LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

DONNE NELLA RESISTENZA


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaLa toscana

A Massa Marittima, Norma (1), un’operaia di 23 anni, era diventata una figura leggendaria. Quando il marito (2) aveva dovuto rifugiarsi sui monti, ella rimase nella sua con il bambino – Alberto Mario- e la madre.
Proprio allora inizia la sua attività di appoggio al movimento resistenziale: ai ricercati politici, agli ebrei, agli sbandati. Diventa staffetta partigiana; mantiene i contatti con la formazione di Capanne Vecchie; la rifornisce clandestinamente di viveri e di munizioni. Ma non rimane in clandestinità. Esce all’aperto. I fascisti la vedono nelle vie della città distribuire volantini di propaganda e lei li affronta, in pubblico, e li apostrofa: « Nemici, traditori della Patria ».
Nonostante ciò, non osano toccarla, tanta è la fama che aveva acquisita fin da quando, giovinetta, dedicava gratuitamente le sue giornate ai bambini abbandonati dell’Istituto ‘Regina’ Di Siena con una vita semplice, esemplare, sorretta dalla fede cristiana e dall’amore per il prossimo. La fama di un’apostola di carità. « Le manca solo l’aureola » pensa la gente. Ma appunto perché le vogliono bene, la consigliano di nascondersi. Le suore le offrono di entrare a lavorare in convento, l’accoglierebbero insieme al bambino e alla mamma. Norma rifiuta. E quando, sulla piazza, i repubblichini massacrano Guido Radi e ne lasciano sul selciato il cadavere, è lei che accorre, mentre tutti fuggono inorriditi e impauriti. Eccola là, sola, sulla piazza, comporre le spoglie, chiamare qualcuno che l’aiuti, insistere, finché due vecchie donne congiungono i loro ai suoi sforzi per trascinare il corpo martoriato in un portone. Va a cercare un carro; corre ad avvertire i genitori e li ospita a casa sua; provvede alla tumulazione della salma nel cimitero.
I pochi fanatici repubblichini non osano neppure toccarla. Ma ne parlano ai padroni e questi non dimenticheranno. Prima di andarsene da Massa, la sera del 22 giugno 1944, le SS si ricordano di Norma. La prelevano da casa, la portano su di un burrone fuori città, le domandano ancora dei nomi. Ella tace. La seviziano. Continua a tacere; l’uccidono, portano il suo cadavere in una cascina e le appiccano il fuoco. Quasi per miracolo, il fuoco si sviluppa attorno ai muri, ma puoi langue e si spegne. Il cadavere di Norma viene ritrovato, straziato sì, ma intatto dai partigiani due giorni dopo l’uccisione. Il 25 giugno. E’ il giorno della Liberazione. I funerali raccolgono attorno alla bara di Norma una folla quanta mai s’era vista, d’ogni ambiente, d’ogni età, d’ogni partito.
La vox populi l’ha definita l’eroina della Resistenza toscana.

