LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

IL CONTRIBUTO DEI CATTOLICI ALLA RESISTENZA


di Paolo Emilio Taviani

La Resistenza italiana - secondo Risorgimento della Nazione - iniziò nel settembre 1943, nelle giornate più tristi della nostra storia.
In fuga il Sovrano e il Governo, in dissoluzione l'Esercito e l'Aviazione - disorientati da un capovolgimento di fronte non preparato e da ordini equivoci, talvolta contraddittori -; la Marina costretta dall'armistizio a raggiungere le basi del nemico di ieri; il popolo, in un primo momento ignaro e non nobilmente festante per la creduta fine della guerra, poi smarrito, agitato, sconvolto: questo il quadro dell'Italia all'alba del 9 settembre.
In quel vuoto, iniziò la Resistenza. Sbocciò spontanea contro l'occupazione straniera, contro i tedeschi. Accanto a loro, dopo le prime settimane di smarrimento, si schierarono i fascisti della cosiddetta “repubblica sociale”. La Resistenza contro l'occupazione straniera diventò così, anche se solo in minima parte, guerra fratricida. Fu questa, fra le responsabilità di Mussolini, la più grave di tutte.
Si ebbero subito le prime battaglie e i primi caduti.
Prima ancora che la sommossa divampasse a Napoli, in Piemonte, a Boves, l'iniziativa dei primi “ribelli” provocò la feroce reazione delle SS. Il comandante del nucleo partigiano che bloccò una colonna tedesca disponendo d'un solo cannone con un solo colpo, di poche mitragliatrici e alcune bombe a mano, fu Ignazio Vian, cattolico di profonda fede e di vita esemplare. Sarà impiccato a Torino dopo undici mesi d'intensa attività. La strage di Boves comportò cinquantacinque morti fra mitragliati e bruciati: il parroco fu arso vivo. Fin dall'inizio si rivela dunque la partecipazione alla Resistenza dei cattolici: di uomini e donne di radicata formazione cristiana.
Non avrebbe potuto essere diversamente, dato che la Resistenza fu un tipico fenomeno di massa. Il popolo, il popolo intero, ne fu protagonista. Senza l'adesione delle masse, il movimento politico-militare non avrebbe potuto raggiungere i risultati che raggiunse, perché gli sarebbe mancato il supporto indispensabile. Una grande genuina forza popolare e nazionale - al di là dei partiti e delle ideologie - fu il fattore imponderabile che permise di “riuscire” laddove l'insufficienza dei mezzi e d'organizzazione avrebbe potuto anche segnare una partita perduta.
Qualche storico ha creduto di poter sottovalutare la partecipazione dei cattolici al secondo Risorgimento nazionale. Non è facile dire se ciò sia avvenuto per difetto di approfondita conoscenza o per mala fede. Il difetto di approfondita conoscenza può spiegarsi con una superficiale lettura dei dati ufficiali circa le bande partigiane: Garibaldini, Giustizia e Libertà, Autonomi, Matteotti, Osoppo, Maiella, Fiamme verdi, Fiamme azzurre. Soltanto le ultime due sigle vengono ricondotte alla Democrazia Cristiana o al Movimento cattolico. E sin qui nulla da eccepire. Senonché si ignora o si finge di ignorare che le Autonome di Mauri, la Osoppo, il gruppo della Maiella erano costituti in grande maggioranza d'uomini e donne di formazione cristiana. E si ignora che i Garibaldini erano sì in maggioranza, ma non tutti, comunisti o marxisti, anche perché in varie zone era prevalso il principio dell'esercito resistenziale unico. Molti giovani di estrazione fucina o della Gioventù cattolica militarono così nelle file garibaldine. Furono garibaldini alcuni dirigenti, ai massimi livelli regionali e interregionali, del partito democratico-cristiano.
Convergevano nella Resistenza italiana uomini ispirati dall'idea liberale, dal marxismo comunista e socialista, dall'autentico nazionalismo - non più inquinato dalle megalomanie fasciste. Ma vi fu anche - e larghissima - la partecipazione di cattolici; e intendiamo non solo laici praticanti, ma anche sacerdoti, frati, suore, parroci e vescovi.
Non si può monopolizzare la Resistenza in schemi di parte e neppure sottovalutare l'apporto dei cattolici, consistente, non di rado determinante, comunque sempre essenziale. Chi ha tentato di farlo non ha rispettato la storia: per motivi di faziosità o per ragioni di propaganda.
Questo premesso, occorre rispondere a due quesiti che, proprio sul piano storiografico, ci si propongono.
Primo quesito: quali furono le ragioni che mossero tanti cattolici a partecipare alla Resistenza?
Secondo quesito: come e quanto la comunità cristiana sostenne le loro scelte?
I due argomenti si collegano fra loro. Tenteremo tuttavia di articolare le risposte così come sono state poste le domande.

