LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

APPUNTI SULLA QUESTIONE SOCIALE NEGLI ANNI SETTANTA


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaAgli inizi degli anni settanta si può ancora parlare di una questione sociale?
La risposta è – al tempo stesso – positiva e negativa, senza risultare contraddittoria.
Per un verso, la questione sociale può considerarsi – almeno in Italia e in Europa – superata; per un altro verso, essa sussiste più viva e vivace che mai (1).
Può considerarsi superata la questione sociale nella sua tipica espressione dell'Ottocento e della prima metà del Novecento. Ma non dovunque.
Ci sono Paesi nei quali il capitalismo ancora si manifesta e si sviluppa con la prepotente logica del profitto; e ci sono Paesi nei quali al grande capitale privato si è sostituito dovunque il capitale di Stato, con un'altrettanto prepotente logica statolatrica. Ma ci sono anche molti Paesi, nei quali, da un lato i movimenti sindacali, dall'altro lato una politica di nazionalizzazioni e d'interventi statali nell'economia, hanno determinato un regime economico-sociale nuovo, diverso dal capitalismo del secolo scorso e dei primi decenni del nostro.
Nel secolo scorso, e agli inizi del nostro, il tema dominante era la proprietà: intorno a esso si costruirono le principali filosofie sociali.
Dal liberalismo al marxismo, alle scuole sociali cristiane, tutti si trovarono impegnati su di una domanda: quale carattere dare alla proprietà, affinché corrisponda alle esigenze materiali e spirituali dell'uomo?
Le risposte sono state diverse e la storia ha dato torto alle posizioni estreme: ha condannato chi voleva l'abolizione della proprietà privata come chi rifiutava ogni intervento statale nell'economia.
Si è affermata e si sta affermando oggi una linea mediana.
Nessuno più disconosce la legittimità dell'azione economica dello Stato. Le esperienze originali italiane dell'Iri, dell'Eni, della Cassa per il Mezzogiorno sono apprezzate dagli studiosi stranieri, e non di rado imitate, in Europa come in America.
D'altro canto, il passaggio dalla prevalente economia agricola alla prevalente economia industriale offre l'esempio di condizioni di benessere e partecipazione al potere, che non sono accompagnate, e non hanno bisogno di essere accompagnate dalla detenzione della proprietà.
La piccola proprietà rimane il cardine di un sistema sociale equilibrato, ma non è più il solo elemento di una giusta distribuzione del potere e della ricchezza.

Nuovi temi dell'odierna questione sociale

Altri temi oggi s'impongono.
Il problema della miseria e della fame è stato, fino al nostro secolo, anzi fino alla soglia degli anni cinquanta, un problema permanente della convivenza umana. La preistoria e la storia confermano questo dato, senza eccezioni di sorta. Di qui ha tratto virulenza la questione sociale; e il marxismo ha tratto linfa e vigore.
Negli ultimi decenni si è verificato il fatto nuovo: nell'Europa occidentale, in Nordamerica, in Australia, il problema, che ha tormentato per millenni l'umanità, sta per essere, o è definitivamente vinto. È vero che in tante parti del mondo il problema rimane, grave e assorbente (2), ma il fatto nuovo è ormai acquisito dalla società europea, nella quale si colloca l'italiana: il progresso tecnologico ha dimostrato che nella nostra società nazionale ed europea l'aspirazione di ogni uomo a un dignitoso benessere può essere soddisfatta.
Sulla base di questo dato poggiano i problemi in cui si esprime l'odierna questione sociale.
Sussiste, dunque, ancora oggi, in Italia e in Europa, una ‘questione sociale’. Ma i temi su cui essa s'impernia sono mutati rispetto al secolo scorso. A mano a mano che i problemi vecchi sono stati risolti o avviati a soluzione, altri ne sorgono o si acutizzano.
Uno di essi è la dignità del lavoratore nell'azienda e la conciliazione di questa esigenza con quella dell'indispensabile autorità nella conduzione dell'azienda stessa.
L'altro è la partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato.
Sono due temi apparentemente diversi. Se si approfondiscono, risultano le facce di una stessa medaglia: sulla quale dovrà essere inciso il volto non anonimo, ma personale dell'uomo della civiltà dei consumi, delle megalopoli oppressive e – per usare un termine di moda – alienanti.
L'uomo della civiltà contadina conserva un suo peso e una sua dignità, che la democrazia difende ed esalta. L'agricoltore, l'artigiano, il commerciante di un piccolo centro agricolo sente di contare nell'economia come nella vita pubblica. Egli riesce a imprimere un carattere personale a ciò che produce: lo vede lui e avverte che lo vedono gli altri.
Quell'agricoltore, quell'artigiano, quel commerciante sente anche di avere un peso nella vita politica della comunità cui appartiene: il suo giudizio conta, il rapporto con il suo sindaco, con i suoi amministratori, è un rapporto reale, cioè personale.
Ma l'uomo della civiltà industriale, soprattutto l'uomo della grande città e della grande organizzazione produttiva, si sente muto. Non ha voce o, comunque, ha una voce tanto flebile che nessuno l'ascolta. Ne deriva un'insopprimibile esigenza: egli deve spezzare l'organizzazione che lo soffoca, deve riacquistare Io spazio spirituale che. gli è stato sottratto.

