LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

DALLA COSTITUENTE ALLE MODIFICHE DEL CONCORDATO LATERANENSE


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaLa storia della complessa vicenda, che ha portato il 18 febbraio 1984 alla firma dell'accordo sulle «modificazioni consensuali» al Concordato lateranense, copre una parte cospicua dei quasi quattro decenni di vita della nostra Repubblica. Se a tale storia non si fa riferimento, non si comprende il significato dell'odierna situazione, completamente nuova, non più interpretabile secondo i modelli del passato.
L'idea della revisione del Concordato maturò all'Assemblea Costituente; allora si cominciò a scorgere e, poi, a toccare con mano, i segni di un mutamento che è stato — e, in fondo, continua a esserlo — più radicale di quanto non lascerebbe supporre il trascorrere di un lasso di tempo — cinquantacinque anni — lungo per un verso, ma per altro verso più breve della media della vita umana.
Alla Costituente tanti fattori, non soltanto storici, ma anche passionali, sembravano congiurare per rendere accesa e, al limite, traumatica la discussione sul tema tanto delicato delle relazioni fra Stato e Chiesa in Italia. Il presidente della Commissione dei 75, on. Ruini, nel suo intervento introduttivo del 12 marzo del 1947, aveva esordito nei seguenti termini: «Vengo al roveto ardente, ai rapporti con la Chiesa cattolica». Le fiamme del roveto, allora, si spensero presto e l'articolo 7 della Costituzione fu approvato con 350 voti a favore e 149 contrari.
Quel voto fu il risultato di un dibattito che seppe mantenere, anche nei momenti di maggiore tensione, un tono elevato, pervaso dalla consapevolezza che lo Stato repubblicano, proprio in forza dei principi ai quali doveva richiamarsi, non poteva mettere in discussione, ieri come, del resto, oggi, valori fondamentali di equilibrio civile.
Si delineò, anche nel 1947, la vecchia contrapposizione fra coloro che ritenevano i concordati strumenti anacronistici e, quindi, non più necessari, e coloro invece, che erano convinti dell'opportunità di regolare per via bilaterale i rapporti fra società civile e società religiosa, mediante uno strumento concordatario al passo con i tempi. Prevalse quest'ultima opinione.
Perché, infatti, rifiutare uno strumento che superando i vecchi schemi sancisse l'esistenza fra Stato e Chiesa di un'ampia sfera di corresponsabilità? Perché rifiutare uno strumento che riconoscesse solennemente le rispettive libertà, il pluralismo e le sfere in cui Stato e Chiesa possano, debbano e vogliano collaborare non per un disegno di potete, ma «per la promozione dell'uomo e il bene del Paese»; per provvedere meglio a esigenze organizzative, spirituali, morali, assistenziali, educative fortemente sentite nella società religiosa e civile? Perché non fornire una garanzia anche formale e giuridica a quello spazio di libertà riconosciuto necessario affinché la Chiesa, ogni Chiesa, possa svolgere la sua opera e la sua missione tra i suoi seguaci cittadini dello Repubblica?
E questo tanto più nel caso nostro in cui il centro della Cristianità cattolica si colloca all'interno del nostro Paese ed emerge l'esigenza di un espresso e specifico riconoscimento di garanzie.
Si convenne all'Assemblea Costituente che non si poteva — come affermò De Gasperi — «inchiodare i rapporti con la Santa Sede alla definizione del '29». Restava, peraltro, il punto fermo della necessità di un'intesa, che non poteva essere respinta in nome di una concezioni distorta della laicità dello Stato.
La laicità dello Stato è qualcosa di fondamentale nella dottrina democratico-cristiana. Soltanto la grande rivoluzione del Cristianesimo riuscì a separare il potere religioso dal potere civile. Fu l'insegnamento impegnativo del «date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio» a distinguere rigorosamente, senza possibilità di equivoci, lo Stato dalla Chiesa, trattandosi di due entità che hanno natura diversa, come diversi sono i fini che perseguono.
