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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

UTILITA', ECONOMIA E MORALE NEL PENSIERO DEL TONIOLO


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaSecondo il Toniolo, l'economia politica o sociale (egli preferisce il secondo aggettivo al primo) studia « come normalmente si origini e si dispieghi l'attività dei popoli nell'effettuare il benessere materiale, servente ai fini superiori dell'incivilimento» (1).
L'economia è scienza di mezzi utili, perché di mezzi utili è composta la ricchezza che serve ai fini umani.
L'economia è parte della più vasta « dottrina dell'utile » che il Toniolo — ci sembra impropriamente — chiama anche edonistica: quest'ultima è scienza dell'utile riferita ai mezzi di qualunque natura che convergono razionalmente a un effetto concreto. Essa si dispiega dovunque intervengano rapporti di mezzi a un fine, donde il concetto di utilità: è utile ciò che risponde a un risultato finale, viceversa inutile ciò che non vale a raggiungerlo. L'astronomia ubbidisce a leggi utilitarie (del minimo mezzo) che definiscono i rapporti fra il sistema siderale e le energie che dinamicamente lo determinano e governano. La meccanica applicata studia la rispondenza fra il dispendio di alcune forze e il loro rendimento (effetto utile). I filologi stessi, nella genesi e sviluppo delle lingue, discernono una legge di semplicità, per cui si tende progressivamente a esprimere il pensiero, con la minor possibile complessità di struttura organica e d'inflessioni della parola. Sono tutti aspetti della più vasta dottrina dell'utile e delle sue leggi.
Per l'economista « l'utilità è l'attitudine delle cose materiali a servire ai fini umani e quindi a soddisfare ai bisogni corrispondenti ».
L'utilità è dunque un concetto complesso, risultante da due elementi: i fini umani (che si esprimono nei bisogni) e i mezzi a disposizione dell'uomo. Fra i due elementi intercede un rapporto, che è appunto di utilità. L'utilità è misurata dalla soddisfazione dei bisogni, cioè dal godimento che sperimenta l'uomo per l'applicazione delle cose ai propri fini.
« Il concetto di utilità è il punto di partenza e di arrivo dell’economia, sicché la legittimità teoretica e l'importanza pratica delle sue leggi vanno giudicate dalle utilità che s'intendono conseguire e che sono di volta in volta effettivamente conseguite, cioè dagli appagamenti dei bisogni per mezzo della ricchezza. Qual è il criterio ultimo del progresso della produzione nel mondo? L'incremento generale e costante del consumo. Come si misura definitivamente il grado di benessere economico della classe operaia o quello di una intera nazione? Dalla somma delle soddisfazioni che l'una o l'altra con i redditi rispettivi abitualmente si procura » (2).
Beni economici sono le cose utili che siano al tempo stesso materiali, esteriori, limitate. Materialità, esteriorità e limitazione contraddistinguono i beni economici da altri beni — anch'essi utili —: i beni spirituali (il vero, la scienza, la virtù), i beni corporei (la forza muscolare, lo stato igienico); i beni esterni illimitati (la luce diffusa nell'universo).
L'utilità è l'essenziale, la limitazione è l'elemento accidentale e secondario, ma integrante ai fini del concetto di valore. « Una cosa utilissima anzi indispensabile ai bisogni umani, come l'aria per la nostra respirazione o per far vegetare le piante, non acquisterà mai valore finché quella utilità sia per l'uomo illimitata ». Il valore sorge appena l'utilità inerente alle cose è limitata in quantità: — o perché è ristretto il numero delle cose o enti in cui essa è investita (le perle rare) — o perché essa è allo stato latente o iniziale (il vello della pecora, che è appena la materia greggia di una veste) — o per ambedue insieme questi titoli; nei quali casi sempre si richiedono sacrifici per poter usufruire delle cose.
« In ragione di questi sacrifici prende consistenza concreta il valore, il quale sarà valore di rarità se la limitazione è nelle unità (numeriche) delle materie utili, imponendo un'attività negativa, cioè un sacrificio di astensione o privazione, perché l'aumento in tal caso di utilità non è possibile; ovvero valore di produzione, se la limitazione di utilità non è nel numero ma nello stato delle materie utili, esigendo un'attività positiva, sacrificio di effettuazione (come nei prodotti dell'industria), per ché a questa condizione soltanto è possibile un aumento della utilità stessa.