Le liguri

4 febbraio 1944.
Nello Stato partigiano della Val Trebbia vivevano due ebree. Lo sapevano il parroco e molti fra i ribelli e gli abitanti di Fontanarossa, dove le due sorelle – o cugine? – soggiornavano. Ma tutti tacevano. Miro (3) ne era stato doverosamente informato e altrettanto doverosamente l’aveva comunicato a Mariani (4) e Pittaluga (5).
L’orrendo genocidio degli israeliti, che continuava a consumarsi nei campi di sterminio imponeva l’assunzione di qualche rischio pur di salvare i pochi, anzi i pochissimi che erano riusciti a sopravvivere e a sfuggire alle rinnovate, puntigliose, ostinate ricerche dei repubblichini.
Le due ebree soggiornavano nella casa di Pina (6), che era stata loro commessa nel negozio di tappeti, che da molti decenni si era acquisito a Genova stima e rinomanza.
La notte del 4 febbraio 1945 – non era ancora l’alba – parve a Giovanni (7) di percepire dei rumori nella neve alta, che giungeva fino a metà delle finestre del pianterreno. Giovanni, uno dei più noti capifamiglia di Fontanarossa, aveva vissuto e lavorato, per molti anni, a San Francisco, dove i fontanarossini sono ancor oggi più numerosi che in Liguria. Sulla sessantina, veniva considerato ed era uomo giusto e saggio. Si levò dal letto, scese e socchiuse la porta. La sua casa era la prima del villaggio verso la valle. Vide nette nel biancore della neve, illuminata dalla luna, le sagome dei militari. Un ufficiale tedesco e cinque mongoli. Richiuse la porta e corse ad avvertire la Nini (8). Il figlio, che da partigiano aveva preso il nome di Sardegna (9), dormiva in soffitta.
La Nini compì un rito ormai solito: la pistola fra le travi del tetto, lo sten nell’impiantito sotto il cassettone. Intanto il fratello partigiano passò sul tetto della cascina contigua disabitata; si calò dall’altro lato sulla neve. Diede l’allarme ai compagni, ma soltanto Attilio (10) e Alfredo (11) riuscirono a raggiungerlo e nascondersi con lui in un minuscolo antro ricavato fra il soffitto e il tetto di tegole, spiovente nel classico stile a triangolo acuto attrezzato per reggere la neve. Binellin (12) riuscì a sortire dal paese e « rifugiarsi in tana ». Nel frattempo una ragazza saliva carponi, strisciando fra neve e ghiaccio, verso la Casa del Romano per recare l’allarme ai partigiani di Croce (13).
I mongoli dilagarono nel villaggio, l’ufficiale tedesco bussò alla porta di Giovanni. Aprì la Nini e lo investì con un fiume di parole. Riuscì a incutere, se non proprio timore, certo rispetto e, con rispetto, il tenente perquisì minuziosamente la casa. Non vide lo sten. Ma una preoccupazione assillava la mente della Nini: che cosa sarebbe accaduto alle due ebree? Mentre le due sorelle – Gloria e Pernice (14) – rimanevano a seguire l’ufficiale stanza per stanza. La Nini mise nella cesta un pane e una bottiglia di latte, e uscì. Giunse dalla Pina, l’avvertì. Proprio in quello stesso momento sopraggiungeva un sergente tedesco con due mongoli. La riconobbero. « Perché vi siete mossa? » « Che cosa siete venuta a fare? » « Inglesi? » « C’erano inglesi? ». « No, non ci sono inglesi. Questa donna è mia cugina, ha delle sorelle malate; ho portato il latte, come tutte le mattine ». « Cugina? » domandò scettico il sergente tedesco: « Documenti ». Per fortuna, come spesso accade in quei paesi, il cognome della Pina era lo stesso della Nini. Il sottoufficiale tedesco si acquietò. Girò per casa. Constatò che nel grande letto della camera al secondo piano stavano effettivamente due donne. Non poté accorgersi che erano ebree.
Intanto i mongoli avevano acciuffato Genio (15), Fiorindo (16) e Jimmy (17), che era fuggito in montagna. In mutande – 10 gradi sotto zero – lo trattennero con gli altri due sulla piazza della fontana.
C’era anche un partigiano che dormiva, quella notte, nel cimitero: Tony, un austriaco. Fece in tempo a nascondere cinturone e pistola in una tomba e a presentarsi agli ex commilitoni, non come disertore, quale in effetti era, ma dichiarandosi spia. Gli cedettero – o finsero di credergli – e lo presero con loro.
