LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

CRISTIANESIMO E DEMOCRAZIA


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaA chi guarda la storia d'Italia dall'unità ad oggi, l'esistenza di movimenti democratici d'ispirazione cristiana si presenta come uno sviluppo relativamente recente; partendo da tale constatazione taluno crede di poter passare all'affermazione che il riconoscimento dell'autonomia nell'ambito dell'ordine temporale in genere e della vita politica in ispecie sia stato imposto ai cattolici e alla Chiesa dalle condizioni della società civile in un determinato momento storico e non sia elemento originario del Cristianesimo. E si crede di poterne arguire che, cessate le circostanze che quel riconoscimento determinarono, debba cessare anche il riconoscimento stesso: di qui l'affermazione che i giorni della Democrazia Cristiana sarebbero contati.
Tale giudizio è arbitrario e nasce da una falsa interpretazione dei dati storici, oltreché da un atteggiamento di abituale incomprensione nei riguardi del pensiero cattolico.
Nulla è più lontano dal Cristianesimo che la svalutazione del momento naturale e civile: l'affermazione dell'esistenza di un ordine temporale, riconosciuto e rispettato, è tanto antica nella Chiesa, quanto l'altra che sostiene la competenza della Chiesa stessa a giudicare della dottrina e delle azioni di per sé rientranti nell'ordine naturale per assicurarne la consonanza con la Rivelazione.
La Chiesa non aveva bisogno di apprendere dal liberalismo e dalla civiltà moderna l'autonomia dell'ordine naturale e della società civile. I documenti del magistero ecclesiastico che esplicitamente contengono tale affermazione sono numerosissimi e a citarli non si ha altro imbarazzo che quello della scelta.
Sebbene si riferisca a una questione ben limitata e specifica – il problema giurisdizionale – è purtuttavia assai eloquente, nella sua concisione, la lapidaria dichiarazione del IV Concilio Lateranense (1215): « Come vogliamo che i laici non usurpino i diritti dei chierici, così dobbiamo volere che neanche i chierici si attribuiscano i diritti dei laici. Per cui vietiamo a tutti i chierici di estendere d'ora in poi, con il pretesto della libertà ecclesiastica, la propria giurisdizione a pregiudizio della giustizia secolare: ma si attengano alle costituzioni, ai rescritti e alle consuetudini fin qui approvate, in modo che ciò che è di Cesare sia reso a Cesare, e ciò che è di Dio sia reso a Dio con retta distribuzione ».
Del resto anche su questo punto la dottrina della Chiesa ha trovato, come sempre, il suo più perspicuo espositore nel dottore angelico, in San Tommaso: « I poteri spirituale e secolare derivano tutti e due dal potere divino, e perciò in tanto il potere secolare è inferiore allo spirituale, in quanto è sottoposto a Dio, e cioè nelle materie che riguardano la salute delle anime; e perciò in queste si deve obbedire piuttosto al potere spirituale che al potere secolare. Mentre in ciò che riguarda il bene civile si deve obbedire piuttosto al potere secolare che allo spirituale secondo quel passo di Matteo: Date a Cesare quel che è di Cesare ».
L'enciclica Sapientiae Christianae di Leone XIII, così ribadisce la rigorosa continuità del pensiero cattolico:
« Posta codesta limitazione di diritti e di doveri, si fa manifesto essere i reggitori degli Stati nell'amministrare la cosa pubblica liberi e indipendenti; e la Chiesa, lungi dall'essere loro avversa, è ottima coadiutrice, come quella che, inculcando soprattutto l'osservanza della pietà religiosa che è giustizia verso Dio, per questo medesimo promuove la giustizia verso il governante ».
Se, dunque, nei tempi moderni, sotto forme diverse, sono nate le « democrazie cristiane » ciò non può dirsi soltanto e unicamente, come di solito si va ripetendo con superficiale disinvoltura, un riflesso dell'idea liberale sul Cristianesimo, ma piuttosto la logica conseguenza dei principi cristiani applicati alle condizioni storiche dello scorso secolo e del nostro.
Anzi può dirsi qualcosa di più: che soltanto con il Cristianesimo è stato ed è possibile realizzare la distinzione tra i due poteri, lo spirituale e il temporale, e fra le due autorità, la religiosa e la civile. Prima del Cristianesimo e, ancor oggi, al di fuori di esso, non si è mai verificato il caso di tale distinzione, manifestandosi, al contrario, la confusione, e, più spesso, la dichiarata, riconosciuta unificazione dei due poteri.
E non è, questa, una curiosa coincidenza della storia: è la logica conseguenza che, nella realtà, determinano i principi.