Siamo, dunque, per la distinzione fra Stato e Chiesa; ma la distinzione non significa che l'una società possa ignorare l'altra, proprio perché sia l'una che l'altra hanno come punto di riferimento comune lo persona umana con la sua volontà, la sua intelligenza, le sue passioni e i suoi bisogni.
Questo è vero ancora più oggi, alle soglie degli anni duemila, in cui la nostra comunità nazionale è diventata una società pluralista, nella quale emergono accanto alle antiche, nuove e varie forme associazionistiche che dominano il panorama politico e sociale, esercitando antiche e nuove forme di potere. Come negare, allora, attraverso l'affermazione di un malinteso concetto di separazione, la complessa organizzazione e la multiforme attività della Chiesa cattolica?
Rispondo a questo quesito con le parole d'un eminente compianto studiosa, Orio Giacchi: «A un certo punto — egli scrive — questa enorme realtà, negata fittiziamente, romperebbe gli argini e allora ricomincerebbero le grida contro l'eccessiva presenza della Chiesa. E di qui il ricorrere fatalmente da parte dello Stato (che non possiamo sempre supporre guidato da uomini saggi e responsabili e comprensivi delle realtà spirituali) a ‘privilegia odiosa’, a limitazioni per le quali si troverebbe sul piano politico una giustificazione legale».
Lo Stato, dunque, non può essere insensibile di fronte ai valori morali e religiosi. Anzitutto perché, come diceva Guido Gonella, lo Stato non è una realtà astratta, è una realtà umana e, come tale, implica una disciplina morale e giuridica, oltre che delle azioni individuali, delle azioni sociali. Non vogliamo, certamente, uno Stato nel quale i diritti civili, politici ed economici discendano da una certa professione di fede. Essere laici significa avere il senso dello Stato, ma rientra proprio nel senso dello Stato di porsi di fronte al sentimento religioso con comprensione e adeguare la struttura giuridica e la struttura sociale al rispetto di tale sentimento.
I princìpi di libertà e di democrazia consacrati nella Costituzione repubblicana hanno rappresentato il riferimento primo ed essenziale dell'atto di revisione.
Qualcuno potrà osservare che troppa acqua è passata sotto i ponti del Tevere dal momento in cui è stata solennemente riconosciuta la necessità dell'aggiornamento. Non tutto va visto in chiave critica. Con il progresso dei tempi e, quindi, in armonia con una evoluzione profonda, e sotto molti aspetti positiva, della società italiana, i princìpi della Costituzione sono calati nella coscienza popolare, arricchendosi di un significato più incisivo.
La stessa maturazione, in termini non soltanto di benessere economico, della nostra società ha provocato e reso pressante un'attenta valutazione delle articolazioni nelle quali si esprimevano i Patti lateranensi; e, pertanto, ha evidenziato la necessità, oltre che l'opportunità, di rivedere talune clausole del Concordato.
Proprio il processo evolutivo della nostra società ha contribuito a rendere ancora più consistente l'antinomia fra norme costituzionali e norme concordatarie, tanto in favore quanto in danno, a seconda dei casi, dello Stato o della Chiesa.
Del resto, non può dimenticarsi che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha determinato nella vita della Chiesa l'affermazione di uno spirito nuovo, teso a far prevalere sull'anatema la comprensione verso il prossimo, a ricercare i canali di comunicazione con tutti, anche con chi sia in errore, rispetto ai suoi principi; quindi a impostare più correttamente le relazioni fra Stato e Chiesa, attraverso una definizione concreta e articolata dei diritti e dei doveri delle due società, la civile e la religiosa.
L'insegnamento del Concilio Vaticano II, su quest'ultimo punto, è contenuto in un passo della costituzione «Gaudium et Spes» che vale la pena di ricordare: «La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo, ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo».