Le ragioni della partecipazione dei cattolici alla Resistenza

Ci siamo trovati nella fortunata circostanza di poter disporre di un'indagine fra ex partigiani ed ex cospiratori, attraverso le trenta associazioni aderenti alla Federazione Italiana Volontari della Libertà. Molti di costoro si dichiararono cattolici e tali erano al momento di salire in montagna o entrare in cospirazione. L'indagine conferma quanto avevamo potuto intuire dalla personale esperienza del '43-'45.
Le ragioni della partecipazione dei cattolici alla Resistenza, pur risultando ovviamente diverse da caso a caso, si possono sintetizzare in tre filoni principali riconducibili a tre gruppi di militanti, distinti anche per motivi cronologici. La sintesi presuppone e trascura le eccezioni che - per ognuno dei tre gruppi, o categorie, di cui ci accingiamo a parlare - esistono, e non potrebbero non esistere.
Il primo gruppo è dei partigiani che iniziarono la Resistenza il 9 settembre, come logica e naturale prosecuzione delle iniziative antifasciste durante il periodo badogliano. Il secondo è di coloro che scelsero la Resistenza senza un'idea politica precisa. Il terzo è di coloro che si unirono ai ribelli dopo i bandi di Salò nell'inverno '44.

Il primo gruppo comprende i cattolici che scelsero, l'8 e il 9 settembre, di partecipare alla guerra partigiana (sia nella sua forma di guerra “souterraine” che in quella di guerriglia) perché già decisamente di fede antifascista e antinazista.
Nei quarantacinque giorni badogliani non soltanto gli anziani che avevano tenuto fede, nel ventennio, ai principi democratici e antifascisti del Partito Popolare, ma anche centinaia di giovani si erano, in misura maggiore o minore, personalmente impegnati in una scelta politica e partitica decisamente antifascista. Avevano contribuito a tale scelta: i legami - nelle famiglie, nelle parrocchie, nell'Azione Cattolica - delle generazioni nuove con la generazione dei padri, popolari e antifascisti; il movimento cristiano-sociale, diffuso particolarmente nel Lazio, nel Veneto, in Liguria e Toscana; il movimento neoguelfo in Lombardia; il gruppo dei cooperativisti cattolici, che poi diventarono comunisti cattolici; la FUCI e i Laureati cattolici.
Queste due ultime associazioni - ramificate in ogni provincia - si erano sempre distinte nel campo dell'Azione Cattolica per il loro afascismo. Le leggi razziali; il “patto d'acciaio”; la retorica di cui il passo dell'oca era un dettaglio, ma talmente ridicolo e irritante da ergersi a simbolo; la brutale spartizione tedesco-sovietica della Polonia; l'ignobile intervento contro la Francia; la guerra d'offesa non sentita e tanto cinicamente condotta contro nazioni e popoli che nulla avevano a che vedere con rivendicazioni territoriali né con la politica delle grandi potenze; uno dopo l'altro, il succedersi di questi tragici eventi aveva consolidato gli iscritti alla FUCI e ai Laureati cattolici in un deciso antifascismo.
La ragione che spinse migliaia di cattolici alla via della cospirazione fin dal 9 settembre fu dunque una ragione chiaramente ideologica e coscientemente partitica. Scrivendo partitica ci riferiamo, per gran parte dei casi, alla Democrazia Cristiana, che aveva fuso nelle sue fila i neoguelfi, i cristiano-sociali liguri e parte dei toscani. C'erano ancora - e non vanno dimenticate - larghe frange di cristiano-sociali nel Lazio, nel Veneto e qua e là per la penisola; c'erano i cooperativisti, poi comunisti cattolici; e c'era anche qualche cattolico che si sentiva impegnato in quanto tale con una scelta ideologica cristiana e democratica, pur senza aderire dichiaratamente all'ormai costituito partito della Democrazia Cristiana.
Alcuni di questi cospiratori, o per libera scelta, o per sfuggire alla repressione, salirono pur essi sui monti e divennero capi partigiani. Altri sui monti si recarono periodicamente per dirigere la guerriglia, che gradatamente si sistematizzava o coordinava nel CLN regionali, i quali a loro volta si riconoscevano nel CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia).
Nel collegamento della guerriglia sui monti con quella di città fu continua e capillare la diffusione della dottrina democratico-cristiana in concorrenza alla diffusione dell'ideologia marxista e comunista. Ciò spiega come molti - fra i giovani cattolici che avevano scelto la Resistenza per una semplice ragione di dovere morale e patriottico - si ritrovassero, senza bisogno di svolte e tanto meno di conversioni, nelle fila del partito democratico cristiano ancor prima della Liberazione, e comunque, all'indomani di essa, al momento del rientro nella vita civile.