La dignità del lavoratore nell'azienda

È il più grave fra i problemi della vita moderna, che non tocca soltanto le istituzioni, ma anche il costume di vita.
Il problema non si riscontra solo nei Paesi neocapitalistici; lo si ritrova, con accenti egualmente aspri e situazioni altrettanto complesse, nei Paesi che hanno scelto il sistema economico socialista.
Che la proprietà sia privata o dello Stato, non cambia il problema della dignità del lavoratore e della sua conciliazione con l'autorità e l'economicità della conduzione unitaria dell'azienda.
La catena di montaggio, contestata a Torino, viene esaltata a Togliattigrad: come un salto in avanti nella concezione sociale del lavoro. Il compagno Pollakov, direttore dello stabilimento di Togliattigrad, è stato insignito dell'onorificenza di eroe del lavoro socialista, perché l'impianto realizzato rappresenta il raggiungimento dell'obiettivo d'incrementare la produttività e di migliorare le condizioni umane sul lavoro.
La diversità fra le due situazioni si spiega facilmente: a Torino vigono metodi di libertà individuale e di pluralità di associazioni e di partiti; a Togliattigrad vige un sistema di dittatura politica. Ma, nel fondo dei rapporti sociali, i problemi connessi alla catena di montaggio sussistono nell'Unione Sovietica, come in Italia.
Il riconoscimento della nobiltà del lavoro è fuori discussione. Essa deriva da una semplice constatazione: la pena, che il lavoro produce, mediante la fatica, è riscattata dal risultato che si ottiene. Con il lavoro continua la creazione. È ben vero che le materie che compongono l'oggetto che viene costruito sono sempre esistite. Ma è altrettanto vero che quell'oggetto arricchisce la nostra vita, arricchisce il creato, ed esiste solo dal momento in cui noi lo costruiamo.
Fin qui la cultura, l'intero mondo moderno è concorde. Ma il lavoro diventa elemento di contraddizione, proprio nel momento in cui la fatica fisica viene alleviata dall'introduzione della macchina. Chi oggi lavora a una catena di montaggio di un'industria semiautomatizzata fatica meno di chi, ieri, con mantice, incudine e martello, doveva forgiare il ferro. Tuttavia la macchina ha imposto i suoi ritmi al lavoratore, sostituendo e talvolta perfino violentando quelli propri della fisiologia dell'uomo. Ha trasformato il lavoratore da uno che crea in uno che controlla.
Di qui il distacco, il punto di contraddizione.
Di qui il grave problema della dignità del lavoratore nel luogo di lavoro: un problema di dignità umana e di serenità del lavoro.
Come conciliare la dignità del lavoratore-persona con la necessaria autorità della conduzione unitaria dell'azienda? Come conciliare la serenità del lavoro con l'economicità del suo rendimento ai fini unitari della produzione aziendale?
La soluzione del secondo quesito è di carattere prevalentemente economico. Si possono ridurre consistentemente gli orari di coloro che sono sottoposti a ritmi di lavoro particolarmente gravosi e intensi. Si possono retribuire in misura superiore a quella degli specializzati le ore del lavoro semiautomatizzato.
Si tratterebbe di istituire una sorta di privilegio per il lavoro pesante e alienante: un privilegio di orari e di retribuzione.
Si dice che la civiltà dei consumi si stia, poco a poco, evolvendo nella civiltà degli hobbyes: avere maggior tempo e maggiori mezzi per soddisfare i propri desideri, fuori del campo del lavoro, è un modo peculiare per sfuggire all'alienazione del lavoro stesso. Ma il termine hobby non risponde più. Non si tratta dei capricci o delle piccole, modeste manie dell'uomo di ogni tempo. È qualcosa di ben diverso: un'attività in cui l'uomo, nella sua unità spirituale e materiale, trova soddisfazione alle proprie aspirazioni: un'attività che egli sente come uno degli scopi fondamentali della sua esistenza e nella quale spende energie, tempo e denaro, nella quale esprime la sua personalità, che viene invece sacrificata e alienata nel campo del lavoro retribuito. Questa attività può essere sportiva come intellettuale – dal calcio al teatro, dalla fotografia alla caccia, o alla pesca, dall'alpinismo all'arte, alla musica, alla pittura, dalla falegnameria alla modellistica, e così via; può essere religiosa, morale, come politica; individuale o sociale; dilettantistica o .professionistica o, addirittura, missionaria.