« Nel concetto di valore l'idea di utilità si trova sempre congiunta a quella di limitazione quantitativa di essa, la quale importa sacrifici. Il valore è quindi la stima delle utilità limitate e quindi onerose » (3).
Il criterio di utilità predomina non solo sul piano della logica, ma anche sul piano pratico. Affinché il giudizio del valore dispieghi una funzione pratica nella vita economica, ossia divenga un movente e regolatore della attività umana rivolta alla produzione, allo scambio, al consumo, conviene che nella mente estimatrice dell'uomo le soddisfazioni dell'usufruire le cose, superino i sacrifici per acquistarle. Chi affronterebbe un'attività penosa, per ritrarne una semplice elisione del piacere o anche un residuo in più di dolori? Il risultato sarebbe un non valore o un valore negativo: un assurdo teorico e pratico. Il Toniolo distingue, secondo la linea di Aristotele e dell'economia classica, il valore d'uso dal valore di scambio; per il valore di scambio accoglie pienamente la teoria dell'utilità marginale, mutuandola dal Menger e dalla Scuola austriaca, più che dal Jevons (4).
Sulla base dei principi dell'utilità marginale, il Toniolo induce la legge del valore di scambio commerciale: esso « seconda, di momento in momento statistico, il variare accidentale di quella stima delle cose permutabili, nella quale trovano equilibrio (instabile) la domanda e l'offerta dei commercianti, cioè le privazioni e i vantaggi dei compratori e venditori sul mercato ».
A tale legge peraltro aggiunge la legge del valore di scambio normale: questo è designato « di periodo in periodo storico, da quella stima media delle cose, nelle quali rinvengono un equilibrio (stabile) i costi e i profitti dei produttori coi stipendi e le soddisfazioni dei consumatori » (5).
« Rientra nel novero di questi principi fondamentali; tenendovi anzi il posto supremo, perché informa e regge tutto l'essere e la vita economica, la legge dell'utile » cioè quel principio regolatore che mira a conseguire il massimo effetto utile col minimo impiego di mezzi onerosi (o reali, materie e forze, o personali, sacrifici) per l'uomo.
È una legge universale che regge ogni sistema di fatti che abbia ragione e carattere di mezzo utile e limitato (in quantità), e così il mondo siderale come quello sociale, le forze meccaniche come le energie umane; è la legge galileiana del minimo mezzo. È una legge razionale e coincide con il concetto di ordine, che è appunto proporzione di mezzi al fine e da cui dipende l'equilibrio, sia logico che cosmico o sociale. Perciò — e qui il Toniolo cita il Minghetti — tal legge come nozione speculativa fu primamente intuita dai filosofi, quali Pitagora e Platone.
Essa si riproduce in tutte le grandi manifestazioni o momenti della vita economica. « Nella produzione della ricchezza, essa importa che si effettui il massimo prodotto col minimo dispendio di fattori produttivi, cioè di forze efficienti, del lavoro, della natura, del capitale. Nella circolazione, che si attui il più rapido, ampio e continuato scambio di ricchezze finali (d'uso personale) col minimo impiego di ricchezze strumentali (di strade, di veicoli, di moneta). Nella distribuzione, che si raggiunga la più diffusa ed equa partecipazione di tutte le classi alla ricchezza preziosamente prodotta, ossia al reddito netto nazionale, colla minima diminuzione della preesistente potenza produttiva di ciascuna classe. Nel consumo, che si consegua il più completo appagamento dei bisogni colla minima dissipazione delle ricchezze disponibili ».
Essa, anche racchiude e designa la legge del progresso nella vita economica: « accrescere le ricchezze e quindi le soddisfazioni indefinitamente, e diminuire a un tempo indefinitamente gli sforzi e quindi i sacrifici per conseguirle ». « Cosicché l'ideale (impossibile all'uomo) sarebbe: effetto utile o benessere=infinito; sforzo o sacrificio =zero; ciò che è proprio di Dio, che crea tutto dal nulla. Ma intanto l'attuazione di un rapporto sempre più favorevole fra questi due termini, per il quale si amplia sempre più l'effetto utile, cioè il godimento mercè la ricchezza, restringendosi sempre più il dispendio di forze, cioè la pena, mercè l'intelligenza e l'energia umana, segna i gradi del progresso economico della storia » (6).
