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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

LO SVILUPPO CRITICO DELLA TEORIA ECONOMICA MARXISTA NELL'UNIONE SOVIETICA


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaIl momento staliniano dello sviluppo del pensiero marxista e socialista, viene solitamente definito — sul piano politico — come il momento drastico del totalitarismo. Sul piano dottrinale, soprattutto per quanto riguarda la scienza economica, può essere valutato come il momento dello sviluppo acritico. Tuttavia, per una di quelle contraddizioni — che non sono rare nel corso della storia, e che nella storia trovano una loro logica spiegazione — toccò proprio a Stalin affrontare il problema che, meglio e più di ogni altro, dà l'avvio a un'evoluzione, in senso critico, della dottrina economica marxista.
È il problema del rapporto fra la teoria del valore e l'economia socialista.
Il Marx prevedeva la società socialista completamente liberata dal feticismo economico che caratterizza il capitalismo: in un'economia fondata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione il concetto di « valore » deve sparire.
« La forma valore del prodotto del lavoro » sentenziava il Marx « è la forma più astratta e più generale del modo di produzione attuale, che acquista per ciò anche un carattere storico, quello di un modo di produzione sociale » (1). E più oltre: « Immaginiamo un gruppo di uomini liberi che lavori con mezzi di produzione comuni e spenda, per un comune accordo, le proprie numerose forze individuali come una sola e comune forza di lavoro sociale. Tutto ciò che si è detto circa il lavoro di Robinson è riprodotto qui, ma socialmente e non individualmente. Tutto ciò che Robinson produceva era un suo prodotto personale ed esclusivo e quindi oggetto di utilità immediata per lui. Il prodotto totale dei lavoratori uniti è un prodotto sociale. Una parte serve di nuovo come mezzo di produzione e resta sociale; ma l'altra parte è consumata e, di conseguenza, deve essere divisa fra tutti. Il modo della divisione varierà secondo l'organizzazione produttiva della società e il grado di sviluppo storico dei lavoratori. Supponiamo, semplicemente per fare un parallelo con la produzione di mercato, che la parte attribuita a ciascun lavoro sia in ragione del suo tempo di lavoro. Il tempo di lavoro avrà così un doppio ruolo. Da una lato, la sua distribuzione nella società regola il rapporto esatto fra le diverse funzioni e i diversi bisogni; dall'altro misura la parte individuale di ciascun produttore nel lavoro comune, e nello stesso tempo quanto ritorna a lui della parte del prodotto comune riservata al consumo. I rapporti sociali degli uomini nei loro lavori e con gli oggetti utili che ne provengono restano in questo modo semplici e trasparenti nella produzione quanto nella distribuzione » (2).
Scompare, dunque, nelle prospettive marxiste, la necessità e, forse, perfino la possibilità di ricorrere al concetto di valore; perché scompare lo scambio.
Invece lo scambio, nonché la moneta, sopravvivono nell'economia pianificata sovietica.
I prezzi vengono per la maggior parte fissati in funzione di obbiettivi particolari che si volevano volta a volta raggiungere. Per esempio: allo scopo di favorirne l'impiego massiccio nell'industria e nell'agricoltura, sono stati fissati per le macchine più moderne prezzi di vendita spesso inferiori ai prezzi di costo. D'altro canto, essendo la maggior parte dei contadini raggruppati nei kolkhoz, e remunerati in funzione delle entrate di ciascuno di essi, il livello fissato per i prezzi agricoli determina il reddito dei contadini. Fino a un'epoca recente, i prezzi agricoli erano stati fissati in modo tale che il reddito medio dei contadini rimanesse nettamente inferiore al salario medio dell'industria e del commercio, cosa che ha favorito il reclutamento di nuovi operai e impiegati dalla campagna, e ha permesso, d'altra parte, la costituzione di importanti fondi d'investimento (3).
apparso tuttavia subito evidente che non si poteva fare a meno di una norma generale dei prezzi, che bisognava essere in grado di dire quello che rappresenta normalmente il prezzo di una merce. Si può anche cercare di spiegare con questa o quella particolare necessità l'aumento o il ribasso di questo o quel prezzo. Ma la spiegazione non soddisfa, se non si può anche aggiungere: il prezzo di tale prodotto dovrebbe essere normalmente fissato a tale livello; lo alziamo o lo abbassiamo in confronto a questo livello normale per questo o quest'altro motivo.
L'idea si è imposta tanto rapidamente che nell'economia pianificata sovietica il prezzo normale di un bene doveva rifletterne il valore, cioè la quantità di lavoro socialmente necessaria alla sua produzione. Si è dunque ammesso che la « legge del valore » sussisteva nell'economia sovietica.
Come si concilia tutto ciò con le sentenze del Marx?
