LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

L'INSURREZIONE DI GENOVA 23-25 APRILE 1945


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaIl Comitato di Liberazione Nazionale Ligure

Il Comitato di Liberazione Nazionale si è costituito a Genova il 27 luglio 1943.
Vi partecipavano i rappresentanti del Partito d'Azione, del Partito Socialista, della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista, a cui tosto si unirono anche i rappresentanti del Partito Liberale. Nel maggio del 1944 entrò a far parte del C.L.N. anche il Partito Repubblicano.
Durante i 45 giorni badogliani, l'attività del C.L.N. di Genova fu volta soprattutto a far giungere al governo di Roma la voce del popolo ligure, che chiedeva una più efficace epurazione del fascismo e una immediata cessazione delle ostilità con le Nazioni Unite.
Il C.L.N. di Genova prevedeva che la situazione non sarebbe stata facile al momento dell'armistizio, e per questo propugnava, appunto in una seduta del 7 settembre, che il popolo fosse chiamato a difendere la città contro la prevista occupazione tedesca. Le truppe naziste, infatti, durante il periodo badogliano, si erano collocate nei punti strategici più importanti, sulle alture che circondano Genova, e avevano occupato le posizioni migliori del porto.

L'8 settembre

Giunse, la sera dell'8 settembre, la notizia dell'armistizio. Il Comitato si poneva a disposizione del prefetto Letta per qualsiasi evenienza; la mattina del 9, i membri del C.L.N. si recavano personalmente all'albergo Bristol dal prefetto, ma ormai non c'era più nulla da fare. Gli avvenimenti precipitavano. I reparti germanici sfilavano cantando in via XX Settembre, mentre lunghi convogli di autocarri, carichi di prigionieri dell'esercito regio, si avvisavano ai campi di concentramento.
Nella notte fra l'8 e il 9 settembre, i tedeschi si erano impadroniti della città, del porto e delle alture circostanti. Mentre i tedeschi mettevano in atto i loro piani, da gran tempo predisposti, i nostri soldati, senza alcuna consegna, bighellonavano sino a tarda sera in libera uscita. Facile riusciva ai germanici disarmarli e catturarli. Il popolo diseducato e impreparato, anziché combattere, si era abbandonato a intempestive manifestazioni di gioia. Cominciava un triste periodo della nostra storia. Triste, ma non disonorante, perché accanto all'oppressione nazista, ai tradimenti di pochi fanatici e di qualche incosciente, alla vigliaccheria e alla debolezza di alcuni, si deve contare all'attivo di questo periodo la magnifica opera che, all'ombra della cospirazione, hanno compiuto le più belle menti e i più bei cuori di Genova e della Liguria tutta.

La cospirazione

Il Comitato di Liberazione Nazionale cominciò ad agire cospirativamente. Dalle case sinistrate alle sacrestie, ai conventi, poi negli alloggi privati di persone non sospette, nelle umili case di lontani sobborghi: per venti mesi il Comitato si radunò, due, tre volte la settimana, braccato dalla polizia, dalle S.S., dai fascisti; sorvegliato e protetto da uomini fidi - ex carabinieri, operai, giovani studenti inquadrati nelle squadre di città; servito - per l'opera di segreteria e per i collegamenti - da tre sole persone: una signorina abile e coraggiosa fungeva da stenografa; un'altra signorina, dall'aspetto sereno e insospettabile, teneva i collegamenti; e un giovane di 25 anni sopportava, con abnegazione eroica, quasi tutto il peso e il rischio dell'organizzazione delle adunanze e della segreteria.
Volta a volta, quasi tutti i membri del C.L.N. furono rintracciati dalla polizia e dalle S.S. Uno, l'avvocato Lanfranco, fu deportato e ucciso; altri furono deportati, altri arrestati, tutti ricercati. Dei presenti l'8 settembre, soltanto l'autore di queste pagine e l'avvocato Errico Martino, nominato prefetto della provincia di Genova immediatamente dopo la Liberazione, ebbero la ventura di poter continuare la loro opera, sia pure attraverso difficoltà inimmaginabili, fino al momento dell'insurrezione finale.
Troppo lungo sarebbe tracciare la storia dell'attività svolta nella città di Genova e in Liguria durante il periodo cospirativo. Basti accennare a un riuscito sciopero dei tram nel dicembre '43; alla propaganda svolta a mezzo della stampa, prima, e poi, dopo la fucilazione dello stampatore Giovanni Bertora, a mezzo di materiale ciclostilato; all'organizzazione delle squadre cittadine e delle divisioni partigiane, prima direttamente dipendenti dai Partiti e dal Comitato, poi coordinate in un Comando Militare Regionale Ligure, di cui fu comandante il generale Cesare Rossi, e, dopo il suo arresto, che doveva concludersi nella tragica morte, il generale Enrico Martinengo.
Al momento della vittoria finale, dipendevano da questo comando 15.000 uomini, bene equipaggiati e armati, ripartiti in quattro zone su tutta la cresta appenninica ligure. Il Comando della 6° zona che, pure spostandosi continuamente, aveva sempre gravitato attorno al massiccio dell'Antola, era il più vicino alla città di Genova, e gli competevano perciò il grave compito e l'onore di coordinare la preparazione militare con l'insurrezione cittadina. Comandava la 6° zona il colonnello Miro - adusato alla guerra partigiana - e ne era vice comandante Canevari (avv. Lasagna) - riparato sui monti dalla città, nonostante i suoi non più verdi anni e le sue abitudini signorili.