Sicché fra i vari aspetti rivoluzionari del messaggio cristiano, uno dei più originali, caratteristici, esclusivi, consiste proprio, sul piano politico, nel principio insito nel monito di Gesù: « Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio ». La più grande rivoluzione, l'unica vera profonda rivoluzione nella realtà e nel pensiero politici. Di qui discende la possibilità di una vera, autentica democrazia nell'esercizio del potere temporale. Di qui nasce la possibilità e la realtà della democrazia moderna, anche se nel modellarne gli strumenti non sono state certamente estranee l'esperienza politica e giuridica della civiltà greca e romana.
Un logico corollario di queste affermazioni sarebbe la partecipazione dei cattolici ai differenti partiti politici, senza impegnare in uno di essi la caratterizzazione cristiana. Senonché l'unità dei cattolici appare necessaria, anche sul piano politico, in determinate contingenze storiche: tale è, fra le altre, la situazione dell'Italia di oggi.
Ma permane valido, in tal caso, un altro corollario: e cioè che, quando l'unità dei cattolici è necessaria, il partito democratico dei cattolici o di cattolici deve essere — come lo Sturzo intuì acutamente — aconfessionale, e — come il De Gasperi con ferma convinzione e rigorosa coerenza sostiene e opera — non integralista.
La sapienza della Chiesa, secondo le parole di Leone XIII, si riconosce in verità per il fatto che essa « nelle sue relazioni con i poteri politici fa astrazione dalle forme che li differenziano, per trattare con essi i grandi interessi religiosi dei popoli, ben sapendo che ha il dovere di prenderne la tutela, al di sopra di ogni altro interesse ».
E le democrazie cristiane dimostrano appunto l'autonoma responsabilità dei partiti politici e della politica in quanto tale, mentre insieme riconoscono nella Chiesa « la luce e la guida delle coscienze circa tutte quelle questioni di principio nelle quali gli uomini, o i loro programmi, o le loro opere potrebbero correre il pericolo di dimenticare o negare gli elementi fondamentali della legge divina ».
I movimenti democratici di ispirazione cristiana accentuano perciò, rispetto ad altri partiti democratici, l'ispirazione cristiana; e tale accentuazione è legittima proprio per l'assenza di questa ispirazione nella maggioranza delle correnti politiche del nostro tempo, che non riconoscono il diritto della Chiesa alla sua piena libertà o sostengono principi formalmente contrari alla dottrina cristiana. D'altro lato essi si differenziano da altri partiti, che pure si richiamano alla dottrina cattolica, perché sostengono una diversa linea politica: cioè sostengono altri mezzi per garantire la pace, la quiete e la prosperità civile. E anche tale differenziazione è di per sé pienamente legittima, poiché il pensiero cristiano non pretende né consente monopolio alcuno nell'organizzazione della Società e dei suoi strumenti o metodi, i quali derivano la propria validità dal loro coerente proporzionarsi ai fini che si perseguono.
I movimenti democratici di ispirazione cristiana partono anche dalla constatazione dell'assenza di unità ideologica che caratterizza il nostro tempo: il popolo non è oggi unito da una medesima concezione della vita e della società, come accadde talvolta in passato. Oggi le divergenze di opinioni e i dissensi ideologici riguardano proprio i massimi problemi del vivere, e solo poggiando sul principio del numero e della maggioranza è possibile avere un consenso così vasto da realizzare un funzionamento normale delle istituzioni politiche, a carattere continuativo.
La stessa esistenza di governi autoritari costituisce la migliore testimonianza della insostituibilità della democrazia nell'epoca contemporanea.
Il principio autoritario dei nostri giorni, astrattamente considerato e sul piano strettamente giuridico, non sembra differire sostanzialmente dal paternalismo delle monarchie assolute, poiché si basa sul medesimo principio politico: « potestas legibus soluta ». Perché così diversi gli effetti? Perché possiamo definire totalitario il regime di Hitler e non possiamo definire tale neppure quello di Luigi XIV? Soprattutto perché nella Francia del secolo XVII esisteva un consenso unanime attorno al potere del titolare legittimo del trono di Francia a reggere lo Stato francese, mentre tale consenso nei confronti dell'analoga pretesa dello Hitler fu invece ottenuto solo a prezzo di una sistematica eccitazione e violentazione dell'opinione pubblica — per non parlare dei più dolorosi e inumani mezzi di coercizione — e, anche nei momenti in cui di fatto esistette, non fu vero consenso di uomini coscienti e responsabili, bensì manifestazione collettiva di una « libido adsentiendi » in cui il singolo rinunciava al proprio giudizio e persino alla propria anima. L'unità attorno alla pretesa monocratica del dittatore era perciò ottenuta per via negativa come unità « contro » qualcuno o qualcosa: contro la democrazia, contro i partiti, contro le libertà di pensiero, di parola, di religione, contro gli ebrei, ed infine contro l'Inghilterra, l'America, ecc..
