosa recente, ma oggi tra i due termini la distanza è talmente ampia da rendere difficile la convivenza: i tanti ripensamenti "sui nomi delle cose" sono solo il segnale più evidente di questa sofferenza e di questa asimmetria nella quale la forza sta sempre più dalla parte delle nuove identità (talvolta ancora poco consapevoli).

1.3. La terza asimmetria: ampliamento del bilancio dello Stato e progressiva impotenza dell'intervento

Come conseguenza delle considerazioni fatte più sopra, il bilancio dello Stato (ovvero la "presenza" dello Stato nella società maggiormente visibile ed incisiva) non è più, oggi, l'espressione tecnico-economica di un progetto collettivo, ma il risultato della somma di tensioni egoiste:
- dei soggetti privati, che nella spesa pubblica vedono l'occasione di un vantaggio (per le famiglie è la gratuità di alcuni servizi, ma sono anche gli interessi sui titoli pubblici; per le imprese è la possibilità di finanziare le debolezze strutturali; per i dipendenti pubblici è lo zoccolo di reddito minimo garantito su cui costruire il resto; e così via);
- dell'infrastruttura politica del Paese (partiti e strutture pubbliche di intervento), che risponde alle pressioni dei singoli soggetti con una logica di sportello, aumentando dimensione ed estensione dell'intervento medesimo. La spesa diventa lo strumento di conservazione di una posizione di potere in assenza di una capacità di proporre progetti e di mediare su questi le tensioni soggettive.
La somma di tensioni egoiste senza disegno di insieme genera l'asimmetria tra l'aumento del bilancio dello Stato (come somma semplice delle domande) e l'impotenza dell'intervento a produrre indirizzo e mutamento (per i quali un disegno ed una progettazione strategica sono necessari).

1.4. La quarta asimmetria: una politica pervasiva all'interno e debole sul piano europeo

Chi ha avuto ed ha esperienza di attività politica a livello europeo ha potuto constatare come ci sia una prima evidente disparità:
- tra la presenza capillare della politica e del personale politico in ogni aspetto della vita nazionale;
- e la debole presenza del nostro Paese negli organismi e nella politica comunitari.
Non è certo un problema di persone, quanto una reale difficoltà strutturale nel realizzare una presenza attiva ed incisiva. Tra chi opera a Bruxelles o a Strasburgo e le strutture politiche di riferimento a livello nazionale, il collegamento è debole. E' certamente vero che, di fronte alla presenza di assi politici forti (quali quello franco-tedesco) o a culture di presenza internazionale di lunga tradizione (quale quella inglese) non è facile impersonare un ruolo di primo piano, ma basterebbe il confronto tra Italia e Spagna per evidenziare come, pur partendo da posizioni non certo di vantaggio, si possa esercitare una presenza comunque più significativa.
Il semestre italiano di Presidenza ha indubbiamente segnato un sensibile mutamento in questo quadro, ma l'asimmetria tra l'intensità dell'attività politica sul piano interno e la presenza debole nello scenario europeo ancora permane.
Forse ancor più grave è poi la grande distonia che ancora persiste nel nostro Paese tra una evidente vocazione europea e una altrettanto evidente incoerenza dei comportamenti reali: la prontezza con la quale recepiamo, ad esempio, le direttive della CEE nei nostri ordinamenti non ci vede certo tra i Paesi più zelanti della Comunità e quel che è anche peggio non abbiamo quasi mai attenzione al quadro europeo quando operiamo sull'ordinamento nazionale.

1.5. Crisi degli schieramenti e moltiplicarsi delle forme di alleanza sull'oggetto

Le quattro asimmetrie fin qui descritte affondano infine le loro radici in un mutamento sostanziale del patto politico. E' un fatto oramai evidente l'incapacità dei partiti di stringere alleanze su programmi di medio e lungo periodo e sui temi di fondo dei Paese così da chiedere il consenso sul risultato complessivo della loro azione; queste assumono così due forme:
- la prima è quella del "patto di sindacato" tra detentori di pacchetti di voti, patto che non ha nulla a che vedere con la proposta politica ma ha lo scopo fondamentale ed esaustivo di mantenere il controllo del potere politico e amministrativo;
- la seconda è quella dell'accordo a breve e sovente su un unico o pochi oggetti (siano essi la finanziaria o problemi di nomine).
Le due forme hanno entrambe una loro ragione sostanziale:
- il "patto di sindacato" è legato ad una pervasività del potere politico assolutamente anormale, per cui da esso finiscono per dipendere scelte che non gli competono, fino al punto che l'appartenenza politica è un criterio di scelta più forte della competenza professionale;
- l'accordo a breve e su pochi oggetti lascia una potenziale libertà ai contraenti di ipotizzare altre alleanze anche nel breve e brevissimo periodo, cosa che, pur legittima in astratto, non è compatibile con la stabilità necessaria ad un qualsiasi accordo di governo.
In entrambi i casi si tratta di forme del patto politico che penalizzano la stessa funzione della politica trasformandola, nel primo caso, da potere organizzatore dei poteri a potere sostitutivo dei poteri e togliendole, nel secondo, la funzione di indirizzo e la sua capacità di operare in orizzonti di medio periodo.

