LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

IDEE SULLA DEMOCRAZIA CRISTIANA
Programma della DC ligure


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaÈ il programma della Dc ligure ed è opera di Paolo Emilio Taviani, leader democristiano della Resistenza nel Nord. Rispetto alle “Idee” elaborate a Roma da altri leader democristiani è rilevabile la marcata caratterizzazione sociale e l'insistenza sulla necessità di affrontare contemporaneamente ricostruzione e riforme. Il testo è stato scritto nell’estate del 1944.

La ricostruzione del Paese — distrutto dalla guerra ed esausto per le dilapidazioni fasciste — impone agli italiani problemi gravissimi, che possono venire risolti soltanto se si affrontano con vigorosa serietà e purezza di intenti. Inoltre la necessità di riforme sociali adeguate alle esigenze del progresso morale delle classi popolari e della tecnica, è, a sua volta, causa di problemi spinosi, che il contrasto degli interessi privati e di classe rende ancor più difficili di quelli stessi della ricostruzione.
Vana utopia sarebbe pretendere di risolvere in un primo tempo i problemi della ricostruzione, per rimandare a un secondo tempo quelli delle riforme sociali. Non è possibile ricostruire senza la concorde collaborazione di tutto il popolo, di tutte le classi; non è possibile la concordia fra le classi se non si corrisponde pienamente alla giusta aspirazione dei contadini e degli operai di partecipare alla vita nazionale, di essere immessi — non soltanto a parole — nella struttura dello Stato; non è possibile immettere le classi contadine e operaie nella vita dello Stato senza una serie di oculate e sagge riforme nel campo dell'organizzazione industriale, dell'ordinamento sindacale, della proprietà, del diritto successorio, ecc... (1).

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Del resto le riforme non sono che una parte, la parte più importante, della ricostruzione sociale. Perché non bisogna dimenticare che assai più rovinosa della colossale inflazione, dell'assoluta mancanza di oro, delle distruzioni di città, porti, industrie, campagne, è stata la diseducazione operata dalla dittatura fascista a danno di tutto il nostro popolo.
Insincerità e leggerezza, spacconate e vigliaccheria, arrivismo e presunzione costituiscono, da venti anni, l'abitudine e la regola di vita di buona parte degli italiani. La libera critica eliminata dalla vita pubblica e sostituita dall'adulazione servile; le cariche affidate a incompetenti; le promozioni scolastiche e i titoli accademici regalati alla vigilia della guerra per placare le velleità giovanili; il tifo sportivo solleticato per distrarre le passioni delle masse da sentimenti più nobili e profondi; il nazionalismo esasperato e ingrettito, materialisticamente e ingenuamente ridotto alla compiacenza di arraffare chilometri quadrati a qualsiasi costo; la propaganda giornalistica e radiofonica, oltreché menzognera, intessuta di fanfaronate e volgarità, volta a stuzzicare istinti di egoismo, di vendetta, di disprezzo per la virtù.
Di qui: la borghesia — colpita dai tre famosi mussoliniani « pugni allo stomaco » — economicamente e politicamente imbavagliata; la burocrazia avvilita e corrotta; l'esercito, privo di ideali, lustrato esteriormente, ma internamente smidollato da un formalismo anacronistico, diviso negli animi, svigorito con l'immissione forzata d'una massa di ufficiali inadatti e insofferenti della vita militare; la classe contadina privata di qualsiasi contatto effettivo con la vita della nazione; la classe operaia oppressa, spersonalizzata, conculcata nei suoi diritti morali e politici, accarezzata soltanto per mezzo di minestre, gite domenicali e partite di calcio: la biada che il carrettiere dà al cavallo da tiro; gli artigiani e i commercianti soffocati dall'impalcatura corporativa, che sulla carta avrebbe dovuto essere — ed era in gran parte — una bella sistemazione del problema sociale, ma nella realtà si dimostrò un insieme slegato d'interventi dittatoriali, d'impacci, di bardature funeste e perniciose (2); tutti i cittadini, in tutti i settori della vita sociale — politica, amministrativa, sindacale e persino culturale — privati di quel diritto e dovere della critica, che è il mezzo più efficace e fecondo per evitare tanti errori, raddrizzare tante storture, educare tanti ingegni brillanti, ma inesperti nell'arte del comando.
Questo il quadro dell'Italia, che bisogna cancellare, onde costituire un popolo nuovo, che solo può essere l'artefice d'una duratura ricostruzione materiale del Paese distrutto.