Il sovvertimento dell'ordine internazionale non era che la inevitabile conseguenza del sovvertimento dell'ordine interno.
Ma tutto ciò accadeva, e questo è il punto che più da vicino ci interessa, a prezzo di una deificazione sistematica dello Stato: non si poteva di fatto indurre i cittadini ad accettare il sacrificio progressivo delle libertà individuali, senza far contemporaneamente assurgere a un livello più che umano la potenza dello Stato, alla cui causa venivano immolate le umane libertà.
Ciò rendeva inevitabile un contrasto con la Chiesa, simulato dapprima, poi aperto e violento.
Lo Stato totalitario per la sua stessa natura non può che cercare di comprimere o di utilizzare la Chiesa: nell'un caso come nell'altro, attenta alla sua libertà. Esso non può accettare nel suo quadro alcuna vera autonomia, perché ha bisogno di controllare e mobilitare tutte le volontà, di escludere tutte le libertà.
Per questa ragione, ai nostri giorni, lo Stato totalitario, qualunque possano essere le intenzioni iniziali dei suoi governanti, è condotto fatalmente ad assumere la forma di una teocrazia pagana, e a rappresentare pertanto la più grave minaccia per la Chiesa e per la civiltà cristiana.
Abbiamo purtroppo ben conosciuto la mistica pagana della razza e del sangue del regime nazista; e oggi il tipo dello Stato totalitario è lo Stato totalitario bolscevico, che è tipicamente ateo e anticristiano. Il totalitarismo bolscevico è oggi il pericolo più minaccioso per la cristianità non solo a causa delle ideologie materialistiche e antireligiose che lo animano, ma proprio perché è il sistema in cui, in modo più raffinato e completo, è stata esclusa ogni autonomia religiosa e civile, e dove Cesare, divenuto una sorta di terribile divinità, pretende una sua terrena onnipotenza.
E' appunto per il carattere intransigente e distruttivo dell'alternativa totalitaria che numerose forze operanti nel mondo moderno e pur aliene dalla verità cattolica, ma non dalla accettazione delle verità preliminari di ogni civiltà umana (che il Cristianesimo ha storicamente manifestato con chiarezza agli uomini e iscritto a note indelebili nella tradizione occidentale) hanno accettato di cooperare con la Chiesa nella lotta contro la sfida totalitaria. E' stata una grande alleanza, fondata sulla dignità dell'uomo e sulla maestà del diritto positivo umano che « non può sussistere se non in quanto rispetta il fondamento sul quale si appoggia la persona umana, non meno che lo Stato e il pubblico potere ».
I memorabili messaggi natalizi del Pontefice sono stati, per dir così, il segno della grande alleanza, che ha fatto fronte al nazismo, come ora fa fronte al bolscevismo e che si è quasi ovunque compiuta — sul piano politico — e sotto la guida di movimenti di ispirazione cristiania e democratica. In tale nome si riconoscono non solo le democrazie cristiane organizzate in partito politico nei Paesi europei, ma gruppi cristiani politicamente attivi in ogni parte del mondo: la leale accettazione dei principi della loro stessa costituzione non fa dei cattolici americani dei democratici cristiani? Non sono democratici cristiani i gruppi politici esiliati delle cristianità oppresse di là della cortina di ferro? Non è la dottrina democratica cristiana largamente diffusa fra i cattolici inglesi e del Nord Europa?
In tutti i Paesi liberi, vediamo i cattolici non solo uniti tra di loro, ma trasformati in vivi centri di propulsione della resistenza spirituale dei loro popoli contro ogni forma di totalitarismo: e tale lotta unitaria si compie nel nome della democrazia cristiana.
L'accettazione aperta e leale della democrazia politica da parte dei cattolici è la condizione centrale che permette l'unità spirituale dei popoli dell'Occidente e consente il solidificarsi di quella grande intesa spirituale e pratica su cui, per quanto concerne il piano delle forze umane, si fondano al presente la libertà della Chiesa e la sopravvivenza della nostra stessa civiltà. Non per nulla i bolscevichi rinnovano di continuo il tentativo di spezzare questo blocco che si oppone all'insidia ed alla violenza della loro penetrazione. Solo presso taluni gruppi protestanti anglosassoni — è doloroso doverlo rilevare — tali sforzi hanno talora ottenuto successo, forse per il tradizionale empirismo del pensiero inglese, spesso ingenuo e indifeso davanti all'insidia di sofistiche argomentazioni dialettiche. In realtà il binomio Cristianesimo-democrazia è diventato il binomio della resistenza mondiale al totalitarismo, e tutti i tentativi che tendono a spezzarlo si rivelano immediatamente come eversivi dell'unità dell'Occidente e del fronte antitotalitario.

Paolo Emilio Taviani
Maggio 1952
(tratto da: Cristianesimo e Democrazia, Edizioni Civitas)

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