LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

PERCHE' IL CODICE DI CAMALDOLI FU UNA SVOLTA ?


di Paolo Emilio Taviani

copertina del numero della rivistaIl Codice di Camaldoli costituì una vera e propria svolta — sul piano degli indirizzi economici — del movimento politico dei cattolici italiani.
Esso segna il momento del definitivo passaggio dalle concezioni e dalle impostazioni della scuola della fine Ottocento e dei primi del Novecento a quelle ben più realistiche, che tengono conto del mutamento verificatosi con la rivoluzione industriale nell'economia in particolare e, in genere, in ogni aspetto della vita pubblica e privata.
La preistoria di questa scuola risale agli articoli di Lamenais su L'Avenir (1830) e di Ozanam su L'Ere nouvelle (1848). Ma soltanto sul finire del secolo scorso si ebbe un vivace sviluppo di studi, di proposte, d'iniziative sociali ed economiche da parte di cattolici impegnati nella vita politica o anche soltanto culturale, in Belgio, Francia, Italia, Germania, Spagna. Tale sviluppo fu prima una delle cause e poi effetto della Rerum Novarum.
Purtroppo, caratteristica costante degli indirizzi e della prassi di questo movimento fu il richiamo a concezioni adeguate all'economia rurale o artigianale, se non proprio medievale, comunque preindustriale.
Il grave difetto perdurò parecchi decenni.
Quando un economista cattolico di grande ingegno, come Toniolo o Périn, prendeva coscienza dei presupposti e delle condizioni dell'economia industriale, finiva inevitabilmente per coordinare in qualche modo le formule dell'economia liberale con i princìpi della sociologia cristiana.
Con approfonditi argomenti ancor oggi vivi e attuali si criticava e si ripudiava da un lato il collettivismo marxista e dall'altro il capitalismo individualista. Ma quando dalla demolizione si passava alla costruzione, il tentativo di una terza via si riduceva nel ricorso a istituti — come la cooperativa e la partecipazione al profitto — che non sono certo condannevoli, anzi sono — là dove possibili — altamente auspicabili, ma non possono in alcun modo assumersi a chiavi di volta valide per la soluzione della ‘questione sociale’.
Un altro tentativo consisteva nello sforzo di adeguarsi — non per piaggeria ma per ancestrale convinzione radicata nella memoria storica dei comuni del Trecento d'Italia e di Fiandra - al corporativismo degli anni Trenta dell'Italia, del Portogallo e dell'Austria. Di qui l'illusione non solo di padre Brucculeri, ma anche della seconda edizione del Codice di Malines, di poter distinguere, anzi separare il sistema economico corporativo dal regime politico della dittatura e del partito unico, accettando il primo e non il secondo.
Sarebbe dovuto invece risultare chiaro - come risultò agli autori del Codice - specie a Paronetto e Saraceno e a chi proveniva dalla Normale di Pisa - che, nell'età industriale, un sistema corporativo non è conciliabile con la democrazia, anzi esige non solo la dittatura, ma ancor più il partito unico.
Ecco perché il Codice costituì una svolta.
A Camaldoli gli indirizzi e le impostazioni dei vetero cattolici furono abbandonati. Si ripudiò l'illusione di risolvere la ‘questione sociale’ con il corporativismo o con gli istituti - pure validi, ma solamente là dove possibili - della cooperativa e della partecipazione al profitto.
Tenendo anche conto dell'esperienza dell'Iri, il Codice segnò l'adesione dei cattolici a una terza via, che può chiamarsi di «economia mista», adeguata alle insopprimibili esigenze dell'età industriale. Grandi complessi industriali già sussistevano in Italia sia pure con un numero di occupati di gran lunga inferiore a quello degli occupati in agricoltura. Ma nel giro di poco più di un decennio la situazione si sarebbe capovolta e l'industria avrebbe sovrastato nettamente l'agricoltura. Il processo si sarebbe poi ulteriormente sviluppato, collocando l'Italia nei primi posti della graduatoria mondiale dei Paesi industrializzati. È stata in venticinque anni, una vera e propria rivoluzione: gli addetti all'agricoltura sono passati dal 42% (nel 1951) al 15% (nel 1975); quelli addetti all'industria dal 32% al 44%. Nessuno degli autori del «Camaldoli» poteva