LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

EUROPA: IDEOLOGIA E DELUSIONI


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaCome è sorta l'ideologia europeistica e come ne è maturata una linea politica?
Senza riandare ai pionieri o alla preistoria, se vogliamo arrestarci al periodo successivo alla seconda guerra mondiale, dobbiamo individuare all'origine del tronco dell'europeismo le sue molte radici.

Un ideale di fratellanza umana

Innanzi tutto c'era e c'è un ideale di fratellanza umana, un'aspirazione al superamento di ciò che di gretto, egoistico, transitorio rappresentano le barriere, le frontiere, le profonde divisioni fra i popoli.
È un ideale, non di rado vago e impreciso, spesso utopisticamente concepito: si spinge, all'origine e nella sua genuina essenza, al di là di questa o quella espressione geografica, che ripropone, logicamente, gli stessi inconvenienti della limitazione dell'espressione nazionale.
Tuttavia il bisogno — tipicamente umano e specificamente vivo in chiunque abbia una qualche vocazione politica — di scendere dall'ideale nella realtà e permeare questa di quello, fa sì che prima o poi a una determinata espressione geografica finisca per ridursi anche l'ideale universalistico: una espressione — per cultura, quantità demografica, territorio — più vasta di quella esistente nel momento storico in cui si cerca di realizzare il concretamento dell'ideale: più vasta, ma pur sempre determinata e limitata, proprio alfinch6 sia una realtà possibile, affinché l'ideale scenda effettivamente nella realtà.
Appare a chiunque che il mondo unico, la comunità dei popoli bianchi, l'Europa nella sua integralità geografica (dagli Urali all'Atlantico e dall'Islanda al Bosforo), non erano e non sono fra le realtà possibili di ieri o del prossimo domani: possono essere soltanto delle mete lontane, molto lontane a cui tendere, se non addirittura dei sogni utopistici. L'Europa occidentale, o centro-occidentale, si presentò invece sul piano politico (quello che ci interessa) come una realtà possibile.

La coscienza dell'Europa reagisce al suo disfacimento

Ci fu poi – e dura tuttora, seppure con minore intensità – un fenomeno difficile a fissarsi in linee precise e determinate, ma non per questo meno intenso e profondo; il ridestarsi della coscienza unitaria dell'Europa nel momento stesso in cui più gravi, tragici si manifestarono la divisione, la crisi, il disfacimento dell'Europa.
Da circa un millennio, esiste una coscienza europea. Si è cercato di mortificare e di ridicolizzare questa verità storica, parlando di Europa carolingia o di reviviscenze carolinge: come se Carlo Magno fosse un demone maligno o un malefico totem, di cui basti accennare il nome, per ritirarsene inorriditi. Carlo Magno è la più rappresentativa delle figure in cui s'incarnano i primi sforzi del processo di conciliazione c di fusione fra la romanità e la barbarie germanico-slava. Ma il processo è iniziato prima di lui e va oltre il suo periodo. La verità è che lo scontro fra romanità e barbarie non si è risolto con una catastrofe: con la degenerazione della razza, il crollo della cultura, il decadimento della morale, in una parola con l'involuzione e il regresso. Ai secoli oscuri delle prime fasi di scontro e di lotte seguirono i secoli della composizione e della fusione, realizzatesi nel segno del Cristianesimo. Tanto che si chiamò Cristianità la nuova comunità che si venne formando: comunità culturale, razziale, anche politica. L'Europa nasce da questo incontro di stirpi e culture diverse che, composite e fuse nel Cristianesimo, hanno dato vita a una delle più grandi civiltà che il mondo abbia conosciute. Ma tanto maggiori furono il fasto e la potenza di questa civiltà, tanto meno chiara e avvertita risultò la coscienza del suo aspetto unitario negli uomini che ne furono protagonisti e portatori. Il senso della divisione, della lotta, della concorrenza per il primato all'interno della cultura e della civiltà comune fu spesso, se non sempre, assai più vivo del senso della fondamentale unità.
Il contatto con il mondo esterno – che aveva in un primo tempo accentuato la coscienza unitaria, quando questo mondo esterno si chiamava 'il Saraceno', e che continuò a essere coefficiente di unione anche più tardi quando si chiamò 'il Turco' – divenne invece causa di nuove e sempre più gravi divisioni, concorrenze, lotte, quando si presentarono come mondo esterno le coste inesplorate dell'Africa, e poi il continente americano, e poi l'India, e poi ancora l'Africa con le sue misteriose contrade interne, e infine l'Estremo Oriente. E così in Europa si combatté per risolvere, e di volta in volta si risolsero (per il valore relativo che hanno le soluzioni sul piano della storia umana) i problemi non soltanto dell'Europa, ma degli altri continenti.
Per chi avesse avuto occhi per vedere e orecchie per intendere, lo svolgimento della prima guerra mondiale sarebbe già stato sufficiente a dimostrare che l'Europa non era ormai più capace di risolvere neppure i propri problemi. Purtroppo, forse, soltanto gli inglesi furono in grado di comprendere per intero il significato dell'intervento nord-americano del 1917 e del suo peso essenziale e determinante nell'andamento del conflitto. Vero è che ad aprire gli occhi agli inglesi, se ancora fosse stato necessario, pensarono i compatrioti d'oltremare (australiani, canadesi, neozelandesi) che ottennero nel '21 addirittura il capovolgimento della tradizionale e naturale (per la madrepatria) alleanza anglo-nipponica. Ma gli altri non afferrarono la gigantesca portata del primo conflitto e della sua soluzione: non i francesi, non gli italiani, non gli stessi tedeschi, che pure nell'esatta interpretazione del corso del conflitto avrebbero potuto trovare la spiegazione e financo la giustificazione del loro errato calcolo d'impostazione.
L'astensione degli Stati Uniti dalla Società delle Nazioni contribuì ad approfondire la cecità degli europei. E così si poté arrivare, per gli errori di tutti, alla seconda guerra con le conseguenze ben note.
La catastrofe richiamò i popoli e le élites alla triste realtà: non con tale chiarezza da indicare, senza tentennamenti e contestazioni, la nuova via da battere sul piano politico. Herriot e Nitti costituirono due testimonianze della cecità pervicace che va anche oltre le catastrofi; e purtroppo né Herriot né Nitti furono isolati, anzi, a un certo momento, sembrò perfino che la loro impotenza a comprendere la realtà nuova fosse condivisa dalla maggioranza del popolo francese. Sembrò, perché non è detto che alla maggioranza che votò contro la CED corrispondesse una effettiva maggioranza del popolo francese e perché comunque, tale maggioranza – auspice Mendès France – si ottenne con la partecipazione del partito comunista francese la cui linea politica, come è noto, non si svolge in funzione dei punti di vista o degli interessi di coloro che esso dovrebbe rappresentare, ma in conformità a precise direttive dei dirigenti dell'Urss.
Tuttavia, se i tentennamenti e le contestazioni, specialmente in relazione alla linea politica da seguire, rimasero e rimangono, una nuova o rinnovata coscienza europea è pur sorta dalle rovine del '44 e del '45. Di Europa parlarono un po' tutti: cattolici e protestanti, credenti e miscredenti, sinistre e destre economiche, dirigenti e mass media: in Francia, in Germania, in Italia, in Belgio, nei Paesi Bassi e finanche in Gran Bretagna e nella Scandinavia. All'Europa si guardò come a un ideale — vago peraltro –, come a una formula – peraltro imprecisata — che sola può costituire la panacea dei molti mali che ci affliggono.
Ma soprattutto la rinnovata coscienza europea si disvela nel ritrovamento e nel riconoscimento — talvolta sentimentale e immediato, tal'altra analitico e razionale — degli elementi comuni che stanno a fondamento della comune civiltà, nella rivalutazione di tutto ciò che unisce rispetto a quanto fino a oggi ci divise e ancor oggi ci divide. La cultura comune; la scienza comune; i costumi, quando non eguali, assai simili; la religione fondamentalmente unitaria, così come sostanzialmente unitaria la filosofia che ora la sostiene, ora la nega e cerca di sostituirla; perfino la comune sofferenza delle molte divisioni e delle molte lotte, tutto ha contribuito a vivificare e tonificare quella coscienza europea che sta, e non può non stare, alla base di qualsiasi impostazione di politica europeistica.