Si deve riconoscere che l'economia pianificata sovietica non è completamente socialista, oppure che le previsioni del Marx non erano valide.
Quest'ultima soluzione veniva implicitamente adottata dal Voznessenskj, il quale sostenne che gli scambi, nell'Unione sovietica, sono regolati da una legge che s'impone al pianificatore: « La legge del valore non regola solamente la distribuzione delle merci, ma anche la ripartizione delle ricchezze fra le diverse branche dell'economia... Il pianificatore è tenuto a osservare certe proporzioni fra l'industria e l'agricoltura, fra la produzione dei beni di consumo e quella dei beni di attrezzatura, fra lo sviluppo della produzione e quello dei trasporti, fra l'investimento e i consumi » (4).
Il Voznessenskj scrisse queste cose quand'era, nel 1948, direttore del Gosplan, cioè dell'amministrazione che elabora e controlla i piani economici. Poco dopo egli veniva liquidato per ordine di Stalin. Ma il problema del rapporto fra le leggi economiche e l'economia pianificata sovietica non poteva liquidarsi altrettanto facilmente. E Stalin stesso dovette affrontarlo pubblicando, nel 1953, l'opuscolo I problemi economici del socialismo in Urss.
In esso Stalin non ci appare tanto dogmatico quanto realista. Realisticamente egli si sforza di delineare un compromesso fra i sostenitori della sopravvivenza della « legge economica del valore » e gli esegeti ortodossi delle sentenze del Marx.
Stalin riconosce che la legge del valore continua a sussistere nell'Urss : « Là dove esistono merci e produzione mercantile, non può non esistere la legge del valore » (5). E la produzione mercantile continua a esistere nell'Urss, sotto forma della produzione colcosiana. Di fatto « lo Stato può disporre solamente della produzione delle aziende statali, mentre della produzione colcosiana dispongono solamente i colcos, come di una loro proprietà. I colcos non vogliono alienare i loro prodotti altrimenti che sotto forma di merci, in scambio alle quali vogliono ricevere le merci loro necessarie » (6).
È necessario, per esempio, prosegue Stalin, fissare il prezzo del cotone a un livello superiore a quello dei cereali, perché il cotone costa più caro, come è confermato dai prezzi mondiali. Se non avessimo fissato un prezzo superiore per il cotone, « avremmo rovinato i coltivatori e saremmo rimasti senza cotone » (7).
Nella società sovietica sopravvivono dunque le categorie di mercato, e sopravvive la legge del valore: a causa della coesistenza, accanto alla proprietà di Stato, di altre forme di « proprietà socialista », in particolare quella colcosiana. Questo fenomeno era già stato rilevato e analizzato, con ben maggiore acutezza scientifica, assai prima di Stalin, dal Preobrazhenskij (8).
Ma la proprietà colcosiana può veramente definirsi una forma di « proprietà socialista »? E lecito formulare più di un dubbio in proposito. Ed è forse proprio per la dubbia ortodossia socialista della proprietà colcosiana, che Stalin non si ferma alla citata ammissione. Egli scrive testualmente: « Si dice che la legge del valore è una legge permanente, obbligatoria per tutti i periodi dello sviluppo storico, che, anche se la legge del valore perde la sua efficacia come regolatrice dei rapporti di scambio nella seconda fase della società comunista, essa, in questa fase di sviluppo, conserverà la sua efficacia, come regolatrice dei rapporti fra le diverse branche della produzione, come regolatrice della ripartizione del lavoro fra le branche della produzione.
Ciò è falso del tutto. Il valore, come anche la legge del valore, è una categoria storica, legata all'esistenza della produzione mercantile. Con la scomparsa della produzione mercantile spariranno sia il valore con le sue forme, che la legge del valore.
« Nella seconda fase della società comunista la quantità di lavoro impiegato per la produzione dei prodotti, non si misurerà per vie traverse, non tramite il valore e le sue forme, come accade nella produzione mercantile, ma direttamente e immediatamente con la quantità di tempo, con il numero delle ore impiegate nella produzione dei prodotti. Per quanto riguarda la ripartizione del lavoro fra le branche della produzione, essa non sarà regolata dalla legge del valore, che in questo periodo perde la sua efficacia, ma dall'incremento del fabbisogno di prodotti da parte della società. Essa sarà una società in cui la produzione verrà regolata dal fabbisogno sociale e il calcolo del fabbisogno sociale acquisterà una importanza primordiale per gli organi pianificatori » (9).
Questa posizione di Stalin è stata giustamente definita un compromesso fra le dichiarazioni del Marx e la pratica sovietica: un compromesso per nulla soddisfacente. Non è il carattere imperfettamente socialista della società sovietica che spiega il mantenimento del « valore »; bensì la necessità in cui ci si trova — se si vuole evitare di disperdere delle forze produttive — di tenere conto, in tutte le operazioni di pianificazione, del costo effettivo in lavoro dei prodotti e dei mezzi di produzione. E il mezzo pratico di tenerne conto consiste nel fissare i prezzi base di questo costo in lavoro, cioè sulla base del valore (10).
