LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

IPOTESI E CONSIDERAZIONI


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaPerché i dirigenti sovietici hanno deliberatamente, e così furiosamente, intrapreso la demolizione del mito Stalin?
Che cosa possiamo sapere noi, non dico con sicurezza, ma anche con una certa approssimazione, di quel complicato groviglio che è oggi la casta dirigente sovietica? Lo stesso Quaroni, che pure di cose russe e bolsceviche s'intende come pochissimi degli occidentali, conclude il suo articolo su questa rivista, dicendo: « E' tutto questo un mondo di cui non sappiamo niente. Sappiamo solo, oggi, che questo mondo, il quale ieri ancora ci sembrava e si imponeva come un blocco monolitico, è anch'esso in movimento, in crisi, in gestazione. Bisogna guardare, aspettare, aspettare e guardare con una certa diffidenza, almeno con una certa riserva ».
Anticipare delle interpretazioni che soltanto gli storici futuri potranno valutare e vagliare sarebbe incauto. Non pretendiamo di inoltrarci su questo terreno, ma intendiamo soltanto prospettare talune ipotesi affacciate da questa o da quell'altra parte, non tanto come spiegazioni certe o probabili, quanto come ipotesi degne di essere prese in considerazione dall'uomo politico, che si trova di fronte a un fenomeno importante quant'altri mai, quale la destalinizzazione testè intrapresa nel mondo comunista.
Le ipotesi avanzate sono molte; nessuna può essere, da sola, la vera; tutte, forse, contengono qualcosa di vero, anche se fra loro assumono aspetti non di rado contraddittori.

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Che il comunismo sia un fenomeno essenzialmente religioso è stato dimostrato in maniera irrefutabile dall'acuta analisi del Berdiaeff. Il comunismo, nella sua interpretazione bolscevica, non è solo una dottrina politica, è una fede, con i suoi dogmi, i suoi santi ed eroi, i suoi idoli del bene e i suoi demoni malefici. In questo alone mistico è forse opportuno collocare il mito Stalin di ieri: fonte perenne del bene, dio del successo, della prosperità, della serenità. E nello stesso alone di misticismo slavo — non facilmente comprensibile per un popolo latino — occorre inquadrare il mito Stalin di oggi: fonte del male, causa demoniaca di ogni malanno, di ogni miseria e disgrazia.
Inquadrata in questa cornice mistica può forse ravvisarsi la sostanza più genuina del fenomeno: l'affannosa delusione in cui, a quarant'anni dalla Rivoluzione di ottobre, si dibatte il popolo russo. Esso ha raggiunto una potenza militare più grande di quella del tempo degli czar; ma anche gli czar perseguivano la potenza militare, e in non pochi momenti della storia del Settecento e dell'Ottocento di fatto la conseguirono. Ma, al di là della potenza militare, assai poco di quanto era stato promesso durante la Rivoluzione di ottobre, e nei tragici anni di carestia e di fame, di guerra e pestilenza, che la seguirono, assai poco, se non addirittura nulla, è stato realizzato: non la eguaglianza, non la giustizia, non la libertà, non il benessere, non la serenità, la tranquillità, la pace.
Nessuno aveva fino ai nostri tempi osato promettere il paradiso in terra. Nessuno fra i più rigorosi negatori del peccato originale aveva ardito trarre le logiche conseguenze dalla sua negazione: affermare che l'indefinibile perfettibilità umana ci avrebbe condotto fino ai vertici dell'eden. I marxisti osarono ciò che nessuno aveva mai osato. E, a quarant'anni di distanza, del paradiso in terra non si vede neppure l'aurora.
Che sorta di paradiso sulla terra abbiano costruito i comunisti può constatare chiunque sorpassi o anche soltanto si avvicini alla cortina di ferro. Nella sola Germania masse di profughi, in gran parte di giovane età, si trasferiscono dall'Est all'Ovest — duecentoquarantamila nei primi sei mesi di quest'anno! —. Si dice che gli slavi siano pazienti, ma anche fra gli slavi le promesse non mantenute cominciane a pesare. Di qui lo sforzo dei dirigenti comunisti di dare a se stessi prima ancora che ai sudditi una « ragione » dei mali persistenti nel regime, una « spiegazione » del ritardo nell'adempimento della messianica promessa marxistica: uno sforzo istintivo e spontaneo ancor più che: razionale o calcolato.
La religione « oppio del popolo », i kulaki, Trotzki, il fascismo, il nazismo, il capitalismo anglosassone, Tito, gli ebrei, gli americani, Beria, e oggi Stalin: ecco i responsabili, grandi e piccoli, che giustificano il purgatorio in cui si deve pur continuare a vivere in attesa dell'eden promesso.