I partigiani

La storia della vita partigiana non può essere trattata in queste poche pagine: fu storia di eroismi e di sacrifici, di rastrellamenti feroci, di assalti, di colpi di mano, di azioni intrepide e gagliarde. Fu la storia di sofferenze inaudite, specialmente durante i due freddi inverni, finché - e questo avvenne solo nel gennaio 1945 - non fu paracadutata nella 6° zona una missione anglo-americana, che fece pervenire le armi e gli equipaggiamenti. Allora l'esercito partigiano si trasformò nell'aspetto, pur conservando lo spirito di sempre: quello dei Laghi del Gorzente, allorché nella primavera del '44 più di cento uomini venivano uccisi e una intera brigata, lacera e male armata, fu sopraffatta dalla concentrica azione di migliaia di tedeschi e fascisti, forti di carri armati, lanciabombe e aeroplani; quello del primo sparuto gruppo che, attorno a un tenente degli alpini, che doveva poi diventare il leggendario Bisagno, si era costituito, fin dall'8 settembre, sui monti di Barbagelata e di Fontanigorda.
Mentre i partigiani combattevano sui monti, in città si lavorava in mezzo a difficoltà di ogni sorta, per aiutarli, alimentarli, equipaggiarli e provvederli di denaro. Al tempo stesso, si preparava, moralmente e materialmente, il popolo alla resistenza attiva e all'insurrezione.
Accanto al Comitato di Liberazione centrale una pleiade di Comitati di comune, di delegazione, di rione, di azienda, sorse, poco a poco, attraverso i lunghi mesi della cospirazione. I partiti svolgevano un'opera di fattiva propaganda, di ricerca di fondi, di assistenza alle vittime politiche. Attraverso mille vie, la voce del C.L.N. per la Liguria - che si considerava unico governo legittimo - giungeva a tutti i ceti sociali; sicché, nell'aprile del '45, quando i tempi erano ormai maturi per l'insurrezione finale, il popolo genovese e ligure si trovava con una ben diversa preparazione di quanto non possedesse l'8 settembre.

Il riscatto della Resistenza

E ben diversi furono i frutti. L'insurrezione di Genova ha riscattato l'infausto 8 settembre.
Essa costituisce l'unico episodio della seconda guerra mondiale, considerata in tutti i suoi vari fronti, in cui un corpo di esercito, forte e organizzato, si è arreso dinanzi agli insorti. È stato, senza dubbio alcuno, l'episodio più significativo nella liberazione dell'Italia settentrionale. Gli Alleati lo hanno riconosciuto; un obiettivo esame dei fatti lo dimostra.
Genova era, ed è, una piazzaforte. Effettivi tedeschi, paragonabili a una divisione, erano stanziati nella cinta della Grande Genova e nelle immediate vicinanze; nel porto e a Nervi erano forti reparti della marina germanica oltre a reparti repubblichini; sulle alture: batterie di cannoni leggeri, pesanti e pesantissimi, provviste di abbondanti munizioni.
Le truppe tedesche, nell'aprile, erano ancora bene armate e, per quanto lo spirito non fosse più quello degli anni trascorsi, i loro ufficiali non concepivano neppure la possibilità di dover scendere a patti con dei borghesi e dei popolani in armi.
Invece fu questo il risultato a cui si giunse, dopo due giornate di vivacissima lotta. La sera del lunedì 23 aprile, le autorità fasciste fuggivano dalla città. Il generale germanico Meinhold faceva sapere al Cardinale Arcivescovo Boetto che le truppe tedesche avrebbero abbandonato la città e la provincia in quattro giorni, che non l'avrebbero distrutta, se non in qualche impianto bellico, purché avessero potuto attuare indisturbati i loro movimenti.
Avvertito dal Vescovo coadiutore Mons. Siri di tale comunicazione, io gli feci subito presente che il Comitato di Liberazione non avrebbe potuto accettare alcuna formula di trattative con i tedeschi, poiché troppi esempi scottanti si avevano della malafede nazista.

La riunione decisiva del C.L.N.