I lavori e l'insegnamento del Concilio contribuirono a far evolvere la società italiana, in tutti i suoi elementi, anche quelli più tradizionali, verso posizioni di maggiore consapevolezza. Consapevolezza dei doveri che esistono in una società pluralista, ove accanto a una realtà di così grande rilievo, come quella dei cattolici, ve ne sono altre, rappresentate da cittadini di diversa convinzione ideologica o di diversa fede religiosa.
Per queste motivazioni la Democrazia cristiana ha mantenuto sul tema dell'aggiornamento o della revisione una posizione costante, chiara e conseguente.
Noi, infatti, abbiamo considerato i Patti lateranensi come patti estremamente importanti, che riguardano valori essenziali della nostra coscienza cristiana; non ne abbiamo, d'altra parte, trascurato il carattere di accordi internazionali, e, quindi, suscettibili, come tutti gli accordi, di essere modificati, rivisti o aggiornati.
Abbiamo sempre ritenuto che il sistema di revisione previsto dall'articolo 7 della Costituzione dovesse essere considerato nella sua integralità e, quindi, tenendo anche ben presente la procedura consensuale che esso contempla, l'unica procedura ammissibile in un ordinamento basato sul principio pattizio.
L'obiettivo della Democrazia cristiana è stato dunque quello di rendere il Concordato, attraverso le necessarie modificazioni (consensuali, vaste e profonde), rispondente, da un lato, alle trasformazioni intervenute e, in primo luogo, ai principi sanciti dalla nuova Costituzione italiana; e, dall'altro lato, in linea con gli sviluppi promossi dalla Chiesa con il Concilio Ecumenico Vaticano II circa la libertà religiosa e i rapporti tra Chiesa e comunità politica.
Si è trattato di trasformare i cosiddetti «patti di unione» del passato in nuovi «patti di libertà e di cooperazione» secondo quanto suggerito dall'evoluzione del pensiero politico, dalla maturazione civile e in particolare dalla stessa costituzione pastorale «Gaudium et Spes» del Concilio, nella quale si afferma, tra l'altro, che «la Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall'autorità civile. Anzi essa rinuncerà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti ove constatasse che il loro uso possa far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni».
Un compito così vasto, così impegnativo richiedeva, come è avvenuto, un lungo lavoro. La lunga gestazione ha permesso di affinare e perfezionare il nuovo strumento concordatario e di farne un modello, uno «strumento di concordia, non di privilegio», come lo ha definito lo stesso cardinale Casaroli, che ha già destato attenzione e interesse anche in vari Paesi stranieri.
Nel lungo iter che doveva portare alla revisione del Concordato si possono distinguere due fasi: una prima - che potremmo chiamare prenegoziale - apertasi nel 1965, allorché gli onn. Mauro Ferri e Lelio Basso posero alla Camera il problema della revisione bilaterale dei Patti lateranensi; una seconda - propriamente negoziale - che si apre nell'ottobre del 1976, con la nomina da parte dell'allora presidente del Consiglio on. Andreotti, di una delegazione, presieduta dall'on. Gonella, incaricata di negoziare con la Santa Sede.
Queste vicende sono diffusamente note e rimane in proposito un testo fondamentale, quello edito nel 1976 dal sen. Spadolini per la Le Monnier di Firenze.
Va peraltro sottolineato che fu proprio Aldo Moro - con le sue qualità di paziente negoziatore e le sue doti di sano equilibrio – a tenere aperta la via del dialogo nel momento delicato che seguì l'approvazione della legge 1° dicembre 1970 sul divorzio. E va altresì rilevato come il parlamento abbia svolto un ruolo essenziale nel contribuire a definire, nel rispetto delle competenze dell'Esecutivo, i diversi aspetti oggetto del negoziato.