2. Nuovi valori collettivi e nuova necessità della politica

Ma la politica, come non può essere infinita mediazione, non può essere neppure patto di sindacato o semplice accordo a breve sull'oggetto: in questo caso pone solamente le premesse per la sua delegittimizzazione e per il consolidamento di un suo rapporto con la società basato sul sospetto reciproco.
Ristabilire un rapporto nuovo e corretto tra società e politica richiede allora, sul piano culturale prima ancora che su quello operativo, almeno tre passaggi:
- il primo sta nel comprendere le trasformazioni che il sistema dei valori collettivi ha maturato e sta maturando;
- il secondo consiste nell'identificare perché e come, dentro quel sistema, si colloca il nuovo bisogno di politica;
- il terzo, infine, si concreta nella ridefinizione dei principi su cui fondare una ripresa dell'iniziativa politica stessa.

2.1. Una società senza virtù

E' assai diffusa in una quota non piccola di intellettuali, di giornalisti e di politici l'idea che la società italiana stia vivendo un momento di crisi dei valori, per cui si giunge ad affermare che la nostra sarebbe una "società senza virtù". Questa valutazione si basa soprattutto su tre ordini di osservazioni:
- in primo luogo si fonda sulla crescita indubitabile di fenomeni di violenza e di devianza;
- in secondo si basa sul crescente disagio che deriva dalla presenza dell'indifferenza (verso l'ambiente, verso la marginalità, ecc.);
- infine, trova la sua giustificazione in una serie di fatti che sembrano a prima vista segnalare un abbassamento della tensione etica: basti pensare alla trasformazione della famiglia (i divorzi, le separazioni), al mutamento degli atteggiamenti verso la vita (i comportamenti che limitano le nascite, la sperimentazione genetica), all'apparente distacco dalla politica.
Se non si accetta questa valutazione sommaria bisogna allora tentare di andare oltre queste osservazioni e questi giudizi per capire il sistema di valori sottostante, e le sue trasformazioni.
In sintesi si può dire che la società italiana è oggi radicalmente diversa da quella uscita dalla guerra e, in questo senso, esprime valori moderni, quali sono certamente:
- una concezione della vita come scommessa individuale, non condizionata a priori da forme di appartenenza collettiva (l'appartenenza è una scelta e non un vincolo obbligato): sarò ciò che con le mie forze saprò diventare;
- una concezione del tempo dove hanno un peso relativo tanto la memoria quanto la trascendenza e dunque fortemente ancorata alla concretezza del tempo della vita attiva: è l'oggi quello che davvero conta;
- l'indebolimento del valore della nazione come ambito necessario dell'appartenenza a favore di identità di riferimento più vicine (si veda il fenomeno del regionalismo) o più ampie (la vocazione europea dell'Italia, o, più concretamente, il comportamento di tante imprese, grandi ma anche medie): sono interessato al mio "villaggio" perché è lì che vivo o al mondo perché è lì che lavoro.
Nell'insieme, individualità , contemporaneità e minor sensibilità al valore dell'identità nazionale potrebbero descrivere una società frammentata nella quale i soggetti (imprese, persone, ma anche associazioni e partiti) guardano egoisticamente al proprio impegno ed turno poca attenzione a tutto ciò che è condivisione e destino comune (è questa, in fondo la "società senza virtù").
In questo quadro però ci sono anche almeno tre elementi di novità sui quali la politica deve riflettere:
- il primo consiste nel fatto che il valore della individualità si accompagna sempre più al crescere del senso della responsabilità individuale ed alla disponibilità ad assumersi concretamente degli impegni; se trovo la possibilità di essere utile agli altri non mi tiro indietro;
- il secondo sta nella tensione sempre più forte a considerare lo spazio sociale (ciò che sta fra me e gli altri) come oggetto vero di tale responsabilità e di conseguenza a coniugare individualità e socialità; so che per vivere bene è necessario un buon ambiente circostante (naturale ed umano);
- il terzo sta nella disponibilità a realizzare le condizioni concrete che rendono possibile una qualità alta dello spazio sociale: queste sono le norme e il loro fondamento etico; capisco che è meglio vivere con regole chiare per tutti.
Questa può sembrare una visione troppo ottimistica e troppo futura delle cose e certo si deve avere molta accortezza nel distinguere ciò che già è da ciò che potrebbe essere.
Sul piano del ciò che già è, e partendo dal tema della individualità responsabile, non si può non notare come l'Italia sia divenuta sul piano economico un Paese a imprenditorialità diffusa e sul piano dei comportamenti individuali un Paese nel quale la gente tende ad avere e a rivendicare sempre più autonomia di scelta: dai consumi fino ai percorsi formativi ed alla capacità di costruirsi un sistema di welfare su misura utilizzando assieme strutture pubbliche e private.
L'attenzione alla socialità è poi evidente nel crescere dell'associazionismo e del volontariato, ma anche in una attenzione nuova, seppure ancora poco canalizzata, verso la politica.
Il tema della norma e dell'etica trova poi riscontri in tutti i piani della vita sociale; della famiglia dove si vanno creando nuovi sistemi di solidarietà basati su un mutamento della concezione dei ruoli non solo dell'uomo e della donna, ma anche dei figli; alle comunità locali, dove ritorna forte l'attenzione ai problemi dell'identità comune; alla comunità nazionale, dove l'attenzione verso il tema delle riforme istituzionali è il segno del valore dato all'insieme rispetto alle sue parti; a livello globale, dove l'ecologia è uno dei segni del nascere di una cultura nuova della responsabilità comune.
Una società così sensibile al problema della pacifica convivenza civile, nella quale la dimensione della socialità torna ad essere centrale, che si interroga sul problema delle regole e sul loro fondamento etico, non è una società senza virtù, ma è piuttosto una società che pone il problema della virtù in modo nuovo e serio.