Il secondo gruppo è composto dai giovani cattolici che scelsero la via dei monti all'alba del 9 settembre, o nelle settimane immediatamente successive, per una ragione semplice, priva di colorazioni partitiche: il servizio verso il proprio Paese e la propria gente; il rifiuto di servire l'occupante: lo straniero tedesco che, fin dalle prime ore della notte fra l'8 e il 9 settembre, aveva avuto modo di manifestare metodi sprezzanti e brutali. Del tutto scarsa, quasi inesistente, la formazione antifascista, a meno che non si voglia comprendere in essa il disgusto per la burbanzosa faciloneria con cui era stata affrontata una guerra tanto difficile e dura, per la retorica che continuava ad alterare e violentare la realtà avvertibile da qualsiasi subalterno, sottoufficiale o soldato in una qualsiasi delle svariate posizioni del fronte: prima linea, retrovie, sussistenza, trasporti, difesa antiaerea ecc. ecc. Per tale categoria dunque - quella ripetiamo, dei giovani cattolici che scelsero la via dei monti all'alba del 9 settembre e nelle settimane immediatamente successive - è difficile rifarsi ad argomentazioni ideologiche e tanto meno politiche. Tranne rare eccezioni, la "ragione" si fonda soprattutto e innanzitutto su di un radicato senso del dovere al servizio della Patria: la Patria intesa cristianamente, senza alcun esasperato nazionalismo, ma con autentico e cosciente spirito nazionale.
Nell'interpretazione del dovere va sottolineato un aspetto che si ritrova in un numero di casi rilevante in Piemonte, meno rilevante, ma non trascurabile, in Lombardia, Triveneto, Lazio e Abruzzo, irrilevante in Liguria, Emilia, Toscana, Marche e Umbria. Il dovere del servizio viene riferito, nei casi citati, alla legittimità del governo. Il governo "legittimo" è il governo del Re e il suo ordine è d'opporsi al tedesco, di non prestarsi a servirlo. Il dovere si ammanta, nei casi citati, d'una specifica ragione giuridica: il rispetto della legittimità formale, oltre e accanto a un istintivo senso della legittimità sostanziale.