Ecco perché è ormai improprio il termine hobby. Perché si tratta sì di un'attività estranea al lavoro retribuito, al lavoro che dà da vivere; si tratta sì di un'attività con cui si evade dal lavoro retribuito, gravoso e alienante, ma questa attività non sta più a quella retribuita come mezzo a fine, bensì viceversa. Quello che era concepito come il divertimento, il cosiddetto ‘tempo libero’, il mezzo necessario per sollevare lo spirito e il corpo dal peso del lavoro, diventa un'attività autofinalizzata: il fine – o uno dei fini – per cui si lavora. Si lavora per mantenere sé e la famiglia, ma si lavora anche per poter esplicare questa attività, che spesso diventa la principale, preminente e prevalente nella vita di ogni settimana, di ogni mese, di ogni anno.
Ai pessimisti che lamentano l'esplosione del consumismo; agli scanzonati che ironizzano sulla moda degli hobbyes, può obiettarsi, senza indulgere all'ottimismo, quanto sia esaltante il ‘fatto nuovo’ di cui sopra abbiamo parlato: il superamento, o, almeno, la concreta possibilità di superare il problema della fame e della miseria. È una grande conquista sociale.
Il benessere che ne deriva già si riscontra nella riduzione dei tempi di lavoro e nella settimana corta. Non è l'utopia di Pinocchio nel Paese dei balocchi. È il grande progresso tecnologico che ha spalancato le porte a possibilità nuove.
Se la vecchia civiltà è stata definita da Marcuse dell'uomo a una dimensione, la nuova potrà e dovrà dare spazio per tre dimensioni: la dimensione familiare, la dimensione del lavoro economicamente compensato (cioè compiuto per acquisire i mezzi di sussistenza e i mezzi per la terza dimensione), e una terza dimensione: quella del lavoro liberamente scelto, che dà, per il conseguimento dei suoi fini, e non per un compenso economico, soddisfazione all'uomo che ne è protagonista.
Dovendo dare un nome a questa terza dimensione, proporremmo l'espressione ‘attività autofinalizzata’, pur riconoscendone l'inadeguatezza: non ne abbiamo trovato, per il momento, una migliore.
Nulla più, dunque, dei caratteri degli hobbyes anglosassoni degli anni trenta, bensì attività in cui si proiettano i gusti, le preferenze, le aspirazioni dell'uomo.
Naturalmente, la dimensione lavorativa per il compenso e quella autofinalizzata potranno pur sempre coincidere, come già oggi – in vari casi – coincidono. Ed è questa la situazione ideale, che però sarebbe utopia pretendere di realizzare nella totalità dei casi.
Appunto quando e laddove sia impossibile eliminare l'alienazione del lavoro, specie nelle megalopoli, resta aperta la via di un'attività ulteriore dell'uomo. L'hobby di pochi privilegiati può diventare e diventa attività autofinalizzata per ceti sempre più vasti di uomini e donne, lavoratori e lavoratrici.
È ovvio che noi non diciamo che questa sia già la realtà. Non lo è ancora. Ma può diventarla; e ci sembra che lo svolgersi della vita sociale conduca a una realtà del genere indicato.
In questa realtà, si collocano le nuove vie dell'economia terziaria: l'economia dell'avvenire.
Sul finire degli anni cinquanta, avvertimmo, fra i primi in Italia, che il messaggio scientifico di Colin Clark apriva orizzonti, inesplorati e impensati, alle conoscenze e alle esperienze economiche.
All'inizio degli anni settanta, nessuno osa più contestare la nuova realtà. La tesi che la grande industria, quella dei prodotti di base e di massa, con le sue esigenze collettivistiche, costituisca il non plus ultra dello sviluppo economico, si dimostra ormai altrettanto utopistica quanto la tesi conservatrice, che pretendeva trovare le soluzioni della questione sociale con i parametri della civiltà agricola e contadina.
È ormai iniziata l'età dell'economia terziaria, che nulla toglie, ma molto di nuovo, in qualità e in quantità, aggiunge all'economia agricola e all'industriale.
Nello svolgersi di questa nuova età, non sembra difficile trovare la risposta al secondo quesito dell'odierna questione sociale.