2.2 La necessità della politica

Se si accetta l'analisi fin qui condotta non si può allora confondere la critica alla politica con il rifiuto della politica: la tensione verso la dimensione sociale e l'attenzione alle norme sono due richiami forti alla politica e al suo ruolo di catalizzatore, di momento nel quale si attua il passaggio dal ciò che già è al ciò che non è ancora, ma che dovrebbe essere e che sta dentro le potenzialità attuali della società.
La critica alla politica si rivolge dunque ai modi nei quali oggi essa assolve al suo compito, alla sua tendenza complessivamente conservatrice e sospettosa verso le istanze di mutamento, tendenza che oscura anche episodi di significativa e talvolta radicale novazione (si veda ad esempio il caso recente della legge n. 241 che rivoluziona il rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione).
infine notato come la necessità che lo spazio di iniziativa politica venga riempito genera, in assenza di una capacità di risposta dell'attuale configurazione dei partiti, iniziative diverse e vicarie (o alternative), quali le neo - formazioni politiche (leghe ed altro).

2.3. I principi su cui fondare una nuova iniziativa

Prima ancora di entrare nel dettaglio delle scelte da effettuare sui nodi i della modernizzazione del Paese, una riflessione va fatta su due principi generali che devono guidare le decisioni sui programmi e sulle concrete operazioni:
- sulla politica come arte del far maturare ciò che ancora non è, ma che dovrebbe essere e che sta nelle potenzialità della struttura sociale ed economica del paese;
- sulla capacità di maturare un pensiero ed una pratica federativi.
I due punti vanno esplicitati e spiegati almeno in sintesi.
Il primo parte dalla constatazione che la necessità della politica, ciò che le restituisce il compito di far nascere il nuovo, si fonda sulla sua capacità di cogliere le tensioni creative che la società esprime, di valutarne le potenzialità , di selezionarle sulla base di criteri di valore espliciti (e non in base ad assiomi ideologici), di ordinarle in una lista di priorità, di farle maturare in modo corretto.
Tutto ciò significa capacità di ascolto, ma anche grande autorevolezza della capacità di indirizzo.
Negli ultimi vent'anni ci si è abituati a pensare che la società abbia una sua capacità non solo di generare nuove istanze, ma anche di autogoverno delle medesime; oggi il rischio evidente è che, lasciate a se stesse, queste energie producano non solo innovazione ma anche conflittualità esasperata, distorsioni, diseguaglianze. Nessuno vuole realmente che questo accada, ma ciò può quasi automaticamente accadere se non si sviluppa la capacità di governare lo sviluppo; la politica ha questo ruolo insieme materno e paterno, che non può essere barattato e sostituito con una gestione gelosa di posizioni di potere acquisite e con una mediazione infinita senza idee e progetti.
Ciò non significa auspicare un ruolo totalizzante della politica: una società che ha nella individualità un valore irrinunciabile e nella responsabilità diffusa uno strumento nuovo di soluzione dei problemi non lo accetterebbe. Cultura di indirizzo vuoi dire allora capacità di federare culture diverse, ma non per questo incompatibili e incapaci di collaborare. Il pensiero federativo consiste nella capacità di identificare le compatibilità e di realizzarle, ponendosi come punto di riferimento e di massima loro valorizzazione, senza sostituire totalmente una unica responsabilità generale alla molteplicità delle responsabilità individuali.

3. La modernizzazione e i suoi nodi strutturali

Si è spesso parlato, nelle pagine che precedono, di modernità e di modernizzazione e si è spiegato cosa ciò significhi sul piano del mutamento dei valori collettivi e su quello dei valori politici. Resta da chiarire cosa ciò comporti nella concretezza dell'azione politica.
D termine non ha nulla di ideologico (la modernità non è un mito o un bisogno astratto), ma sta semplicemente a significare l'esigenza di adeguare le politiche di intervento alle esigenze nuove di una società che, come si è visto, si è profondamente trasformata.
Ciò comporta un ragionamento articolato su tre piani:
- il primo è quello degli orizzonti generali dell'azione politica;
- il secondo è quello delle iniziative concrete;
- il terzo è quello delle istituzioni.