Un terzo gruppo è composto di coloro che si fecero ribelli dopo i bandi di Salò nell'inverno '44. Quei bandi condannavano a morte, con esecuzione immediata e senza processo, qualunque giovane in età di servizio militare che fosse stato trovato in borghese. Decine di migliaia di giovani dovettero scegliere: o combattere con la Repubblica di Salò, o combattere o comunque collegarsi con i ribelli. La grandissima maggioranza, quasi la totalità dei giovani provenienti dalle associazioni cattoliche, dei giovani di montagna o di campagna gravitanti intorno alle parrocchie, scelse l'esercito dei ribelli. Anche qui la radice ideologica non traspare se non come rifiuto d'uno Stato assolutamente estraneo al popolo italiano, non soltanto alle masse dei contadini, degli operai, degli impiegati, ma a tutti i ceti sociali. E' ben noto, a chi abbia vissuto in quel tempo a nord della linea di Cassino, che la "repubblica sociale" di Mussolini non fruiva di un benché minimo consenso popolare. Si trovava in una situazione ancor peggiore del regime di Pétain in Francia. Grosso modo si può calcolare che almeno il 95% dei cittadini italiani - uomini e donne, anziani e giovani - consideravano mercenari, venduti allo straniero, i militari e i pochissimi civili che credevano nella "repubblica sociale" e ne eseguivano scrupolosamente gli ordini.
Anche per le migliaia e migliaia di giovani cattolici che diventarono ribelli nell'inverno del '44, la scelta fu dunque una semplice scelta di dovere. Ma questa volta il dovere si presentava in modo più chiaro e percettibile. Erano trascorsi, dal 9 settembre, sei mesi. C'era stato modo di rendersi conto, a ogni livello, in ogni città o villaggio, di quanto fossero spietati, disumani i metodi dei nazisti e dei fascisti. Il volto anticristiano del nazismo - di cui già avevano coscienza gli impegnati e gli intellettuali - si era disvelato a chiunque avesse orecchie per intendere e occhi per vedere. Le torture inflitte agli ebrei e agli antifascisti che cadevano nelle mani delle SS e delle Brigate Nere erano ormai note dovunque. Troppi crimini venivano perpetrati, perché la voce del popolo non ne avesse divulgato la notizia a chi - ma non erano molti - non avesse avuto l'occasione d'esserne in qualche modo testimone. Alla divulgazione contribuivano in maniera coraggiosa ed efficiente i Comitati di Liberazione e i partiti democratici. Ai giornali e alla radio del regime nessuno credeva più. Si accresceva di giorno in giorno l'ascolto clandestino di Radio Londra.
Questa volta, al dovere verso la Patria contro l'oppressione straniera, si aggiungeva, anzi sovrastava il dovere verso la giustizia: il dovere di rifiutare un servizio che appariva in maniera limpida e inequivoca come "ingiusto", non di quella ingiustizia che si frammischia alla giustizia nei contrasti fra le Nazioni, sicché la ragione e il torto non si possono dividere con un taglio netto. No - ormai non v'era più dubbio - dopo sei mesi, non v'era più coscienza cattolica che non riconoscesse che questa volta, in questa "altra guerra" - altra rispetto a quella chiusa dall'armistizio - il torto era tutto da una parte. Qualcuno pensava che non tutto il giusto fosse neppure dalla parte dei partigiani, ma non v'era dubbio che dalla parte dei repubblichini tutto era ingiusto. Se la scelta fosse stata fra l'adesione platonica e l'azione, non sarebbe ancora mancato qualcuno che forse avrebbe scelto la prima, anche perché eroi non si nasce, lo si diventa. Ma, presentandosi la scelta fra servire i repubblichini, o andare con i ribelli, i giovani di formazione cattolica - di città, di campagna, di montagna - scelsero in massa di farsi ribelli. In massa: le eccezioni furono talmente rare da dover ricorrere alla percentuale in millesimi anziché in centesimi.