Dunque i prezzi devono essere proporzionali ai valori dei prodotti?
È il problema su cui — morto Stalin e chiusa la sua èra — si sono accese le polemiche nell'Unione sovietica: in esse si manifesta chiaramente uno sviluppo, gin senso critico, della dottrina economica marxista.
La « pianificazione ottimale » è l'obbiettivo, il punto finale o d'arrivo, e al tempo stesso il criterio di orientamento nelle polemiche tuttora assai vive fra gli economisti sovietici.
Di che cosa si deve tener conto, quali sono i calcoli economici necessari per realizzare la pianificazione ottimale? Qui sta il problema.
In un discorso del 1958, per l'inaugurazione di una centrale elettrica sul Volga, Krusciov ha implicitamente indicato una nuova via di sviluppo della dottrina economica socialista. Egli ha infatti criticato gli autori del progetto della centrale per aver calcolato il costo dell'energia prodotta senza tener conto degli interessi sui capitali investiti, né dei tempi necessari alla costruzione (11).
In realtà, già nell'epoca staliniana, si era continuato, in taluni settori, a fare dei calcoli di redditività degli investimenti, per determinare i migliori metodi di produzione. Tuttavia nella grande maggioranza dei casi veniva principalmente richiesto alle imprese di realizzare e, possibilmente, superare, il loro piano di produzione, cioè il compito loro affidato dall'amministrazione del piano. I direttori e gli ingegneri ricevevano, in più del loro trattamento fisso, dei premi cospicui proporzionali al grado di realizzazione o di superamento degli obbiettivi del piano da parte dell'impresa. A queste condizioni, essi non cercavano, neppure quando sarebbe stato necessario, di ridurre i costi di produzione. Si sono verificati molti casi, nei quali il piano è stato realizzato o superato grazie a un aumento dei costi previsti: e il sovracosto veniva sopportato dallo Stato (12).
Già nel 1949 l'Atlas denunciava questo inconveniente, e invocava che si scegliesse come indice principale per la valutazione dei risultati dell'impresa il « tasso di redditività », cioè il rapporto fra il profitto netto e l'ammontare degli investimenti (13).
Solo dopo la morte di Stalin, il problema è stato esplicitamente affrontato e approfondito (14), e il citato discorso del Krusciov ha costituito una prestigiosa autorizzazione a dibattere l'argomento, senza il rischio di essere tacciati di eresia.
Il dibattito che ne è seguito tra gli economisti dell'Urss risulta di eccezionale interesse (15).
Il 9 settembre 1962 la « Pravda » ha pubblicato un articolo firmato dal Professor Liberman dell'Università di Kharkov: Piano, profitto, sovvenzione statale. Esso sosteneva la riforma del sistema di pianificazione, in modo di far coincidere gli interessi della impresa con quelli della società; l'impresa dovrebbe essere condotta — nella ricerca delle soluzioni migliori per se stessa — ad agire nell'interesse di tutta l'economia. Nello stesso momento in cui il quotidiano del partito comunista sovietico pubblicava l'articolo, destinato a provocare un vasto scambio di vedute fra esperti di economia, studiosi e semplici cittadini, il tema della « stimolazione materiale delle imprese » era incluso nel programma di ricerche dell'Istituto di economia dell'Accademia delle Scienze. La discussione riprese, ancor più vivace, dopo un nuovo articolo della « Pravda » del 17 agosto 1964, Per una gestione flessibile delle imprese, dell'accademico Trapeznikov, seguito immediatamente da numerosi altri articoli, e, in particolare, da quello del Liberman del 20 settembre 1964, intitolato: Ancora a proposito del piano, del profitto e della sovvenzione statale (16).
In pratica, il problema si pone in questi termini: è possibile — restando sempre nell'ambito di un'economia socialista —, ed è conveniente, imporre alle singole imprese di Stato il pagamento allo Stato stesso d'interessi per i capitali che sono stati loro affidati, al fine di obbligarle a tener conto della redditività dei propri investimenti?
Per una risposta positiva si sono pronunciati il Malyscev (17), il Vaag, lo Zakharov, il Sobol (18) e il Kondrascev (19). Essi sostengono innanzitutto che si devono eliminare gli sprechi derivanti dall'insufficienza dei calcoli di redditività nei casi di grossi lavori. Ma è necessario anche eliminare uno spreco più generico, derivante dal fatto che le imprese non devono pagare gli interessi per i capitali loro affidati. Se le imprese dovessero pagare degli interessi proporzionali ai capitali di cui dispongono, aggiungendosi questi interessi ai loro costi di produzione e riducendosi i profitti, sarebbero incitate, appunto per salvaguardare i profitti, a ridurre allo stretto necessario l'ammontare dei loro investimenti.