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È stato anche rilevato che la destalinizzazione rappresenta un momento e un aspetto della lotta di successione dopo la morte del grande dittatore. Molti segni sembrano indicare che Krusciov tenti la scalata al potere assoluto. Già Stalin eliminiò Trotzky e preparò la sua ascesa al potere sostenendo la tesi della « direzione collegiale »: la storia potrebbe dunque ripetersi, sembra pensare Krusciov. Altri, per contro, ritengono che la direzione collegiale venga concepita come una sorta di mutua assicurazione fra i compagni che ne sono partecipi oggi, dopo essere stati ieri plaudenti spettatori sempre, e non di rado corresponsabili dei crimini di Stalin.
Certo si è che a Mosca in questi anni si sta vivendo il travaglio di quel problema della selezione che è il problema numero uno della convivenza umana.
Le monarchie e le aristocrazie dei secoli e dei millenni scorsi avevano risolto il problema, ora con la designazione da parte del potere religioso, ora con il diritto del sangue, ora con il voto privilegiato ristretto nell'ambito di poche famiglie. La democrazia moderna — ricollegandosi a timidi accenni democratici dell'antichità greca e romana e applicando nella politica le concezioni cristiane della dignità, della libertà, dell'uguaglianza di ogni uomo — risolve i] problema della selezione con il metodo della maggioranza dei suffragi. Può il comunismo accettare e adottare un metodo simile? Non può farlo, se non rinnegando la sua stessa essenza, le radici della sua filosofia e della sua dottrina politica. Lo stesso Togliatti — posto in difficoltà dalle polemiche sul rapporto Krusciov — ha dovuto ribadire che « la legittimità del potere, nell'Unione Sovietica, ha la sua fonte prima nella rivoluzione »: è il principio del Marx, del Nietzsche, del Mussolini, dello Hitler. Il comunismo non può accettare — se non surrettiziamente e in fase tattica — il principio della maggioranza: principio tipicamente liberale, che la dottrina democratico-cristiana ha potuto recepire e far proprio.
Così il comunismo si trova — in una delle fasi più complicate del suo sviluppo — impacciato di fronte a quello che è forse il più difficile problema della convivenza umana: la scelta dei capi, il metodo per la selezione dei dirigenti. Del resto questo problema della selezione non è che l'aspetto politico più significativo e importante di quel vasto e complesso problema umano che il comunismo credeva di avere disinvoltamente superato con poche formule materialistiche e nel quale invece ha dovuto fatalmente e finalmente incappare.