Il superamento dell'unità di misura nazionale

Più razionale che sentimentale è un'altra radice dell'europeismo — che del resto si innesta e interferisce con quella surriferita —: la constatazione del superamento nel tempo moderno dell'unità di misura nazionale. Se la catastrofe ha risvegliato — come s'è detto — la coscienza dell'unità europea, il modo in cui la catastrofe stessa si è svolta ha reso chiara agli occhi dei più l'insufficienza dell'unità di misura nazionale nei rapporti mondiali contemporanei.
Con l'ultima grande guerra è crollato tutto un mondo di rapporti internazionali: con il Blitzkrieg di Hitler, con la resistenza di Stalingrado e Leningrado, con la fulminea riconquista della Francia da parte degli alleati, prima ancora che con la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, un sistema ha cessato di regolare i rapporti internazionali, il sistema cosiddetto del bilanciarsi dei poteri, dell'equilibrio fra Stati sovrani nazionali: il sistema che ha retto l'Europa dalla guerra dei trent'anni al 1939, caratterizzato dalla mobilità delle alleanze e dalla possibilità di esistenza di piccole potenze all'interno di una alleanza, o neutrali fra l'una e l'altra alleanza giuridicamente o anche soltanto praticamente, garantite dall'una e dall'altra: ciascuna potenza non era sufficientemente forte da imporre la propria legge alle altre, né da costituire un blocco rigido tale da imporsi sugli altri Stati e sull'eventuale alleanza contrapposta.
Analizzeremo fra poco le ragioni del crollo di questo sistema: l'inserimento delle masse popolari nella vita dello Stato e il progresso della democrazia, l'evoluzione della tecnica bellica, lo sviluppo dell'economia sono le componenti di un processo conclusosi con una catastrofe che tutto dimostra essere definitiva. Il sistema degli Stati a base nazionale che ubbidiscono al dogma delle sovranità assolute non esiste più e non si adegua più alle condizioni del mondo contemporaneo.
Di fronte a colossi che attualmente giocano la parte dei protagonisti nel grande e terribile gioco mondiale — gli Stati Uniti d'America, l'Urss, la Cina — di fronte agli Stati a unità di misura sopranazionale che stanno affacciandosi alla ribalta del mondo contemporaneo – Brasile e India — gli Stati nazionali d'Europa, indipendentemente dalla loro maggiore o minore ricchezza e dall'apporto più o meno positivo di superstiti colonie, offrono l'impressione che gli Stati di Firenze, Milano, e Genova offrivano nei primi decenni del Cinquecento.
Era questa un'impressione già abbastanza chiara durante e subito dopo il conflitto, ma è divenuta ormai netta e precisa con il delinearsi dell'era atomica. Gli Stati nazionali si trovano, oggi, di fronte ai problemi nuovi determinati dalla scoperta e dall'uso dell'energia atomica, in una posizione ancor più grave e difficile di quella in cui si trovarono gli Stati regionali italiani del Cinquecento di fronte ai problemi sollevati dalla scoperta della polvere e dall'uso delle artiglierie. Allora infatti si trattava di una questione esclusivamente militare; oggi i problemi atomici — problemi umani, finanziari, scientifici, tecnici — si presentano vivi ed essenziali, tanto sul piano militare, quanto, e forse più, sul piano del progresso civile.
Non è qui tanto questione di aspirare — del resto non illegittimamente — a essere o a rimanere grande potenza, né questione di prestigio: è, almeno in certi casi e sotto taluni aspetti, una vera e propria questione d'indipendenza.
Non sono in molti, purtroppo, ad aver capito quanto il problema sia urgente e inderogabile: non si tratta di perdere oggi l'indipendenza e tanto meno di riacquistare un'indipendenza perduta. È però certo che se le nazioni dell'Europa occidentale non realizzeranno una seria ed effettiva integrazione, finiranno per trovarsi o nelle condizioni in cui già si trovano le nazioni dell'Europa orientale, o in quelle in cui, nella seconda metà del Cinquecento, vennero a trovarsi non pochi dei principati o delle repubbliche regionali della penisola italiano. Il fenomeno è dunque insito nello sviluppo del processo storico, e quando anche i popoli delle trentatrè nazioni dell'Urss si ritrovassero in un regime più umano e libero, poco cambierebbe a questo proposito.