Forse è opportuno chiarire il senso di tutte queste discussioni parlamentari. Non si trattava, attraverso la revisione del Concordato e il contrasto con le tesi degli abrogazionisti, di conseguire la difesa della libertà religiosa in Italia. Quest'ultima, infatti, è garantita, anzitutto, dalla Costituzione, indipendentemente dal Concordato. Ciò che volevamo, invece, era la conferma della nostra convinzione che gli adattamenti ai Patti lateranensi suggeriti dal mutato clima politico del Paese e l'implicita riaffermazione della validità della formula concordataria miravano, come mirano, in primo luogo, a togliere ogni equivoco sulla pace religiosa in Italia.
La conclusione, cui si giunse, a larghissima maggioranza, è che non si trattava tanto di discutere sul sì o sul no al Concordato, quanto sul suo contenuto. Si ritenne cioè opportuna la revisione del Concordato del '29, aggiornandolo secondo la procedura dell'intesa reciproca.
Da parte sua il governo prese davanti al parlamento l’impegno di riferire sui risultati delle trattative con la Santa Sede prima di ogni conclusione delle trattative stesse.
La preparazione della fase negoziale maturò lentamente non senza difficoltà.
Fu agli inizi del 1975 che il presidente Moro inserì nelle sue dichiarazioni programmatiche l'affermazione che l'iniziativa di revisione del Concordato doveva essere considerata doverosa e urgente, così impostando cautamente un riavvio delle trattative con il Pontefice Paolo VI.
Risale allo stesso periodo l'iniziativa da parte della Santa Sede, dei monsignori Casaroli e Silvestrini e di padre Lener. Dopo la nomina di monsignor Casaroli a segretario di Stato, monsignor Silvestrini diventava capo della delegazione vaticana, della quale entrava a far parte monsignor Backis.
Si pose così termine, per usare la felice espressione di Andreotti, «alla troppo lunga stagione degli studi e degli impegni» per entrare in una fase dinamica, caratterizzata dalla elaborazione di schemi o bozze successive di modificazioni del Concordato.
La prima bozza, redatta in tempi relativamente brevi e sottoposta alla Camera dallo stesso presidente Andreotti, nel novembre del 1976, constava già di 14 articoli, come l'odierno testo definitivo. La seconda bozza venne presentata dal sen. Gonella ai gruppi parlamentari del Senato nel dicembre del 1977, mentre la terza venne discussa in Senato il 6 dicembre del 1978. La risoluzione approvata in quella circostanza rilevava che sussistevano ormai le condizioni per entrare nella fase conclusiva dei negoziati.
La quarta bozza venne illustrata ai gruppi parlamentari, di nuovo dal sen. Gonella, nel gennaio del 1979. Essa, peraltro, non veniva giudicata rispondente alle richieste formulate dal parlamento nel corso della discussione al Senato.
Il ruolo del parlamento venne ulteriormente riconosciuto nelle dichiarazioni programmatiche sia del primo (agosto 1979) che del secondo governo Cossiga (aprile 1980), nelle quali veniva ribadita l'intenzione dell'Esecutivo di sviluppare i lavori per la revisione del Concordato, tenendo conto di tutti i dibattiti svoltisi nel parlamento.
Nel periodo dei suoi due governi il presidente Spadolini fece predisporre da un gruppo di esperti ad hoc, presieduti dal professor Caianiello, un approfondito parere sulla questione. Seguì, nell'aprile 1983, una ulteriore bozza, cosiddetta «sesta», che fu presentata al presidente Fanfani.
Al momento di assumere la guida dell'attuale governo il presidente del Consiglio, on. Craxi, si è trovato dunque di fronte ai successivi progetti di revisione, i quali, pure partendo dalle medesime esigenze di emendamento e di armonizzazione costituzionale del testo concordatario, si differenziavano per alcune soluzioni.
Nei dibattiti parlamentari del 25, 26 e 27 gennaio 1984 il presidente Craxi forniva un ampio rendiconto dei princìpi fondamentali e delle armonizzazioni effettuate fra i vari testi, sulla cui base il governo riteneva fosse possibile concludere la lunga vicenda. Le posizioni della Democrazia cristiana furono allora illustrate con due notevoli interventi del compianto sen. Bisaglia e del sen. Scoppola che, con la sua approfondita competenza, tratterà in questo numero monografico di «Civitas» il tema della scuola.