Terminato il rastrellamento, tedeschi e mongoli si avviarono verso il valico, con i tre prigionieri. Jimmy, quello in mutande, fu capace di sparire – nessuno capì mai in quale modo. Anche perché a metà della salita, il reparto di Croce, appostato dietro a spuntoni di rocce, diede inizio a una sarabanda di raffiche, che parevano i mortaretti del giorno di San Rocco. Un mongolo fu ucciso. Genio ne approfittò per fuggire carponi e porsi in salvo. Fiorindo – che non aveva esperienza di guerra – scappò a saltelloni e fu ferito, per fortuna leggermente, dalle pallottole dei partigiani, che non avevano potuto distinguerlo. Le mutande salvarono Jimmy che si mimetizzò con la neve. Tedeschi e mongoli resistettero in un primo momento, installando una mitragliatrice. Ma Croce non desistette. Sten e mitragliatrici continuarono a vomitare fuoco con tale intensità che l’ufficiale tedesco ritenne di ritrovarsi di fronte a forze superiori e ordinò la ritirata.
Un reparto scese a valle, evitando lo scorno di passare sconfitto per Fontanarossa; l’altro reparto si avviò sulla mulattiera di Varni. Qui si verificò un episodio tragicomico. A metà strada, dove stava un ponticello, o meglio una passerella di rami d’albero legati fra loro a mo’ di zattera, Tony con un balzo sulla neve saltò rotoloni sul burrone, sul cui fondo stavano immote le acque ghiacciate del Torrenzona. I tedeschi spararono a lungo, ma non lo colpirono. Tre giorni dopo (quando ormai il rastrellamento si andava esaurendo) una ragazza scese a far legna fra le nevi del pendio, udì i suoi gemiti. Lo trasportarono a braccia nel paese. Le rocce, gli sterpi, le spine gli avevano portato via maglia e camicia, e avevano graffiato la schiena in qualche punto anche profondamente. Alle ragazze di Fontanarossa ricordava una oleografia orripilante di San Lorenzo arrostito, che tanto le spaventava quando, bambine, guardavano dall’inferriata nella cappella del costone.
Questa fu una delle tante vicende che si risolse felicemente per i ribelli e miracolosamente per le due ebree cittadine dello Stato partigiano.
Ci fu però un seguito.
Chi aveva detto ai tedeschi che a Fontanarossa dormivano dei partigiani, mentre avrebbero dovuto trovarsi accampati a Casa del Romano oppure rifugiati nelle tane?
Furono allertate le ragazze. Le giovanissime potevano spostarsi da un villaggio all’altro, senza insospettire i tedeschi: una catena di servizio segreto partigiano riusciva a funzionare con qualche risultato. Voci appena sussurrate correvano veloci da Fontanarossa ad Alpe, da Alpe a Campi, da Campi a Gorreto, da Gorreto a Isola, da Isola a Loco, da Loco a Montebruno. Appunto a Montebruno, si venne a sapere che, in effetti, una spia c’era: un certo Walter, « uno scavezzacollo », come lo chiamava la signora Biggi, la maestra.
Fu condotto alla Colonia di Rovegno. Il processo durò due giorni; le prove risultarono inconfutabili; la condanna a morte inevitabile.
Ma le ragazze protestarono, minacciarono, ricattarono. « Siamo state noi a farvelo prendere. Tenetelo prigioniero. Se l’ammazzate non collaboriamo più ». Il Comando partigiano si trovò in difficoltà. Fu il ricordo di Jimmy l’americano – lasciato in mutande al gelo della piazza di Fontanarossa – a offrire il destro d’una soluzione. Portarono Walter fino al Buco – il tunnel al di là del quale si stendeva l’abitato di Torriglia, presidiata dai tedeschi. Lo spogliarono e lo lasciarono lì in mutande.
Si seppe poi che, conciato in quel modo, il povero Giuda si recò dai fascisti di Torriglia, che non gli cedettero e lo consegnarono ai tedeschi, che lo imbarcarono su di un camion diretto alla stazione ferroviaria di Terralba, di qui in vagone piombato in Germania. Probabilmente se la cavò, poiché mancavano pochi mesi alla fine della guerra. Certamente non si fece mai più vedere in Val Trebbia e neppure a Genova, dove venne invano ricercato, dopo la Liberazione nell’estate e nell’autunno del 1945.