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La Democrazia Cristiana intende contribuire a questa immane opera di ricostruzione: il compito che essa si propone è riedificare, in una atmosfera di libertà e di sincerità, gli ordinamenti politici, giuridici ed economici sulla base dei principi sociali cattolici, e di educare politicamente gli italiani alla luce di questi principi.
La Democrazia Cristiana non è, come da taluni si dice, il partito dei cattolici, o il partito della Chiesa. Il Cattolicesimo non è partito; la Chiesa è universale.
La Democrazia Cristiana è il partito di quelli tra i cattolici — praticanti o non praticanti — che vedono e sentono la necessità di riordinare con forme nuove la vita sociale, sconvolta dai turbini di due guerre, dalla ventennale dittatura, dal sovversivismo incomposto; che sentono l'esigenza di una vita rinnovata nello spirito e nelle forme giuridiche; che ritengono impossibile nel tempo presente — nelle attuali condizioni della cultura e della tecnica — conciliare i valori cristiani più sacri — la dignità e indipendenza della personalità e l'eguaglianza morale di tutti i figli di Dio — con le forme conservatrici dell'economia liberalcapitalistica ottocentesca, se non addirittura con le forme politiche feudali e assolutistiche del Settecento. La Democrazia Cristiana, quindi, non può accogliere nelle sue fila i conservatori, anche se essi si proclamano e vogliono essere cattolici.
La Democrazia Cristiana è il partito di quelli fra i cattolici che ritengono essere la religione un lievito di tutta la vita, non una parte dell'attività umana, completamente separata dalla politica e dall'economia, non un'assicurazione sull'al di là. Il democratico cristiano non crede alla massima « Gli affari sono affari », e neppure a quella « La tecnica decide di tutto »; non crede che « il fine giustifichi i mezzi », e neppure alle formule della politica laicistica e dello Stato totalitario; non crede che la religiosità sia un fenomeno meramente soggettivo, che ogni singolo uomo regola da solo con Dio. E perciò la Democrazia Cristiana non può accogliere nelle sue fila coloro che, pure proclamandosi cattolici, ritengono di poter risolvere i problemi sociali e politici su di un piano puramente economico (materialismo storico marxistico) o anche su di un piano rigorosamente agnostico (liberalismo giolittiano). Il problema sociale è innanzitutto e soprattutto un problema di educazione; e l'educazione dell'uomo non può essere che l'educazione di tutto l'uomo, cioè al tempo stesso religiosa, politica, economica. Non è possibile istituire delle paratie stagne fra le varie attività d'una singola persona, né tra la sfera privata e quella sociale o pubblica.
Accanto ai suoi molti meriti il Partito Popolare Italiano ebbe un grave inconveniente: quello di raccogliere nelle sue file, uniti dall'ispirazione cattolica, i rappresentanti delle più disparate tendenze politico-sociali: i conservatori dell'estrema destra accanto ai riformatori collettivisti dell'estrema sinistra. Questo inconveniente non deve ripetersi: il partito democratico-cristiano ha da essere un movimento compatto, refrattario a ogni infiltrazione conservatrice o sovversiva; esso raccoglierà soltanto gli uomini affratellati da un comune grande ideale, e può scartare i filibustieri che nell'ambiguità dei programmi e nell'incertezza delle idee trovano più facile la via agli incarichi e agevole la scalata agli onori.

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Scartando il conservatorismo e il sovversivismo, la Democrazia Cristiana si autodefinisce movimento di centro? La posizione di centro può essere conveniente in particolari contingenze concrete; ma è anche pericolosa – perché troppo comoda e proclive alla fiacchezza – se si assume a principio informatore di tutto un movimento politico.
Si dice talvolta che la Democrazia Cristiana sia di sinistra. Ma su ciò è bene intendersi.
Che cosa significa sinistra? « Sinistra » significa estremismo, rivoluzione violenta secondo la massima che il fine giustifica i mezzi, fanatismo, rinnegamento delle tradizioni, significa insomma riporre l'Assoluto in qualche nuovo mito politico-sociale; in questo senso la Democrazia Cristiana non vuole essere di sinistra.