I componenti del C.L.N. tenevano nel portafoglio un'immagine sacra in una busta sigillata.
Toccava a me il turno della presidenza, diedi a Zavetti l'incarico di passar parola: - Aprire la busta.
L'immagine era di San Nicola. Gli è dedicata una chiesa nella Genova alta. Nell'istituto, che sta accanto, il C.L.N. si radunò.
Le nove della sera del 23 aprile.
Riferii subito in apertura di seduta che il Comando germanico aveva fatto sapere - attraverso il Vescovo Siri - d'esser disposto a non distruggere gli impianti, se il C.L.N. si fosse impegnato a quattro giorni di tregua.
Come ci si poteva fidare? C'erano state proposte simili anche a Roma, il 9 settembre del '43, con le ben note conseguenze. E c'erano state situazioni simili nell'estate del '44, gli eccidi di San Terenzio Bárdine e delle Fosse del Frigido sul fronte tirrenico della Gotica nei pressi di Carrara.
Dopo breve discussione, fu deciso di rifiutare ogni trattativa. Mancava però l'accordo sui tempi dell'insurrezione.
Immediatamente o aspettare? Sul dilemma il dialogo si fece subito serrato; la problematica, irta di contrasti, si sviluppò con accenti polemici e duri; rasentò il rischio di un'irrimediabile spaccatura.
- Insorgere contro i tedeschi? Certo, il nostro lavoro di tanti mesi è stato condotto a questo fine. Ma in quale momento? Sono già in moto i partigiani dei monti? C'è la possibilità concreta di salvare almeno il porto?

Gli incubi del fronte sul Po e di Varsavia

- Ma vi rendete conto che dipende da ciò che farà Genova se la guerra in Italia durerà ancora dei mesi? Ce l'ha detto Stuart giovedì scorso, ma non c'era bisogno che lo dicesse lui. Sappiamo bene che il piano Kesselring prevede un'ultima difesa sul Po. È già pronto da tempo. Se la divisione tedesca che sta fra Genova e Busalla ripiega tranquillamente, le divisioni tedesche della linea gotica ripiegheranno altrettanto tranquille per l'Aurelia, attraverseranno la città o i dintorni (hanno già costruito apposta alcune strade) e tranquillamente valicheranno i Giovi ... Se li lasciamo fare, la linea del Po sarà loro garantita. I tedeschi li conoscete, gli alleati pure. Avete visto con quanta prudenza hanno risalito la penisola. Se ne andranno dal Po non prima dell'estate. Altre decine di migliaia di morti come sulla Gotica dell'Adriatico e decine di migliaia di nostri partigiani! Centinaia di città e di paesi distrutti: tutta la riva destra del Po subirà la sorte della Romagna dell'inverno scorso. L'insurrezione è un rischio, un rischio per noi e tutti i nostri; ve la prendete la responsabilità, per risparmiare un certo numero di vite umane, di sacrificarne centomila?
- Un certo numero, dici tu. Sarà una strage! Distruggeranno tutta Genova, non soltanto il porto. Cadranno tedeschi e partigiani ma anche migliaia di cittadini inermi.
- Sei catastrofico. E perché non vedi la catastrofe alternativa: tutta l'Italia del Nord in fiamme per altri mesi?
- Ma il rischio immediato è, sì o no, enorme?
- È dal 9 settembre di due anni fa che rischiamo e provochiamo rischi per noi, per le nostre famiglie e per tanti altri che neppure lo sanno...
- Dunque due sono le ipotesi. Primo: l'insurrezione. O siamo pronti a farla, o non la facciamo, non possiamo proclamarci governo davanti alla popolazione, finché non ne assumiamo il comando e la responsabilità. Secondo: l'armistizio. Lo fanno supporre le notizie fornite da Monsignor Siri e l'esodo delle forze da Genova. Ci assicurano pure che in questura e in prefettura non ci sarà resistenza; bisogna avvertire i reparti Sap che nei due enti non troverebbero resistenza.
- Finché il C.L.N. non prende in mano il potere non può dare ordini alla questura; può darli soltanto in forma minatoria, cospirativa.
- In conclusione?
- Ritengo che si debba dare subito l'ordine dell'insurrezione.
- Ritengo che non si debba dare subito. Dobbiamo avere la certezza che si siano mossi i partigiani della montagna. Altrimenti rischiamo di fare la fine di Varsavia!
Finalmente la parola era stata pronunciata. Lo spettro di Varsavia gravava sui capi partigiani: un'insurrezione prematura, soffocata nel sangue, e la responsabilità del massacro sulle spalle della Resistenza.
Sospesi la seduta.
Martino si avvicinò.
- Bisogna agire, oltretutto l'insurrezione si scatenerebbe egualmente. Lo stato d'animo dei ragazzi l'hai visto anche tu. Credi che stiano fermi? Dobbiamo deciderla, orientarla, dirigerla.
Cassiani Ingoni s'inserì nel dialogo: - Gli alleati non sono ancora entrati alla Spezia. È peggio di Varsavia. Là c'era soltanto un fiume di mezzo. Qui ci sono fra loro e noi cento chilometri di strada, e che strada, l'Aurelia!
Martino tagliò corto: - Però adesso il morale dei tedeschi è a pezzi e i repubblichini se la squagliano.
La seduta riprese.
- Di qui non si esce senza aver deciso. Siccome l'unanimità non c'è, si deliberi all'unanimità che per la questione in oggetto decideremo a maggioranza.
Suonò la mezzanotte.
Con quattro voti contro due il C.L.N. deliberò l'ordine dell'insurrezione.