3.1. Tre obiettivi di ordine generale

La politica di medio periodo dovrebbe tendere al raggiungimento di tre obiettivi di ordine generale:
a) la corretta collocazione dell'Italia all'interno dello sviluppo della unità europea;
b) la corretta gestione delle iniziative settoriali limitando all'essenziale il ricorso alle logiche di "urgenza";
c) il potenziamento delle funzioni di indirizzo rispetto a quelle di gestione.

a) Pensare europeo

Ogni processo di modernizzazione ha bisogno di un'occasione da cui partire; non c'è dubbio che questa, oggi, consiste nel considerare l'orizzonte dell'Europa come un fatto che condiziona l'impostazione di un programma politico sotto ogni profilo:
- sotto quello delle strategie economiche, in quanto l'avvicinarsi della scadenza del 1992 non comporta solo un completamento del programma previsto dall'Atto Unico, ma accelera anche l'attuazione di politiche da lungo tempo disattese (e l'Italia è, in questo in una posizione difficile);
- sotto quello della politica finanziaria, dal momento che l'Unione monetaria è un obiettivo che potrà anche essere contrattato nei tempi di realizzazione, ma che è comunque sicuro e non lontano;
- sotto quello strettamente politico, perché lo sforzo in atto punta al raggiungimento di un obiettivo ben più ambizioso: l'Unione politica.
Questi tre vincoli condizionano in modo evidente il sistema decisionale interno ai singoli Paesi ed in particolare obbligano a ripensare e riorganizzare i gradi di potere su tre livelli: comunitario, nazionale, regionale.
Perciò , una riflessione sui nodi strutturali della modernizzazione deve partire dall'Europa e mantenerla come continuo riferimento.

b) La gestione "normale" delle politiche di intervento

Nella società attuale quanto più l'organizzazione del tempo privato (individuo, famiglia, soprattutto impresa) si va sofisticando ed amando, tanto più risalta la casualità nella gestione del tempo pubblico.
Quest'ultimo infatti sembra oggi caratterizzato dall'urgenza di problemi non affrontati "per tempo" e la politica delle urgenze e delle questioni straordinarie sta diventando il modo "normale" di affrontare i problemi.
Di fatto, però, quanto più l'urgenza è generalizzata, comprendendo tanto le emergenze reali, quanto quelle fittizie dovute a ritardi o ad errori di gestione, tanto più tende a depotenziarsi: se tutto è urgente niente è veramente urgente.
Inoltre l'emergenza continua costringe a degli automatismi che limitano di fatto le capacità di indirizzo. E' infatti in condizioni fisiologiche e non patologiche che la politica può consentirsi trasformazioni, rigenerazioni, progettazioni di lunga durata.
Se, come sembra, la società civile va elaborando una sempre più attenta valorizzazione del "fattore tempo", il pensiero e l'azione politica non possono adeguarsi solo in seconda battuta a tale tendenza, ma debbono rilanciarla rovesciando con fermezza la mentalità della "fretta che rallenta" e ritrovando un ritmo della normalità distinto da quello delle emergenze autentiche.

c) Dalla pervasività gestionale al potenziamento delle funzioni di indirizzo

In Italia la politica sociale ed economica è caratterizzata da una contraddizione evidente tra eccesso ed assenza di intervento, con poche situazioni di reale equilibrio.
Sotto il profilo istituzionale, si evidenziano infatti settori e problematiche troppo normate, assieme ad altri in cui l'assenza di una politica di indirizzo penalizza gravemente i cittadini e le imprese.
Ma non sono solo eccesso o carenza di norma a rendere problematico il quadro italiano: ad essi si accompagna una scarsa attenzione al suo percorso attuativo, in presenza di una struttura amministrativa pesantissima ed oltretutto spesso inefficiente.
Oltre a ciò sotto il profilo dell'intervento sociale e delle politiche economiche, l'Italia è certamente uno dei paesi ad economia di mercato in cui la presenza dello Stato è più rilevante: sia direttamente, sia attraverso forme di assistenza pubblica a settori privati dell'economia.
In questo senso, la qualità dell'intervento pubblico deve conoscere profonde modifiche.

