LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

PAOLO EMILIO TAVIANI E LA DIFESA DELLA PACE

Paolo Emilio Taviani fu Ministro della Difesa praticamente per tutta la II legislatura repubblicana, dal 1953 al 1958. Furono anni determinanti per la concretizzazione operativa delle alleanze occidentali decise nella legislatura precedente da Alcide De Gasperi, e dei relativi impegni militari. Sono gli anni della Guerra Fredda, segnati in Italia da un rigore democratico molto forte, segnato da una generazione di uomini politici e di governo formati durante il periodo della Resistenza.

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Nell'irrilevante dibattito politico contemporaneo, ricordare Paolo Emilio Taviani a dieci anni dalla sua scomparsa significa immergersi nelle tragedie e nelle rinascite del Novecento, un secolo caratterizzato da tante cose, positive o negative che fossero, ma sicuramente segnato da grandi passioni politiche e adeguato senso dello Stato, della sua autorevolezza e della sua dignità.

Con una così lunga e intensa vita politica, sia di partito che di governo, la memoria di un esponente come Taviani rischia di perdersi in troppi rivoli. Fu comandante partigiano nella sua Liguria durante la Resistenza. Membro della Consulta Nazionale nel 1945. Venne eletto nell'Assemblea Costituente nel 1946. Fu prima Vice Segretario politico della Democrazia Cristiana dal 1946 al 1949, e poi Segretario politico dal 1949 al 1950. Deputato dal 1948 al 1976. Senatore dal 1976 al 1991, e senatore a vita dal 1991 fino alla morte, nel 2001. Sottosegretario agli Affari Esteri nel VII Governo De Gasperi. E poi Ministro del Commercio Estero, della Difesa, delle Finanze, del Tesoro, dell'Interno, del Bilancio, nonché Vice Presidente del Consiglio nel II Governo Rumor.

Vogliamo concentrare il ricordo di Paolo Emilio Taviani in un periodo specifico della sua lunga esperienza governativa, quello che lo porta dal 1953 al 1958 a ricoprire ininterrottamente la carica di ministro della Difesa, praticamente per l'intera seconda legislatura repubblicana, una legislatura che fu influenzata da due fattori essenziali.

Il primo fattore fu il mancato scatto, nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953, del premio di maggioranza a favore della coalizione centrista (chi chiamò quella legge elettorale come "legge truffa" non so come dovrebbe chiamare quella attuale). Tutta la seconda legislatura fu conseguentemente segnata dalle difficoltà parlamentari della coalizione centrista. Il secondo fattore fu la morte di Alcide De Gasperi dopo appena un anno dall'inizio della legislatura. I risultati elettorali del 1953 avevano segnato la parabola discendente del grande statista trentino. Con la sua morte, la politica italiana dovette affrontare tutti i nodi del centrismo degasperiano senza De Gasperi.

In questo quadro, Paolo Emilio Taviani fu ministro della Difesa in tutti i governi della II legislatura: dal governo di Giuseppe Pella (il governo "amico" della DC), al primo (e più breve) dei governi Fanfani, a quello costituito da Mario Scelba, al primo governo Segni, all'unico governo di Adone Zoli.

Gli anni che videro Taviani insediarsi alla Difesa erano quelli della Guerra fredda. Al di là della "cortina di ferro" iniziavano le prime rivolte popolari, come a Berlino Est nel 1953, e a Budapest nel 1956. Il Trattato del Patto Atlantico era stato firmato da pochi anni, e «senza questa unione di nazioni amanti della pace» disse Taviani nel radiomessaggio del 1955 in occasione del sesto anniversario della firma del Trattato «il mondo non avrebbe oggi stabilità, né continuità di civile sviluppo». L’Italia aveva dato il suo contributo al Patto Atlantico, e nella sicurezza garantita dalla NATO aveva compiuto la ricostruzione nella libertà, ricordando anche che «l’iniquo trattato di pace è caduto, consensualmente riveduto» e «non ci sono più interdizioni umilianti per le nostre industrie cantieristiche o aeronautiche».