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Tanto il Quaroni, con la sua rara competenza del mondo russo, quanto l'Alessandrini e il Pecci traggono appunto dalle loro acute e profonde disamine la conclusione che il marxismo si trova di fronte al problema dell'uomo: ciò è quanto di meno incerto possiamo in sintesi indurre dalle molte ipotesi interpretative dei recenti avvenimenti sovietici.
Non crediamo — come mostra chiaramente di non crederci il Quaroni — alle « prevalenti » e tanto meno alle « esclusive » ragioni di politica estera. Ritenere che tutto, nella vita e nella storia, avvenga sulla base di un perfetto calcolo utilitario, che tutto si muova in virtù di menti motrici perfettamente raziocinanti è una ingenuità altrettanto infantile quanto quella di chi consideri immediate, spontanee, intuitive, tutte le azioni umane.
Non crediamo alle « prevalenti » ragioni di politica estera, anche perché altre volte i sovietici hanno dimostrato di non volere — o non potere? — subordinare i problemi interni a quelli dei rapporti con l'estero. Il partito comunista è strutturato come una comunità religiosa, assai più che come un partito: si riconosce come associazione di parte solo in quanto un giorno sarà il tutto, e già oggi si concepisce quale unica rappresentanza legittima del tutto. Al pari di una comunità religiosa, il partito comunista avverte i problemi delle « deviazioni » — noi diremmo « eresie » — come fondamentali e primari in vista della propria vitalità e del proprio sviluppo. Dal trotzkismo al titoismo, la storia del comunismo dimostra la validità di questo assunto. E ne è una riprova l'accanimento con cui i comunisti si scagliano, in quanto marxisti ortodossi, contro la socialdemocrazia, espressione, secondo loro, di marxismo spurio.
Del resto, che nell'agire dei comunisti le ragioni di politica estera non riescano a essere determinanti è dimostrato anche da altre pur recenti esperienze.
Il colpo di stato cecoslovacco — che ha avuto, ed era facile il prevederlo. una influenza determinante sulle elezioni italiane del 18 aprile '48 —. non poteva essere ritardato di qualche mese? Con la probabile caduta nell'orbita sovietica dell'Italia, ancora indifesa prima dell'alleanza atlantica, i rapporti di forza del continente europeo e del delicato settore mediterraneo si sarebbero radicalmente modificati a favore della politica estera sovietica.
Si obbietta che le condizioni interne della Boemia rendevano improrogabile il colpo di Gottwald: ammettiamolo. E la cosiddetta politica nuova di Malenkov — con i conseguenti fatti di Berlino — doveva proprio essere instaurata qualche mese prima delle elezioni tedesche del '53 — altrettanto decisive, quasi come le italiane del '48, per le sorti dell'Europa occidentale? Né qui vale l'obbiezione dell'improrogabilità; poiché, se la staliniana politica di rigido assolutismo aveva evitato per otto anni qualsiasi tentativo di ribellione, sarebbe stato sufficiente proseguire per qualche mese ancora in quella politica, anche dopo la morte del capo. E neppure vale l'obbiezione delle non previste conseguenze del 17 giugno. Può darsi che i dirigenti sovietici non abbiano previsto che la nuova politica di « distensione » avrebbe portato a fatti del tipo di quelli di Berlino e di Poznan. In questo caso, peraltro, bisogna tu che le menti direttive del Cremlino sono ben poco raziocinanti e assai inesatte calcolatrici. E ancora: lo stesso colpo di mano in Corea — se non fosse stato ideato e compiuto al fine di dividere profondamente la Cina di Mao dall'Occidente, e così ancora per ragioni di politica interna comunista — non avrebbe forse dovuto cadere in altre date più propizie per i sovietici?
Al perfetto calcolo e al premeditato gioco della politica estera sovietica noi crediamo fino a un certo punto. Ma soprattutto non crediamo che alle mosse di politica estera i dirigenti sovietici possano subordinare, la loro azione personale o collettiva.
A questo proposito non regge il paragone fra i sovietici e i nazisti. Gli esegeti anglosassoni, resi esperti dal precedente hitleriano e ossessionati dall'affermarsi della potenza russa o panslava, sono portati a interpretare in funzione della politica estera ogni mossa sovietica. D'altro canto, taluni circoli intellettuali, infatuati da un complesso di inferiorità dì fronte alla «sopraffina abilità » e alla « forza incrollabile » dei sovietici, si affannano a trovare in ogni loro azione la premessa di azioni successive, sicure apportatrici di successo.
E' vero che il gioco nazionale dei russi è il gioco degli scacchi; ed è vero che la diplomazia sovietica ricalca le orme magistrali della diplomazia czarista: nessuno pretende negare la finezza di una classe diplomatica da cui molti fra gli occidentali avrebbero da imparare. Ma questo non toglie che, morto Stalin, non ci sia ancora a Mosca — almeno per il momento — un uomo, come era Hitler a Berlino, a muovere gli scacchi, e a dirigere in senso unitario e al solo fine di potenza, tutte le mosse della politica interna ed estera.
D'altro canto, il nazismo era una fede politica assai semplicistica, basata esclusivamente su posizioni nazionalistiche e razziali, con una dottrina rudimentale, improvvisata per ammantare di eticità una dittatura contingente. Il comunismo invece, pur con tutti i suoi errori e le sue aberrazioni, è una Weltanschauung espressa da oltre un secolo di storia e di tormento del pensiero umano: e i problemi della sua vitalità e del suo sviluppo rimangono, anzi sono sempre più di tale ampiezza e profondità da superare e sorpassare financo i problemi dei rapporti internazionali della « grande potenza russa ».