Ma « sinistra » significa anche progresso, riforme, ansia di rinnovamento e di miglioramento, evoluzione: in questo senso la Democrazia Cristiana vuole essere di sinistra. Essa vuole il progresso verso la meta della libertà e dell'uguaglianza umana; vuole le riforme economiche, giuridiche, politiche, che a questa meta possono condurre; vuole il rinnovamento dell'educazione e della formazione spirituale dei singoli e del popolo, sulla base di quel Verbo cristiano, che solo ha portato al mondo l'annuncio della vera, integrale rivoluzione: la rivoluzione dello spirito che quotidianamente si ribella alla materia e alle sue esigenze, e le domina, le soggioga, le dirige e disciplina. La Democrazia Cristiana vuole che il mondo sociale si evolva nelle sue istituzioni, seguendo le esigenze che scaturiscono dalla progressiva educazione del popolo e dallo sviluppo sempre nuovo della tecnica (3).
Perciò – nel concreto mondo contemporaneo – la Democrazia cristiana reclama:
I) la libertà e l'uguaglianza nei diritti civili e politici di tutti i cittadini, senza distinzione di razza, classe, partito;
II) la costituzione democratica dello Stato, premessa indispensabile al buon andamento della vita sociale, sicché ogni cittadino abbia il diritto e il dovere di partecipare alla vita pubblica, sia esprimendo il proprio parere sull'operato dei dirigenti, sia avendo la possibilità di adire ai posti di responsabilità e direzione;
III) l'immissione del proletariato industriale e agricolo nella vita politica dello Stato;
IV) la concessione alla donna di quella parità nei diritti morali e politici che le compete, come a persona altrettanto degna quanto l'uomo di essere libera ed eguale ai suoi simili (4);
V) il diritto al lavoro (5) e l'accesso del maggior numero possibile a quella piccola proprietà che dà un respiro economico alla persona umana e la rende anche moralmente e politicamente più libera e sicura;
VI) l'elevazione economica delle classi diseredate e la connessa limitazione delle ricchezze, affinché un abisso non divida la plutocrazia dalla miseria, affinché lo Stato non sia costituito, anziché da un popolo concorde, da una cricca di sfruttatori e da una massa di sfruttati; affinché, al posto della solidarietà umana, non vengano legalizzati, nei confini di una medesima nazione, la guerra economica, la truffa e l'egoismo sfrenato.
Onde attuare i princìpi fondamentali e generali sopraesposti, la Democrazia Cristiana propugna:
1) una costituzione politica rinnovata, tale da conciliare il regolare funzionamento di una rappresentanza parlamentare (su due camere: una politica e una sindacale) con l'indispensabile autorità dello Stato, così da ovviare agli inconvenienti verificatisi in Italia e in Francia negli ultimi anni del governo parlamentare, e prevenire efficacemente il formarsi di nuove dittature;
2) il suffragio universale, proporzionale, diretto, attuato ancor più integralmente che nel passato mediante la graduale estensione del voto alle donne;
3) il decentramento amministrativo: riconoscimento delle autonomie locali, potenziamento delle collettività intermedie fra l'individuo e lo Stato (regione, provincia, comune, sindacato, enti pubblici di beneficenza), istituzione della «regione» come organismo autonomo decentrato, particolarmente per le attività amministrative (scuole, strade, ecc.) ora distribuito provincialmente e per talune gestioni economiche socializzate (6);
4) il riconoscimento dell'iniziativa personale e della piccola proprietà, laddove quest'ultima sia frutto del lavoro e non mezzo di sfruttamento del lavoro, e l'iniziativa sia mezzo di potenziamento della persona umana e non mezzo di soffocamento delle iniziative di persone concorrenti;
5) la disciplina delle libertà economiche mediante una saggia pianificazione dell'economia;
6) una riforma del diritto di proprietà (7), che limiti fortemente la possibile estensione dei patrimoni immobiliari, che renda nominativa la proprietà dei titoli azionari;
7) una riforma del diritto successorio che, pur rispettando il vincolo familiare diretto, impedisca il tramandarsi e il radicarsi delle forti diseguaglianze economiche;
8) una riforma scolastica, per cui una selezione severa adduca effettivamente i più intelligenti e capaci, e non i figli dei ricchi, ai posti di comando;
9) il riconoscimento dei diritti sindacali a tutti i lavoratori, e la tutela della libera rappresentanza sindacale (eletta, all'interno d'un sindacato unico organo di diritto pubblico, con votazione segreta di tutti gli interessati) (8);
10) il rinnovamento, su basi più ampie e autonome, del sistema di assicurazione e previdenza per tutte le classi lavoratrici;
11) una notevole semplificazione del sistema delle imposte, con riduzione di molte imposte indirette e maggiore applicazione del principio della progressività;