La continuazione dell’opera di ricostituzione delle Forze Armate italiane non fu opera semplice, tra polemiche politiche interne, i nuovi equilibri politico-militari europei e mondiali, le compatibilità di bilancio. I problemi di bilancio esistevano anche allora, anche in assenza di Maastricht o dei patti di stabilità. Come esempio basta citare le parole di Taviani alla Camera dei Deputati nell'ottobre 1953, nella discussione sul bilancio preventivo del Ministero della Difesa, che sembrano uscite dalla nostra attualità politica: «a me non piace contrapporre l'uno all'altro Ministero, creando una specie di parlamento governativo in cui l'opposizione sarebbe rappresentata da noi Ministri della spesa, e la funzione del povero Governo sarebbe rappresentata dal Ministro del Tesoro».

Lo stato dell’Esercito italiano alla fine della Seconda Guerra Mondiale era disastroso: «restavano efficienti soltanto cinque Gruppi di combattimento con una forza di 47.160 uomini e un certo numero di unità sussidiarie, composte di elementi raccogliticci di tutte le Armi». Materiali eterogenei, in gran parte residuati bellici, niente scorte, caserme semidistrutte o adibite a ricoveri. La Marina Militare, nonostante le gravi perdite subite in guerra, aveva ancora un notevole potenziale: il Diktat ridimensionò pesantemente questo potenziale. Il quadro dell’Aeronautica Militare era, se possibile, anche peggiore di quello dell’Esercito.

Sostanzialmente, fino al 1950 la situazione delle Forze Armate fu molto critica, e solo dopo gli aiuti NATO, le fornitura americane, la fine delle restrizioni del Trattato di Pace e gli aumenti del bilancio della Difesa consentirono una adeguata riorganizzazione dei quadri e un ammodernamento dei mezzi.

Taviani comprese la fine di una lunga epoca nel sistema delle relazioni internazionali degli Stati e delle relative tecniche di guerra. Il sistema di relazioni mondiali basato sull’equilibrio tra Stati sovrani e nazionali, che aveva dominato l’Europa dalla Guerra dei Trenta Anni alla Prima Guerra Mondiale, era stato definitivamente accantonato con il rivolgimento della Seconda Guerra Mondiale. Tra le due guerre mondiali, sosteneva, solo la guerra tra Bolivia e Paraguay poteva essere considerata come guerra “locale”: tutte le altre, per i Paesi coinvolti, per la geografia dei teatri di guerra, per le necessità di approvvigionamento e di uomini, sono state tutte guerre con aspetti e interessi mondiali. La Seconda Guerra Mondiale e le sue conseguenze post-belliche hanno accentuato questo carattere, ponendo la difesa italiana in un quadro inesorabilmente internazionale.

Taviani era altresì consapevole, al suo insediarsi al Ministero della Difesa nel 1953, che l’autosufficienza dell’industria bellica italiana era una utopia figlia di un mondo che non c’era più, per i nuovi vincoli strategici e per i ricorrenti vincoli di bilancio: «quando sento parlare» disse in Senato il 20 ottobre 1953 «di talune deficienze del nostro apparato industriale bellico e, a questo proposito, di mancanza di autonomia, mi domando se per caso non si applichino alla discussione del bilancio della Difesa anno 1953 i criteri di valutazione validi per il bilancio della Difesa anno 1895 o 1905. C’è forse qualcuno che può pretendere – per esempio – di costituire in Italia una interamente autosufficiente industria bellica?».

Agli inizi della sua esperienza di Ministro della Difesa, nel 1953, difese le scelte sulla produzione autonoma nel settore del munizionamento (basti pensare agli stabilimenti di Fontana Liri e di Pallerone Colombera). E si pose, in termini di apertura e piena consapevolezza dei nostri limiti, il problema dell’industria aeronautica, che era stata trascurata nelle priorità dell’immediato dopoguerra rispetto, ad esempio, alla marina mercantile: «questa è senza dubbio l’industria dell’avvenire» disse a proposito dell’industria aeronautica, sempre in Senato, nell’ottobre del 1953 «Qui non si tratta di certe industrie pesantissime che sono pesanti anche per il bilancio dello Stato … nel campo dell’industria aeronautica, è possibile realizzare un’attività economica, perché nella costruzione degli apparecchi, nella fabbricazione del prodotto aeronautico, più della metà del costo è manodopera e manodopera specializzata. Una parte della materia prima è costituita dall’alluminio che è una delle poche cose che questo nostro Paese povero di materie prime possiede». Ed è in questo ambito che vengono valorizzati gli insediamenti produttivi dell’industria aeronautica a Torino: «sulla base dell’organizzazione dei nuovi impianti che si stanno facendo e delle commesse già assicurate per la fine di questo anno» sostenne Taviani nel 1953 «è possibile, anzi fortemente probabile, il superamento della congiuntura e l’avvio di un centro di produzione aeronautica che non sarà solo di importanza italiana, ma europea». Pochi anni dopo, Torino divenne il centro di produzione del velivolo G.91, dopo aver vinto il concorso NATO per un nuovo cacciabombardiere leggero di supporto tattico.