L'articolato dell'Accordo di revisione del Concordato lateranense riproduce l'impostazione e i princìpi ispiratori che hanno guidato il negoziato sotto tutti i punti di vista, quello strutturale, quello sostanziale, quello formale.
Siamo essenzialmente di fronte a una novazione, che intende garantire una continuità tra vecchio e nuovo e contestualmente vuole assicurare, proiettandosi nel futuro, un sufficiente margine di flessibilità e adattabilità alle mutevoli esigenze che sviluppo civile e religioso determinano nel tempo.
Cosi, una volta ancorati i rapporti fra Stato e Chiesa ai principi di indipendenza, sovranità e collaborazione, singole questioni, quali ad esempio le festività religiose, l'assistenza spirituale nelle strutture pubbliche, la tutela del patrimonio artistico e religioso, sono soggette a specifiche intese ad hoc, senza cristallizzare ciò che potrebbe consensualmente nel tempo non essere più ritenuto conforme alla realtà, e senza confondere in un'unica presentazione princìpi basilari e norme di attuazione.
In termini più generali ciò significa che lo Stato italiano e la Chiesa cattolica hanno convenuto che sia necessario e opportuno distinguere fra una rigida definizione dei grandi princìpi e una elastica visione delle specifiche tematiche più direttamente soggette al mutare delle circostanze.
Innanzitutto, sul piano strutturale, l'Accordo di revisione presenta una nuova e originale maniera di aggregare la materia pattizia, suddividendo la normativa fra un testo — in cui sono fissati i principi che regolano i rapporti fra gli ordinamenti dello Stato e della Chiesa e individuati i capisaldi sui quali costruire il sistema dei loro rapporti nelle «materie miste» (specie in tema di matrimonio e d'insegnamento religioso) — e un Protocollo addizionale che contiene le opportune precisazioni sui punti specifici, nonché disposizioni di carattere interpretativo.
Il laborioso processo negoziale ha permesso di addivenire compiutamente, attraverso il superamento del vecchio concetto laicista della separazione, alla definizione di quella che si suole chiamare una «sana cooperatio».
L'articolo 1 esemplarmente e sinteticamente racchiude in sé una simile filosofia, paritaria perché fondata sulla distinzione fra il temporale e lo spirituale, e costruttiva, perché ispirata al principio della collaborazione reciproca: «La Repubblica Italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti e alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese».
Le cosiddette materie miste, nelle quali cioè sono presenti sia elementi temporali che spirituali, lungi dall'essere ristrette alle tradizionali tematiche spesso storicamente oggetto di conflitto e di ricorrente motivazione dei tradizionali concordati, vanno individuate, anzitutto, quale momento di coordinamento e di raccordo normativo di due realtà e, secondariamente, quale terreno su cui poter far congiungere per il bene della collettività — laddove ritenuto opportuno — l'azione e le energie dello Stato e della Chiesa.
Al suo giusto posto, cioè nel Protocollo addizionale, troviamo — quale chiosa aggiuntiva e opportuna precisazione — l'affermazione del punto primo, per la quale «si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano». Collocazione questa, nell'economia dell'Accordo di revisione, pienamente corretta. Al tempo stesso tutta l'ispirazione del nuovo Accordo dimostra la sollecitudine dello Stato per le esigenze religiose e spirituali del cittadino e della Chiesa. Le varie confessioni religiose, con l'Accordo di revisione del Concordato e con le intese già predisposte, o in fase di avanzato negoziato, si trovano così oggi in perfetta sintonia e rispondenza con le norme costituzionali, in un clima di reale dignità e piena libertà di espressione singola e collettiva.