Divampa l'insurrezione

Alle quattro del mattino i primi colpi di fucile. Subito dopo, le raffiche di mitraglia. Alle cinque, sempre più frequenti, i colpi di cannone e di mortaio.
Alle dieci, il palazzo del comune, la questura, le carceri di Marassi, i telefoni sono in mano del popolo in rivolta. Le Sap si sono moltiplicate. Ai predisposti quattro comandi di settore - Sestri Ponente, Val Polcevera, Genova Centro, Albaro Nervi - è un continuo affluire di nuove squadre che, lì per lì, si costituiscono con le armi tolte ai repubblichini.
Dei fascisti non rimaneva che la Decima Mas in porto. I tedeschi apparivano disposti all'estrema resistenza per mettere in atto, secondo i piani, il ripiegamento.
Abbattuti alcuni pali a traliccio, la circolazione ferroviaria, lungo la costa e verso il Piemonte, risultava interrotta e intralciava i movimenti delle truppe germaniche in ritirata. I ferrovieri avevano smontato alcune bielle e valvole delle locomotive per impedire, al momento critico, anche la trazione a vapore.
Nella notte, qualche colonna tedesca era riuscita a lasciare il centro della città, ma qui rimaneva ancora il grosso delle forze.
Durissima la battaglia al centro, in piazza De Ferrari: dove trecento tedeschi furono dispersi, 3 cannoni conquistati, esplosi due autocarri carichi di munizioni. I ragazzi delle squadre cittadine erano andati all'assalto contro i cannoni anticarro che sparavano con l'alzo a zero.
Sempre quella mattina, la banda di Raffe, un manovale di Pré, ripulì dai tedeschi la parte vecchia della città. Altro durissimo scontro alla sera contro una colonna superiore di forze, che cercava di aprirsi la via verso il Nord; la via fu sbarrata e i tedeschi dovettero rientrare nel porto, unendosi ai reparti di marina, che vi stavano asserragliati.
Episodi d'incredibile coraggio. In vico Casana un partigiano sparò gli ultimi colpi, quando già fegato e viscere stavano uscendo dal ventre squarciato.
Estrose azioni delle Sap tagliavano intanto la corrente elettrica e l'acqua ai presidii nemici, riuscendo a non disturbarne l'erogazione al resto della città e alle forze patriottiche.

La situazione, la mattina del 24 aprile

Gli abitati di Sestri Ponente, Cornigliano, Pontedecimo, Bolzanetto, Rivarolo, Quarto e Quinto erano, infatti, fin dal mattino del 24, in mano degli insorti, ma mancava la continuità territoriale fra le loro posizioni e quelle cittadine.
Il Comando Militare Regionale, secondo il piano da tempo prestabilito, pur non disponendo ancora delle forze partigiane, che erano lontane sui monti e avevano appena ricevuto l'ordine di raccogliersi per muovere verso la città, si preoccupava di stabilire questa continuità territoriale, e, con una tempestiva attuazione del proprio piano, riusciva, convogliando tutte le energie delle SAP di Sestri e di Voltri, a espugnare, la mattina del 25, la munita posizione di Castello Raggio, aprendo così la strada fra Sestri e Sampierdarena.
Nel frattempo gravi preoccupazioni erano sopraggiunte. Fin dalla mattina, il Comando aveva avuto sentore dell'esistenza d'un movimento antipartigiano, che si mascherava sotto la veste dei patrioti. Ne era a capo un certo tenente Pisano, già calciatore di una nota società sportiva genovese. Il Pisano, stabilita la propria sede nel Distretto Militare in Piazza della Vittoria, si serviva dei suoi uomini, camuffati da partigiani, per rubare e provocare il disordine entro le file dei patrioti. Nel pomeriggio, il Pisano giungeva persino ad arrestare alcuni membri dei Comitati di Liberazione di Azienda, a intralciare le comunicazioni, fermando le staffette del Comitato di Liberazione Nazionale, e reclutava molti elementi che, ignari, accorrevano a lui come a riti comandante patriota. Il Comando di Piazza reagì immediatamente a questa pericolosa quinta colonna. Il mattino del 25, il Pisano veniva arrestato e, condotto nell'appartamento di Via Privata Piaggio, dove risiedeva il Comando Piazza, poneva egli stesso fine alla sua vita - probabilmente nel vano tentativo di fuggire - gettandosi dalla finestra.
Ma non precediamo il corso degli eventi. Torniamo al 24 aprile, che è stata certo la giornata più drammatica che Genova abbia vissuto in questo scorcio di secolo. Durante le nostre puntate in città, avevamo constatato personalmente l'ardimento eccezionale dei patrioti e la loro decisione estrema: sapevamo - e i comandanti della piazza e di settore ce lo confermavano in ogni rapporto - di poter contare su di uno spirito altissimo.
Ma i compiti erano gravi. Con un'iniziativa, che, se pure arbitraria, riuscì, in fin dei conti, utile, le maestranze del Secolo XIX avevano fatto uscire il giornale con l'annuncio della liberazione e con decreti apocrifi del C.L.N., inventati lì per lì da un membro del Comitato del Porto. L'iniziativa era pericolosa, perché i funzionari della prefettura e della questura che, secondo i decreti apocrifi, sarebbero stati investiti del potere dal C.L.N., avrebbero potuto scatenare la reazione. Ciò, per fortuna, non avvenne, e il pubblico trasse dai titoli del giornale, inneggianti al Comitato, una ragione di incitamento alla lotta.