Esigenze della difesa e terzaforzismo

Mentre la rinnovata coscienza europea è stata la forza positiva più efficace, non minore efficacia ha avuto, ai fini della convinzione per politica europeistica, l'esigenza di una difesa dei valori propri al cospetto dei giganteschi valori sorti a ovest e a est del più antico fra i continenti. Convergono qui, da un lato, l'esigenza di una difesa militare, economica, politica, morale di fronte alla spinta in avanti dei sovietici nell'Europa centrale, d'altro lato, la cosiddetta aspirazione di terza forza; aspirazione più diffusa di quanto a prima vista non si creda, non solo al termine della guerra, ma ancora oggi.
Il vecchio proverbio «l'unione fa la forza» ha trovato qui la sua applicazione: il patto di Bruxelles prima, il tentativo della CED poi e infine la realizzazione dell'UEO ne sono state volta a volta, in misura e con intensità diversissime, le concrete determinazioni. Ma se di fronte alla minaccia dell'Est è apparsa più urgente la necessità dell'unione, o almeno della coalizione, anche di fronte all'Ovest questa necessità si è avvertita, non perché di lì provenga minaccia alcuna, ma perché è per ogni popolo libero desiderio naturale e implicito, nel senso della propria indipendenza e della propria dignità, non adagiarsi negli aiuti dall'esterno, ma far sì che essi servano a renderne inutile l'ulteriore continuazione. Ora appare difficile realizzare questa aspirazione, non solo agli italiani, ma anche ai francesi e ai tedeschi, se gli sforzi dei singoli Paesi non si integrano così nell'economia, come nella politica e nell'organizzazione militare. Ecco come negli spiriti più illuminati il senso dell'indipendenza nazionale si è trasposto su di un orizzonte più vasto nella tendenza a costituire una forza sopranazionale tale da poter salvaguardare e completare proprio le singole indipendenze nazionali. Ma di qui ci si è spinti oltre – con scarso senso della realtà – non di rado abbagliati dal fascino di un astratto e impossibile neutralismo, fino a ideare non poco utopisticamente fra l'Occidente nordamericano (o, per taluno, anglosassone in genere) e l'Oriente slavo-sovietico, una terza forza europea capace di assumere non soltanto posizione autonoma, ma anche neutrale e quindi autarchia, se non sul piano economico, almeno su quello militare.
Non poco utopisticamente ho scritto, perché l'equidistanza fra le due dottrine del comunismo e dell'individualismo capitalistico ha ragione d'essere sul piano teorico. Ma, data per acquisita la stretta coalizione fra il Nord America e i pilastri anglosassoni del Commonwealth, non si vede – almeno finché durano le attuali condizioni dell'economia – come l'Europa potrebbe raggiungere una potenza tale da inserirsi, terzo blocco autarchico, o comunque neutrale, fra i due dell'Ovest e dell'Est. La solidarietà del Nord America sarebbe ancora necessaria all'Europa, così militarmente che economicamente.
Comunque sia, l'aspirazione a costituire una terza forza ha pure una sua validità storica, se si evita di confondere «terza forza» con «equidistanza» – che sono infatti due espressioni non necessariamente omonime – e se si considera il termine «forza» soprattutto sul piano della tradizione e dell'influenza politica, piuttosto che su quelli militare ed economico.
Vediamo ora di analizzare le componenti di quel processo storico di cui sin qui abbiamo parlato. E cominciamo dall'evoluzione della tecnica militare.
Tipico è, a questo proposito il raffronto fra le sorti del Belgio nel 1914 e nel 1940. Neutrale, privo di armi e di forze, nel 1914, è stato assalito inerme e ha resistito per un mese, ritardando l'avanzata tedesca e forse modificando l'intero svolgimento della guerra. Nel '40 è crollato nel giro di qualche giorno, nonostante fosse armato e avesse soprattutto l'aiuto delle forze francesi e britanniche che già ne prevedevano l'invasione. Così la Francia: la tipica nazione, le cui fortune sembrano particolarmente legate alle fortune del mondo nazionalistico; questa grande nazione, con tutto il suo corredo di colonie, che sono state come la proiezione sugli altri continenti del concetto nazionalistico, nell'altra guerra, ha sostenuto per quattro anni uno sforzo immane contro le forze tedesche, fino al 1917, con il solo aiuto degli inglesi. In questa seconda guerra, invece, nel giro di un mese, è stata conquistata da est a ovest e poi nello stesso intervallo di tempo riconquistata da ovest a est.
Qualcuno ha obbiettato che l'ultima guerra è stata una guerra soprattutto di attacco e di conquista: la battaglia di Francia era una Battaglia di resistenza e la vittoria è stata dei conquistatori. Ebbene, Stalingrado e Leningrado sono state due grandi battaglie di resistenza vinte dagli eserciti che resistevano, espressione peraltro di una forza continentale.
È ormai radicalmente cambiato, anzi addirittura sconvolto il sistema degli armamenti. Oggi la fortuna di una guerra è affidata soprattutto a questi ultimi e ai corpi specializzati. Tutto ciò che occorre a tali fini, dalle materie prime alla loro utilizzazione, dalla grande potenzialità industriale alla divisione scientifica del lavoro, può essere realizzato solamente dai grandi Paesi che hanno a disposizione enormi ricchezze, grandi spazi e grandi masse per poter affrontare i compiti della specializzazione e del reclutamento, senza incidere sull'organizzazione interna. È una situazione a prima vista desolante; tuttavia, come vedremo, la tecnica segue il processo di sviluppo della coscienza umana, non lo precede.