Autogestione?

Assai più difficile è la soluzione del primo quesito.
La gestione dell'azienda postula non soltanto l'unità di direzione, ma anche un'adeguata autorità. E non si vede come sia possibile ricondurre ai lavoratori la fonte di tale autorità. L'autogestione è una bella parola, ma nei fatti non trova alcuna valida applicazione, se non in casi eccezionali o in aziende di piccole dimensioni.
Mazzini fu un grande pensatore: alcune sue visioni sociali di sintesi sono sempre vive e valide, a distanza di un secolo. Tuttavia, quando credette di risolvere la questione sociale con il cooperativismo, cadde nell'utopia. Il principio cooperativo può avere molte applicazioni efficaci nei rapporti economici, e, là dove sia possibile applicarlo, va certamente sostenuto e favorito. Perché è un principio fra i più nobili della vita umana. Ma non sempre, né dappertutto è un principio applicabile.
« Le cooperative di produzione non prosperano, di regola, che se sono piccole e si dedicano ad articoli di fabbricazione tecnicamente semplice e, soprattutto, poco mutevole, o progressiva » (3) è il giudizio di Pantaleoni, espresso settanta anni fa, ed è valido ancor oggi.
Basta immaginare che cosa sarebbero la Fiat o la Volkswagen, l'Italsider o la Société Général, l'Aeroflot sovietica o la Twa, gestite cooperativisticamente, per rendersi conto che proposte di tal genere cadono nel ridicolo prima ancora che nell'utopia.
Le esperienze della cosiddetta autogestione jugoslava pongono in evidenza che essa funziona in quanto poggia su di un regime illuminato e serio, che la storia giudicherà positivamente, ma pur sempre dittatoriale e sostenuto da un partito unico. L'autogestione dei kibbutz israeliani – a parte il fatto che si tratta di aziende di dimensioni non rilevanti, e riguardano, per la maggior parte, non l'industria, ma l'agricoltura e l'artigianato – poggia su un forte sentimento nazionale, religioso o di stirpe, proprio di un popolo che deliberatamente e coscientemente ha scelto di vivere in una condizione che, senza timore di errare, può definirsi unica nel tempo moderno.
È difficile un giudizio circa il futuro. La storia ha sempre maggiore fantasia degli uomini, che la studiano per il passato e tentano di scrutarla per l'avvenire. Tuttavia un giudizio è lecito, per il passato e per il presente. Nel settore agricolo dell'economia primaria e nell'economia terziaria esperimenti seri di autogestione sembrano possibili, ma non altrettanto può dirsi per il settore minerario dell'economia primaria e per l'economia secondaria (l'industria).
Per gli esperimenti di autogestione nell'industria vale dunque quanto si è detto a proposito delle cooperative. Cioè, al momento attuale, e nell'attuale stato della tecnica, l'autogestione avrà successo in quelle poche aziende industriali nelle quali potrebbe avere successo l'applicazione del principio cooperativo.
Il problema resta quindi aperto: legato alle soluzioni che, volta a volta, si rifanno al costume, oltre che alle riforme sul piano delle strutture giuridiche ed economiche.
È un problema che tutto fa prevedere la nostra generazione lascerà insoluto alle generazioni che sopravvengono.
Non a caso è uno dei problemi che più assilla, e giustamente, la gioventù: quella che rincorre le utopie anarchiche proprie di ogni tempo; quella che vanamente reclama nuovi sistemi, rifacendosi a uomini grandi – come Marx e Lenin –, ma vecchi e superati sul piano del pensiero e dell'azione; quella che, più seriamente, cerca, nell'evoluzione della tecnica e dei rapporti sociali, moduli nuovi finora non offerti né dal neocapitalismo né, tanto meno, dal socialismo.