Secondo il Vaag e lo Zakharov (20), il tasso d'interesse dovrebbe essere assai alto, pari al rapporto fra l'ammontare totale dei profitti realizzati e il valore globale del capitale, cioè pari alla redditività media degli investimenti: in pratica, dovrebbe aggirarsi sul 20%!
Osserva giustamente il Denis che, accettando questa soluzione, ci si avvia a un sistema di prezzi corrispondente ai prezzi normali delle economie capitalistiche: quelli che, nel vocabolario del Marx, sono chiamati « prezzi di produzione D. Infatti in un'economia capitalistica, se i tassi del profitto delle imprese sono tutti uguali, i prezzi dei prodotti sono uguali ai costi di produzione aumentati dei margini di profitto proporzionali all'ammontare degli investimenti per ogni unità annuale di merce prodotta. Si verificherebbe altrettanto in un'economia socialista nella quale le imprese pagassero interessi eguali al tasso medio del profitto dell'economia (21).
Il Kantorovic prende in considerazione una serie di lavori che possono essere eseguiti, sia a mano, sia con l'aiuto di macchine. Esiste, egli dice, una certa ripartizione di macchine disponibili tra i differenti impieghi possibili, che rende minimo il prezzo di costo globale dei lavori. E si può ottenere che le imprese adottino spontaneamente i metodi di produzione che corrispondono alla situazione ottima. Basta far loro pagare, per l'uso di ciascuna macchina, un « valore locativo », cioè un prezzo d'affitto pari alle economie realizzate sui salari, grazie alla macchina. In questo modo, laddove l'impiego delle macchine dia un vantaggio anche minimo, si ricorrerà pur sempre a esso, mentre non vi si ricorrerà laddove non vi sia alcun vantaggio. Si potrà così identificare — con questo criterio — l'utilità marginale negli impieghi delle macchine, la cui disponibilità non è ovviamente infinita (22).
Il Novojilov sostiene che occorre far pagare, per l'impiego di un mezzo di produzione, una somma uguale alla « spesa di rapporto inverso », cioè eguale al supplemento di spesa che comporta la rinuncia all'impiego di quello stesso mezzo in un'altra branca di produzione.
Nelle definizioni « valore locativo » e « spesa di rapporto inverso » il Denis riconosce il concetto di rendita marginale di un mezzo di produzione, ossia, il concetto neoclassico di produttività marginale.
Se si fa pagare alle imprese un « affitto » eguale alla produttività marginale, esse cesseranno naturalmente di domandare nuovi mezzi quando il guadagno netto raggiunto grazie all'impiego di un mezzo supplementare divenga nullo, cioè quando la produttività marginale della dotazione nell'impresa diventi eguale alla produttività marginale del mezzo nella globalità dell'economia. Generalizzando i risultati ottenuti dal Kantorovic e dal Novojilov, si giunge alla conclusione che, per ottenere una ripartizione ottima degli investimenti, è necessario far pagare alle imprese degli interessi per i fondi che sono loro affidati, sulla base di un tasso eguale alla produttività marginale del capitale nell'economia: si applica così all'economia socialista una delle leggi fondamentali della dottrina economica neoclassica: quella del livellamento delle produttività marginali degli investimenti (23).
Il Denis e la Lavigne definiscono addirittura « marginalismo sovietico » la Scuola del Kantorovic e del Novojilov (24).
Abbiamo già visto come il Kantorovic ritenga che le spese totali diminuiscano, quando si fa pagare alle imprese per ciascun fattore di produzione un prezzo pari alla « valutazione obbiettiva » che altro non è se non ciò che i neoclassici hanno chiamato « produttività marginale ».
Per il Kantorovic il fatto che il sistema sovietico ignori il prezzo d'uso dei beni durevoli, costituisce una lacuna fondamentale. Bisogna determinare, egli dice, le « valutazioni locative » dei beni di attrezzatura che sono eguali alle economie che permette di realizzare, nell'unità di tempo, la disponibilità di una unità supplementare di attrezzatura. E bisogna far pagare come noli somme corrispondenti all'utilità di tali attrezzature.
Grazie all'insieme delle « valutazioni obbiettive » e delle « valutazioni locative » si può calcolare « l'efficacia normale » degli investimenti che deve guidare il pianificatore nell'attribuzione dei fondi disponibili fra le diverse branche e le diverse singole imprese. Questa « efficacia normale » corrisponde alla « efficacia marginale » dei neoclassici.