3.2. Ma un Paese moderno è …

Se, dunque, il rendere moderno il nostro Paese cogliendo tutti i più significativi dati di novità di un processo di trasformazione profonda della società italiana, è oggi l'obiettivo di fondo dell'agire politico, occorre definire, sia pure per grandi linee, che cosa intendiamo quando parliamo di una "società moderna" e quindi che cosa andremo a sviluppare nella seconda parte di questo documento.
Una "società moderna" deve innanzitutto garantire condizioni accettabili di convivenza. Ciò significa, tra l'altro, ristabilire ordine nella società; il che vuol dire molte cose anche diverse tra loro. Una società moderna è, per esempio, sensibilissima ai problemi del diritto; attiva a sostegno della famiglia; intelligente sui problemi della devianza; concreta verso i più deboli, siano essi disabili o anche soltanto poveri; accogliente, ma educativa nei confronti degli immigrati; solidale con gli anziani; attiva nella protezione dell'ambiente; attiva nel governare le città, severa verso chi, attraverso la concentrazione del potere, attenta alla libertà dei cittadini.
Una società moderna non può prescindere da una lettura costante e attenta delle tendenze politiche, sociali, economiche, culturali del mondo circostante col quale è in stretta interdipendenza. Pace e sicurezza internazionale sono riferimenti ineludibili per lo sviluppo di ogni società. Altrettanto attivamente, va perseguita una politica di presenza negli organismi internazionali e in quelli comunitari europei in particolare così come la ricerca di un migliore ordine economico mondiale.
Una società proiettata verso il futuro deve investire quanto più può in "educazione" e "formazione". Occorrono cittadini capaci di comportamenti a "socialità matura": tolleranti, solidali, consapevoli, coerenti con l'esigenza di esercitare sì nuovi diritti sociali, ma anche di farsi carico di nuovi doveri per il buon funzionamento della società. E occorre anche un meccanismo di "formazione" a diversi livelli, per diverse e nuove professionalità, con modalità flessibili e diversificate in funzione dei rapidi cambiamenti socio-economici avvenuti e in corso.
Modernizzazione è anche efficienza e funzionalità dei sistemi portanti del paese: le infrastrutture e i servizi. Lo stato di inadeguatezza delle infrastrutture del Paese e l'inefficienza dei servizi devono essere recuperati analizzando il perché della situazione presente, indicando obiettivi ed indirizzi e necessari e definendo politiche e strumenti atti a concretizzarli.
Una "società moderna" ha i conti in ordine. L'esigenza di proseguire nelle azioni di risanamento del bilancio pubblico è sempre più essenziale per convalidare la prospettiva di crescita del Paese. Tale azione va esercitata con intelligenza e determinazione sia sul versante delle entrate che su quello delle spese.
Il governo dell'economia implica la capacità di controllare e di creare le condizioni complessive per stimolarla e favorirla insieme alla definizione di adeguate politiche settoriali. E' importante soprattutto ridefinire per gli anni `90 gli obiettivi di principale riferimento.
Sta aumentando con devastante chiarezza il divario sociale ed economico tra Nord e Sud del Paese, e si va confermando l'urgenza di trattare davvero tale divario come "questione nazionale".
Tutto questo e altro ancora, qualifica un paese moderno, che guarda avanti, che sa essere la qualità della vita dei proprii cittadini e del "villaggio terra" il suo vero orizzonte.

3.3. La modernizzazione istituzionale

La notevole enfasi che il recente dibattito politico ha conosciuto intorno alla questione istituzionale risponde ad un'esigenza di chiarimento condivisa da più parti e ormai non più rinviabile; ma, accettata questa sfida, quali sono i termini realistici del dibattito e quali i passaggi politico- procedurali necessari a varare con successo ed in tempi ragionevoli una buona riforma istituzionale?
In realtà non sono a tutt'oggi chiari né il risultato che si vuole conseguire né il metodo che si deve praticare. La gamma complessa degli argomenti toccati (dalla riforma elettorale alla revisione di alcuni organi costituzionali), i nodi non ancora sciolti relativi all'approccio della riforma (tramite appello all'opinione pubblica, ad es. con consultazione referendaria, oppure mediante il ricorso ad un'operazione parlamentare), il grado di trasversalità che si vuole dare alla questione (accordo politico o patto sulle regole da sancire al più esteso livello di concertazione cooptando dunque le forze di opposizione?) sono ancora problemi aperti che attendono una precisa definizione. L'agenda operativa dei lavori sembra ancora lontana e tutta da stabilire.
L'ipotesi che si può avanzare è che vada recuperato da subito a livello istituzionale uno spazio appropriato per questo tema rilevante.
Con ciò si vuole in primo luogo significare che l'attivazione di un vasto fronte di consenso intorno ad una efficace rivitalizzazione delle Istituzioni della Repubblica, deve rispondere ad un criterio di equilibrio delle azioni piuttosto che ad un'operazione su singoli temi tra loro mal coordinati.
Il problema è sostanzialmente duplice:
- da una parte si tratta di individuare i contenuti l'operazione di aggiornamento in termini sufficientemente ampi da interessare tutti;
- dall'altra appare necessario impostare per tempo e con efficacia a :anice procedurale entro la quale mettere in moto il processo di modernizzazione istituzionale.
Per ciò che concerne il primo dei due obiettivi, va da sé che l'orizzonte storico in cui è da tempo inserita la vicenda italiana esige ormai un riconoscimento della parziale inadeguatezza del forte regime di garanzia voluto dai padri costituenti a vantaggio di una più decisa propensione per l'efficacia decisionale e la stabilità dell'azione di governo.
In questo senso la revisione sostanziale del bicameralismo perfetto del nostro sistema appare non meno urgente dell'operazione di riforma sulla legge elettorale cui oggi, peraltro, va l'attenzione della maggioranza degli osservatori.
Rispetto a quest'ultimo punto bene sottolineare che la speranza di un risultato risolutivo sulla semplice base di un meccanismo alternativo della scelta democratica non del tutto convincente, poiché le spinte alla frammentazione del dispositivo politico del paese vengono dal basso non meno che dal vertice del sistema.
E' invece razionale ritenere che un intervento sulla legge elettorale abbia davvero un significato semplificante se funge da elemento di appoggio ad una manovra complessiva di correzione dell'apparato istituzionale, tanto più oggi quando la sentenza della Corte Costituzionale sull'ammissibilità dei referendum se da un lato allenta la pressione su questo tema, dall'altro però lascia al Parlamento un obbligo " morale" ad affrontare un nodo che il Paese sente come prioritario.