Le emiliane

Pochi nella partigianeria reggiana sapevano che Luisa, Giovanna, Federica erano una sola persona: Agata Pallai, maestra d’asilo, sorella di don Luca, arciprete di Villa Cella.
A Pittaluga lo confidò Franceschini (18) in una cascina di montagna fra l’alta Val Baganza e l’alta Valle del Parma, estate 1944. Franceschini era stato arrestato ai primi di giugno. Luisa era a conoscenza che un suo lontano parente, segretario provinciale dell’ufficio politico repubblichino, sarebbe andato alla fiera di Collagna, in compagnia di alcuni camerati. Ne diede notizia a Eros (19), che era di stanza con il proprio reparto a Ramiseto. Non fu difficile ai partigiani bloccare la corriera nei pressi di Cervarezza e catturare il tenente con i suoi camerati. Furono gli ostaggi scambiati a Parma per la liberazione di Franceschini.
Quando Pittaluga la conobbe, Luisa – diventata Giovanna – stava arrivando trafelata dalla pianura con la notizia che i repubblichini s’erano accorti che i carabinieri del tenente Pietro Pollara collaboravano con i partigiani e ne avevano individuato il tramite: l’appuntato Spotu. Sarebbero stati trasferiti in Germania. Giovanna trovò per il tenente un rifugio presso un cugino (20), in via Nino Bixio, nella stessa città di Parma. Dopo alcuni giorni, lo condusse a Ligonchio e il tenente assunse il grado di comandante della Polizia partigiana con il nome di Valori.
30 novembre 1944: Martini (21) della DC e Pellegrini (22) del Pd’A vengono arrestati mezz’ora dopo che Giovanna – ritornata Luisa – aveva loro consegnato una lettera del fratello don Luca. Le brigate nere si precipitano alla canonica di Villa Cella, ma il comandante Sbrigoli (23) li aveva già preceduti, e un’altra staffetta, Lia (24) li aveva accompagnati in montagna dove stava accampato un reparto partigiano. Vi stettero e combatterono fino alla liberazione.
« Noi in Val Trebbia abbiamo tante staffette e voi qui? » aveva chiesto Pittaluga. Franceschini: « Ne abbiamo tante, e poi usano cambiare il nome di battaglia, così si moltiplicano agli occhi del nemico ».
Il quale nemico si trovò nella necessità di emettere una sentenza di morte: « arrestate e latitanti sono effettivamente colpevoli del reato di appartenenza a bande armate operanti contro le organizzazioni civili e militari della Repubblica Sociale Italiana di cui all’art. 4 del Dl del duce in data 16 giugno 1944 – XII – n. 394, punibili con la pena di morte mediante fucilazione alla schiena, oltre alla confisca dei beni ai sensi del successivo art. 22. Il colonnello comandante Anselmo Ballarino. 14 febbraio 1945 ».
Pittaluga conobbe Luisa, Nikla (25) e Primavera (26). Ma l’elenco era ben più lungo: Giulia, Neda, Mirta, Sonia, Giulia, Ida, Foresta, Emma, Adriana. Alcune addirittura laureate: Rosaria (27) ed Enrica (28).
L’avv. Ampelio Amati – il cospiratore che accolse a casa sua il tenente dei carabinieri – ha scritto per le staffette una filastrocca popolaresca che le genti del luogo ancor oggi ripetono cantando, con un sentimento misto di affettuosi ricordi e di orgogliosa ammirazione.

Anna Maria

Pittaluga l’aveva conosciuta nella primavera del ’43. Organizzava il movimento cristiano-sociale a Roma, Firenze e a Livorno, con don Angeli (29). « La politica – anche se non è separabile dalla morale e dalla coscienza, come ogni attività umana – è ben distinta dalla morale e dalla religione ». « Però », aggiungeva don Angeli, « ci sono momenti nei quali il profondo di noi stessi, che è l’intimo della coscienza, si esprime con un atteggiamento religioso anche in campi diversi dalla religione ». Questo era l’atteggiamento, direi quasi profetico, di Anna Maria Enriques Agnolotti. « Il razzismo », diceva, « è la peggiore delle idolatrie. Pone l’uomo, la sua razza, la sua materia al posto di Dio ».
Aveva allora trentaquattro anni. Quattro anni innanzi era stata espulsa dall’Archivio di Stato di Firenze. La Pira l’aveva fatta assumere dalla Biblioteca Vaticana.
Da tempo era profondamente cattolica, nonostante dai genitori (una cattolica e l’altro ebreo, ma nessuno dei due praticante) avesse ricevuto educazione di alto valore etico, ma rigorosamente laica. Sola di fronte al suo problema, aveva trovato Dio.
Nel maggio del ’44, a seguito di delazione, la Gestapo arresta a Roma Emilio Angeli – conosciuto in cospirazione con il nome di ‘Nonnino’ per i suoi capelli candidi (30), - il guardiamarina Otello, agente del governo di Salerno, e il capitano di vascello Alfeo Brandimarte (31). Vengono trasferiti in via Tasso. Nessuno di loro apre bocca. Brandimarte è atrocemente seviziato, ma tace. Purtroppo alcune carte rivelano i contatti degli arrestati con il Movimento cristiano sociale in Toscana. Così la Gestapo cattura Anna Maria a Firenze e don Roberto Angeli a Livorno.
Anna Maria viene sottoposta a torture, costretta a stare sveglia per sei giorni e sei notti consecutive. Trasferita al carcere di S. verdiana, ne viene prelevata, portata a Ville Triste (32) e di qui nel bosco di Cercina insieme ad altri partigiani del CoRa, il servizio radio organizzato dal Partito d’Azione (33). Tre giorni dopo, il parroco del paese recupera la salma.

