LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

TESTIMONIANZA DI GIANCARLO PIOMBINO: "GLI OTTANTA ANNI DI PAOLO EMILIO TAVIANI"

copertina del librettoIn occasione degli ottanta anni di Paolo Emilio Taviani, il 6 novembre 1992 si svolsero i festeggiamenti in Palazzo Ducale a Genova. Nel corso di essi, fu pronunciato un discorso in onore di Taviani da parte di Giancarlo Piombino, già sindaco di Genova e suo amico.
Su gentile concessione dell'autore, riproduciamo il testo del discorso come viva testimonianza della persona di Paolo Emilio Taviani.

* * *

Festeggiamo oggi, Genova festeggia gli ottant'anni del senatore a vita Paolo Emilio Taviani. Un'occasione emozionante per i suoi numerosi amici; ma anche una occasione eccezionale per ripercorrere i momenti principali della nostra Repubblica attraverso la vita di uno dei suoi protagonisti.

Avverto la inadeguatezza personale a muovermi secondo questa prospettiva, l'unica d'altra parte che ci consente di esprimere le vere ragioni per cui oggi celebriamo gli ottant'anni di Taviani. Un compito, quello che mi è stato affidato, che ho accettato tuttavia ben volentieri e per il quale ringrazio: esso mi consente di rinnovare pubblicamente i sentimenti di una antica amicizia, oltre che di grande stima, al senatore Taviani che ho considerato e considero - sotto moltissimi aspetti - un maestro di vita.

Taviani appartiene a una generazione di cattolici chiamata a svolgere un ruolo decisivo nella costruzione della nostra democrazia. E' una generazione che - per motivi anagrafici - ha vissuto solo nella memoria famigliare l'esperienza del popolarismo; una generazione che sente di dover proseguire sul cammino dell'avvenuta - anche se per breve periodo - conciliazione tra i cattolici e lo Stato unitario e liberale, malgrado l'avvento della dittatura fascista; e che non esita a scegliere la propria parte, seguendo quella stessa ispirazione, quando l'Italia sarà invasa dai nazisti, con la tragica copertura dei repubblichini, per riconquistarne l'indipendenza e assicurarne la libertà. Una generazione che darà un contributo rilevantissimo alla stesura del patto di conciliazione tra gli italiani - la Carta Costituzionale del 1948 - e che guiderà la ricostruzione dell'Italia, dopo la distruzione della guerra, assieme ad altre forze dell'Italia risorgimentale: realizzando così quella saldatura avviata con la partecipazione alla prima Guerra Mondiale e con il Partito popolare di don Sturzo; una generazione che definirà la collocazione dell'Italia nello scenario mondiale, e darà l'avvio alle più importanti riforme economiche e sociali.

L'esclusione del cattolici dal processo di unificazione dello Stato italiano, aveva trascinato con sé il conflitto tra due culture: da un lato la cultura egemone idealistica e positivistica, dall'altro una cultura cattolica spesso collocata su posizioni difensive e apologetiche, sostanzialmente statiche. Era vivo in molti cattolici l'impegno a superare una simile situazione di stallo - come non ricordare qui a Genova il padre Semeria! - un cammino lento, difficile, irto di ostacoli, che la parte più aperta alle novità del mondo cattolico non intendeva tuttavia abbandonare, malgrado l'avvento del fascismo (che presentò per taluni il fascino del corporativismo come alternativa al capitalismo manchesteriano) e il persistere, in ogni campo, di resistenze e massimalismi. Tra questi cattolici che volevano guardare avanti, c'erano quelli che, nell'ambito dell'Azione Cattolica, facevano capo alla Fuci. Taviani ebbe ruoli di responsabilità nella Fuci: fu Presidente del circolo di Genova e consigliere nazionale e credo che abbia trovato in questo ambiente - oltre alla scelta più bella della sua vita, la fidanzata, e poi moglie, signora Vittoria - alcuni riferimenti che non abbandonerà mai nel profondo, malgrado qualche giudizio critico sulla formazione del carattere dei fucini, ripetuto - non so con quanta convinzione - specialmente a chi "fucino" lo era un po' troppo.