4. Il ruolo dei partiti

Il sistema dei partiti rappresentati in Parlamento non è attualmente un sistema stabile; non ci si riferisce qui alle alleanze di governo e alla contrapposizione tra maggioranza e opposizione, quanto piuttosto al fatto che è difficile cogliere situazioni di reale stabilità nell'assetto di tutte le formazioni politiche: il dibattito interno, in forma più o meno pubblica, è dovunque acceso e, al di là della conflittualità legata alle posizioni di potere di singole personalità o di singoli gruppi, il tema di fondo è la capacità di rappresentanza che gli attuali partiti hanno rispetto alle rispettive basi di riferimento che, con l'aumento della mobilità del voto, sono assai meno chiaramente definite.
Senza riprendere tutti i fili del dibattito sulla crisi dei partiti e sulla loro trasformazione, il ragionamento sul ruolo dei partiti e della Democrazia Cristiana va condotto su tre livelli:
- il primo è quello della capacità di rappresentanza che i partiti possono avere in una realtà sociale palesemente deideologizzata;
- il secondo è quello del rinnovamento della Democrazia Cristiana;
- il terzo è quello del patto politico con il quale governare il Paese.

4.1. Dall'amministrazione delle ideologie al governo dei cicli

Nella nostra tradizione il legame tra partiti e base sociale è stato garantito da un tramite ideologico, dalla condivisione di una visione del mondo e, di conseguenza, della politica; il fatto che per un lungo periodo di tempo ciò abbia coinciso con una relativa stabilità del quadro complessivo è stato dunque dovuto alla presenza di due posizioni dominanti rispetto alle altre, per di più ciascuna con il proprio ruolo in un sistema reso rigido dalla costanza delle scelte elettorali dei cittadini.
La realtà attuale non è più questa: la società ha vissuto un lungo e lento processo di secolarizzazione e i sistemi di valori sono molto più articolati e trovano più facile rispondenza in forme di aggregazione intermedia tra società e rappresentanza politica (associazioni, gruppi di volontariato, club).
Non si può però fare politica solo inseguendo la frammentazione sociale; ci vuole una modalità di semplificazione della realtà che consenta la formazione di consensi allargati su programmi di medio periodo.
Il compito dei partiti di massa, o che vogliono essere tali, non è quello di amministrare una ideologia, ma quello di esprimere una cultura di interpretazione del ciclo socio-economico del Paese. In senso generale ciò significa capacità di impersonare una delle due grandi modalità interpretative proprie a tutta la cultura occidentale: una più moderata ed una più radicale. E' questa la polarità che si andata creando, al di là delle sigle, in tutti i Paesi a democrazia matura e anche in Italia si è oggi pronti a fare questo passaggio.
Con una avvertenza; i termini moderato e radicale non rimandano ad ulteriori mascherate ideologie: moderato non vuol dire conservatore né tantomeno reazionario, ma esprime una cultura dell'equilibrio e della gestione più prudente del ciclo; radicale non significa rivoluzionario, ma esprime a sua volta una cultura più propensa alla discontinuità e al disequilibrio.
Sappiamo bene che ci sono periodi della storia socio- economica dove la società esprime bisogno di equilibrio e di gestione più prudente e periodi nei quali c'è una palese esigenza di discontinuità e di innovazione; ed è solo questo che genera la mobilità del voto, non una infedeltà ai valori.