Fin qui il Toniolo segue una linea che non si discosta da quella della Scuola che egli ha definito individualistica, non si discosta, cioè, dalle dottrine naturalistiche classiche e neoclassiche, anzi ne recepisce i princìpi fondamentali, esprimendoli peraltro con un linguaggio aristotelico, anziché con il linguaggio sensistico benthamiano usato dai neoclassici britannici o con il linguaggio positivistico della Scuola austriaca.
La novità del Toniolo consiste nel coordinare, con la legge suesposta dell'utilità soggettiva, le leggi dell'ordine sociale e morale.
La Scuola collettivistica aveva contrapposto a queste due leggi la prima. Il Toniolo, come già il Mazzini, intende coordinarle. Innanzi tutto, egli pone in risalto che « la società non è una massa d'individui soltanto coesistenti, quale viene percepita dai sensi di chiunque dall'alto abbassi lo sguardo sopra una moltitudine assembrata: ma bensì un complesso d'individui, quale la mente contempla stretti da un tacito vincolo, emanazione delle ingenite tendenze di ciascheduno, che intimamente li avvince e stringe in un tutto coerente, omogeneo, che è l'ente sociale, dotato di vita, compagine e leggi, che non sono la vita, la struttura e le leggi proprie di ciascuno di quegli individui, della cui unione l'essere sociale risulta » (7).
E qui il Toniolo abbandona decisamente il naturalismo. Proprio perché la società non risulta dalla somma degli individui, l'utile sociale non può naturalmente risultare dalla somma degli utili individuali. I rapporti e de leggi delle scienze sociali non possono assimilarsi a quelli delle scienze fisiche. E ciò importa profonde differenze nei riguardi del metodo: « se nel dominio dei fatti fisici l'osservazione cade e s'arresta sulla materia, oggetto immediato della scienza, e investiga rapporti sempre d'ordine fisico; nel mondo dei fatti sociali invece ciò che si manifesta all'osservatore, non sono che effetti e spesso semplici indizi intrinseci di un altro ordine di attività e di leggi, che avendo radice nell'essenziale natura dell'uomo sono leggi dello spirito umano, la cui determinazione costituisce il compito proprio delle discipline sociali.
« Di qui la difficoltà di cogliere opportunamente questi indizi, ed essi ed ogni altro effetto estrinseco apprezzare a dovere, giusta le vedute proprie della scienza per cui, e società, e Stato, e ricchezza, e ogni altro ordinamento sociale, non sono che mezzi ai fini dell'umana natura; e da tali esteriori manifestazioni farsi scala e quasi indovinare quell'altro ordine di fatti e rapporti superiori or ora accennato; e di qui ancora il pericolo che, mosso il primo passo nel cammino delle idee, si trascorra inavvertitamente ad un secondo e da questo ad ulteriori e sorvolando così alla paziente osservazione, si trascenda affatto all'idealismo » (9).
Accanto all'utile individuale sussiste l'utile del gruppo sociale a cui l'individuo appartiene. Accanto all'utile soggettivo sta l'utile oggettivo, accanto al principio dell'utile, il principio del buono.
« Una spregiudicata analisi della natura complessa dell'uomo addita in lui, accanto al principio dell'utile ancora quello del buono, figlio dello spontaneo riconoscimento di una legge morale imperante, che ingenera la coscienza del dovere: la quale poi, alleandosi con altri più generosi effetti del cuore umano, si traduce in altrettante tendenze della nostra natura immateriale, che sovrastano per eccellenza a quelle del piacere e dell'utile personale, ne temperano le esigenze e talora vi impongono assolutamente il silenzio ».
Il Toniolo cita, in via dimostrativa: « lo spirito religioso, che proponendo un fine superiore all'attività dell'uomo, ne informa e colora tutte le manifestazioni e niuna si sottrae ai suoi influssi; il sentimento dell'onesto e dell'equo che da quello promana; il culto del vero e del bello, che con questo ha comune fondamento; l'abito della temperanza, la virtù del sacrificio, ecc.: sentimenti tutti che hanno origine e lume specialmente da rapporti d'ordine superiore. A questi si annodano: la coscienza della propria dignità morale, l'amore d'indipendenza e libertà personale, il sentimento d'onore, l'amor della gloria, impulsi che nell'individuo sopravvanzano spesso quelli dell'interesse materiale ». Infine l'affetto di famiglia, l'amore di patria, il sentimento di nazionalità, quello della fratellanza universale e la benevolenza, la liberalità, la compassione e tutti i molteplici impulsi per cui si alimenta e si effonde tra gli umani il bisogno nobilissimo della socialità.