La presenza di una cultura cattolica aperta al proprio tempo, non poteva non esprimersi, innanzitutto, là dove essa trova la sua sede istituzionale: l'Università. Una presenza coerente, intelligente, rispettosa - si diceva allora - delle ragioni della Fede e della scienza. Taviani matura in questo clima la sua vocazione scientifica: le tre lauree conseguite tutte con il massimo dei voti e lode - Giurisprudenza a Genova, Scienze Sociali a Pisa, Lettere e Filosofia alla Cattolica di Milano - la brillante frequentazione alla Normale di Pisa (Taviani ricorda, scherzando, di questa esperienza che non essendo abbastanza ricco non poteva sperare di vincere a poker con i suoi compagni di corso, in particolare con Achille Corona, poi ministro socialista). E poi, con l'insegnamento liceale di storia e filosofia, gli incarichi universitari: demografia (1943), storia delle dottrine economiche (1961), alcune pubblicazioni importanti e originali (La Proprietà, 1946; Sull'origine della famiglia, 1950; Problemi economici dei riformatori sociali del Risorgimento italiano, 1946; Il concetto di utilità, 1974; e moltissimi altri scritti di argomento storico sociale economico, oltre la serie, ben inteso, degli scritti colombiani, conosciuti in tutto il mondo e tradotti nelle lingue principali).

Una vocazione scientifica che Taviani ha più volte affermato di non possedere in grande misura. Non so se sia vero; certo Taviani ha sempre avuto un grande amore per l'Università che non ha mai abbandonato anche negli anni del suo maggior impegno politico, e che ha considerato un valore in sé, degno di un rispetto particolare, mai strumentale: per questo, ritengo, non ha utilizzato leggi che gli avrebbero consentito, con diversi inquadramenti amministrativi, stipendi ai quali, al contrario, ha rinunciato.

Dicevo, poc'anzi, della contestata - da Taviani medesimo - sua vocazione scientifica. Non è vero: la vocazione scientifica nasce - se c'è, ovviamente - quando si incontra il maestro giusto e l'argomento giusto. Il maestro giusto - è un'intuizione, non ne ho mai parlato espressamente con Taviani - penso sia stato Paolo Revelli; l'argomento giusto la geografia, quindi i geografi, quindi i geografi genovesi, quindi Colombo. E con Colombo Taviani mostra di essere un vero scienziato; nessuno, in questa sala e fuori di essa, mi chiederà di dimostrarlo.

Ma torniamo alle vicende italiane. La vocazione di Taviani - quella predominante - è la politica. Essa prende in mano - per così dire - la sua vita, già l'indomani del 25 luglio 1943, e non lo lascerà più. Si fa promotore della nascita della Democrazia Cristiana, con Giorgio Bo ed altri; è tra i fondatori - il 9 settembre 1943 - del CLN per la Liguria, partecipa attivamente alla Resistenza, entra nella clandestinità nel 1944, comandante partigiano, è tra coloro che decidono la insurrezione di Genova del 24 aprile 1945 contro i tedeschi. Annuncia con un proclama scritto di suo pugno e le cui prime parole fanno ormai parte della storia della Genova democratica ("Popolo di Genova, esulta!"), l'avvenuta liberazione della città.

Il legame di Taviani con la Resistenza è rimasto sempre fermo, espresso dalla solidarietà con l'ambiente resistenziale, dalla gratitudine - tante volte manifestata - per quei contadini, per quei sacerdoti di montagna, senza il cui appoggio la Resistenza non avrebbe potuto avere le dimensioni oltre che politiche e di popolo, anche operative - che poi ha avuto. Un legame d'affetto, manifestato anche dalla puntigliosa volontà - continuativamente attuata per moltissimi anni - di trascorrere a Fascia, nell'Alta Val Trebbia, sede del suo comando partigiano, con gli amici di allora, la notte tra il 24 e il 25 aprile.

Con la liberazione inizia per il nostro Paese la stagione delle grandi scelte. Il referendum tra Monarchia e Repubblica (e Taviani fu senza incertezze per la Repubblica), la Costituzione. Alla sua redazione Taviani partecipa attivamente (come tutto il mondo intellettuale cattolico formatosi negli anni trenta), portando il contributo degli studi compiuti nella prima esperienza di docente universitario e di quella summa politica e sociale che è il cosiddetto Codice di Camaldoli, alla cui redazione Taviani contribuì assieme a tanti altri, compreso il genovese don Guano. Sul tema della proprietà, in particolare, fornì contributi essenziali. Fu relatore alla Commissione dei Settanta - la Commissione, cioè, che presentò il testo della Costituzione - su questo tema. Il testo degli attuali articoli 41, 42, 43, 44 della Costituzione, salvo lievi modifiche formali, è stato steso da Taviani.