4.2. Il partito nuovo

Partendo da queste considerazioni anche il ruolo della Democrazia Cristiana va ripensato, partendo dalla constatazione che nella politica del nostro Paese stanno accadendo cose nuove; basti pensare per quanto ci riguarda più da vicino:
- alla crescente disaffezione dei cittadini verso i partiti tradizionali che coinvolge in modo particolarmente profondo le fasce moderate dell'elettorato;
- alla crisi del PCI-PDS che mette "in libertà " anche voti tradizionalmente espressi a favore della DC;
- al fatto che socialisti e laici sembrano con sempre maggior determinazione mettere in discussione il ruolo della DC nel governo delle trasformazioni.
C'è di più: con le prossime elezioni politiche è molto probabile che la prospettiva della alternativa di sinistra si dimostri impraticabile. Ciò non significa affatto che non siano possibili alleanze, confuse e ingestibili, di tutti contro la DC, ma piuttosto che il problema cambia natura ponendo anche ai democratici cristiani questioni del tutto nuove.
Ma l'ipotesi di una alternativa di sinistra (sperata, minacciata, temuta) è stata l'elemento che ha più condizionato la politica italiana negli ultimi quindici anni.
Tale accadimento ci proporrà una situazione del tutto nuova con la DC ancora (e senza grandi meriti) potenzialmente al centro dello schieramento, senza che il partito sia preparato culturalmente e politicamente ad affrontare una situazione così diversa rispetto all'oggi. E c'è di peggio: con l'immobilismo che ci distingue si rischia di perdere il consenso popolare su cui la nostra centralità si è basata e potrebbe di nuovo fondarsi.
Occorre però essere molto lucidi nel valutare la situazione: alla base del “partito attuale" non c'è una questione di pigrizia o di disattenzione, ma una concezione (rispettabile) secondo la quale la DC deve, prima di ogni altra cosa, garantire la governabilità e quindi realizzare, tramite la mediazione, il massimo del consenso attorno all'azione di Governo, anche a costo di non esprimere una propria originale posizione per non rendere più difficile il confronto con gli altri Partiti.
C'è in tale posizione molto della storia soprattutto recente della Democrazia Cristiana, ma è una storia che non conosceva la disaffezione della gente verso i Partiti politici e neppure la crisi del PCI e la contestazione dei Partiti socialisti e laici del ruolo guida della DC e tanto meno la nuova prospettiva del quadro politico.
Né va sottovalutata la situazione che si va creando nel Nord del Paese dove, soprattutto in qualche regione, il fenomeno delle Leghe è un segnale forte dell'incapacità di comprendere le spinte di un'area evoluta e di mediarle entro una politica di sviluppo che contemperi le esigenze complessive del Paese.
La storia di domani sarà molto meno luminosa di quella di ieri se non sapremo prendere atto di ciò che è mutato e presentare ai cittadini un Partito che dimostra di conoscere i problemi, di sapere come risolverli e di lavorare con impegno, onestà e serietà.
Quello che dunque ci attende un impegno sul fronte della proposta, tecnicamente fondata e saldamente correlata con una scelta riconoscibile ed attendibile sul piano dei valori.

4.3. Quale patto politico per governare il Paese

Un partito di maggioranza relativa ha l'obbligo di ripensare la propria struttura e la propria strategia anche e soprattutto in relazione alla responsabilità e perciò al dovere di governare il Paese, almeno fino a quando non sia l'elettorato a negargli questo ruolo.
Governare come un partito di maggioranza relativa significa necessariamente verificare quali sono le alleanze possibili; e in questo è necessario ragionare con due parametri di riferimento: la chiarezza sui contenuti del patto politico e dunque sul programma, e la ovvia logica di opportunità che deriva dalla lettura spregiudicata. ma non cinica, del quadro politico.
Sul programma si detto fin qui molto e la seconda parte di questo documento approfondisce in senso settoriale e tematico questo aspetto fondamentale; a tutto ciò va aggiunto comunque che i programmi si propongono, si concordano, ma poi vanno rispettati e attuati.
Sul secondo punto la situazione attuale non lascia spazio ad alternative rispetto all'attuale accordo di governo che poggia sull'asse di cooperazione stabilito con il PSI ed i partiti laici, e non pare possibile che a breve termine tale situazione muti in termini radicali.
Ciò che è però mutato anche rispetto al più recente passato è, come, giova ripetere, il quadro complessivo entro il quale ci si trova ad operare. Come già ricordato più sopra, negli ultimi quindici o venti anni della politica italiana l'elemento che più ha condizionato la sua evoluzione è facilmente individuabile nella "alternativa di sinistra" ovvero in una proposta con la quale il PSI ha potuto minacciare la DC per contenerne l'iniziativa e blandire il PCI per limitarne possibili evoluzioni verso posizioni più aperte.
Tale elemento (fondamento vero della rendita di posizione goduta dal PSI) è ora venuto meno sia per la scelta degli elettori (la consistenza delle due maggiori forze della sinistra storica è destinata a scendere dal 45% ed oltre di pochi anni fa, al 35% o poco più quale probabile risultato delle prossime elezioni) sia per le straordinarie difficoltà dell'attuale PDS a proporsi davvero come forza di governo.
E' dunque di tutta evidenza come il tempo che ci sta davanti sarà del nuovo anche in ordine ai rapporti tra i partiti e consentirà davvero di lasciare dietro le spalle la lunga stagione della “collaborazione competitiva" per riproporre invece quel "patto politico” forte e stabile sempre rifiutato dal PSI, almeno negli ultimi vent'anni, che resta però fondamento di qualsiasi buon governo.
Per realizzarlo (con ciò allontanando la prospettiva di una coalizione-pasticcio di tutti contro la DC) occorre però riportare il confronto sui temi di fondo della società italiana, sulle cose che davvero interessano i cittadini, verso una prospettiva che offra un legittimo premio per tutti quanti avranno saputo ben comportarsi.
Si tratta in altri termini, per la DC, di riproporre anche alle altre forze politiche la propria capacità di guida sui temi alti della politica con una proposta intelligente, concreta, anche generosa nei confronti dei partiti che si vogliono alleare.
Al centro di tutto deve, in definitiva, comunque tornare l'oggetto vero dei programmi e dei patti: la qualità della vita e della convivenza civile.