Lo sviluppo economico

Il dato militare non è che il risultato di un'altra evoluzione: quella dell'economia. Alcuni parlano di un'economia europea già dopo il 1000. Ma si trattava piuttosto di un embrione, che non di un vero e proprio organismo; perché il sistema dell'economia era tipicamente regionale e spesso cittadino. In alcuni settori vigevano rapporti europei, peraltro limitati ad alcuni aspetti della economia: le spezie, per quanto riguardava i trasporti marittimi; il sale, per quanto riguardava 1 trasporti per terra e per fiume; le armi più raffinate e i tessuti auro serici. Per il resto tutta l'economia era locale.
Essa si allargò poi gradualmente fino a raggiungere il piano nazionale. Nel secolo scorso s'affermarono le tipiche economie nazionali con le appendici coloniali: dell'Inghilterra, della Francia, della Germania, e la stessa economia nordamericana. Quest'ultima, per quanto all'interno avesse già caratteri continentali, si trovava, in fondo, in concorrenza con l'economia europea, come quella di un altro Stato nazionale e costituiva infatti l'economia del quarto dei grandi Stati nazionali della fine del secolo scorso: l'Inghilterra, la Germania, la Francia e gli Stati Uniti d'America. Le economie di questi grandi Stati erano concorrenti, ma nello stesso tempo collaboranti.
È stato a questo punto che il liberalismo politico ha dovuto operare una scelta fra l'ortodossia della dottrina – che avrebbe portato a superare il nazionalismo e a passare dal mercato nazionale al mercato sopranazionale – e l'interesse delle forze prevalenti nella politica liberale, cioè le forze del protezionismo. Di questo travaglio abbiamo una tipica espressione in ciò che scrisse Luigi Einaudi nel 1918 sul Corriere della Sera. Luigi Einaudi e Carlo Sforza sono stati i primi ad avere in Italia l'intuizione di una realtà più ampia e organica; direi anche tra i primi in Europa e nel mondo. Essi sono stati i primi che, all'indomani di una guerra in cui aveva avuto tanta parte il nazionalismo, hanno riconosciuto come necessario il superamento di una chiusa economia nazionale. Mentre Sforza partiva da impostazioni di carattere diplomatico, Einaudi muoveva proprio da impostazioni di carattere dottrinale economico. Conformemente a una logica soluzione liberale, egli affermava il 28 dicembre 1918: «Massimamente malefico è il dogma della sovranità assoluta e perfetta in se stessa. Per mille segni manifestasi la verità che i popoli sono gli uni dagli altri interdipendenti, che essi non sono sovrani assoluti e arbitri, senza limite, delle proprie sorti, che essi non possono far prevalere la loro volontà senza riguardo alla volontà degli altri. Alla verità dell'idea nazionale ‘noi apparteniamo a noi stessi’, bisogna accompagnare la verità della comunanza delle nazioni ‘noi apparteniamo anche agli altri’ ».
Questo scriveva Einaudi nel 1918, ma pochi liberali pensavano come lui e agivano come egli avrebbe agito. In realtà il liberalismo diventava protezionismo: invece di aprire sempre nuovi mercati, li chiudeva. Aveva avuto una grandissima missione all'interno degli Stati, abolendo le cinte daziarie che esistevano in tempi anche recenti per tutti i generi e anche tra i piccoli comuni; questi limiti erano stati superati dal liberalismo, ma esso si era poi fermato alle frontiere nazionali, quasi che la nazione fosse qualcosa di perfetto. Anziché cercare di allargarsi a nuovi mercati e di portare la concorrenza fra le aziende e fra gli individui, al di là dei confini nazionali, sì che l'ambiente italiano potesse comunicare, per esempio, con il francese e con il tedesco in piena libertà, i regimi liberali tendevano a proteggere la produzione nazionale e cercavano di conquistare con ogni mezzo gli altri mercati. Si attuava così un processo economico che finiva per convergere con il processo politico.
In questa situazione, a un certo momento, o uno Stato assorbiva pacificamente il mercato di un altro, o sopraggiungeva la necessità di ricorrere alla forza. Si comprende perciò come dal liberalismo si sia passati a forme di ipernazionalismo di cui sono state tipiche espressioni la Germania nazista e l'Italia fascista, ma non soltanto esse, ancor prima di esse la Francia liberale e la Germania imperiale. Comunque dal fatto che il processo di evoluzione all'interno dello Stato nazionale era finito e che né la Germania né l'Italia potevano integrare la propria economia in mercati coloniali, sorse la necessità della conquista di nuovi «spazi vitali», conquista che, impossibile sul territorio economico, si trasferì sul piano politico-militare.

L'evoluzione della coscienza politica

Ma ancor più dei fattori militare ed economico, ha contribuito al superamento dei vecchi rapporti tra gli Stati nazionali l'evoluzione della coscienza politica, realizzatasi con il fenomeno dell'integrazione politica delle masse.
Alla fine dell'800 e nei primi del '900 la politica comincia poco a poco a passare dall'ambiente chiuso delle cancellerie nell'ampia sfera dell'opinione pubblica, nel vasto e frastagliato orizzonte delle masse. Oggi in tutti gli Stati la politica è politica di opinione. Fenomeno formidabile, questo, sul piano della politica estera, perché essa era riservata finora a piccoli gruppi chiusi; gli altri non erano in condizione neppure di comprenderla. Al maggior numero dei cittadini era facile capire certi problemi della politica interna e anche qualche grande problema della politica estera, ma sfuggiva normalmente il tessuto delle quotidiane azioni politiche. Lo stesso risorgimento italiano, se non è stato soltanto il travaglio dell'élite, neppure può dirsi sia stato la passione delle grandi masse.
La politica estera diventa, a un certo momento, politica di opinione: non la tessono più in segreto e in silenzio le cancellerie, ma viene elaborata e arroventata dagli organi stessi delle masse: dai partiti, dalla stampa, dai parlamentari. Crispi è stato il primo uomo politico italiano che ha cercato di fare una politica estera di opinione conseguendo un fallimento, sia perché il terreno non era ancora preparato, sia perché volle realizzarla su impostazioni legate al vecchio mondo nazionalistico. Non gli si può tuttavia non riconoscere il merito di aver fatto il tentativo di sostituire la tipica politica di cancelleria, che aveva avuto grandi successi proprio nel suo tempo, con la politica di opinione, la quale richiede che una determinata azione politica, per essere scelta, sia sostenibile dalla forza dell'opinione delle masse.
Per avere questo sostegno indispensabile, è inevitabile la scelta tra l'appello a una politica radicalmente nazionalista e il miraggio di più alti ideali che parlino al cuore delle moltitudini. Una politica non può sostenersi soltanto con la difesa di determinati interessi: o si prospetta e si favorisce un'apertura su nuovi orizzonti, ed è questa una politica sopranazionale, oppure si eccita un acceso nazionalismo per future conquiste. Il nazionalismo radicale fa si che almeno due termini vengano in collisione tra di loro e uno di essi alla fine soccomba.
Da qui si coglie un altro motivo per cui gli Stati nazionali recano in se stessi lo sviluppo del superamento del nazionalismo: o mediante il conflitto che porta una delle due nazioni a soccombere; o con la collaborazione tra le nazioni per mezzo della concorde limitazione del potere di ciascuna.
Il superamento del nazionalismo conforme ai nostri princìpi è appunto quello che permette di ristabilire l'unità del popolo nella visione esaltante di nuove mete aperte all'operosa collaborazione umana.
C'è stato, dunque, un processo evolutivo della tecnica militare, dei mercati economici, della coscienza politica che ha spinto i popoli al superamento del nazionalismo, già in atto da almeno un cinquantennio. D'altro canto abbiamo visto sintomatici sistemi che documentano questo superamento.