Il pomeriggio del 24

Dopo il tentativo del mattino, fallito in piazza De Ferrari, un'altra colonna tedesca cercò, nelle prime ore del pomeriggio, di abbandonare i Comandi di Castelletto e corso Carbonara. Attaccata dai patrioti, proprio davanti alla chiesa di San Nicola, la colonna riusciva a passare, ma doveva poi fermarsi sopra Principe, accontentandosi di ingrossare il nucleo, che già ivi resisteva.
Più tardi, alle 18, un capitano della Wehrmacht, bendato, veniva condotto al San Nicola dal presidio di Via Francesco Pozzo. Questo presidio, composto di 300 uomini, era tenuto in iscacco da un pugno di giovani universitari, una trentina o poco più, che avevano avuto, e avrebbero avuto tutto il giorno seguente, l'abilità di fingere una vastità di movimenti e d'appostamenti corrispondenti a forze di gran lunga superiori. L'ufficiale germanico veniva condotto in un'aula del liceo e, sbendato, dinanzi a quel piccolo gruppo di «borghesi» che eravamo noi, membri del Comitato, avanzò proposte di trattative. Chiedeva, per tutti i presIdi del levante, la libertà di transito attraverso la città sino ai Giovi: i tedeschi non avrebbero combattuto, se i nostri non avessero sparato. L'ufficiale fu trattato con molta cortesia. Pessi gli chiese perché i suoi non si arrendessero; egli non ammetteva neppure la possibilità di arrendersi a dei borghesi. Prima o poi, i sopravvissuti avrebbero pur dovuto arrendersi all'esercito americano, ma a dei «partisanen», a uomini che non avevano altro contrassegno che un fazzoletto rosso, biancorossoverde, azzurro, e talvolta neppure quello, a uomini in calzoni e giacchetta borghesi, con un'arma mal disposta a tracolla: questo non poteva entrare nell'ordine di idee di un ufficiale prussiano, nemmeno alla vigilia della definitiva sconfitta. Uscendo, il capitano disse all'unica donna che era nel nostro gruppo, la stenografa: - Padre morto, madre uccisa, tutto finito, anch'io finito -. In quel momento lo sentii fratello; e sentii che, al di sopra di tutto il sangue che, per colpa loro, si era sparso in ogni contrada d'Europa, e oggi si spargeva nelle vie della nostra città, c'era ancora un vincolo che univa il nostro popolo, tradito dall'ambizione d'un uomo e da un'illusione fallace, e il popolo di quell'ufficiale, infamato da una ideologia pagana e da un orgoglio pazzesco e suicida: il vincolo che unisce tutti gli uomini, e li fa tutti figli di mamma, carne della stessa carne, creature dello stesso Dio.
La nostra controproposta di resa con l'onore delle armi non fu accettata, e i presidi tedeschi di Genova orientale continuarono la resistenza.
Alle 20, il maggiore Arillo, comandante della X Mas, cerca di me al telefono (chi gli aveva dato il numero del Comitato?). Chiede l'onore delle armi e propone di interporsi per la resa delle forze tedesche del porto. L'onore delle armi non può venir concesso ad alcuna forza italiana fascista; e così nel porto si continua ancora a combattere.
Da Sampierdarena telefonano che i tedeschi hanno preso una ventina di donne e di bambini in ostaggio, e minacciano di ucciderli, se i patrioti non dànno la via libera. Dall'ospedale di Sampierdarena i medici mandano a dire che la situazione è insostenibile: i feriti aumentano di ora in ora; non ci sono più letti; i tedeschi premono da ogni lato. Sulla camionale del Polcevera ci sono sintomi che le colonne germaniche, bloccate nelle gallerie, vogliano sortire, poiché non possono più a lungo restare prive di acqua. Da Sturla telefonano che il ponte resiste a ogni costo, e non c'è modo di stabilire un contatto per via carrozzabile con le forze patriottiche di Quarto e di Quinto. A Principe la battaglia si riaccende violenta, e non s'intravede alcun segno d'indebolimento da parte nemica.