Al fine di rendere ottimale la pianificazione, secondo il Kantorovic, occorre « apportare nel sistema dei bilanci, del finanziamento e degli indici statistico-economici che caratterizzano l'attività delle imprese, dei cambiamenti tali per cui le imprese e gli altri organismi economici abbiano interesse a seguire il piano ottimale » (25).
È per questa ragione che conviene fissare per i vari fattori di produzione prezzi « che si avvicinino » a « valutazioni obbiettive » e far pagare agli utilizzatori delle attrezzature le « valutazioni locative » corrispondenti. Soltanto a questa condizione, la ricerca da parte delle unità di produzione del costo minimo conduce a scelte conformi al piano ottimale di produzione. L'autore precisa che i rapporti dei prezzi con i mezzi di produzione sarebbero sensibilmente modificati, ma che il loro livello medio ne risulterebbe diminuito, poiché diminuirebbero globalmente i costi.
Quanto ai prezzi dei beni di consumo venduti al dettaglio, essi non sarebbero necessariamente imposti dalle « valutazioni obbiettive ». L'incorporazione delle « valutazioni locative » delle attrezzature nei prezzi di costo porterebbe a elevare i prezzi al dettaglio dei beni di consumo. Ma l'afflusso delle risorse così procurate allo Stato permetterebbe di diminuire la tassa sicché i prezzi dei beni di consumo non dovrebbero alla fine aumentare (26).
Secondo il Novojilov, il problema dell'economia socialista è quello della scelta dei metodi di produzione che rendano minimo l'ammontare globale delle quantità di lavoro spese per ottenere una data produzione. Il solo metodo che possa essere impiegato per risolvere questo problema è di calcolare, per ciascun prodotto, gli incrementi delle spese globali di lavoro provocate dai differenti sistemi di fabbricazione, cioè le « spese differenziali » di produzione, e di scegliere il metodo per il quale la « spesa differenziale » sia la più bassa (27).
Le « spese differenziali » sono anch'esse la somma di due categorie di spese: da una parte le spese di produzione (o quantità di lavoro effettivamente dedicato alla produzione del bene) e dall'altra parte le « spese di rapporto inverso », ossia le spese supplementari generale nel resto dell'economia dal fatto che si produce, secondo una tecnica determinata, il bene considerato. Queste « spese di rapporto inverso » sono dovute al fatto che per produrre il bene in questione secondo una certa tecnica, si utilizzano dei mezzi di produzione rari, che sono sottratti alle altre branche di produzione, sicché salgono i costi in queste altre branche (28). Anche questo concetto altro non è che ciò che i neoclassici chiamano e efficacia marginale » dei mezzi di produzione esistenti in quantità limitata e non riproducibili immediatamente, o meglio l'« efficacia marginale » dei beni investiti. Infatti le spese supplementari provocate nella globalità dell'economia dall'impiego, in una determinata branca, di un mezzo di produzione raro, corrispondono alle spese risparmiate a margine se questo mezzo venisse impiegato in un'altra branca.
Risulta ovvio da quanto detto sinora che, nelle teorie della pianificazione ottimale, e quindi dei rapporti dell'economia socialista con la legge del valore, e, in generale, con le leggi economiche, ricompare, più vivo che non mai, il concetto di utilità marginale.
I modelli matematici dei teorici sovietici della « pianificazione ottimale » e della « valutazione obbiettiva » si fondano su di una « funzione-obbiettivo del consumo sociale » che rende commensurabili le utilità dei singoli beni prodotti, consentendo, così una razionale fissazione dei loro prezzi, indipendentemente, dalla valutazione dei tempi di lavoro necessari alla loro produzione.
Le reazioni a questo ardito sviluppo critico della teoria marxista non hanno tardato a farsi sentire.
Il Turetskij (29), il Maizenberg, il Batyrev (30), sostengono che il prezzo è solo uno strumento di politica economica, e il pianificatore non può esserne in alcun modo condizionato. Secondo loro le nuove strade proposte dai teorici della pianificazione ottimale costituiscono una vera e propria capitolazione di fronte alle teorie borghesi dell'utilità marginale.
Il Boiarski trova addirittura un'analogia sorprendente fra le tesi del Kantorovic e i Principi di economia politica del Tugan-Baranovski. Kronrod lo accusa di « risuscitare, in veste matematica, le vecchie concezioni della scuola soggettiva e le vecchie pretese marginaliste » (31).
I teorici della pianificazione ottimale rispondono che — a parte il ricorso ai formalismi matematici — non vi è nulla di comune fra il concetto di « utilità sociale » (precisabile in forma del tutto oggettiva), alla quale essi ricorrono ai fini della costruzione della « funzione-obbiettivo » del piano ottimale, e il concetto di utilità individuale delle scuole marginalistiche soggettivistiche (32).