12) la revisione di tutto il sistema dei compensi delle classi impiegatizie: abolizione degli stipendi astronomici, notevole aumento degli assegni familiari – oggi irrisori – più snella adeguazione degli stipendi al costo della vita;
13) il riesame dello stato giuridico ed economico di alcune classi di funzionari statali (specie magistrati e insegnanti) al fine di meglio garantirne l'indipendenza e di ricondurne l'ufficio a quella rigida imparzialità che si è andata corrompendo in periodo fascista;
14) l'elevazione del proletariato operaio a una sicurezza di impiego e di vita almeno pari a quella degli impiegati; proibizione di corrispondere compensi inferiori al minimo necessario al lavoratore e alla sua famiglia;
15) il riconoscimento del diritto del lavoratore industriale di avere suoi rappresentanti negli organi direttivi dell'azienda e, dove sia possibile, di partecipare agli utili dell'impresa (partecipazione al profitto) o alla sua proprietà (azionariato operaio) (9);
16) la socializzazione decentrata (10) della proprietà di imprese industriali, nei settori delicati per il servizio reso alla collettività, e nei casi in cui la proprietà privata porti con sé la possibilità che interessi privati di gruppi finanziari plutocratici s'inseriscano nell'ordinamento pianificatore dell'economia nazionale;
17) la tutela dell'autonomia economica del commercio e dell'artigianato;
18) la trasformazione del latifondo – dove è possibile – in piccole proprietà, oppure in piccole concessioni fatte dallo Stato o da enti collettivi intermedi ai contadini, e da questi liberamente e direttamente esercitate, oppure ancora in cooperative (di qui l'elevazione del bracciante a piccolo proprietario o a cooperatore);
19) la trasformazione selle affittanze agrarie in piccole proprietà;
20) la graduale trasformazione delle mezzadrie in proprietà dirette (11).
Nel campo della politica estera le recenti dolorose esperienze ci mostrano da un lato come molte delle cosiddette grandi potenze di qualche decennio fa non possano – perché prive di certe materie prime indispensabili e di una adeguata attrezzatura industriale – reggersi, neppure per breve tempo, in una competizione armata di fronte a quegli organismi statali che abbracciano ormai quasi interi continenti; d'altra parte la coscienza dei popoli, attraverso le inimmaginabili sofferenze di due guerre imperiali e nazionalistiche, si è elevata verso una maggiore comprensione dell'esigenza di superare il nazionalismo, coordinandolo – senza negarlo – in un più vasto concetto della comunità statale. E perciò si prospetta necessario il rinnovamento della suddivisione dei continenti in unità federative internazionali, che, senza misconoscere le libertà e le autonomie delle nazioni federate, possano meglio adempiere la loro missione attraverso una più vasta collaborazione di masse umane e un più ampio sfruttamento di territori e di materie prime (12). Anche in questo campo la Democrazia Cristiana ripudia qualsiasi gretto conservatorismo così d'interessi come d'ideologie, e guarda con fiducia alle forme nuove d'assetto politico, come alle più rispondenti alle esigenze del mondo contemporaneo.

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Ma non bisogna dimenticare che, accanto alle forme istituzionali e giuridiche – le quali devono gradualmente mutarsi ed evolversi secondo le esigenze della tecnica mutevole e della progrediente coscienza umana – rimangono i principi dell'ordine sociale, fissi, immutabili, durevoli, almeno finché dura l'uomo. Accanto al diritto positivo, che varia di tempo in tempo, resta fermo, attraverso i tempi, il diritto naturale, che la retta indagine, la ragione umana, la coscienza concorde dei buoni e la rivelazione dell'Antico e del Nuovo Testamento ci indicano nelle sue linee fondamentali. Ci sono istituti sociali, quali la famiglia e lo Stato, che non possono venire negati nelle loro linee essenziali, senza violare le sacre leggi della natura e di Dio. Ci sono diritti personali: il diritto di lavorare, il diritto di scegliere il proprio stato, il diritto di seguire la propria vocazione professionale, il diritto d'avere la prole, che non possono conculcarsi senza compiere un misfatto di fronte a Dio e di fronte agli uomini. Un movimento che volesse innovare, che credesse di progredire modificando l'essenza di questi istituti e di questi diritti potrebbe anche definirsi come movimento di sinistra, ma, anziché un'evoluzione, propugnerebbe l'involuzione della vita privata o sociale. Di fronte a movimenti che avessero pretese di questo genere, la Democrazia Cristiana si schiererebbe allora, e fieramente, alla destra: sorgerebbe a difendere la tra dizione contro il preteso innovamento.