Il sistema nazista dello spazio vitale

Il sistema nazista dello spazio vitale supera. il nazionalismo nel momento stesso in cui lo esaspera, specie nel suo aspetto razzistico. Riconoscendo, infatti, la priorità della razza germanica, se ne deduce che gli altri popoli debbano diventare vassalli. In tale modo si crea un sistema di feudalismo internazionale.
La data del 1939 è fondamentale nella storia contemporanea. La costituzione del protettorato di Boemia e di Moravia è e rimane un fatto totalmente nuovo, poiché, dall'epoca napoleonica in poi sembrava assurdo pensare a colonie in Europa. Nel 1939, Hitler ha preteso di dimostrare il contrario, e la Boemia e la Moravia sono diventate un protettorato, una colonia nel cuore dell'Europa. E, nella fase finale della guerra, sono stati costituiti altri protettorati: la Croazia, Trento e Bolzano, i territori di Udine, Gorizia e Trieste. Essi non erano considerati province dello Stato tedesco, con parità di diritti con i cittadini tedeschi: erano propriamente protettorati con amministrazioni di vario tipo, in buona parte consimili a quella germanica, ma con diritti e libertà di gran lunga inferiori a quelli dell'ottocentesco Lombardo-Veneto.
Questo era il sistema nazista, un sistema feudale, senza le garanzie 'cristiane' che pure il feudalismo in qualche modo conteneva.

Il sistema sovietico

Nel sistema sovietico i vincoli del satellitismo sono, di solito, meno rozzi. Formalmente dovrebbe essere la base, dovrebbero essere i polacchi stessi o i cecoslovacchi o i bulgari a farsi un governo attraverso il partito comunista polacco, cecoslovacco, bulgaro. Questi partiti, peraltro, sono azionati e diretti dalla 'centrale' moscovita. Tuttavia l'idea che anima il sistema è, per quanto utopistica, un'idea universale, o che può essere universalizzata, mentre il principio fondamentale dell'ideologia nazista non poteva essere universalizzato. Le quinte colonne tedesche nei Paesi di cultura non germanica e laddove non sussistevano minoranze germaniche, erano costituite da traditori e niente altro che traditori; i supporti del dominio sovietico possono essere costituiti da persone o gruppi di persone che in buona fede credano nell'ideologia comunista. È perciò assai più abile e sottile il metodo della penetrazione sovietica. Non lo si può considerare nello stesso modo in cui si considera il sistema nazionalsocialista, anche se, sul piano tecnico-giuridico, le similitudini sono maggiori delle differenze.
Ecco, comunque, due sistemi in cui sono completamente spariti i nazionalismi e le indipendenze nazionali. In Germania restava il nazionalismo come razzismo del nucleo iniziale; ma il sistema internazionale nazista era la negazione e l'oppressione delle nazioni.
La Russia, prima ancora del sistema sovietico, era il Paese dell'Europa che meglio avesse superato, all'interno, le differenze razziali e nazionali. Il mito della 'terza Roma', così vivo in Dostoiewski, è stato ereditato dal comunismo marxista. E si mantiene tipica nei russi la tendenza a caratterizzarsi come portatori di una missione universalistica di cui ritengono d'essere depositari. La realtà è tuttavia quella che è: il sistema sovietico è caratterizzato dall'oppressione di un grande Stato sugli altri e dal satellitismo di questi rispetto al pianeta maggiore.

Stato e nazione

Torniamo ora all'Europa. È ovvio che l'Europa non voglia reviviscenze di satellitismi di tipo nazista o fascista, né voglia il satellitismo sovietico.
Di qui la celebre domanda «che fare?» applicata questa volta alla questione internazionale, anziché alla questione sociale.
E vediamo allora i cardini della soluzione europeistica della questione internazionale.
Soggetto della politica estera è lo Stato. Sostanza dello Stato non è soltanto l'organizzazione della società, e cioè l'organico complemento delle persone, delle famiglie, e degli enti locali, ma anche l'esperienza viva della patria con le sue caratteristiche di popolo, di territorio, di tradizioni, di storia.
Si può discutere se sia un concetto permanente la nazione, e anzi tale non è, perché, per esempio, l'India, come sottolineò Tagore, è da gran tempo patria, nel senso unitario di questo termine, è oggi uno Stato, ma non era e non è nazione. Ma non si può avere alcun dubbio che sia permanentemente valido – perché connaturato all'essenza stessa dell'uomo – il concetto di patria. Transeunti sono le espressioni concrete di tale concetto: la polis greca, la civitas prima e l'orbis romano poi, l'impero o le città medievali, la nazione moderna; ma pur attraverso le differenti accezioni, il concetto rimane. Il sentimento per la patria è come il sentimento per la mamma: esisterà finché vivrà, sulla terra, l'uomo.
Negare – in virtù di un male inteso universalismo – che il soggetto di politica estera debba anche esprimere, oltreché un'organizzazione strutturale, una unità di vincoli, e debba cioè essere una patria, oltreché uno Stato, è inumano, antistorico: può essere frutto di un arido illuminismo, non del cristianesimo.
Quindi patriottismo – che non è di necessità nazionalismo. Quindi il sentimento, gli ideali, gli interessi della patria alla base di una politica estera cristianamente e democraticamente intesa. Insistiamo sull'aspetto democratico; perché la coincidenza fra Stato e patria è appunto una condizione, non sufficiente, ma necessaria, affinché lo Stato sia veramente democratico.