E un grande matematico, il Kolmogorov, dichiara: « Non dobbiamo commuoverci dell'analogia formale della « efficacia normale » con l'« interesse del capitale » del capitalismo... Non temiamo affatto che l'apparato matematico della teoria marxista dell'economia socialista abbia ,dei punti di rassomiglianza formale, per esempio, con la teoria dell'utilità marginale nell'economia politica borghese. Ciò si spiega con la comunanza dell'apparato matematico di soluzione in qualunque problema di variabili e non tocca affatto né il carattere specifico dei nostri problemi né la « purezza » dell'impostazione marxista della questione » (33).
Questo argomento viene ripreso dal Kantorovic: « Indipendentemente dal fatto che le valutazioni al margine non sono in principio per nulla estranee alla scienza economica marxista (teoria della rendita), tuttavia questa analogia (con il capitalismo) pesa sugli economisti. Ciò perché bisogna precisare perché il calcolo economico nell'economia socialista è spesso tratto ad utilizzare valutazioni marginali. È chiaro che se voi volete risolvere il problema della scelta con riferimento ad un'impresa reale, la scelta della decisione non introduce cambiamenti decisivi nel bilancio economico, ma è legata a variazioni di questa. Ecco perché noi dobbiamo conoscere il tasso di sostituzione dei prodotti per una variazione del piano. Ciò è precisamente un sistema di calcolo al margine » (34).
Ma se si dimostra anche che la « pianificazione ottimale » suppone delle valutazioni marginali, e che nello stesso tempo si ritiene di conservare una teoria del valore in cui il lavoro è solo fattore di produzione, non sarà più impossibile che un teorico marxista utilizzi certi concetti marginalisti.
Il Novojilov ha lungamente insistito su questo punto (35). « Gli strumenti matematici sono formali, egli scrive, cioè privi di contenuto. Perciò ci si può servire degli stessi strumenti matematici in teorie economiche differenti, vere o false. L'idea secondo la quale il marxismo sarebbe incompatibile con il ricorso a dei moltiplicatori marginali è basato su una semplificazione dogmatica del marxismo » (36).
A questa difesa delle tecniche marginaliste da parte del Novojilov fanno eco le simili affermazioni dell'accademico Nemèinov : « La teoria dei limiti è il fondamento dell'analisi matematica moderna. Le nozioni di incremento di una funzione, di derivata di una funzione e dei suoi valori estremi sono elementi fondamentali della scienza matematica contemporanea. Il rapporto, per esempio, di un incremento del reddito con un incremento dell'investimento ha una importanza economica essenziale. L'economia politica marxista nega soltanto l'impiego arbitrario del concetto di margine, quello di cui ci si serve nelle teorie oggettive dell'utilità marginale » (37).
L'applicazione di metodi matematici nell'analisi economica di piano — afferma il Kantorovic (38) — nelle condizioni dell'economia socialista, propone sì una serie di problemi metodologici complicati. Ma i parametri che faranno la loro apparizione nel corso d'indagini obbiettive sui fenomeni economici, che assumano carattere quantitativo, dovranno risultare in accordo con la teoria del valore-lavoro, e inserirsi compiutamente nel suo quadro generale.
I sostenitori della pianificazione ottimale si richiamano, del resto, a una frase dello stesso Marx: « In una società di là da venire, in cui l'antagonismo di classe fosse cessato, ove non vi fossero più classi, l'uso non sarebbe determinato dal « minimo » del tempo di produzione: ma il tempo di produzione sociale che si consacrerebbe ai diversi soggetti sarebbe determinato dal loro grado di utilità sociale » (39). Come e ancora più del concetto di « utilità sociale », anche quello di « valore d'uso sociale » si ritrova largamente impiegato nel Marx: « Chiunque col lavoro delle proprie mani provvede al soddisfacimento dei propri bisogni, crea soltanto valori d'uso personali. Per produrre merci, egli deve produrre non solo valori d'uso in genere, ma valori d'uso per gli altri, valori d'uso sociali » (40).
Replica la Dunaeva che le affermazioni del Marx si riferirebbero alla fase superiore della società comunista e non alla società socialista; si riferirebbero inoltre all'impiego di lavoro, non già nella produzione di ogni singola merce, bensì in quella di tutto l'insieme delle merci aventi un determinato valore d'uso ; e cioè alla ripartizione del lavoro sociale fra le diverse sfere della economia sociale e alla formazione della loro proporzionalità (41).
Lo Pcelnicev osserva che il sistema dei prezzi, così come storicamente si è venuto configurando nell'Unione Sovietica, non potrebbe in alcun modo servire, allo stato attuale delle cose, a un'adeguata misura delle utilità sociali (42). È vero che nell'Unione Sovietica, come in altri Paesi socialisti, da decenni si è parlato ufficialmente di « prezzi fondati sul valore », che dovrebbero fissarsi sulla base del costo di produzione di ogni singola merce, con l'aggiunta di una determinata quota di reddito netto (plusvalore) proporzionale alla somma dei salari erogati per la produzione di quella stessa merce. Tuttavia, come riconosce, con obbiettività, il Sereni « larghe e sistematiche deviazioni » si sono da sempre praticate, anche ufficialmente, rispetto all'una e all'altra delle norme generali citate (43).