Paolo Emilio Taviani
Gennaio-Febbraio 1983
(tratto da: Civitas, Rivista di Studi Politici, Anno XXXIV – N. 1 – Gennaio-Febbraio 1983)

* * *

(1) Norma Parenti.
(2) Mario Fratelli. Il matrimonio era stato celebrato due anni prima, quando Norma aveva 21 anni.
(3) Antonio Ukmar, comandante della VI Zona (prov. Di Genova, Alessandria e Piacenza).
(4) Secondo Pessi, membro del CLN Liguria per il PCI.
(5) P.E. Taviani, membro del CLN Liguria per la DC.
(6) Giuseppina Campi.
(7) Giovanni Campi.
(8) Anna Maria Campi.
(9) Luigi Campi.
(10) Attilio Moscone.
(11) Domenico Tombini.
(12) Giovanni Repetti.
(13) Stefano Malatesta.
(14) Gloria e Luigina Campi.
(15) Eugenio Chiosso.
(16) Fiorindo Mangini.
(17) Giacomo Mangini, cittadino americano.
(18) Prof. Pasquale Marconi, di Castelnuovo Monti, dirigente della DC reggiana.
(19) Didimo Ferrari.
(20) L’avv. Ampelio Amati.
(21) Dottor Luigi Ferrari.
(22) Capitano Adriano Oliva.
(23) Lino Alvarese.
(24) Caterina Brindani.
(25) Maria Teresa Peroni.
(26) Leda Cagassi.
(27) Prof.ssa Alessandra Codazzi.
(28) Dott.ssa Laura Gorini. Sulle staffette reggiane si veda il libro assai documentato di A. PATERLINI (NINO), Partigiane e patriote della provincia di Reggio nell’Emilia, Reggio Emilia, 1977; nonché L. PALLAI, Storia della 284° Brigata Fiamme Verdi, « Italo », Reggio Emilia, 1970.
(29) Don Roberto Angeli partecipò alla Resistenza come ispiratore e guida di giovani. Fu membro del CLN Livorno in rappresentanza dei cristiano-sociali. Dopo l’arresto, venne deportato nei campi di sterminio di Mauthausen, Gusen, Dachau. Da quella esperienza nacquero i suoi volumi … poi l’Italia è risorta (Pinerolo, 1953) e Vangelo nei Lager (Firenze, 1° ed. 1964, 4° ed. 1975).
(30) Emilio Angeli, padre di don Roberto, fu una figura caratteristica della Resistenza toscana. Teneva i collegamenti tra Livorno, Firenze, Roma e tra i gruppi di partigiani e di ricercati politici di molte località, specie della Lucchesia e del Modenese. Arrestato dalla Gestapo di Roma, fu torturato nelle carceri di via Tasso e condannato a morte. Scampò alla fucilazione, perché liberato dalla popolazione romana poco prima dell’arrivo degli Alleati il 5 giugno 1944. decorato al Valor militare.
(31) Alfeo Brandimarte nacque a Loreto (Ancona) nel 1906 e fu fucilato a La Storta (Roma) il 3 giugno 1944 insieme ad altri partigiani. Ufficiale superiore delle Armi navali, aveva partecipato con valore alla guerra d’Africa (1935-36) e, nel 1937, era stato nominato vicedirettore dell’Istituto Elettronico presso l’Accademia Navale di Livorno. Subito dopo l’8 settembre 1943, entrò nelle file della Resistenza e, con scarsi mezzi da lui stesso approntati, riuscì ad effettuare vari collegamenti radio con i comandi nazionali e alleati dell’Italia liberata. Decorato di medaglia d’oro al Valor militare alla memoria.
(32) Il nome di Villa Triste fu dato all’edificio n. 67 di via Bolognese a Firenze. Il Reparto dei Servizi speciali fascista (diventato poi tristemente famoso come « Banda Carità » dal nome del suo comandante), in collaborazione con le SS, vi torturava i patrioti. Molti morirono in seguito alla torture.
(33) « CoRa » (Commissio Radio) del Partito d’azione, fu uno dei più validi servizi d’informazione e collegamento della Resistenza italiana con gli Alleati. Diretta dall’avvocato Enrico Bocci, l’organizzazione comprendeva il fisico Carlo Ballario, lo studente d’ingegneria Luigi Moranti, il capitano dell’Aeronautica Italo Piccagli, Carlo Campolmi, due tecnici militari, e una rete d’informatori. Va rilevato che uno dei fondatori del Partito d’azione era il fratello di Anna Maria, Enzo Enriques Agnoletti: arrestato nel 1942, inviato al confino in Abruzzo, liberato il 25 luglio 1943, fu dopo l’8 settembre, un valoroso partigiano combattente, membro per il Pd’A del CLN Toscana.

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