Lo Stato italiano non fa una scelta di fede, ma riconosce la rilevanza sociale e istituzionale del fenomeno religioso nella comunità civile, anzi lo tutela, lo rispetta e getta le basi — nella fattispecie per quanto riguarda la fede cattolica — per un armonico rapporto istituzionale di collaborazione con la Chiesa. Quest'ultima vede riconosciuta una piena autonomia di missione e di organizzazione, aliena dal confessionalismo, cioè da quelle vestigia giurisdizionalistiche ancora presenti nel vecchio Concordato.
L'agile impostazione sia di principio che lessicale concretata in questa formula dell'Accordo di revisione — che oserei definire neoconcordataria, per sottolineare come trattasi di un Concordato moderno frutto della lezione del Concilio Vaticano II, improntato alla libertà e alla cooperazione — si trova confermata negli articoli 2 e 3, i quali definiscono l'ampia latitudine della missione della Chiesa e la libera autodeterminazione della sua organizzazione.
Essenziale è il comma 1 dell'articolo 2: «La Repubblica Italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica».
Va poi sottolineata la modernità, anche rispetto alle legislazioni di altri Paesi, dell'articolo 3, laddove si afferma che «la circoscrizione delle diocesi e delle parrocchie è liberamente determinata dall'autorità ecclesiastica» e che «la nomina dei titolari di uffici ecclesiastici è liberamente effettuata dall'Autorità ecclesiastica».
Qui si inserisce il tema che viene, con approfondita analisi e acuta sintesi, trattato in questa medesima rivista da Maria Eletta Martini. Basti qui sottolineare un punto fondamentale: la salvaguardia, anzi la valorizzazione della giusta libertà della comunità ecclesiale cattolica nello spirito del Concilio Vaticano II.
In materia matrimoniale, con l'articolo 8 viene sanzionata l'ottica della libertà e della responsabilità personale, con il rilievo della libera scelta dei cittadini che contraggono matrimonio, secondo le norme del diritto canonico, con il mantenimento della giurisdizione ecclesiastica per i matrimoni concordatari. Il testo del nuovo Concordato non suffraga l'ipotesi che, sull'accertamento della nullità del matrimonio concordatario, ci sia concorrenza alternativa della giurisdizione ecclesiastica e della giurisdizione nazionale. Peraltro sono da rilevare i maggiori poteri che il nuovo Concordato attribuisce al giudice italiano nell'ambito del procedimento di delibazione della sentenza ecclesiastica.
Nel momento in cui si ribadisce il criterio della delibabilità (sia pure in base ai più rigorosi meccanismi di valutazione già riconosciuti dalla Corte Costituzionale) ovviamente si ribadisce anche il valore esclusivo della giurisdizione rispetto alla quale si imposta il giudizio di delibazione.
Sulla base dei princìpi di libertà e di uguaglianza, l'articolo 9 disciplina la scuola cattolica e l'insegnamento religioso; in particolare, nel primo comma viene ribadita la libertà per la Chiesa di istituire scuole di ogni ordine e grado, e, nel secondo comma, riconoscendo il valore della cultura religiosa, è riconfermato l'impegno dello Stato ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie. A tale riguardo, all'attuale diritto all'esonero si sostituisce il principio del diritto «di scegliere di avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento».
Vengono così soddisfatte esigenze di pluralismo e di libertà, secondo il dettato dell'articolo 33 della Costituzione, nonché le esigenze in ordine alla responsabilità educativa dei genitori, alla luce anche dell'articolo 30 della stessa Costituzione. Fondamentale rimane poi per l'insegnamento della religione cattolica la valorizzazione delle scelte nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori.
La filosofia di questi due importanti articoli va interpretata, a mio parere, nella tendenza a ricondurre nella persona umana la libera determinazione di opzioni in passato ricollegate a livelli collettivi. Questo rimettere la libertà di scelta religiosa nelle mani della persona e pressoché unicamente di essa, può indubbiamente comportare il pericolo di un indifferentismo assoluto, di quello Stato «senz'anima», la cui immagine fatiscente è purtroppo spesso davanti ai nostri occhi. Ma appunto il nodo che il nostro tempo deve risolvere è attuare questo tipo di libertà di scelta religiosa e insieme far sì che la società organizzata si senta responsabile del suo presente e del suo avvenire.