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Il curioso è che, nello sforzo di superare i propri problemi interni, il comunismo finisce per intaccare se stesso, o almeno la sua essenza più genuina: il marxismo. Qui sta la già accennata contraddittorietà degli aspetti della destalinizzazione. Essa dimostra, se non un processo di autodistruzione (il dire questo sarebbe dire troppo), almeno un consistente inizio di crisi del marxismo.
Lo ha rilevato lo stesso Nenni, con quella tipica nostalgia degli anziani, che restano ancorati a formule e a ideologie attuali durante la loro giovinezza, ma ormai in via di superamento. Ha rilevato Nenni che nel rapporto Krusciov c'è ben poco di marxismo: non c'è alcuna spiegazione marxistica dei fatti esaminati; il materialismo storico sparisce per lasciare il posto a uno psicologismo piuttosto ingenuo, che non si saprebbe ben definire se di tipo manicheo o di forma infantile e rudimentale.
Molto probabilmente questo è anche il risultato della rozza cultura umanistica delle classi dirigenti formatesi nel mondo sovietico dopo la Rivoluzione di ottobre: una cultura umanistica tanto più ingenua, quanto più si perfezionano e si diffondono gli insegnamenti tecnici.
Comunque, l'infantile psicologismo di Krusciov è il segno della vittoria dell'uomo sul dottrinarismo astratto dei marxisti classici, è il segno di una spontanea esplosione di esigenze realistiche e umane nel disumano svolgersi della rivoluzione comunista.