Il necessario collegamento tra cultura e politica non sfuggirà mai a Taviani. Voglio ricordare a questo riguardo la rivista Civitas - la gloriosa testata di Filippo Meda - che egli dirige e pubblica con continuità da ben 43 anni. Civitas ha mantenuto vivo il dibattito su alcuni temi di grande rilievo, come la storia del movimento dei cattolici democratici, la politica estera, l'Europa, le riforme sociali, i problemi dello Stato.

Ma oltre la Costituzione altre scadenze si impongono. La rottura tra le potenze vincitrici, pone anche al nostro Paese scelte nette, in tema di politica estera e di politica interna. La Democrazia Cristiana deve assumere posizioni chiare, in ciò sospinta, oltre che dalle grandi responsabilità conseguenti alla vittoria del 18 aprile del 1948 e dall'autorità indiscussa di De Gasperi, dal nuovo segretario del partito, Paolo Emilio Taviani.

Sul piano della collocazione internazionale dell'Italia non vi possono essere dubbi, malgrado il tentativo di qualche esponente di partito di proporre la via della neutralità, forse per attenuare le conseguenze della rottura dell'alleanza resistenziale. L'adesione al Patto Atlantico è motivo di forti scontri nel Parlamento e nel Paese. Sulle ragioni della scelta italiana, sulla necessità di operare per l'indipendenza internazionale del nostro Paese e per la sua libertà interna, Taviani lesse alla Camera, in occasione dell'approvazione del trattato della NATO, a nome della Democrazia Cristiana e della maggioranza parlamentare, un discorso che ancor oggi porta i segni dell'attualità, ancorato com'è a uno dei cardini fondamentali del pensiero politico di Taviani: la preminenza assoluta delle scelte di politica estera su quelle di politica interna, perché condizionano l'indipendenza del Paese e sono quindi la premessa affinché possa svolgersi la normale dialettica tra i partiti. Se si sbagliano le scelte di politica estera le conseguenze si protraggono a lungo nei secoli, come - ricorda scherzosamente Taviani - dovrebbero sapere i Savonesi che scelsero Annibale e i Genovesi che scelsero Roma.

L'organizzazione concreta ed efficiente della NATO in Italia evitò per il nostro popolo 40 anni di Cecoslovacchia. Taviani spiega spesso perché utilizza nel confronto la Cecoslovacchia e non l'URSS. Perché la Russia, malgrado i molti crimini di Stalin, ha tuttavia trasformato la classe dei contadini - erano il 90% - da servi della gleba analfabeti a cittadini dotati dell'istruzione primaria. La Cecoslovacchia invece aveva un livello di vita superiore a quello della Lombardia nel 1935; oggi vive in condizioni di autentica miseria.

Nella discussione sul Patto Atlantico emergeva, accanto al tema della difesa militare, quello della costituzione di una comunità di più ambiziose prospettive, sul piano sociale ed economico, ma anche politico. E' l'articolo 2. Ne faccio cenno, seppur brevemente, per dire che presto ci si accorse della difficoltà di rendere operativo quel disegno, di fare cioè della Comunità Atlantica una comunità economica e sociale, e della necessità quindi di individuare alternative possibili. Anche da questa constatazione - ma non solo da questa - prese consistenza l'obiettivo di realizzare l'integrazione europea, per l'esigenza di equilibrare la partnership con l'America, di trovare la strada del superamento del conflitto storico tra Germania e Francia, di dare una collocazione adeguata alla partecipazione della Germania alla difesa dell'Occidente. Taviani - con De Gasperi, con la stragrande maggioranza dei partiti che allora costituivano il centro: repubblicani, socialdemocratici, liberali, oltre alla Democrazia Cristiana - comprese la vitalità della nuova prospettiva, apprezzò il realismo dell'approccio funzionale di Jean Monnet, capì che quella era la strada che bisognava battere, una strada che sarebbe stata valida, però, se portava a istituzioni non internazionali ma sovranazionali.