Paolo Emilio Taviani visse al Ministero della Difesa il fallimento nel 1954 del grande disegno politico e militare della CED, la Comunità Europea di Difesa, e seguì l'adesione italiana alla UEO, l'Unione dell'Europa Occidentale, molto meno ambiziosa sia politicamente che militarmente. Era quella una generazione sinceramente europeista, che esprimeva considerazioni e valutazioni ancora oggi di grande attualità (a parte la questione tedesca, viva allora e oggi definitivamente risolta): «L’esigenza dell’unità europea» scrisse Taviani nel novembre 1954 «è collegata alla preoccupazione di inserire durevolmente il popolo tedesco in una istituzionale solidarietà democratica, ma deriva soprattutto dalla constatata impossibilità di mantenere a lungo – nel mondo contemporaneo – su di un piano di dignità e di piena indipendenza gli Stati che abbiano unità di misura nazionale. L’unità di misura nazionale è troppo piccola per reggere negli attuali confronti della storia: la sopranazionalità è stata vista e intesa non come sacrificio della Nazione, ma come unico modo di garantirla, consolidarla e potenziarla».

Fallita la CED, con il conseguente rischio di smarrimento della spinta europeista nelle classi dirigenti europee, Taviani fu tra coloro che sostenne decisamente l’adesione all’UEO, come proseguimento di un processo che altrimenti si poteva gravemente pregiudicare. Il suo europeismo era intriso di realismo: «il compito degli europeisti è quello di partire dagli attuali dati di fatto, per trovare una strada che fondi le basi civili dell’unità politica ed economica dell’Europa … occorre affrontare in termini concreti e precisi gli interessi che vi si oppongono; occorre dare alla politica europea, nei singoli Paesi, la concretezza del fattibile».

La CED, che rappresentava «il meglio» scrisse ancora Taviani «in quanto oltre al riarmo tedesco e al potenziamento della solidarietà in ambito atlantico, gettava le basi per una solida integrazione politica ed economica del continente», fu proposta dai centristi francesi, e venne poi affossata proprio dalla Francia. Ma la Francia fu protagonista, sempre nel settore militare, di un altro “fallimento” europeista: la bomba atomica europea. Recenti studi storiografici hanno fatto emergere questa vicenda rimasta sconosciuta per decenni, e che ripropone ancora una volta l'importanza storica dei due maggiori avvenimenti internazionali dell'anno 1956: la crisi di Suez e l'invasione sovietica dell'Ungheria.

Il fallimento della missione militare inglese e francese sul canale di Suez, vissuta nel mondo arabo come ultimo rigurgito imperialista delle potenze europee, il “reticente” atteggiamento statunitense verso i due alleati europei, e gli evidenti e recenti successi sovietici nel campo missilistico, spaziale e atomico, spinsero la Francia verso la ricerca, la sperimentazione e la realizzazione di una bomba atomica “europea”, nella (corretta) convinzione che l'unità di misura della potenza moderna era sempre più di natura nucleare. Fu così che, alla fine del 1956, si avviarono consultazioni e trattative tra tre dei Paesi fondatori delle Comunità Europee (Francia, Germania, Italia), e soprattutto tra i tre ministri della Difesa Jacques Chaban-Delmas, Franz Josef Strauss e Paolo Emilio Taviani, attraverso una serie di incontri riservati che furono chiamati “incontri del caminetto”.