La notte fra il 24 e il 25 aprile

La sera del 24 si chiude in un'atmosfera di tragedia. A dire il vero, la guerriglia nel centro della città - che, volta a volta, aveva avuto come epicentri piazza De Ferrari, piazza Portello, Castelletto, Pré, San Nicola, piazza dei Grattacieli - si poteva dire terminata. Ma nuclei di resistenza nemici permanevano all'Istituto Idrografico della Marina, in piazza Principe, a Di Negro, in Albaro, in via Giordano Bruno; in mano nemica erano tutto il porto, il piazzale della Camionale, la fortezza di San Benigno e Belvedere; a ponente resistevano le pericolose batterie di Arenzano, nuclei di fanteria nel centro di Voltri, all'Ilva di Prà, nella munitissima Villa Raggio e a Coronata (queste due ultime posizioni sbarravano la strada fra la zona occidentale e la città); in Val Polcevera nuclei nemici presidiavano ancora alcune gallerie della camionale, e alcune alture a San Quirico e alla Murta; a levante i tedeschi difendevano strenuamente il ponte di Sturla, la Villa Eden di Nervi e le batterie pesanti di Monte Moro.
Se tutte queste forze, numerose e soprattutto bene armate, con diversi cannoni e moltissime mitragliatrici, avessero concertato un piano d'intesa e si fossero riunite; se le forze tedesche della campagna avessero combinato un'azione concentrica; se le forze provenienti dalla Spezia e dirette a Genova (grossi elementi di una divisione erano già segnalati a Chiavari) si fossero congiunte con i presìdi della città, avrebbero potuto schiacciare la rivolta in un bagno di sangue.
La situazione era ancora più tragica, per una precisa e categorica minaccia del generale Meinhold: aprire il fuoco su Genova con le batterie pesanti di Monte Moro e con quelle leggere del porto (1) qualora non si fossero lasciate evacuare in ordine le truppe tedesche.
Gli americani avevano appena raggiunto La Spezia, distanti dunque più di cento chilometri: cento chilometri della vecchia Aurelia, con i contrafforti del Bracco, delle Grazie e della Ruta, con oltre cinquecento curve e cinquanta ponti o viadotti. Le brigate partigiane dei monti sarebbero potute giungere in città nella migliore delle ipotesi non prima del pomeriggio seguente.
Fin dalla sera innanzi il Comitato era conscio del rischio che accadesse a Genova quel che era successo a Varsavia; ora se ne profilava un altro: che una ripresa tedesca riuscisse così sanguinosa come quella verificatasi, sia pure per poche ore, durante l'insurrezione di Parigi.
Adesso però - a differenza della sera prima - non c'era più il problema di fidarsi o meno della parola del nemico; adesso il Comitato poteva trattare in termini di forza: aveva nelle sue mani un numero cospicuo di prigionieri tedeschi, non meno di settecento. Qualcuno diceva addirittura mille. Perciò decide d'inviare una lettera-ultimatum al gen. Meinhold: porta il timbro del Comitato di Liberazione Liguria.
Nella notte, il prof. Romanzi parte per Savignone su di un'autoambulanza della Croce Rossa. Ha con sé la lettera del C.L.N. quella del cardinale Boetto (2).

La mattina del 25 aprile

Ore quattro del mattino, Gian Paolo Novara, Gianni Dagnino - della Brigata Patria - ritirano dalla sede del C.L.N. sten e bombe a mano e partono con l'ordine di conquistare l'altura di Granarolo, dove sta l'impianto della radio.
Alba del 25 aprile: riprende la battaglia, praticamente in tutta la città.
Ore nove: le Sap di Sestri, dopo ripetuti, sanguinosi attacchi, espugnano il Castello Raggio. Si stabilisce così il collegamento fra le delegazioni del Ponente e il centro cittadino.
Ore nove e trenta: si arrendono i presidii di Voltri e di Prà.
Ore nove e quarantacinque: si arrendono le batterie di Arenzano.
Fra le nove e trenta e le dieci e trenta: le Sap conquistano Piazza Acquaverde (ma non la Stazione Principe), le caserme di Sturla, l'ospedale di Rivarolo e alcuni punti di resistenza in Val Polcevera. Intanto il dottor Romanzi arriva a Savignone, consegna le due lettere al gen. Meinhold. Dopo un rapido esame della situazione, sulla base delle telefonate che giungono dalla città, il generale decide di recarsi a Genova per trattare la resa (3). Quale sede delle trattative viene scelta la residenza provvisoria del carri, Boetto e di mons. Siri, Villa Migone (San Fruttuoso).
Ore dodici: Dagnino e Novara comunicano che i giovani Enzo Martino e Gianni Baget Bozzo, a capo d'un pugno di ardimentosi, sfidando il fuoco incrociato delle batterie tedesche di Principe e di San Benigno, hanno raggiunto la stazione radio sull'altura di Granarolo. I mortai tedeschi del porto non riescono - per il gioco delle traiettorie - a battere la stazione, anche se ne tengono sotto tiro ogni via di accesso.
Ore tredici: le Sap espugnano, con gravissime perdite, il ponte di Sturla.
Ore tredici e trenta: il gen. Meinhold e i suoi accompagnatori, giunti con il professore Stefano in città, si rifugiano nella galleria della Lanterna. Quindi, scortati da due partigiani in motocicletta si recano a Villa Migone, dove si trova già il console tedesco Von Ertzdorf.
Ore diciassette: iniziano le trattative di resa. Rappresentano il C.L.N. l'operaio Remo Scappini e l'avvocato Martino, il maggiore Mauro Aloni e il dottor Savonetti.
Ore diciassette e trenta: un grosso contingente dei reparti acquartierati nel porto (i repubblichini della X Mas, i territoriali tedeschi, ma non i mortai della Marina germanica) si arrendono ai partigiani.
Ore diciotto: rimangono ancora in mano tedesca, oltre le postazioni dei mortai nel porto, la stazione Principe, l'altura di San Benigno, alcune piazze e strade in Albaro, l'albergo Eden di Nervi e Monte Moro con le sue batterie.
Ore diciannove: da Savona Carlo Russo telefona che anche là sono insorti: «Parecchi caduti, fra i quali il carissimo amico Ronzello, ma la città è ormai quasi interamente in mano nostra». Primo a entrarvi è stato Lelio Speranza con i suoi uomini.