La partecipazione

Al fondo dei modi di soluzione dell'odierna questione sociale stanno due tendenze chiaramente contrapposte.
La prima vede nell'acquisizione di un benessere sempre maggiore che poi diventerà delusione e solitudine – il fine principale della società. A questo proposito, è significativa l'esperienza della società scandinava.
La seconda, al contrario, cerca di costruire, sul benessere raggiunto, il dominio dei valori morali e culturali.
Proprio da questa seconda tendenza emerge l'altro tema: la partecipazione di tutti i cittadini alla vita dello Stato.
È un tema politico, o meglio, più politico che economico, e riguarda – come abbiamo accennato – soprattutto l'uomo della civiltà industriale, il cittadino della grande città, della megalopoli alienante.
Qui, le differenze fra Paese e Paese, fra popolo e popolo, incidono sulle possibilità di soluzione.
Nessuno può negare che in Islanda come in Finlandia il problema si ponga in termini differenti che in Francia e in Italia. Citiamo, ovviamente, gli Stati democratici, perché negli Stati non democratici il problema della partecipazione si pone, nella sua gravità, a monte, per tutti i cittadini, e non a valle, per i cittadini delle grandi città e del mondo industriale.
La partecipazione investe un problema, che è comune a tutte le società industrialmente più avanzate: la ridistribuzione del potere.
Nuove categorie, nuove forze sociali, nuovi rapporti fra individui e gruppi vanno emergendo nella società e chiedono di trovare una corrispondenza nella realtà politica. Una vera politica moderna di riforme altro non è che una risposta a questa esigenza. Un'esigenza non limitata al trasferimento di ricchezza dai ceti più ricchi ai ceti più poveri, ma che comporta anche un trasferimento di potere.

Esperienze e problemi italiani

Vediamo, a questo proposito, come si presentano, in Italia, alcuni problemi e alcune esperienze.
Una prima risposta all'esigenza partecipazionistica tocca la struttura dello Stato.
Lo Stato deve essere posto in grado di recepire meglio la volontà dei cittadini. Le Regioni hanno appunto il compito di avvicinare il cittadino ai centri decisionali che lo toccano direttamente. Perciò è stata respinta, come evasiva e inutile, la soluzione del decentramento burocratico: essa confonde un profondo fatto democratico (la richiesta di maggiore partecipazione) con un fatto tecnico, di efficienza organizzativa.
Disse giustamente Scelba, nel 1949, che il problema è più profondo: è appunto la partecipazione diretta degli interessati alla soluzione dei problemi locali, l'autodeterminazione e l'autodecisione, che si realizzano, o tendono a realizzarsi attraverso istituti e organizzazioni autonome, come le Regioni.
Accanto alla riforma della struttura dello Stato sta la riforma delle strutture comunali. L'articolazione delle grandi città nei consigli di quartiere è un'innovazione importante, anche se in qualche caso è risultata una risposta affrettata a una giusta esigenza di democrazia. Occorre muoversi con coraggio lungo questa strada, non sovvertendo il principio democratico, per il quale la responsabilità dell'amministrazione di tutto il Comune spetta alla maggioranza del suo Consiglio, ma attribuendo ai nuovi organi poteri concreti nel campo decisionale e, soprattutto, nel controllo dei servizi comunali decentrati. Non bastano le semplici funzioni consultive che, a lungo andare, provocano frustrazione, e quindi svilimento del contenuto democratico dei consigli di quartiere.
Il problema della partecipazione investe anche il sistema dell'informazione. L'unificazione nazionale del sistema delle informazioni attraverso la radio, la televisione, e i giornali di grande tiratura, quella internazionale attraverso le grandi agenzie giornalistiche, hanno indubbiamente arrecato notevoli vantaggi: hanno contribuito a diffondere la cultura, una cultura standard, con il difetto della superficialità, ma con il pregio di un livello egalitario. A tutto ciò non si può rinunciare.
Ma, accanto ai canali nazionali della televisione, accanto alla rete nazionale della radio, accanto ai grandi giornali e alle grandi agenzie, è più che mai opportuno promuovere lo sviluppo di strumenti d'informazione locale: istituire e sviluppare canali televisivi e reti radiofoniche regionali; favorire la vita e lo sviluppo di vecchi e nuovi quotidiani, di ambito regionale o provinciale, anziché mantenere troppi quotidiani nazionali, cronicamente passivi, perché incapaci di reggere una difficile, spesso insostenibile concorrenza.
Infine, la questione più importante e complessa: la programmazione postula una partecipazione democratica alla sua elaborazione, ma questa va coordinata in una visione e in un disegno unitari. Le due esigenze – formalmente contrastanti – si superano soltanto nella pratica.
Oltre al problema delle Regioni, qui si pone quello dei sindacati, ed emerge un pericolo: che un trasferimento di poteri degeneri nel corporativismo, nel settorialismo professionale o territoriale.
Il sistema politico democratico affida al parlamento e ai partiti il compito di farsi portatori di istanze di carattere generale, d'individuare una visione generale dello sviluppo della società e, quindi, di elaborare i mezzi per realizzarla. Questa è una funzione prettamente politica e – come tale – spetta ai partiti. Non rispettare siffatta distribuzione di compiti scontra non solo con un'ordinata disciplina delle istituzioni, ma urta – soprattutto – contro due esigenze fondamentali e imprescindibili. Innanzi tutto, contro l'esigenza di realizzare una selezione delle richieste per dimensionarle alle possibilità e necessità del momento: atteggiamento che difficilmente i sindacati possono sostenere, data la loro stessa natura. In secondo luogo, contro l'esigenza che la forza politica, che si fa portatrice di un certo programma, sia anche competente a realizzarlo in determinate condizioni di potere.
Realizzare un'efficace partecipazione, un effettivo trasferimento di poteri, senza degenerare nel corporativismo sindacalistico, nel settorialismo professionale o territoriale è proprio uno degli elementi più caratteristici di un rinnovato impegno di fronte alla rinnovata ‘questione sociale’.