Riecheggia ancora una volta l'enunciazione di libertà che Gonella, fin dal 1946, ebbe a ribadire con lapidaria semplicità, affermando che «la religione ha bisogno di libertà e la libertà ha bisogno di religione»!
A questa libertà delle coscienze i cattolici giungevano dopo una viva partecipazione di lotta: una lotta all'interno del mondo cattolico, negli anni Trenta, quando si discutevano le affascinanti intuizioni di Jacques Maritain; una lotta secolare all'esterno contro quegli anticlericali che erano animati da uno spirito di crociata più dogmatico nell'immanente di quanto lo siano nella trascendenza i dogmi della teologia cattolica.
L'autore di queste considerazioni, essendo nato alle soglie del primo conflitto mondiale, porta in sé, per nulla sbiadito, il ricordo di un'epoca amara in cui ancora sussisteva lo storico steccato fra guelfi e ghibellini. Ha avuto modo perciò di risentire le spiacevoli, spesso drammatiche conseguenze del separatismo laicista in Italia e non può non vedere con sollievo ogni atto che si ascriva come contributo attivo al superamento della situazione di allora.
E che si tratti di un superamento consistente e decisivo lo indica la larghissima maggioranza che l'approvazione di questo Concordato ha conseguito: una maggioranza al di là di quella governativa e al di là di quella realizzata nella primavera del '47 alla Costituente.
Questa larghissima maggioranza è la prova di una reale vasta e profonda evoluzione: è il concretamento, su questo delicato e fondamentale problema, di una radicata e sincera concordia nazionale negli spiriti e nelle coscienze.
È strano che questo non abbia significato niente per alcuni cattolici di cui si è fatto portavoce nel parlamento l'on. La Valle. Come hanno potuto non riconoscere il valore dell'ulteriore superamento d'uno steccato che tante pene e angosce procurò ai cattolici della generazione dei nostri padri? Tutto ciò al di là delle questioni di dettaglio, dei piccoli e modesti particolari in questo o quel settore, delle preoccupazioni e dei dubbi che il nuovo suscita sempre ogni volta che lo si sceglie.
L'essenza sta in questa vasta, profonda manifestazione di unità nazionale. Non dimentichiamo che l'unità stessa dell'Italia fu fittizia, formale, e calò negli spiriti e nelle coscienze soltanto quando i giovani cattolici e i giovani anticlericali si trovarono fianco a fianco a difendere la Patria in quella che usiamo chiamare prima guerra mondiale, ma che quei giovani — i nostri padri, per molti, oggi, i nonni — sentirono come quarta guerra d'indipendenza.
Fu un problema che trovò sensibile fino alla sofferenza, un italiano illustre, troppo spesso dimenticato, che mi onoro di considerare mio grande maestro: padre Semeria.
Perché questo ricordo? Perché il suo insegnamento travalica la sua vita e la sua morte ed è ancor vivo e attuale in quest'anno di storica importanza per la stipulazione di un accordo di «sana cooperatio» fra la nostra Repubblica, democratica e autentica espressione del popolo italiano, e la Chiesa cattolica.
Perché negli anni duri del '15 e del '17, ma anche prima e dopo di essi, padre Semeria con la sua dottrina, la sua vita, il suo esempio, insegnò a tutti gli italiani che si può essere buoni italiani essendo buoni cattolici e ai cattolici, in particolare, insegnò che si poteva essere buoni cattolici essendo buoni italiani.

Paolo Emilio Taviani
Luglio-Agosto 1985
(tratto da: Civitas, Rivista di Studi Politici, Anno XXXVI – N. 4 – Luglio-Agosto 1985)

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