E perciò la Democrazia Cristiana:
1) propugna la difesa dell'indissolubilità del matrimonio e la libertà dei singoli – maschi e femmine – alla scelta matrimoniale;
2) nega allo Stato e a chiunque il diritto di sterilizzare gli uomini o le donne e condanna qualsiasi legittimazione dei metodi anticoncezionali;
3) difende la morale pubblica contro la stampa pornografica, gli spettacoli corruttori, il meretricio favorito;
4) nega allo Stato il diritto di strappare i figli alla educazione della famiglia e propugna la libertà di insegnamento, disciplinata peraltro dalla concessione dei titoli mediante rigorosi esami di Stato;
5) nega allo Stato il diritto di privare una classe dei suoi cittadini – o per differenza di razza o di religione o d'altro – dei loro diritti sacri e fondamentali;
6) nega allo Stato e a una cricca dominante il diritto di considerare i cittadini come puri strumenti per il potenziamento imperialistico: come carne da cannone sul campo di battaglia o come materia di sfruttamento nell'officina.
La Democrazia Cristiana rifiuta perciò il totalitarismo statale, il capitalismo di Stato, le dittature di un uomo o d'una classe che non siano temporanee e causate da evidenti necessità d'ordine pubblico; d'altra parte la Democrazia Cristiana nega la possibilità di fare a meno dell'autorità, delle gerarchie, dell'ordine costituito dello Stato: rifiuta l'anarchismo, così quello romantico del Rousseau come il materialistico del Bakunin.
Infine la Democrazia Cristiana diffida e combatte qualsiasi pretesa protestante di limitare la religione a un mero rapporto privato tra il singolo e la Divinità; come qualsiasi altra manifestazione dello spirito; la religione non può ridursi al solo ambito privato, ma rientra essa pure, e in primissimo piano, nell'ambito sociale. L'uomo non è angelo: e i sentimenti coltivati nell'intimo della sua coscienza non possono non avere riflessi, relazioni di causa e di affetto con il mondo esteriore, con il mondo sociale. Di qui la necessità della Chiesa, dell'unione di tutti i cristiani in una comunità sociale. La Chiesa è istituzione di Dio. La Chiesa non è un'associazione come tutte le altre: è l'associazione soprannaturale delle anime. Perciò la Democrazia Cristiana sostiene il diritto della Chiesa Cattolica d'intervenire ovunque lo richieda l'esigenza della tutela delle anime e il rapporto fra queste e la Divinità: e ritiene che a mezzo di concordati, liberamente stabiliti e pattuiti, si debba regolare la questione non facile delle rispettive competenze e dei rapporti fra Chiesa e Stato, fra istituzioni ecclesiastiche e istituzioni statali (13).

Paolo Emilio Taviani
Genova, estate 1944
(tratto da: Civitas, Rivista di Studi Politici, Anno XXXV – Marzo-Aprile 1984)

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(1) Per Piero Barucci in questa analisi può ben essere riassunto « Il comune sentire dei maggiori partiti politici » sul tema delle riforme, che dominava ogni dibattito sulla ricostruzione (P. BARUCCI, Il dibattito sulla « Costituzione economica », in Democrazia cristiana e Costituente, a cura di G. ROSSINI, vol. II, Il progetto democratico cristiano e le altre proposte, Cinque Lune, Roma 1980, p. 690). Superando il diffuso moderatismo e contro ogni ipotesi di rinvio e ogni disegno di conservazione, viene qui precisato che ricostruzione e giustizia sociale (riforme) dovranno procedere insieme e, anzi, la ricostruzione sarà una occasione per estendere la partecipazione popolare al governo della cosa pubblica.
(2) Nel quadro impietoso dei mali della società italiana dopo vent'anni di fascismo, la critica al sistema corporativo è netta. Ciò risponde al pensiero economico-sociale di Paolo Emilio Taviani, che ben presto raggiunse la convinzione che il corporativismo fascista reggeva non soprattutto, ma soltanto, sulla dittatura e sul partito unico. Senza queste condizioni non sarebbe quindi possibile attuare nell'economia contemporanea alcun sistema corporativo, né del genere medievale, come nel tipico caso di Firenze, e neppure del genere dottrinale dei cattolico-sociali di fine Ottocento o di taluni corporativisti utopistici degli anni trenta (Rossoni, Arias).