« Questi e altri sentimenti, i quali con lo spirito d'interesse personale hanno una medesima radice nell'animo umano, siccome influiscono necessariamente sull'intera operosità dell'uomo, così si ripercuotono sopra ogni fatto economico sociale, il quale pertanto deve considerarsi come la risultante di un fascio di forze componenti, nel cui conserto l'utile personale agisce sotto l'influenza modificatrice di tutte le altre cause impulsive; dall'azione delle quali non si sottrae che per un pervertimento della coscienza, senza togliere anzi che esso medesimo rimanga talora da queste sopraffatto e reso mancipio » (8).
Riecheggia qui la nota costante della battaglia politica di Giuseppe Mazzini: i doveri dell'uomo. Non si possono propugnare i diritti dell'uomo senza tenere conto dei doveri, non si può badare all'ordine utilitario trascurando l'ordine etico.
Il Toniolo prosegue: tutto d'ordine operativo, e così pure l'ordine dei consumi, si dispiega dietro l'impulso dell'utile, cioè della suprema legge del conseguimento del massimo effetto con il minimo mezzo. E tutta l'analisi scientifica dell'economia si risolve nell'esporre con quali formule concrete si applichi quella legge utilitaria (subordinatamente alle leggi etiche) (9).
Soffermiamoci innanzitutto sulla produzione. « I bisogni personali dell'umanità si svolgono progressivamente. I prodotti spontanei della natura rappresentano una frazione sempre minore e infine trascurabile dei mezzi necessari a soddisfarli; e quindi il loro appagamento (l'utile soggettivo e finale) richiede una crescente attività per effettuare prodotti artificiali. L'attività dunque si evolve sotto l'impero progressivo della legge utilitaria: « l'effettuazione del massimo prodotto col minimo dispendio di mezzi produttivi » (10). Tutte le forme costitutive e operative nel progresso storico delle industrie sono signoreggiate da questa legge dell'utile. L'utile individuale però deve essere, bene inteso, sorretto dall'utile sociale, come importa il fatto della società, espansione e presidio dell'individualità; per cui l'attività produttiva dei singoli (sotto l'impulso dell'utile personale) non può raggiungere il suo più alto grado di esplicazione, se non nel concorso dell'attività produttiva generale, e perciò sotto l'ulteriore stimolo propellente e regolatore dell'utile sociale continuato e progressivo, che poi rifluisce definitivamente su quello privato.
L'utile dunque, quale movente della produzione, deve intendersi rettificato, completato e contenuto dalla legge etica del dovere. Per mezzo di questa, la produzione sospinta dalla necessità, si nobilita e rettifica, divenendo un atto di moralità. Di qui le norme etiche che la reggono.
« L'attività produttiva è un dovere. E in prima verso Dio. E dovere verso noi stessi. Non è doveroso conservarsi e perfezionarsi? E come lo si potrebbe senza mezzi materiali e con la corrispondente produzione? E perciò che l'attività produttiva ha una prima funzione individuale. Ma è anche dovere verso gli altri. Il dovere di conservazione e perfezionamento incombe a tutti; e la comunanza del fine importa il dovere coordinato di coadiuvare gli altri nel conseguimento anche della ricchezza; e tanto più che non tutti hanno la possibilità e le attitudini dell'attività produttiva materiale; e chi può, deve farlo anche a vantaggio di chi non può. Così l'attività produttiva assume l'altro carattere, subordinato ma importante, di funzione sociale.
« Dovere di attività produttiva, che è proporzionale alla varietà e graduazione delle attitudini dei singoli. Sarà eguale per l'uomo, per la madre di famiglia, per il fanciullo? Per l'intelligente e sano, per l'infermo di mente e di braccio? E criterio etico moderatore, che oggi novellamente si accoglie e dalla cui osservanza si riconosce non già diminuzione ma incremento di solidarietà produttiva per le nazioni. Di qui le leggi speciali limitatrici del lavoro per le donne e adolescenti.