La resa del Corpo d'Armata tedesco

Ore diciannove e trenta: firma, a villa Migone, dell'atto di resa dei tedeschi. Prevede l'entrata in vigore per le ore 9 del giorno successivo (26 aprile).
Prima che la resa venisse firmata si era fatta la conta dei militari tedeschi prigionieri degli insorti della città: 1.360. Numerosi altri sono stati e saranno catturati dai partigiani che stanno calando dalla montagna.
Ore ventiquattro e trenta: il colonnello Davidson, comandante in capo delle missioni alleate, giunge alla sede del C.L.N.. Su di un'Appia, impavido nel frastuono della guerriglia, lo ha portato Leo.
Giovedì 26 aprile. Ore quattro e trenta: mediante un parziale sblocco dei telefoni (in mano ai partigiani) il gen. Meinhold trasmette da Villa Migone l'ordine di resa dei presidii tedeschi che ancora resistono: il capitano della Marina germanica Berninghaus si oppone all'ordine del generale e ne dichiara in nome del Führer la condanna a morte.
Continueranno dunque a combattere i reparti di marina che da lui dipendono: i mortai del porto e quelli pesanti di Monte Moro.
Ore 7 circa: il colonnello aiutante di campo del gen. Meinhold si suicida a Villa Migone.
Ore 9: Superando lo sbarramento dei mortai del porto, riesco a raggiungere la stazione radio di Granarolo e dò l'annuncio ai genovesi e al mondo: «Genova è libera. Genova è libera: popolo genovese esulta! Per la prima volta nella storia di questa guerra un corpo d'esercito si è arreso dinanzi alle forze spontanee di un popolo: il popolo genovese».
Ore nove e quarantacinque: dalla radio, mi reco in prefettura per insediarvi l'avv. Errico Martino designato prefetto dal C.L.N. Liguria. Nell'anticamera dell'ufficio prefettizio incontro due ufficiali tedeschi che erano venuti ad annunciare ufficialmente la condanna a morte del gen. Meinhold e il bombardamento della città con i mortai del porto e di Monte Moro.
La risposta: - Abbiamo più di mille prigionieri. Non ci costringete a trattarli come criminali di guerra (4).

Gli ultimi disperati tentativi del nemico

Mezzogiorno del 26: giungono al C.L.N. notizie inquietanti. Due reggimenti germanici, in ritirata da La Spezia, hanno raggiunto Rapallo. Che cosa accadrà a Genova se riescono a stabilire i collegamenti con gli assediati di Monte Moro e del porto? Anche Genova, dunque, come Varsavia?
Non passa gran tempo che buone notizie sopraggiungono, scavalcano, alfine disperdono e annullano le cattive.
Fra le 13 e le 18; i partigiani della Cichero e della Pinan Cichero si attestano nei punti nevralgici della città; rinforzando o sostituendo i sapisti. Prendono possesso del centro; vincono le ultime resistenze della Marina tedesca in porto. Intanto altre forze partigiane della montagna tengono saldamente in mano i passi della Bocchetta, dei Giovi, della Scoffera e di Uscio: da qui scendono a bloccare la via Aurelia fra Rapallo e Nervi. Così la colonna tedesca proveniente dalla Spezia si frantuma, si assottiglia, si dissolve.
Ore 19: una schiera di 1.200 prigionieri tedeschi sfila per il centro cittadino, inquadrata dai partigiani in armi.

Genova interamente libera prima dell'arrivo degli Alleati

Gli avvenimenti precipitavano. Anche il presidio di via Giordano Bruno si arrendeva. La colonna tedesca, proveniente dalla Spezia, era battuta e fatta prigioniera dai partigiani calati da Uscio sulla litoranea. Le poche colonne tedesche, che erano riuscite, nella notte fra il 23 e il 24, a sortire dalla città, erano attanagliate e disperse sugli Appennini, prima di giungere nella Valle Padana.
Con la via libera dinanzi a loro, senza alcun intralcio di distruzione, le truppe americane coprivano, in due giorni, i 120 chilometri fra La Spezia e Genova, che i piani avevano previsto percorribili soltanto in 10-15 giorni.
La sera del 26, avanguardie americane giungevano a Nervi. Un ufficiale di accompagnamento italiano, che era con loro, mi disse poi che tutti avevano gli occhi stralunati ed erano rimasti come inebetiti dinanzi alla visione del primo tram in moto e delle case illuminate; per la prima volta una città liberata si presentava a loro nelle sue condizioni normali di vita.
La mattina del 27, il grosso delle truppe americane entrava in città. Il Generale Almond si recava a far visita al Comitato di Liberazione Nazionale, e dava testimonianza che Genova aveva compiuto cose prodigiose, che gli Alleati non avrebbero potuto non tenere nel debito conto nel loro giudizio sull'Italia.
Intanto, dinanzi alle squadre cittadine ancora in armi, cadeva l'ultimo presidio di San Benigno; mentre la batteria di Monte Moro - unico reparto superstite del grosso corpo d'esercito tedesco operante nella provincia di Genova - si arrendeva alle truppe americane.