Tali concetti furono espressi, ancor prima della caduta del fascismo nel volume Prospettive sociali (la cui prima edizione fu licenziata alle stampe il 24 giugno 1943). Senza mezzi termini il volume tratta, in particolare, del superamento dell'illusione, o della pretesa, di risolvere la questione sociale con sistemi economici come il corporativismo, il cooperativismo, il partecipazionismo. Riferendosi agli Stati autoritari corporativi (Italia, Portogallo, Brasile), Taviani osserva che: « Qui la libertà d'associazione sindacale non esiste di fatto, se pure qualche volta è giuridicamente proclamata. D'altra parte lo Stato s'incarica direttamente di tutelare, vigilare e dirigere un'organizzazione sindacale, o, comunque, corporativa: partecipa agli organi di questa organizzazione il sigillo della sua autorità e, attraverso a essa, non solo elimina i conflitti del lavoro, e ne regola gli inevitabili contrasti, ma anche interviene fin nell'intimo del processo economico. […] In pratica, ciò che li contraddistingue [i regimi corporativi) dai regimi a sindacato libero, non è tanto la mancanza della libertà di associazione, quanto i criteri adottati nella scelta delle gerarchie sindacali e corporative, in una parola dei rappresentanti delle categorie tutelate e dei direttori del processo economico nazionale. Tali rappresentanti, in concreto, non sono quasi mai eletti dal basso, ma vengono nominati dall'autorità superiore, e, in ultima analisi, dall'autorità politica. Qui sta la caratteristica autoritaria, antidemocratica, di questi regimi » (P. E. TAVIANI, Prospettive sociali, Propaganda libraria, Milano 1944, p. 71). Nella seconda edizione del volume, pubblicata nell'ottobre 1945, l'autore perfeziona il suo pensiero e tende a dimostrare che non soltanto le esperienze reali, ma la concezione stessa del corporativismo implica uno stretto e condizionante legame con un regime politico dittatoriale. (Cfr. P. E. TAVIANI, Prospettive sociali, 2° ediz., Propaganda libraria, Milano 1945, pp. 105-117).
(3) In questa parte è delineato con precisione che cosa vuole la Democrazia cristiana, a chi intende rivolgersi e la collocazione politica del partito (« Ma ‘sinistra' significa anche progresso, riforme, ansia di rinnovamento e di miglioramento, evoluzione: in questo senso la Democrazia cristiana vuole essere di sinistra »).
Taviani aveva già richiamato l'attenzione sul fatto che di fronte al problema sociale la posizione di molti cattolici (avanzati o conservatori) era comunque inadeguata e osservato che: « Oggi, socialmente, la situazione è ancora fluida e il pericolo non è del tutto scongiurato di vedere dei cattolici tardivi o ignavi » (La Chiesa e il problema operaio, in L'operaio ligure, 14 febbraio 1943, p. 1); ma qui va oltre dichiarando che per far parte del partito non basta — come nell'esperienza del Ppi — la comune ispirazione cattolica e che la Dc non può accogliere nelle proprie file coloro i quali ritengono di poter risolvere i problemi economici in termini marxisti o liberisti. In ultima analisi queste posizioni lasciano aperta la possibilità al pluralismo politico dei cattolici italiani, del quale l'uomo politico genovese era già da allora convinto assertore come si desume dal suo volume: Principi cristiani e metodo democratico, 2° ediz., Le Monnier, Firenze 1972, p. 35.
(4) In termini così espliciti la richiesta compare per la prima volta in un programma della Dc.
(5) Per il Codice sociale di Malines il diritto ‘del’ lavoro discende dall'obbligo di lavorare imposto a ciascun uomo e non è da confondersi con il ‘diritto al lavoro’, concetto condannato in quanto « consiste nel preteso diritto dell'individuo senza lavoro di rivolgersi allo Stato per esigere un'occupazione remuneratrice e un salario » (art. 88). Qui le posizioni sono molto più avanzate e in linea con l'art. 55 del Codice di Camaldoli e, più in generale, con la posizione espressa nei programmi della Dc dell'Alta Italia. Posizione ripresa da De Gasperi, in un documento successivo alle Idee ricostruttive, dove si precisava che: « Dall'universale riconoscimento del diritto al lavoro... deriva che il compito primario della politica economica deve essere quello di garantire a tutti la possibilità del lavoro » (A. DE GASPERI, La parola dei democratici cristiani, ora in G. DE ROSA, I partiti politici in Italia, Minerva Italica, Bergamo 1980, p. 522).