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E, se il marxismo è in crisi, che cosa resta di vivo nel rapporto Krusciov? Resta evidente una realtà, che anima l'oratore e trascina all'applauso sincero gli ascoltatori: la realtà della potenza russa, della « grande patria russa ».
Dopo tante ipotesi e considerazioni, che si affacciano in una atmosfera di incertezza e di perplessità, ecco una « cosa » certa che balza evidente da questo groviglio di vicende, di parole, di fatti.
La Russia ha integrato in uno Stato relativamente omogeneo i territori periferici del Sud: l'Ucraina e il Caucaso; del Nord: la Lapponia occidentale e la vasta terra dei Samoiedi; dell'Est: la Siberia, la Kirghisia, l'Asia centrale, la costa del Pacifico fra l'Amur e la Camciatca.
L'omogeneità è relativa, perché le singole nazionalità permangono e i fermenti autonomistici possono sempre riaccendersi; tuttavia una certa fusione si è ormai operata. Vi hanno potentemente contribuito, nei secoli, i fattori più disparati: la fede cristiana e il mistico fanatismo per il potere divino dello czar; la disinvoltura del popolo russo nei riguardi delle differenze razziali: una disinvoltura sconosciuta ad altri colonizzatori, per esempio agli anglosassoni, e favorita, in non pochi casi, da elementi di profonda consanguineità; l'assoluta superiorità della cultura russa — la sola che riuscisse a mantenere continuo il contatto vivificatore con la civiltà cristiana e occidentale; infine, negli ultimi tempi, la fede comunista e la vitalità rivoluzionaria delle nuove classi dirigenti sovietiche.
Si collochi tutto questo complesso di fattori in una situazione geografica caratterizzata dalla generalmente scarsa, in taluni casi scarsissima, densità di popolazione delle zone periferiche, in contrasto con Il notevole potenziale demografico della stirpe russa; dalla completa contiguità territoriale fra centro e periferia; dalle barriere naturali che separano tale periferia dal resto del mondo e quindi politicamente la immunizzano dalla influenze esterne. Sono condizioni di particolare favore che mancano, o sono mancate, ad altre celebri comunità della storia antica e contemporanea.
Lo Stato sovietico riesce così a essere, al tempo stesso, nazionale — non solo per la netta maggioranza demografica, ma anche e soprattutto per l'indiscussa prevalenza della cultura e della lingua russa —, e sopranazionale — per le possibilità di autonomia delle singole nazionalità periferiche nell'ambito dell'integrazione comune: possibilità dovute soprattutto alla dovizia spaziale delle aree integrate.
Lo Stato sovietico non è — come si è visto — frutto esclusivo della Rivoluzione comunista, ché questa, anzi, l'ha ereditato già in avanzata formazione dagli czar. Né, d'altra parte, la classe dirigente comunista riuscirà a estendere quello che è ora il suo Stato oltre certi limiti, posti dalla natura e dalla storia: l'Ungheria, la Rumenia, la Polonia, e la Jugoslavia, la Cina, il Pakistan e la Persia non possono affatto assimilarsi ad alcuno dei territori integrati, attraverso i secoli, nella comunità guidata dalla stirpe e dalla cultura russa.
La sviluppo della crisi del marxismo — appena iniziata — avrà ulteriori ripercussioni negative sull'espansione così dello Stato sovietico come della sua influenza ideologica, specie nei Paesi di civiltà cristiana.
Ma la potenza della « grande patria russa » rimane: sarebbe assai pericoloso contare sui « piedi di argilla » di un tempo passato. Di argilla, se mai, potranno essere certi scudi (i satelliti) peraltro non essenziali; le fondamenta sembrano piuttosto di cemento armato.
Ecco la realtà che rimane — nel rapporto di Krusciov — tanto più evidente, quanto più perdono di vigore il marxismo, il materialismo storico, il comunismo ideologico.
Di fronte a tale realtà occorre assumere una posizione. Nenni e Togliatti, Tito e Mao, uomini e popoli devono dire oggi, e ancor più dovranno dire domani, non tanto se siano o no marxisti, o se credano ancora nelle formule del leninismo, quanto se intendano servire gli interessi della potenza russa, inserirsi nella « grande patria russa », mantenersi o diventare docili strumenti degli interessi russi, oppure fare gli interessi del proprio Paese, tenendo ovviamente conto della realtà russa come della realtà delle altre grandi potenze esistenti nel mondo.
Siamo sempre più che convinti che Krusciov non abbia steso il suo rapporto con prevalente calcolo di politica estera o con particolari intenzioni manovriere in relazione ai Paesi stranieri. Lo ha scritto per la sua gente nel tentativo di risolvere gli insolubili problemi del comunismo. Ma le conseguenze de] rapporto e degli avvenimenti ad esso connessi sono per noi da trarsi innanzitutto e soprattutto nella politica estera.
La crisi del marxismo è cominciata: bisognerebbe essere ciechi o pessimisti cronici per negare l'importanza e il significato del fenomeno. Peraltro, tutto lascia prevedere che il corso di tale crisi non sarà né rapido né breve. E soprattutto occorre prendere atto che la crisi del marxismo ne ridurrà forse la forza di espansione, ma disvelerà ancor più genuina la realtà della potenza russa.

Paolo Emilio Taviani
Giugno-Luglio 1956
(tratto da: Civitas, Rivista Mensile di Studi Politici, Anno VII – N. 6-7 – Giugno-Luglio 1956)

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