Questione sociale e senso dello Stato

Il problema di fondo consiste ancora – negli anni settanta – nell'impedire l'errore di contrapporre la società allo Stato, e perseguire al contrario l'obiettivo di realizzare uno Stato adeguato alla società che si evolve.
Il rapporto fra questione sociale e senso dello Stato si pose anche nell'Ottocento. Emergeva allora nella contrapposizione fra i progressisti socialitari (socialisti e socialcristiani), tutti protesi a cogliere i problemi della società, ignorando quelli dello Stato, i conservatori, legati a una concezione settecentesca dello Stato – la dinastia, la nobiltà, l'esercito –, i liberali, portatori di una nuova concezione e di un alto senso dello Stato – la Nazione, la Costituzione, i cittadini –, ma al tempo stesso poco sensibili all'urgenza e alla gravità della questione sociale. Emergeva perfino fra gli stessi socialisti: i marxisti ortodossi, gli anarchici, i marxisti eterodossi, i socialisti di Stato, da List a Wagner.
Sono molti gli aspetti del problema, ma i termini di fondo rimangono gli stessi.
Si manifestarono già nella società greco-romana, perdurarono nel Medio Evo e nell'età moderna, permangono oggi, permarranno domani, finché dureranno lo Stato e la società.
La soluzione assoluta del problema l'hanno realizzata gli Incas, identificando Stato e società nella persona dell'imperatore-dio e annullando di fronte a quella ogni diritto individuale.
Altra soluzione assoluta non esiste; e quindi il problema rimane e rimarrà. Importante non è realizzare un assoluto inesistente, ma realizzare la migliore, o la meno peggiore, delle soluzioni possibili nell'esistente.

Paolo Emilio Taviani
Marzo-Aprile 1972
(tratto da: Civitas, Rivista di Studi Politici, Anno XXIII – N. 3-4 – Marzo-Aprile 1972)

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(1) Sulla questione sociale degli anni cinquanta cfr. il saggio Spunti e appunti sulla questione sociale, in P. E. TAVIANI, Principi cristiani e metodo democratico, Firenze, 1961, pp. 309 sgg.
(2) Cfr. P.E. TAVIANI, Perché parliamo ancora del Terzo Mondo?, in « Civitas », n. 7-8, 1970.
(3) Cfr. M. PANTALEONI, Esame critico dei principi teorici della cooperazione, in Erotemi di economia, vol. II, ed. Padova, 1964, p. 148.

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