Al diritto di lavorare è dedicato il I capitolo del citato volume Prospettive sociali, 1° ediz., pp. 11-21 e il Discorso inaugurale sulle riforme sociali tenuto da P. E. Taviani presso l'Università Popolare di Genova l’11 settembre 1945, resoconto dattiloscritto in Archivio di Stato di Genova, Fondo Cln, busta n. 5 (Dc).
(6) Avverte Ada Ferrari che « Quest'ultimo accenno ravvisa dunque chiaramente nella regione un terreno per la sperimentazione di nuovi rapporti fra capitale e lavoro tali da superate il dilemma classico liberismo-interventismo » (A. FERRARI, L'autonomia regionale itinerario di un’idea, ed. Civitas, Roma 1982, p. 41). Il Codice di Camaldoli, non parla di « regione come organismo autonomo decentrato », pur impostando sul decentramento i capitoli relativi all'intervento dello Stato nell'economia e all'azienda pubblica.
(7) Il tema è particolarmente caro all'autore delle Idee sulla Democrazia cristiana, che poco tempo dopo lo svilupperà diffusamente in una pubblicazione monografica (P. E. TAVIANI, La proprietà, Studium, Roma 1946). Si tratta di una serie di meditazioni sul tema della proprietà, che, muovendosi nella linea della dottrina sociale della Chiesa e ricercando particolarmente nel magistero di Pio XII le loro premesse, sono raccolte attorno a tre fili conduttori: realtà, princìpi, prospettive. Dopo una critica verso ogni soluzione di stampo marxista, oltre che verso l'esperienza sovietica, Taviani nella terza parte del volume mette in luce gli inconvenienti del sistema capitalistico, prospettando, tra l'altro, l'ipotesi di limitare i diritti del proprietario per quei capitali che non vengono utilizzati direttamente dai proprietari stessi. Sempre Taviani, il 25 settembre 1946, in sede di Assemblea Costituente, quale relatore nella III Sottocommissione, partendo dalla premessa che « la base individualistica va superata affermando che la società ha il diritto di regolare i rapporti, allo scopo di garantire quelle che sono le funzioni del diritto di proprietà », proponeva che « la società può indirizzare la proprietà a rispondere alla sua funzione sociale » (La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori della Assemblea Costituente, Camera dei Deputati, Roma 1971, vol. VIII, pp. 2139-2140; sulle vicende del dibattito, si veda: M FALCIATORE, Costituente e Costituzione: la proprietà, in «Civitas», XXIX (1978), febbraio-marzo, pp. 43 sgg.). Questi interventi non passarono certo sotto silenzio e non mancarono le critiche provenienti da settori conservatori del mondo cattolico. Recensendo il volume per «La Civiltà Cattolica», padre Brucculeri scorgeva nella prospettiva avanzata da Taviani la via che avrebbe potuto portare alla « proprietà nazionale » e, pertanto, a una « permanente minaccia per la libertà, una radice sempre vegeta donde pullula il capitalismo di Stato, una tentazione assai grave per caporioni politici senza scrupoli o avventurieri orgogliosi, pronti a tutto osare per dar corpo ai sogni pazzeschi della propria immaginazione » (A. BRUCCULERI, La proprietà, in «La Civiltà Cattolica», 18 gennaio 1947, p. 146). Inoltre mons. Antonio Lanza, arcivescovo di Reggio Calabria e già vice-assistente centrale dei Laureati Cattolici, « parlerà di un ‘caso Taviani’ e il costituente democristiano verrà denunciato tre volte al S. Uffizio per le sue posizioni troppo avanzate» (A. GIOVAGNOLI, Le organizzazioni di massa d'Azione Cattolica, in Cultura politica e partiti nell'età della Costituente, a cura di R. RUFFILLI, t. I, L'area liberal-democratica. Il mondo cattolico e la Democrazia cristiana, Il Mulino, Bologna 1979, p. 355).
(8) Il tema della libera rappresentanza sindacale era già stato affrontato pubblicamente dall'autore nel periodo badogliano. Cfr. P. E. TAVIANI, Sindacato unito e libertà sindacale, in L'Avvenire d'Italia, 2 settembre 1943.
(9) La rivendicazione dell'azionariato operaio fu un punto classico del programma del cattolicesimo sociale, che compare ancora nella Quadragesimo anno di Pio XI.