«Si rinnovava la speranza» scrisse Taviani nei suoi diari «di ricomporre l'unità militare dei sei Paesi della CECA». Si arrivò a firmare, nel 1958, un protocollo d'intesa tra Taviani, Strauss e Chaban-Delmas: «abbiamo siglato un protocollo d'intesa» scrisse Taviani nei suoi diari, l'8 aprile 1958 «per un progetto comune in campo nucleare per la realizzazione di un impianto in territorio francese di separazione isotopica, con una suddivisione di spesa del 45% per la Germania, 10% per l'Italia». Tutto finì senza esito, soprattutto per la volontà francese di voler procedere da sola nella creazione di una force de frappe nucleare nazionale, dopo il ritorno al potere del generale De Gaulle.

L'altro grande evento del 1956, l'invasione sovietica dell'Ungheria e la stroncatura dell'esperienza riformista a Budapest, ebbe conseguenze rilevanti, soprattutto per l'azione di Taviani al ministero della Difesa. Infatti, furono i fatti del 1956 che «resero imperativa l'esigenza di dare un'organizzazione precisa e definita alla struttura antiinvasione», scrisse Taviani nei diari, e così nacque, come in altri Paesi NATO, l'organizzazione clandestina Stay Behind, che assunse il nome in Italia di Gladio.

Il compito di Gladio è stato esplicitamente dichiarato nei diari da Taviani: «In caso di guerra in Europa e quindi d'invasione dell'Italia, le truppe sovietiche prevedevano l'arrivo a Bergamo in pochissimi giorni … Da Bergamo avrebbero affrontato la traversata del Po a cui si erano allenate le truppe ungheresi … Compito degli uomini della Gladio era quello di predisporre atti di sabotaggio, al fine di ritardare il più possibile l'avanzata delle truppe sovietiche».

Paolo Emilio Taviani, ministro della Difesa in quegli anni, svolse probabilmente uno dei compiti più importanti nella predisposizione organizzata della struttura della Gladio («L'accordo Stay Behind dell'autunno 1956 fu realizzato su iniziativa mia»), attraverso l'utilizzo di molti uomini che avevano combattuto nella Resistenza («perno dell'organizzazione fu la brigata Osoppo del Friuli») e consolidando relazioni importanti tra servizi segreti italiani e statunitensi. D'altra parte, fu durante la sua permanenza al ministero della Difesa che il generale Giovanni De Lorenzo divenne direttore del SIFAR, il Servizio d'Informazione delle Forze Armate, snodo cruciale per le relazioni con i servizi segreti statunitensi.

Paolo Emilio Taviani non mancò mai di ricordare e celebrare gli ideali della Resistenza. «Nella Resistenza» scrisse Taviani sulla rivista “Civitas” nel decennale del movimento resistenziale «si trovarono, a fianco a fianco, giovani formati dall’Azione Cattolica, ufficiali e sottufficiali effettivi fedeli al giuramento, operai e organizzatori comunisti, professionisti e intellettuali, di inveterato antifascismo». Fu fatta innanzitutto contro l’occupazione straniera, contro il nazismo razzista, pagano, totalitario, a cui si aggiunsero i fascisti della Repubblica Sociale Italiana: così «la resistenza contro l’occupazione straniera diventò anche guerra civile e fratricida». Taviani rinnovò sempre la memoria della lotta partigiana, come monito e come sollecitazione allo sviluppo della libertà e della democrazia, ricordando l’ «anelito patriottico di libertà e rinnovamento» che animava gli uomini della resistenza, la loro «ansia di libertà» e la loro «aspirazione alla giustizia sociale». «Se» concludeva Taviani nel 1955 «della Resistenza si vuole cogliere lo spirito più profondo, più vitale, devesi riconoscere come essa continui e sia tuttora attuale nella vita politica italiana, ma continui e sia attuale non soltanto contro le non diffuse e peraltro sterili nostalgie del passato, ma anche e soprattutto contro le meno chiare, ma assai più diffuse tentazioni d’involuzione sociale e contro il più grave pericolo che minaccia, con la rinascente democrazia italiana, le democrazie dell’Europa: il pericolo del totalitarismo sovietico».

Ing. Francesco Butini
(Istituto di studi politici "Renato Branzi")
Dicembre 2011

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