Patriottismo e nazionalismo

Perché il patriottismo non è di necessità nazionalismo? Perché la patria si esprime nella nazione, ma anche nella città o nel villaggio; può esprimersi – come è avvenuto in passato e avviene in altre latitudini – in una regione o in un complesso di nazioni.
Ed è questo, forse, il punto più delicato e importante per una visione cristiana dei rapporti umani: la gerarchia delle patrie, l'integrazione organica delle persone nell'umanità. Non individui e nazione; e neppure nazioni e umanità universale. Ma persone, famiglie, comuni, nazioni, complessi sopranazionali e umanità universale.
Una politica estera veramente e coerentemente democratica non può prescindere da questa concezione dell'organica e graduale integrazione delle varie espressioni della patria. In un dato momento storico lo Stato, cioè l'organizzazione sociale, e, nel nostro caso, il soggetto della politica si identifica con una determinata espressione del concetto di patria. Questa identificazione va accolta e non aggredita; perché vogliamo restare nella storia e non fare dell'astruso razionalismo; vogliamo cogliere i valori morali, umani, sentimentali, che la contingenza storica ci offre, e non respingerli in virtù di una superbia intellettualistica degna di Lucifero. Non sarebbe quindi ispirata si principi democratici e ai valori fondamentali della civiltà cristiana mia politica estera che tendesse all'unificazione europea, negando qualsiasi ulteriore importanza ai valori nazionali. Non sarebbe né democratica né cristiana, e sarebbe antistorica, anzi, sarebbe anticristiana, appunto perché antistorica.
Peraltro, non sarebbe ispirata ai princìpi democratici né a quelli cristiani, una politica estera che, facendo esclusivamente perno sullo Stato nazionale, trascurasse le solidarietà implicite nella gerarchia delle patrie: una politica che fosse, insomma, come suol dirsi, nazionalistica.
C’è, qui, un parallelo con la politica interna. È contrario alla concezione democratica della società, è l'antitesi dei valori fondamentali della civiltà cristiana, ogni sistema che attribuisca allo Stato la fonte di tutta l'autorità sociale, trascurando così le comunità intermedie – famiglia, regione, comune, ecc. –; ed è altrettanto contrario antitetico ogni sistema che tenda a polverizzare l'autorità dello Stato in un'anarchia di comunità minori.

Rinuncia di sovranità

La politica nazionale, dunque, deve e può perseguirsi non in forma assoluta ed esclusiva, bensì dovrà inquadrarsi in una politica di superiori solidarietà.
E quando parliamo di solidarietà superiori, implichiamo qualche rinuncia di sovranità?
La risposta è, senz'altro, sì. Senza una sia pure parziale rinuncia di sovranità, non è possibile l'organica integrazione, che abbiamo fissato come principio fondamentale di una visione cristiana e democratica dei rapporti umani. D'altro canto, senza una qualche rinuncia di sovranità non può sussistere una durevole solidarietà: si finirebbe nel cadere nella fragilità delle tradizionali alleanze fra Stati, basate su ben definiti interessi di difesa o di commercio, valide finché restan vivi e sentiti tali interessi, pronte a dissolversi, per lasciar posto a coalizioni nuove, non appena gli interessi si attenuano e cambiano.

Solidarietà universale?

Le solidarietà superiori, di cui abbiamo parlato, possono e devono estendersi fino alla solidarietà universale? Dovrebbero estendersi fino a essa, ma è particolarmente importante e delicato non dimenticare che è altrettanto assurdo pretendere di passare direttamente dallo Stato Nazionale alla comunità universale, così come passare direttamente dall'individuo allo Stato. Tutti i fautori di politiche cosiddette ‘del più ampio respiro’ e ‘universalistiche’; coloro che a una singola nazione attribuiscono una missione universale o mondiale sono, di solito, dei megalomani o dei velleitari. Lo zelo per la missione universale della Chiesa cattolica non giustifica la confusione di tali compiti con quelli assai meno vasti – per la particolarità degli interessi temporali che li contraddistinguono – che devono assegnarsi alla politica estera di un singolo Stato.
L'organica gradualità delle solidarietà e delle integrazioni non intacca, peraltro, una corretta aspirazione universalistica: di un mondo cioè in cui siano rettamente ordinati in un supremo democratico consesso i rapporti fra le comunità, fra gli Stati, fra i popoli: di quello cioè che usa oggi definirsi ‘mondo unico’.

L'aspirazione al ‘mondo unico’

Abbiamo già visto come una delle più vivaci aspirazioni dell'umanità di oggi – condivisa da tutti, e non soltanto dai cattolici – è quella che ha per termine un ‘mondo unico’.
Diciamo subito che una nobile aspirazione alla fine dell'ultima guerra, non ci parve eccessiva, né, tanto meno, intrinsecamente utopistica. Troppo lunga e universale era stata, infatti, la nostra sofferenza, per non sentirci autorizzati a coltivare, dentro di noi, la speranza che presto sarebbe sorto, quale frutto di così grandi patimenti, un mondo solidale e migliore.
A rafforzare la nostra convinzione concorse non poco, nel volgere di quegli anni, il solenne impegno delle potenze vincitrici. L'ONU – che di quell'impegno era il risultato primo e immediato – fu salutata come un passo concreto verso la realizzazione dell'ideale.
Senonché, oggi, a conti fatti, non ce la sentiamo più di essere così fiduciosi. E cominciamo a pensare, sia pure con il più grande rincrescimento nell'animo, di essere andati troppo avanti con i sogni di un mondo veramente unito. Non perché sia subentrato, in noi, uno spirito di preconcetto scetticismo, ma perché dobbiamo riconoscere, obiettivamente, che molto grave è stato il contrasto tra le speranze da noi vagheggiate e la realtà; e molte, per conseguenza, sono state le delusioni delle quali abbiamo sofferto.

La delusione di Yalta e Potsdam

La prima delusione – in ordine di tempo – ci venne dal modo in cui fu delineata la carta geografica del mondo dai trattati di pace o dagli incontri dei vincitori: a Yalta e a Potsdam. Ci colpì particolarmente la sistemazione dell'Europa, là dove nuovi confini, arbitrariamente tracciati, sfiguravano la nazione tedesca. Né meno doloroso stupore destarono la carta della zona orientale del Centro-Europa, e quella dell'Italia, mutilata sulla sua frontiera orientale.