L'atteggiamento della comunità cristiana

Per quanto riguarda l'Azione Cattolica abbiamo già ampiamente parlato della FUCI (Federazione Universitari Cattolici) e dei Laureati cattolici. L'afascismo di queste due organizzazioni era diventato antifascismo sul finire degli anni Trenta. Nel periodo badogliano l'antifascismo - che si era mantenuto fino al 25 luglio sul piano della formazione morale e dell'approfondimento dottrinale - si tradusse in azione politica: un'azione che non ebbe soluzione di continuità immediatamente dopo l'8 settembre. Molti tra i fucini e i laureati già fucini, furono partigiani combattenti; coloro che non ebbero l'occasione o la possibilità di combattere, rifiutarono qualsiasi forma di collaborazione con lo straniero occupante, e tutti parteciparono all'assistenza o alla copertura degli amici che combattevano.
Meno immediato e non altrettanto unanime l'atteggiamento delle altre branche dell'Azione Cattolica. Tuttavia - dopo le prime settimane d'incertezza - la grande maggioranza dei circoli della Gioventù cattolica, maschile e femminile, divennero altrettanti focolai di resistenza.
In varie città e cittadine si contano a centinaia le sedi della FUCI e della GIAC (Gioventù cattolica maschile) che si prestarono a riunioni cospirative e a rifugio di ricercati e perseguitati. L'Autore di queste note ricorda che a Genova - così come a Torino e a Padova - i Comitati di Liberazione dovettero intervenire energicamente per proibire riunioni di vertici resistenziali nelle sedi della FUCI e della GIAC, perché si trovavano ormai tutte, o quasi tutte, sotto sorveglianza delle SS e della polizia fascista. Ciò avvenne fra il settembre e il novembre '44 nelle città indicate. Una ulteriore approfondita ricerca confermerebbe certo che la stessa situazione si era verificata in molte altre città.
Per le associazioni degli uomini cattolici è difficile fornire dei dati sia pure sommari, in quanto la loro organizzazione era limitata, spesso non avevano sedi proprie, né vivevano di vita propria, ma facevano tutt'uno con la vita delle parrocchie. E di queste si parlerà più avanti.
Le donne cattoliche contavano all'inizio degli anni Quaranta su di un'organizzazione efficiente e capillare; essa peraltro si allentò, quando addirittura non si dissolse, a causa delle vicende della guerra; centinaia di migliaia di famiglie erano sfollate, o comunque sradicate dalle loro sedi abituali. Laddove queste associazioni riuscirono a proseguire una qualche operatività, , diedero un consistente contributo sul piano assistenziale: il CIF si costituì dopo la liberazione appunto con l'apporto di migliaia e migliaia d'iscritte all'Azione Cattolica, che avevano già coraggiosamente organizzato l'assistenza durante il periodo resistenziale.