Nelle attuali condizioni dell'economia sovietica, nonché in quelle sostanzialmente analoghe di altri Paesi socialisti, deve escludersi, secondo il Sereni, la possibilità di risalire direttamente, dai prezzi effettivi delle singole merci, ai loro rispettivi valori. Risulterebbe, tuttavia, al tempo stesso valida l'affermazione del Nemcinov (44), secondo cui, nel complesso di una data economia socialista, e all'interno stesso di suoi singoli settori che producano merci mutuamente surrogabili, la somma dei prezzi effettivi tende a coincidere con quella dei valori.
Fin da questo primo approccio alla discussione tuttora in atto fra gli economisti marxisti, sembra possibile negare l'accusa che contro i « revisionisti » viene lanciata dagli ortodossi: quella cioè di soggiacere alla suggestione dell'economia capitalistica, e di voler introdurre nel Paese del socialismo i principi del capitalismo.
Ma, al tempo stesso, devono rilevarsi le singolari affinità e convergenze che — ciascuno a partire dai problemi propri della società in cui opera — mostrano sistemi teorici pur tanto diversi, nel loro comune tentativo, tutto moderno e al quale forse appartiene il futuro, di determinare e raggiungere, pur nella varietà delle situazioni e delle dimensioni, una precisa sintetica conoscenza della realtà economica.

Paolo Emilio Taviani
Settembre 1969
(tratto da: Civitas, Rivista Mensile di Studi Politici, Anno XX – N. 9 – Settembre 1969)

* * *

(1) K. MARX, Il Capitale, vol. I, libro I, Sez. I, cap. I, par. 3°, trad. it., in « Biblioteca dell'Economista », III Serie, vol. IX, parte II, Torino, 1886, p. 36, nota 1.
(2) K. MARX, Il Capitale, vol. I, libro I, Sez. I, par. 4°, trad. it. cit., p. 43.
(3) Cfr, H. DENIS - M. LAVIGNE, Le problème des prix en Union Soviétique, Paris, 1965, p, 63 sgg.
(4) N. VOZNESSENSKJ, L'économie de guerre en Urss, trad. fr., Paris, 1948, pp. 108-109.
(5) J. V. STALIN, Problemi economici del socialismo nell'Urss, trad. it., Roma, 1953, p. 29.
(6) J. V. STALIN, Problemi economici del socialismo nell'Urss, cit., p. 25.
(7) J. V. STALIN, Problemi economici del socialismo nell'Urss, cit., p. 31.
(8) EVGENY PREOSRAZIHENSKIJ, La nuova economia è del 1926. Noi ne conosciamo la traduzione inglese The New Economy, Oxford, 1965. Particolarmente importante è, per il nostro tema, il capitolo III « The law of value in Soviet economy », pag. 147-218.
(9) J. V STALIN, Problemi economici del socialismo nell'Urss, cit., p. 33.
(10) Cfr. H. DENIS, Histoire de la pensée économique, Paris, 1966, pp. 725-728; V. VITELLO, Il pensiero economico moderno, 2° ed., Roma, 1965, pp. 105-106.
(11) (Cfr. J. M. COLLETTE, Politique des investissements et calcul économique: l'espérience soviétique, Paris, 1965, p. 458.
(12) Cfr. H. DeNIS, Histoire de la pensée économique, cit., pp. 729 sgg.; V. VITELLI, Il pensiero economico moderno, cit., pp. 99 sgg.
(13) Z. ATLAS, si veda in « Bollettino dell'Accademia delle Scienze dell'Urss », Sezione « Economia e Diritto », n. 5, Mosca, 1949.
(14) Cfr. H. DENIS - M. LAVIGNE, Le problème des prix en Union Soviétique, cit., p. 7.
(15) Cfr. H. DENIS - M. LAVIGNE, Le problème des prix en Union Soviétique, cit., pp. 77 sgg. e 119-121.
(16) Cfr. M. LAVIGNE, La réforme des méthodes de gestion économique en Union Soviétique; la discussion Liberman, art. in « Les Temps Modernes », anno XX, n. 230, Paris, luglio 1965, pp. 93-95.
(17) Di questo A. cfr. particolarmente, Alcune questioni della formazione dei prezzi nell'economia socialista (in lingua russa), art. in « Voprosy Ekonomiki », Mosca, 1957, n. 3; Contabilizzazione sociale del lavoro e del prezzo nel socialismo (in lingua russa), Mosca, 1960, p. 125.