La delusione dell'ONU

Una seconda delusione – tuttora in atto – incominciammo a viverla, sul finire del '56, in seguito ai noti fatti d'Ungheria. Essa è soprattutto rappresentata dal funzionamento dell'ONU: un organismo che si è rivelato finora operante solo nel caso in cui le due potenze, che hanno la leadership dei due blocchi, si trovino d'accordo, o quando una di esse risulti assente al tavolo della conferenza. Osiamo dire che l'impotenza dell'ONU di fronte alla tragedia dell'Ungheria, specialmente se confrontata con la solerte attività di cui fece sfoggio nel riportare allo statu quo ante la situazione di Suez, è uno di quei fatti che gridano biblicamente vendetta al cospetto di Dio e che i posteri assumeranno forse a simbolo, per la sua gravità, degli errori e delle insufficienze della nostra generazione e di tutto il nostro tempo. Il che, ovviamente, non ci impedisce di riconoscere all'ONU obbiettivi valori, quali sono, fra gli altri, il necessario periodico incontro fra i due blocchi nei quali si divide il mondo, e il mantenimento in vita della speranza verso una fase di composizione e di unione.

La delusione della realtà militare

Un'altra delusione – forse la più grave di tutte – ci venne dalla realtà militare del dopoguerra. È un fatto, per ciò che riguarda il disarmo, che in Occidente esso è stato pressoché totale. Pochissime divisioni inglesi, nordamericane, francesi, sono rimaste nelle zone di occupazione austriache e tedesche: per il resto, c'era nell'Europa centro-occidentale – fatta esclusione del fortificato massiccio svizzero – quello che in gergo militare si usa chiamare il ‘vuoto’. Un disarmo tale, da essere definito, oggi, ‘ingenuo’. La quale definizione, tuttavia, e sia detto per inciso, non deve essere offensiva, può tornare addirittura a lode dell'Occidente, in quanto è anche grazie alla sua pur criticabile ‘ingenuità’ che ha dimostrato a tutti – popoli e uomini in buona fede – quanto fosse sincera e leale la sua volontà di pace.
Che cosa ha fatto, invece, l'Unione Sovietica? Non è necessario ricordarlo: l'Urss ha continuato a mantenere intatta, o quasi, la sua potenza offensiva.
Che Stalin abbia agito come ha agito, non è cosa che possa meravigliare. Si è trattato, tutto sommato, di una condotta coerente alle ragioni che ispirarono la sua politica e alle applicazioni che ne hanno fatto – lui e i suoi successori – in Grecia, in Corea, a Berlino, in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Afghanistan, in Polonia.
Possiamo serenamente affermare che, di fronte alla politica staliniana di espansionismo, la politica atlantica è stata di arresto e di difesa; e come tale ha avuto successo. L'alleanza atlantica ha reso possibile la stabilità e l'equilibrio in Europa; ha fronteggiato con decisa fermezza la guerra fredda; ha reso possibile la ricostruzione e il progresso delle nazioni europee.

Il Patto Atlantico ha garantito la pace nella sicurezza

Ci rendiamo conto, non sottovalutiamo i problemi, i dubbi e le riserve che agitano l'animo di chi debba affrontare questo complesso problema morale e politico della pace congiunta alla sicurezza. Ne abbiamo vissuto giorno per giorno il travaglio quando partecipammo alla fondazione e alla ricostruzione della Repubblica: ma allora come oggi il dilemma sussiste: non c'è vera, durevole pace senza la sicurezza. Senza la sicurezza, la pace sarebbe ingannevole ed effimera.
D'altra parte, con l'unità di misura nazionale, si può perseguire la sicurezza o mediante una neutralità fortemente e solidamente armata o mediante un sistema di alleanze.
La neutralità armata (la scelta della Svizzera e della Svezia) non era come non è possibile per noi. Avrebbe – con i suoi costi – impedito la ricostruzione e una qualsiasi politica di sviluppo economico e sociale. La scelta dell'alleanza atlantica liberamente, autonomamente compiuta dalla nostra Repubblica fu una scelta di sicurezza al servizio della pace.
Per anni e decenni il Patto Atlantico si è rivelato nei fatti una scelta e una sicura garanzia di pace.

Non fu possibile allargare la competenza del Patto Atlantico

Detto questo, dobbiamo aggiungere che allargare il Patto Atlantico al di fuori del terreno della difesa e della sicurezza comportava problemi complessi e, almeno in parte, insolubili. Le speranze di un'estensione o di una completa attuazione del famoso art. 2 del Patto non si dimostrarono di facile attuazione.
Di questo fece già, nel 1949, un'esperienza viva, e, in certo senso, dolorosa, Alcide De Gasperi. Chi studi attentamente l'operato dello statista scomparso, grande italiano e grande cristiano, non può non rilevare nella sua politica estera un significativo sviluppo. Mentre, infatti, nel 1949 egli puntava esclusivamente sulla solidarietà atlantica – partendo dal presupposto che avrebbe potuto diventare, da alleanza che era, vera e propria comunità –, negli anni immediatamente successivi, e cioè nel '50 e nel '51, vi aggiunse la politica della Comunità europea.
A distanza di anni, dobbiamo dare atto a De Gasperi di aver visto giunto. Se nel '49, infatti, la politica europea era fatta soltanto di vaghe aspirazioni e di ‘sogni in bianco’, almeno dal punto di vista della realtà politica, nel '50 e nel '51 questi ‘sogni in bianco’ si vennero maturando per l'iniziativa di Monnet e di Schuman, e furono poi consolidati dalla condotta univoca di De Gasperi, Schuman e Adenauer. Ci si era dovuti, insomma, persuadere che, mentre era difficile a realizzarsi la vita di una comunità istituzionale con un'autorità comune ugualmente accettata dai cittadini di San Francisco, di Reykjavik e di Roma, non offriva insuperabili difficoltà la realizzazione di una comunità istituzionale che abbracciasse soltanto l'Europa, e particolarmente l'Europa continentale.
Dobbiamo chiederci, a questo punto, quali siano le ragioni che impedirono la costituzione di una comunità atlantica. A nostro giudizio, esse si riducono soprattutto a due: le dimensioni dell'area, troppo vasta sia dal punto di vista geografico che da quello culturale, e la pluralità dei vincoli che legano la maggiore potenza alleata.