Affermando il diritto del lavoratore industriale di partecipare agli utili dell'impresa (partecipazione al profitto) o alla sua proprietà (azionariato operaio), Taviani qui non si distacca del tutto dalla dottrina tradizionale della Chiesa, ma introduce quel ‘dove sia possibile’ che indica una posizione di maggiore prudenza e che costituisce una concessione ad alcuni ex popolari che con lui furono attivi esponenti della guerra partigiana in Liguria (Achille Pellizzari, Romolo Palenzona, Giulio Marchi, Enrico Raimondo).
Taviani fu ben più critico nei confronti delle ipotesi di azionariato operaio e di partecipazione al profitto, nel volume Prospettive sociali (cit., 1a ediz., capitolo II: Soluzioni che non risolvono), in cui osserva « che il sistema partecipazionistico, laddove è stato applicato, ha avuto un solo merito: quello di stimolare la produzione delle aziende che l'anno adottato: è riuscito insomma ad aumentare i vantaggi della classe capitalistica, e non ha risolto il problema dell'accorciamento delle distanze sociali, né quello della regolamentazione dei rapporti di lavoro » (p. 29).
Inoltre il leader della Dc ligure collaborò proprio su questo punto con Sergio Paronetto al Codice di Camaldoli, che ha segnato il superamento delle concezioni economiche vetero-cattoliche, espresse ancora nell'art. 115 del Codice sociale di Malines, richiamando l'attenzione sul fatto che, senza l'intervento dello Stato sull'economia, con cooperative e partecipazione al profitto ci si illudeva di risolvere non soltanto la questione operaia, ma addirittura la questione sociale. I testi, ampiamente annotati, dei Codici di Malines e di Camaldoli sono ora raccolti in «Civitas», XXXIII (1982), n. 1-2. Sulla stessa linea e in contatto con Paronetto e con il giovane professore ligure, era anche Pasquale Saraceno, che in un saggio del 1943, tra l'altro scrive va che « In sostanza la partecipazione dei lavoratori al governo e agli utili aziendali dà vantaggi esigui o addirittura illusori ai lavoratori stessi » (P. SARACENO, L'industriale di fronte al Messaggio Pontificio, in « Rivista internazionale di Scienze sociali », LI (1943), fasc. VI, pp. 328-331).
(10) Degno di rilievo è il collegamento tra regolazione dell'economia anche attraverso una parziale socializzazione e decentramento sul piano politico amministrativo. Il tema è sviluppato in P. E. TAVIANI, Prospettive sociali, cit., 1° ediz., pp. 129-141; 2° ediz., pp 138-147; Id., La proprietà, cit., pp. 135.142.
(11) La parte economico-sociale i senz'altro la più originale dell'intero programma. Abbandonata l'insistenza sulle esperienze di partecipazione aziendale (ritenute superate, inefficaci e legate al sopravvivere di strascichi del vecchio corporativismo cattolico), « nell'orientamento sociale dell'economia » viene individuata quella ‘terza via’, capace di superare il dilemma economia liberista - economia socialista. « Si tratta in sostanza – come ebbe a scrivere di recente Maria Ferrari Aggradi – dell'accettazione piena e della giusta valorizzazione della ‘funzione delle partecipazioni statali’ » (M. FERRARI AGGRADI, Origini e sviluppo dell'impresa pubblica in Italia, in «Civitas», XXXIII (1982), settembre-ottobre, p. 14).
(12) Al contrario del Codice di Camaldoli, dove manca qualsiasi accenno a ogni prospettiva di unificazione europea – tanto che si è tra l'altro ipotizzato che nella stesura finale della parte riguardante i rapporti internazionali (oltre alla particolare congiuntura) abbiano prevalso quei lettori che « considerarono troppo limitativo l'ideale dell'unità europea » (I Codici di Malines e di Camaldoli, in «Civitas», cit., p. 156, nt. 12) –, Taviani anticipa la tesi dell'insufficienza nel mondo contemporaneo della realtà nazionale, auspicando « un più vasto concetto della comunità statale ». Questi concetti verranno poi ampiamente considerati nel volume Solidarietà atlantica e Comunità europea, Le Monnier, Firenze, 1° ediz. 1954, 5= ediz. 1967.
(13) Per la parte relativa ai rapporti tra Stato e Chiesa l'autore si consultò con Lazzaro Maria de Bernardis, docente dell'Università di Genova, che svilupperà questo tema in uno degli incontri culturali clandestini promossi dalla Democrazia cristiana ligure. (Cfr. Valutazione storica della Conciliazione, in Archivio dell'Istituto storico della Resistenza in Liguria, AP/D 3 DC).

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