5. Politica e fede religiosa

E' però questo un momento di forte riflessione non solo sul programma e sull'assetto da dare alla DC, ma anche sulla natura e sull'identità del partito, in particolare sulla sua "ispirazione cristiana".
Tale riflessione è tanto più urgente perché c'è stata e forse c'è tuttora la tentazione in molti ambienti del cosiddetto "mondo cattolico" di aderire "di fatto" alla politica dello scambio anche nei confronti della DC (la si continua ad apprezzare in cambio di ...). Non è questo un rapporto corretto. Il rapporto corretto deve nascere dal ridefinire la nostra identità e su di essa reincontrare il mondo cattolico in termini di collaborazione mirata al benessere di tutti.
Il ricollegarci alla natura e all'identità "ispirata" significa tornare alle fonti, all'idea di un partito non cattolico, aconfessionale, a forte contenuto democratico, che si ispiri alla idealità cristiana, ma che non prenda la religione come elemento di differenziazione politica.
L'idea di De Gasperi era che la DC fosse un partito politico, capace, da un lato, di affermare il carattere "laico", non confessionale dello Stato, ma, dall'altro, di assicurare alla Chiesa le garanzie della legge e la piena libertà per lo svolgimento della sua missione, da cui lo Stato non poteva che trarre giovamento, poiché la Chiesa conservava ed alimentava "il fermento di fratellanza evangelica, principio essenziale della civiltà "; che fosse un partito capace di promuovere la giustizia sociale, in una visione interclassista e dinamica della società; che fosse, infine, un partito popolare.
Questa "ispirazione" è peraltro valida anche nel dopo Concilio. Dice la Gaudium et spes: "Tutti i cristiani devono prendere scienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi devono essere di esempio, sviluppando in se stessi il senso bela responsabilità e la dedizione al bene comune".
"La politica - affermava Paolo VI - è una maniera esigente, benché non l'unica, di vivere l'impegno cristiano del servizio degli altri". In altre parole, l'ispirazione cristiana comporta uno "stile cristiano" di fare politica, che si fonda sul Vangelo e che il cristiano che s'impegna nell'attività politica non pub non far proprio.
Tale stile, in negativo, proibisce il ricorso a comportamenti disonesti e immorali; in positivo, lo stile cristiano di fare politica impone una scelta di vita austera; impone di esercitare il potere politico in spirito di servizio; impone infine la scelta preferenziale dei poveri e degli ultimi, si tratti delle classi più disagiate, degli anziani, dei disoccupati, delle minoranze etniche, degli immigrati di colore, dei popoli sottosviluppati.
Se lo "stile" personale è immutabile non altrettanto vale per gli indirizzi che qualificano l'ispirazione cristiana nel fare politica. Quali allora quelli di oggi, quando stiamo rapidamente muovendoci verso il terzo millennio?
Fermo restando che anche l'ispirazione è quella di sempre:
- l'amore per il prossimo oltre all'interesse individuale o di gruppo ed anche oltre lo "spirito di giustizia", come motore;
- la consapevolezza di avere un fine trascendente pur nell'impegno di rendere la città dell'uomo quanto più simile possibile alla città di Dio, come "regola";
- la crescita complessiva della società, come "obiettivo";
- il chiedere alla gente ciò che desidera piuttosto che presumere di saperlo, come "metodo";
sono da rilanciare indirizzi significativi circa i quali la "solidarietà" risulta l'elemento vivificante:
- il rispetto dell'uomo nella sua dignità di persona;
- la promozione del diritto alla vita, della libertà, della responsabilità, della solidarietà e della cultura;
- la lotta ai fattori alienanti della società moderna;
- la tutela delle vecchie e nuove povertà;
- la riconciliazione dell'uomo con l'ambiente;
- la costruzione di una pacifica società multietnica;
- il riscatto dei paesi e delle regioni più deboli nel quadro di va nuovo ordine politico ed economico mondiale;
il tutto assumendo l'Europa (e in essa quella comunitaria come nucleo fondante), quale strumento principale per un nuovo salto di civiltà a scala planetaria.
Se un incontro con il mondo cattolico, che sia rispettoso della sua autonomia, è possibile, lo è solo, dunque, incentrandolo sulla strada dei contenuti, senza volontà di egemonia, con grande capacità di ascolto e una sincera condivisione di valori e obiettivi.

On. Giovanni Goria
"Un ruolo moderno dell'agire politico"
(a cura di "Progetto Europa '92")
Marzo 1991

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