« Dovere infine che è limitato dalla coesistenza armonica di altri doveri superiori in ordine alla gerarchia dei fini umano-sociali. Per singole classi cessa il dovere della produzione materiale, se essa è incompatibile con l'esercizio di altre funzioni più elevate e maggiormente doverose, perché più direttamente connesse colle finalità morali-civili, p.e. i ceti adibibili a uffici di religione, di professioni liberali, di funzioni politiche, ecc. Per tutti l'intensità della attività produttiva materiale trova un limite, laddove questa anziché avvantaggiare compromettesse in via assoluta e generale la conservazione fisica, lo sviluppo intellettuale e la vita morale delle generazioni, beni superiori all'acquisto della ricchezza economica. L'ebraismo come il cristianesimo tennero sacra così l'attività materiale inferiore come quella mentale ed etica superiore, e fu benemerenza preziosa per l'economia stessa. L'ideale non è una società di filosofi come nell'antico oriente, o di politici come in Grecia e a Roma, sotto di cui la coattiva e organica fatica degli schiavi; né è una società di produttori come tentò il moderno industrialismo o di lavoratori come vagheggia il socialismo, bensì quello di popolazioni in cui la elevatissima energia dello spirito susciti e regga l'intensità del braccio e dell'opera materiale. Non vi ha popolo per quanto egoista e materializzato, che in qualche misura, in mezzo ai calcoli della produzione utilitaristica, non senta l'influenza latente o aperta di questi precetti etici dell'economia. Il grado e il modo di tale influenza varia con l'educazione dei singoli popoli »: e qui il Toniolo si rifà non solo alle Scuole di dichiarata ispirazione cristiana, ma anche allo Schmoller e al Wagner.
Movente della produzione è bensì l'utile economico, contemperato dall'etica, ma insieme garantito dal diritto (privato e pubblico) mercè le leggi e l'azione dello Stato.
Il Toniolo precisa in che cosa debba consistere l'attività dello Stato e conclude: « Non vi ha produzione normale e matura che si possa svolgere all'infuori dello Stato e della sua molteplice azione; la quale però varia in qualità e intensità a seconda dei singoli oggetti e dei momenti storici. Così si può concludere che, dati i fattori primi della produzione, questa nella civiltà seguirà il progresso degli impulsi dell'utile fra i produttori, del rispetto ed elevatezza della morale nella società; nonché dell'efficacia del diritto nello Stato » (11).
Simili ai princìpi della produzione sono quelli dello scambio. Lo scambio poggia sul sentimento della personalità e quindi dell'utile individuale, che in tal caso suggerisce di usufruire al massimo le proprie abilità e di supplire alle proprie deficienze, ciò che appunto si consegue merce lo scambio. Ma lo scambio deriva anche dall'esistenza della società civile, la quale può considerarsi come un sistema di mutue prestazioni per agevolare la conquista e l'utilizzazione del mondo esterno per cui « la reciprocanza dei servizi si traduce in accrescimento di utilità per tutti, appunto per il tramite dello scambio dei beni. E questo pertanto si avvalora del sentimento di socialità che ci spinge a moltiplicare ed estendere le nostre relazioni coi simili, insinuando la persuasione che merce l'espansione degli scambi l'utile sociale accresce definitivamente quello individuale ».
Lo stesso funzionamento della legge della domanda e dell'offerta altro non è che continuo trasfondersi di posizioni proprie dell'ordine soggettivo dei differenti soggetti degli scambi in posizioni di ordine oggettivo: « ogni richiedente (domanda) si adopra a comprare le merci altrui al valore più basso possibile, acquistandone cioè una maggiore quantità; ed a cedere in cambio una minor quantità possibile delle merci proprie, cioè a vendere ad un valore più alto, lucrando sulla differenza un profitto di acquisto. Ma altrettanto fa l'offerente (offerta) nel vendere le merci proprie in cambio delle altrui, ma in senso opposto, per lucrare alla sua volta sulla differenza un profitto di alienazione. Ma siccome le due serie di beni sono per ambedue alternamente domanda e offerta, oggetto di alienazione e mezzo di acquisto, e per ciascuno ciò che cede di proprio rappresenta un sacrificio di privazione e ciò che riceve d'altrui rappresenta una utilità di acquisizione, così il giudizio nel quale si accordano le due parti contraenti sarà una vera transazione fra questi due valori soggettivi unilaterali fra loro, che finirà col cadere sopra un valore medio bilaterale oggettivo in cui ambedue consentono che il sacrificio di quanto ognuno si priva è superato in una misura soddisfacente dall'utile di quanto acquista ».