Veniamo ora alle parrocchie. Se si tien conto che le varie branche dell'Azione Cattolica - con la sola esclusione della FUCI - hanno sempre vissuto e gravitato nell'ambito delle parrocchie, finanche dal punto di vista logistico, si potrebbe ritenere superfluo un ulteriore discorso. Non è inutile tuttavia aggiungere, con buona pace dei denigratori della partecipazione cristiana al secondo Risorgimento nazionale, che se le parrocchie fossero state ostili o anche soltanto neutrali, la guerriglia sui monti e nelle campagne non avrebbe avuto alcun successo, anzi non avrebbe neppure potuto sopravvivere.
Questo per la montagna e le campagne, in genere. Per quanto riguarda le parrocchie di città, non tutte, bensì molte offrirono un concreto aiuto alle svariate attività della Resistenza. Quelle che non si spingevano fino alla partecipazione attiva, tuttavia cooperavano nell'assistenza e non negarono mai il rifugio a ricercati e perseguitati. Le riunioni dei Comitati di Liberazione - a tutti i livelli - si tennero frequentemente nelle canoniche. Anche per questo si verificò quanto sopra abbiamo scritto a proposito della FUCI e della GIAC. Per esempio, fra le sedi di riunioni cospirative del CLN Liguria sono comprese quattro canoniche di altrettante chiese genovesi. Tre di esse ernao già "bruciate" nella primavera del '44 e l'ultima fu utilizzata una sola volta e con grave rischio, nell'inverno del '45, in uno dei momenti più duri della repressione e più difficili per il reperimento delle sedi.
I dati fin qui esposti non esauriscono la complessa e multiforme partecipazione delle parrocchie e del clero alla Resistenza. Ma ne indicano chiaramente la consistenza, l'importanza, l'essenzialità: 206 caduti; 84 ricompense al valore; le cifre del medagliere del clero italiano nella Resistenza sono altrettanto eloquenti.
Non si può ovviamente considerare esaurito il tema dell'atteggiamento della comunità cristiana senza un riferimento alla gerarchia.
Si è cercato, a questo proposito, da qualche storico o cronista marxista di contrapporre l'atteggiamento del basso clero (soprattutto le parrocchie di montagna e campagna nonché quelle della periferia operaia) all'atteggiamento dell'alto clero, considerato nel complesso, più prudente e attendista. Nessuno è giunto a dire che l'alto clero sia stato collaborazionista con i nazifascisti: sarebbe stata una tale enormità antistorica che avrebbe suscitato la reazione di chiunque abbia un minimo di serietà e buonafede. Ma si è giunti a parlare di neutralità.
A Genova, il cardinale Boetto autorizzò i cappellani nell'esercito garibaldino, organizzò il rifugio degli ebrei nel seminario locale diocesano. Il vescovo Siri partecipò di persona a riunioni clandestine, fu individuato dalle SS come nemico del regime e dovette trascorrere alcuni mesi in montagna, in zona partigiana. Canonici, abati, monsignori d'alto rango ecclesiastico diedero il loro appoggio alla Resistenza con entusiasmo e coraggio non minori dei parroci di campagna.
Analogo fu il comportamento di molti altri vescovi. Ne cito a memoria alcuni, senza minimamente pretendere che l'elenco sia completo ed esauriente: Adriano Bernareggi a Bergamo; Pietro Tesauri a Lanciano e Ortona; Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze; Angelo Simonetti a Pescia; Giovanni Sismondo a Pontremoli; Emanuele Mignone ad Arezzo; Antonio Torrini arcivescovo di Lucca; Giovanni Piccioni a Livorno; Antonio Mantiero a Treviso; Carlo Zinato a Vicenza; Girolamo Bortignon a Belluno; Giuseppe Angrisani a Casale Monferrato.
In altre città dell'Italia settentrionale e centrale (per esempio: Savona, Parma, Pisa Todi), le giunte diocesane concessero sedi, uomini, aiuti concreti al movimento cospirativo della DC. Va precisato che le giunte diocesane erano in quel tempo nominate direttamente dal vescovo e si tenevano permanentemente in contatto con lui per ogni pur modesta decisione.
La pretesa di una divisione classista fra il basso e l'alto clero di fronte alla Resistenza assume i connotati d'una interpretazione faziosa e perfino ridicola. Si può infatti aggiungere che i rari casi, davvero abnormi, di ecclesiastici schierati con il regime di Salò, sono di frati o di preti secolari di modeste condizioni economiche.
Certo non era facile il compito della gerarchia.
La Chiesa deve sempre e per necessità essere neutrale nelle contese fra gli Stati: questa almeno è la linea che caratterizza il nostro tempo rispetto al Medioevo. La Chiesa dà solo direttive religiose e non politiche. «Nessuno pensi mai a coinvolgerci in questioni politiche che non sono di nostra pertinenza», fu detto in quei giorni. D'altra parte, la "repubblica sociale" non fu mai riconosciuta de jure dalla Chiesa. Ma la Chiesa non poteva rinunciare alla sua funzione caritativa: e perciò dovunque i vescovi intervennero a sostegno delle vittime della guerra, dei ricercati e dei perseguitati politici. Né la Chiesa poteva rinunciare a proclamare la sua dottrina e condannare una ideologia tanto profondamente anticristiana come la nazista.
Si colloca di solito negli anni delle leggi razziali il momento della svolta decisiva della gerarchia nei rapporti con il regime fascista. E' una collocazione che può genericamente accogliersi. Ma solo genericamente, perché non si possono dimenticare il 1931 (scioglimento dell'Azione Cattolica), né l'atmosfera di sospetto e d'ostilità che ha continuato ad avvolgere l'Azione Cattolica italiana anche dopo la sua ricostituzione. Non v'è dubbio, invece, che la guerra d'Etiopia (1935) fu vista da molti giovani come l'acquisizione del diritto dell'Italia di partecipare, con il resto d'Europa, non solo alle risorse economiche dell'Africa, ma anche alla sua civilizzazione. Non furono pochi i cattolici che videro nell' "impero" una grande occasione di elevare culturalmente ed economicamente popoli tanto diversi e fino ad allora schiavizzati. Coltivavano pure la speranza di ricongiungere alla Chiesa di Roma le comunità cristiane di rito copto. Non soltanto per i cattolici, ma per tanti italiani di varie estrazioni ideologiche fu quello il momento del "grande consenso".
L'illusione si dileguò rapidamente. Le leggi razziali del '38 rivelarono che il vero volto della dittatura non era cambiato, anzi era peggiorato rispetto a quello pur triste e tristo con cui si era imposta fra il '22 e il '26. Subito dopo, i metodi spregiudicati messi in atto dai due regimi - ormai affratellati dal "patto d'acciaio" - in Cecoslovacchia, in Albania, in Polonia con l'accordo Molotof - Von Ribbentrop, diedero all'avvio della seconda guerra mondiale un'impronta di palese ingiustizia e disumana spietatezza. La Chiesa non restò indifferente. Il rifiuto di Pio XII di rimanere a Roma durante la visita di Hitler e il suo sdegnoso ritiro a Castelgandolfo furono segni inequivoci d'un atteggiamento di rottura. Altri segni si potevano cogliere sull'Osservatore Romano, che quotidianamente pubblicava gli Acta Diurna di Guido Gonella, diventati rapidamente famosi, ricercati, letti, apprezzati anche dagli antifascisti non credenti.