(18) Di questo A. cfr. particolarmente Studi sui problemi della bilancia dell'economia nazionale (in lingua russa), Mosca, 1960, pp. 59 e 82.
(19) Di questo A. cfr. La formazione dei prezzi nell'industria dell'Urss (in lingua russa), Mosca, 1956; Valore e prezzi nell'economia socialista (in lingua russa), Mosca, 1963, pp. 354 e 389.
(20) VAAG - S. N. ZAKHAROV, La remunerazione dei capitali produttivi e il profitto dell'impresa (in lingua russa), art. in « Voprosy Ekonomiki », Mosca, 1963, n. 4, pp. 88-100.
(21) H. DENIS, Histoire de la pensée économique, cit., pp. 730-731.
(22) Cfr. L. V. KANTOROVIC, Calcul économique et utilisation optimale des ressources, trad. franc., Paris, 1963. L'edizione in lingua russa è del 1959.
(23) Cfr. H. DENIS, Histoire de la pensée économique, cit., p. 732.
(24) H. DENIS - M. LAVIGNE, Le problème des prix en Union Soviétique, cit., p. 138.
(25) L. KANTOROVIC, Calcul économique et utilisation optimale des ressources, cit, p. 132.
(26) L. KANTOROVIC, Calcul économique et utilisation optimale des ressources, cit., p.134.
(27) V. NOVOJILOV, La mesure des dépenses (de production) e de leurs résultats en économie socialiste, trad. franc., in « Cahiers de l'Isea », n. 146, Paris, 1964, p. 179.
(28) V. NOVOJILOV, La mesure des dépenses (de production) et de leurs résultats en economie socialiste, cit., pp. 179-183.
(29) Cfr. Sulla formazione pianificata dei prezzi nell'Urss (in lingua russa), Mosca, 1959; Problemi della distribuzione e formazione dei prezzi (in lingua russa), art. in « Voprosy Ekonomiki », n. 4, Mosca 1961.
(30) Cfr. Problemi della formazione dei prezzi e stimolazione materiale (in lingua russa), art. in « Voprosy Ekonomiki », Mosca, 1963.
(31) Cfr. Lavori della Conferenza scientifica sull'applicazione dei metodi matematici nelle ricerche economiche e nella pianificazione (4-8 aprile 1960), tomo I: Problemi generali dell'applicazione delle scienze matematiche all'economia e alla pianificazione (in lingua russa), Mosca, 1961, p. 183.
(32) Cfr. E. SERENI, Assiomatica struttura e metodo del « Capitale ». A proposito del dibattito sui prezzi ottimali in Unione Sovietica, art. in « Critica marxista », Roma, gennaio-febbraio, 1968, pp. 3-36.
(33) Cfr. Problemi generali dell'applicazione delle scienze matematiche all'economia e alla pianificazione, cit., pp. 187.188.
(34) Cfr. Problemi generali dell'applicazione delle scienze matematiche all'economia e alla pianificazione, cit., p. 267.
(35) Cfr. V. NOVOJILOV, Questioni controverse sull'impiego dei moltiplicatori ausiliari nell'economia socialista, in Modelli economici: questioni teoriche di consumo (in lingua russa), Mosca, 1963, pp. 107-143.
(36) V. NOVOJILOV, Questioni controverse sull'impiego dei moltiplicatori ausiliari nell'economia socialista, cit., p. 115.
(37) V. S. NEMCINOV, Valore d'uso e valutazioni d'uso, in Modelli economici: questioni teoriche di consumo (in lingua russa), Mosca, 1963, p. 187.
(38) Cfr. L. V. KANTOROVIC, Calcul économique et l'utilisation optimale des ressources, cit.
(39) K. MARX, Miseria della filosofia, in « Opere di Marx, Engels, Lassalle », vol. I, Milano, 1922, p. 40.
(40) K. MARX, Il Capitale, vol. I, libro I, Sezione Ia, Cap. I, par. I, cit., p. 12.
(41) VERA DUNAEVA, Sul problema del metodo matematico nel « Capitale » di K. Marx (in lingua russa), art. in « Voprosy Ekonòmiki », n. 8, Mosca, 1967, pp. 20 sgg.
(42) O. S. PCELNICEV, Alcuni problemi della teoria della pianificazione ottimale (in lingua russa), art. in « Voprosy Filosofii », n. 6, Mosca, 1967, pp. 3-14.
(43) E. SERENI, Assiomatica struttura e metodo nel « Capitale », art. cit., pp. 11-12.
(44) V. S. NEMCINOV, Contorni di un modello di formazione pianificata dei prezzi (in lingua russa), art. in « Voprosy Ekonomiki », n. 12, Mosca, 1963, p. 105 sgg.

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