prevedere un fenomeno tale, che sarà citato negli annali di storia economica come un caso unico. Tuttavia, con grande realismo, gli estensori del Camaldoli vollero e seppero guardare all'avvenire anziché al passato, e con spirito di preveggenza fissarono princìpi che servirono di base e di sicuro riferimento ai politici d'ispirazione cristiana impegnati nella Costituente, nella ricostruzione dello Stato, e nelle grandi riforme degli anni Cinquanta e Sessanta: il ripudio dell'autarchia e del protezionismo; la liberalizzazione degli scambi con l'estero; il piano Fanfani-casa; la Cassa per il Mezzogiorno; le opere per le aree depresse del Centro-Nord; la riforma agraria; la costituzione dell'Eni e dell'Efim e il riassetto dell'Iri; le ampie riforme previdenziali; il piano autostradale; la nazionalizzazione delle fonti d'energia.
Oggi non è ancora finito il passaggio dall'agricoltura all'industria, che già si sta preparando - favorito dall'automazione - un altro mutamento con la stessa ampiezza e la stessa forza dirompente: il passaggio verso il terziario. Già attualmente, nel più potente Paese agricolo e industriale del mondo, gli Stati Uniti, oltre il 70% della popolazione lavora nel terziario, e si prevede che, fra una generazione, soltanto il 15% della popolazione si dedicherà all'industria e all'agricoltura messe insieme. È un cammino inarrestabile, che coinvolgerà anche l'Italia: nessuna politica governativa lo può fermare. Come è stato giustamente sostenuto di recente, le politiche dei governi potranno solo decidere se coloro che restano nell'industria e nell'agricoltura produrranno in modo efficiente, cioè in modo da garantire a tutta la società un elevato tenore di vita, o se produrranno invece in modo inefficiente, dando così vita a un terziario residuale. In ogni caso sarà il terziario a dominare la vita della nostra società.
In questa prospettiva della rivoluzione postindustriale il sistema - che con un termine forse approssimativo abbiamo chiamato della «economia mista» - da un lato, come ha dimostrato nell'introduzione Mario Falciatore, ha ancora notevoli ragioni di validità sul piano economico e, d'altro lato, è l'unico sistema economico conciliabile, sul piano politico, con il metodo democratico.
Michael Novak, già citato nell'introduzione, sembra sostenere la conciliabilità del metodo democratico con il liberismo.
Non siamo d'accordo.
Sia ben chiaro che non condividiamo utopistiche illusioni di applicare il metodo democratico in una collettività detentrice di tutti i mezzi di produzione. Alla domanda se sia possibile conciliare il metodo democratico con l'abolizione della proprietà privata di tutti i mezzi di produzione la storia e l'esperienza autorizzano soltanto risposte negative. Perseverare in tale via nella ricerca di soluzioni positive è una fatica che presuppone una notevole forza di sentimento dogmatico e non tiene conto, non vuole tener conto non solo che tutti gli esperimenti fino a oggi compiuti, ma anche tutti i progetti finora fantasticati, ne dimostrano l'impossibilità.
Su ciò non abbiamo dubbi.
Ma non abbiamo neppure dubbi che nel nostro secolo - con il diffondersi della cultura e dell'informazione, con l'evoluzione delle masse - non è neppure lontanamente pensabile di mantenere il metodo democratico, quando si tornasse a indirizzi economici rigorosamente liberistici. Soltanto con la dittatura, le masse potrebbero tollerare un sistema per il quale vale ancora la formula dei riformatori del secolo scorso: il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero. Senza la dittatura lo Stato non sarebbe in grado di contenerle.
Quanto è avvenuto e sta avvenendo nel Cono Sud dell'America è una prova lampante, almeno per chi non voglia chiudere gli occhi per non vedere e turarsi le orecchie per non ascoltare.
L'economia mista è una formula ancor oggi valida. Abbiamo già sottolineato che non è un dogma di fede; possiamo aggiungere: non è un ideale, è una necessità, per chi creda e voglia conservare il metodo democratico.

On. Paolo Emilio Taviani
Luglio-Agosto 1988
(tratto da: Civitas, Rivista di Studi Politici, Anno XXXIX – N. 4 – Luglio-Agosto 1988)

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