Una ragione profonda

Tutto ciò rivela e spiega come una ragione profonda stia alla base della larghissima partecipazione cristiana alla Resistenza.
Il nemico non era un qualsiasi straniero; erano i nazisti, con il loro totalitarismo, il razzismo, il paganesimo; la Weltanschauung, la dottrina, il sistema, i metodi, la realtà di vita quotidiana rappresentavano quanto di più lontano si sia mai avuto o si possa immaginare rispetto alla civiltà cristiana. Parlare di paganesimo è ancora poco; il nazismo fu la perfetta antitesi del Cristianesimo.
Per questa ragione, laddove la Resistenza - in quanto fenomeno non soltanto italiano, ma europeo - non fu contro lo straniero, cioè in Germania, fu in gran parte di cristiani e soprattutto di cattolici. Nelle chiese cristiane e particolarmente nel clero cattolico, la Resistenza allignò e non cedette neppure quando sembrava ineluttabile il trionfo del grande Reich.
Laddove invece - in Francia, in Belgio, in Polonia, in Jugoslavia - la Resistenza s'identificò nel fronte interno contro l'occupazione straniera, contò, così come in Italia, su di una larghissima partecipazione di cristiani e, in particolare, di cattolici.
Militanza armata, cospirazione, servizi ausiliari, collaborazione attiva e passiva con gli Alleati, sabotaggio, assistenza spirituale e materiale, silenzi complici e sofferti: nei reparti e nei comandi partigiani, nelle squadre di città e nei CLN (governi clandestini), in ogni ambiente di città o di campagna, la Resistenza ebbe con sé sacerdoti, pastori, suore, e un'innumerevole schiera di uomini e donne di professata fede cristiana. Lottavano non solo contro i tedeschi e i loro servi, ma anche e soprattutto contro l'idea pagana e anticristiana di cui i nazisti erano spavaldi e sfrontati portatori.

(tratto da “La guerra partigiana in Italia”, Edizioni Civitas, novembre 1983)

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