È possibile il superamento dei due blocchi?

Il mondo è dunque diviso in due blocchi; ma non è possibile, ci si domanda, realizzarne il superamento?
Si dovrà ragionare sempre così, di questi problemi, senza che si riesca a superare le posizioni di una difesa militare? E non si arriverà mai a qualche cosa di concreto, di veramente efficiente e duraturo, nella politica del disarmo?
Che si arrivi a tanto, è un'esigenza che si rivela di ora in ora più urgente: la corsa agli armamenti non può protrarsi all'infinito. Dovrà pur esserci, fra le due parti che oggi si guardano con aperta diffidenza, un punto d'incontro. Possiamo dire fin d'ora, per il giorno, auguriamoci non lontano, in cui esso si avvererà, che questo punto d'incontro innanzitutto e soprattutto dovrà consistere in un accordo per l'efficace controllo delle rispettive forze militari; non è possibile altrimenti conseguire la reciproca garanzia di lealtà politica, senza inganni, né perniciose lusinghe.

Esigenza dell'unione europea

Il fatto che il mondo unito, nel senso di una comunità istituzionale, sia impossibile sul piano realistico, rende ancor più viva l'esigenza dell'unione europea, unica soluzione da cui dipende la salvezza dell'indipendenza delle singole nazioni europee.
Abbiamo già visto le ragioni ideali della validità e della vitalità dell'europeismo. Sono ragioni ideali che poggiano su due constatazioni di fatto.

L'unità di misura nazionale non risponde più alle esigenze della vita contemporanea

La prima è che l'unità di misura nazionale non risponde più, da sola, alle esigenze della vita contemporanea, e tutto lascia prevedere che vi risponderà ancor meno nell'avvenire. L'evoluzione della tecnica militare, lo sviluppo dei rapporti economici, il progresso della coscienza democratica e l'inserimento delle masse popolari nella vita degli Stati hanno determinato il superamento di tutto un mondo di relazioni internazionali: il superamento del sistema dell'equilibrio fra Stati nazionali, del dogma della sovranità nazionale intesa in senso assoluto. Non si tratta qui di esprimere un giudizio morale; né di valutare le varie nostalgie dell'età nazionalistica; si tratta di un giudizio storico d'incontestabile validità, di fronte al quale le nostalgie restano possibili, in quanto nostalgie, ma diviene anacronistica, se non addirittura infantile, una qualsiasi volontà politica ispirata ai canoni e agli ideali di quell'età.

L'Europa è una cultura, una civiltà

La seconda è che l'Europa è ben altro che una semplice espressione geografica. Metternich ignorava, o, meglio, voleva ignorare, la realtà storica, definendo l'Italia una mera espressione geografica. Altrettanto potrebbe dirsi di chi applichi all'Europa tale definizione.
L'Europa, specialmente nel suo nucleo centrale o centro-occidentale, è assai di più che una mera entità geografica. Intesa in questo senso, l'Europa è una cultura, una civiltà; ha una sua Weltanschauung, ha, cioè, un suo modo di vivere, di pensare, di concepire la vita. Intesa in questo senso, l'Europa ha una storia profondamente e essenzialmente unitaria.
Essa era unita prima che sorgessero le suddivisioni nazionali. Anche dopo che sono sorte le nazioni, con le loro vite singolarmente organizzate e con le loro specifiche tradizioni, gli scambi, i rapporti reciproci – talvolta di guerra, ma non sempre di guerra – furono tali e tanti, rimasero talmente vivi i fondamenti unitari della religione e della cultura, che anche a un primo sguardo superficiale se ne possono cogliere, non soltanto delle tracce, ma dei segni chiari e inconfondibili.
Se dunque, l'equilibrio tra le sovranità nazionali intese in senso soluto è una realtà politica in via di superamento, se l'Europa ha gia quei caratteri unitari di cultura e civiltà che costituiscono i presupposti, le fondamenta, e al tempo stesso il cemento, di un'entità politica, non è affatto utopistico propugnare, promuovere, favorire il processo unificatore dell'Europa.
I pensieri fin qui esposti sono meditazioni e considerazioni compiute nel corso di un trentennio (1), un trentennio durante il quale Europa ha tentato di iniziare una sua vita unitaria. Malgrado le speranze e l'entusiasmo delle partenze degli anni Cinquanta, questa vita oggi stentata, langue e sembra a qualcuno addirittura minata nelle sue fibre essenziali.
Ma compito di questo saggio era tracciare le linee di una ideologia, non quelle di un processo storico. Che il processo sia stato finora costellato di pochi successi, ma ben più di tanti fallimenti e di tanti errori, non significa che l'ideologia che ne stava a fondamento fosse sbagliata.
Comunque l'esigenza prioritaria e inderogabile è superare, sul piano statuale, le dimensioni dell'unità nazionale. L'obiettivo potrebbe realizzarsi soltanto se si accettasse, con tutte le sue conseguenze, il principio della sopranazionalità. Gli anni '80 saranno dunque decisivi: si riuscirà a compiere qualche passo concreto sulla via dell'unificazione sopranazionale? Sembra per lo meno azzardata una risposta positiva. E allora? Allora – se una risposta positiva non si dovesse ottenere in tale direzione – sarà giocoforza ricorrere (fermo restando l'inderogabile scudo dell'alleanza atlantica) a formule nuove che, senza rinnegare le ragioni dello spirito europeistico originario, rispondano all'esigenza (lo ripetiamo: prioritaria e inderogabile) di superare le dimensioni dell'unità nazionale.

Paolo Emilio Taviani
Maggio-Giugno 1982
(tratto da: Civitas, Rivista di Studi Politici, Anno XXXIII – Maggio-Giugno 1982)

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(1) Cfr., a questo proposito, P. E. TAVIANI, Solidarietà atlantica e Comunità europea, 5° ediz., Firenze, 1967, passim; Principi cristiani e metodo democratico, 2° ediz., Firenze, 1972, pp. 263-332.

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