Pertanto in quel valore oggettivo finiscono per coincidere e pareggiarsi, o adeguarsi, gli interessi dei compratori e dei venditori. E siccome il valore si commisura all'utilità in base al sacrificio, che in questo caso è quello della privazione del possesso, se nel mercato coesistono due o tre unità di merci a valore decrescente, fra le quali è pur sempre conciliabile in vario grado il comune interesse, la concorrenza fra gli acquirenti spingerà a preferire sempre il valore più basso, appunto perché esso, diminuendo il sacrificio, lascia sopra quella unità o partita di merci un profitto più lauto di scambio a vantaggio di ambedue i contraenti. E perciò « fra più valori coesistenti sarà sempre l'infimo o minimo quello che determinerà lo scambio e poi la concorrenza fra i venditori unificherà intorno a questo infimo anche i valori di cambio superiori » (12).
In taluni punti della sua esposizione il Toniolo sembra lasciarsi trasportare dall'ottimismo proprio della Scuola classica e neoclassica. Il Toniolo è ottimisticamente disposto a vedere nei principi naturali da esse proposti dei principi provvidenziali.
L'originalità del Toniolo peraltro consiste nell'avere dimostrato che quei princìpi non sfuggono al dominio dell'etica e sono intrinseci all'economia. Cioè: non esiste di qui un'economia con le sue leggi naturali rilevate dai fatti, e al di là un'etica con le sue leggi imperative derivate da un'autorità trascendente. La categoria dell'etica è propria di tutte le attività umane e quindi anche dell'attività economica. L'ordine soggettivo non è che il riflesso, attraverso la presentazione che se ne fa ogni singolo uomo, dell'ordine oggettivo, di un ordine cioè inquadrato nell'ordine etico. Può essere, e non di rado è, un riflesso erroneo, distorto, falso, ma, non può essere mai completamente indipendente, disancorato, disincagliato dall'ordine oggettivo.
Di questa permanente interferenza, di questa intrinseca connessione dell'economia con la morale, il Toniolo ha avuto costante coscienza e ne è stato efficace banditore. Non soltanto nei riguardi degli scienziati che sostenevano l'autonomia dell'economia dalla morale e addirittura identificavano la morale nell'economia; ma anche nei confronti dei moralisti, dei religiosi, che credevano di poter predicare il « dover essere » senza preoccuparsi della realtà.

Paolo Emilio Taviani
Luglio-Agosto 1967
(tratto da: Civitas, Rivista Mensile di Studi Politici, Anno XVIII – N. 7-8 – Luglio-Agosto 1967)

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(1) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, parte I, cap. I, in Opera Omnia, Città del Vaticano, 1949, serie 2°, vol. I, pag. 15.
(2) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, ed. cit., vol. I, pagg. 340-341.
(3) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, ed. cit., vol. I, pagg.. 348-349.
(4) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, ed. cit., vol. I, pagg. 361 e segg. Per un maggiore approfondimento circa la teoria marginalistica, e anche a proposito degli Autori citati più avanti, Wagner e Sóhmoller, v. TAVIANI, Il concetto dl utilità nella teoria economica, Le Monnier, Firenze (in ristampa), ai capp. XV e XVIII.
(5) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, ed. cit., vol. I, pag. 372.
(6) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, ed. cit., vol. I, pagg. 376-378.
(7) G. TONIOLO, Dei fatti fisici e sociali nei riguardi del metodo induttivo, articolo in « Archivio Giuridico D. Pisa, 1872, vol. X, pagg. 178-212, ristampato in Opera Omnia, serie 2°, vol. II, quivi vedi pag. 223 segg.
(8) G. TONIOLO, Degli elementi etici quali fattori intrinseci delle leggi economiche, Padova, 1874, rist. in « Civitas », Milano, 1920, e in Opera Omnia, serie 2a, vol. II, quivi vedi pagg. 270-272.
(9) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, 2" parte, introd. in Opera Omnia, ed. cit., serie 2", vol. III, pag. 11.
(10) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, 2" parte, introd. in Opera Omnia, ed. cit., serie 2a, vol. III, pag. 22.
(11) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, parte 2°, introd. in Opera Omnia. ed. cit., serie 2°, vol. III, pagg. 23-26.
(12) G. TONIOLO, Trattato di economia sociale, parte 3a, cap. II, ed. in Opera Omnia, cit., serie 2., vol. V, pag. 84.

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