Significato e valore dell'insurrezione di Genova

Così terminava l'insurrezione di Genova. Certo la più brillante, anche fortunata, insurrezione cittadina di quante (da Parigi a Varsavia a Belgrado) si erano avute in questa guerra.
Il peso di questa insurrezione nel corso generale della guerra in Italia è evidente. Due divisioni tedesche, che avrebbero potuto ritirarsi sul Po, difendere Milano e Torino, e organizzarsi poi sull'Adige, venivano invece distrutte o disperse da un popolo in armi e dai partigiani.
Milano e Torino potevano così insorgere senza preoccuparsi che sopraggiungessero truppe tedesche dal sud; d'altra parte le divisioni tedesche del Piemonte rimanevano isolate, e più facilmente potevano essere battute dai forti contingenti partigiani delle Langhe e delle Alpi.
300 morti e 3.000 feriti (5) furono il contributo di sangue che Genova pagò per la sua insurrezione. Ma fra tutte le morti di una guerra per atti inutile e rovinosa, queste sono state certo le più preziose, perché hanno riscattato l'onore d'un popolo, che sembrava smarrito nelle ore infauste dell'8 settembre.
L'Italia è ancora una Nazione vinta. Sarebbe follia pretendere di cancellare, con tre giornate eroiche i tragici errori del passato. Ma non è follia ritenere che, se il popolo genovese e italiano ha molto perduto, esso non ha perduto, ma soltanto smarrito l'8 settembre, e poi ritrovato, nelle radiose giornate di aprile, il suo onore, la coscienza delle proprie possibilità, il proprio posto nell'ambito dei popoli civili.

Dal manoscritto di Paolo Emilio Taviani,
3-4 maggio 1945

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(1) Le batterie leggere del porto avevano già mietuto vittime. I loro proiettili piovevano quasi ininterrottamente sulla via d'accesso alla stazione radio, mentre - avendo la traiettoria di mortaio - non potevano colpire la stazione.
(2) Su questo tema si sono avute a più riprese discussioni e polemiche sull'interpretazione dei Putti.
Dalle memorie di allora e dalle ricerche compiute negli anni Cinquanta sono in grado di precisare con assoluta esattezza come i fatti si svolsero: "Per l'intermediazione della dott.ssa Elisabetta Miiller - moglie dell'assistente prof. Giampalmo - il prof. Carmine Romanzi (nome di battaglia: Stefano) aveva avuto l'11, il 17, il 23 aprile colloqui con il gen. Meinhold, comandante dell'armata tedesca, per scongiurare la predisposta distruzione del porto e della città di Genova. Allo stesso fine operava mons. Sin - allora vescovo coadiutore del cardinale Boetto - in contatto con il capitano di marina Berninghaus.
"La sera del 24 aprile (quando l'insurrezione era da 21 ore in pieno corso e i partigiani tenevano già un migliaio di prigionieri) Romanzi propose al C.L.N. di recarsi a Savignone, dove risiedeva il gen. Meinhold.
"Il C.L.N. si radunò alle ore 22 e formulò i termini d'invito alla resa. Con la proposta del C.L.N., e con una lettera del cardinale Boetto, Romanzi partì alle ore 24 su di un'ambulanza della Croce Rossa.
"Fu un viaggio di innumerevoli rischi avendo dovuto attraversare per quattro volte le linee di combattimento fra zone già conquistate dai partigiani e zone ancora in dominio tedesco. Arrivò alle 5,45 del mercoledì 25 aprile a Savignone. Il colloquio con Meinhold durò un paio d'ore. Alle 10 il generale partiva sull'ambulanza da Savignone.
"Altro avventuroso viaggio che terminò, poco dopo le ore 16, a Villa Migone di San Fruttuoso, dove provvisoriamente risiedeva il cardinale Boetto. Qui convennero i rappresentanti del C.L.N. e qui venne firmata la storica resa".
PAOLO EMILIO TAVIANI
(3) Cosi nel manoscritto del luglio 1945. Le successive ricerche dell'Autore e le testimonianze dei protagonisti (primo fra tutti: Giuseppe Balduzzi, Marco II) documentano che, nella giornata del 24 aprile, la Divisione Pinan Cichero, comandata da Scrivia, aveva conquistato il pieno controllo dei tratti stradale, autostradale e ferroviario, nei territori di Isola del Cantone e Acquata. Quindi, alle ore 10 del 25 aprile, il generale Meinhold sapeva che tutte le strade per la ritirata stilla linea Kesselring del Po erano saldamente presidiate dai partigiani. È un dato importantissimo. Contro le superficiali interpretazioni di una resa facile e generosa, questo dato rivaluta il ruolo decisivo svolto dai partigiani di montagna per il positivo esito dell'insurrezione di Genova.
(4) Così nel manoscritto. In realtà la frase fu assai più drastica.
(5) Le cifre dei morti e dei feriti indicate nel manoscritto del maggio 1945 comprendono le perdite del rastrellamento dell'inverno precedente.
Le cifre esatte delle perdite nella città di Genova fra il 24 e il 27 aprile furono: 170 caduti, 350 ferite.

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