Taviani, numero due della politica estera italiana, come sottosegretario di De Gasperi agli Esteri, guida la delegazione italiana alle trattative per il trattato della CECA, quel trattato che sta alla base di tutto il processo di unificazione europea, così come oggi noi lo conosciamo.

Un altro tema in quegli anni si pose all'attenzione del Paese e del mondo cattolico in particolare: il ruolo del partito dei cattolici italiani. Una certa lettura dei risultati del 18 aprile, l'emergere di una opposizione di destra conservatrice se non reazionaria (e che avrà, con il partito monarchico un certo successo nelle elezioni del 1953, un successo comunque sufficiente a mettere in crisi l'alleanza di centro), la preoccupazione delle elezioni politiche generali, il timore di una vittoria comunista, portarono a dover affrontare il tema dei rapporti tra Chiesa e Democrazia Cristiana e quindi della laicità della politica. Congresso della DC - se ricordo bene - della fine del 1952 o inizio del 1953. Con Piccioni, chiara fu la posizione di Taviani - e per la verità della maggioranza del partito, in questo sostenuto dalla tradizione del Partito popolare - a favore di una netta distinzione dei piani, come allora si diceva, tra azione politica e azione cattolica, e quindi dell'autonomia della scelta politica, affidata alla responsabilità dei singoli.

Una scelta che la DC non mise mai in discussione, almeno nella sostanza; e che rappresenta un altro dei punti cardine del pensiero di Taviani, che ha trovato applicazione, a ben vedere, in un arco più vasto di situazioni, cioè ogni qualvolta occorreva difendere lo Stato, la sua autonomia, il suo prestigio. Uno Stato che non va considerato un valore in sé, ovviamente, ma come strumento giuridico - super partes - di tutela e coagulo della comunità nazionale.

Non intendo ricordare i momenti, numerosi, in cui questa concezione ebbe modo di esprimersi nell'azione politica di Taviani. Ne rammento, a titolo di esempio, due: la nascita del centro sinistra e, su un versante opposto ma non di diversa natura, la dolorosissima vicenda del rapimento di Aldo Moro. Lo Stato va difeso sempre perché solo così si difendono i cittadini e la loro dignità: difeso da chi vuole umiliarlo, come da chi ritiene di proporre quadri di riferimento che non prevedano l'autonomia della politica (concetto chiaro, ma oggi dobbiamo precisare: autonomia in riferimento al bene comune, non alla morale o al furto).

Ci deve essere ancora nella cassaforte di un notaio genovese uno scritto in cui Taviani afferma che, se in occasione di un suo rapimento egli chiedesse trattative con i suoi rapitori, quella richiesta deve essere considerata nulla, contraria alla sua volontà.

Ecco un modo di manifestarsi del senso dello Stato di Taviani.

Il trentennio che inizia con il 1945 e si conclude a metà degli anni Settanta, è quello di maggiore attività ministeriale di Taviani. Durante questo periodo egli ricopre incarichi importantissimi di governo: ministro del Commercio con l'estero, della Difesa, degli Interni, delle Finanze, del Bilancio, del Tesoro, del Mezzogiorno. Di questo lungo periodo voglio ricordare brevemente alcuni momenti - legati all'attività di Taviani - che mi sembrano particolarmente significativi. Sul piano della politica generale: la nascita del centro sinistra, l'ordinamento regionale, il terrorismo;sul piano del partito di Taviani: la frantumazione correntizia.

Nella prospettiva di Taviani - ma anche di Moro e della maggioranza della DC - il centro sinistra non può né deve essere inteso come una svolta radicale: esso va visto soprattutto come una tappa dell'allargamento dello Stato unitario e democratico, il completamento di un disegno al quale non è estranea - anzi! - la scelta degasperiana di collaborazione con i partiti laici, scelta fermamente perseguita in ogni circostanza anche da Taviani, sia nei confronti degli integralisti di destra che degli insofferenti del gradualismo. Il centro sinistra - nell'attesa di molti - era anche la ripresa di quella politica riformatrice scritta con tanto entusiasmo nei primi titoli della Costituzione.

Se questa è la prospettiva, chiare ne sono per Taviani le conseguenze. Il centro sinistra non può realizzarsi contro alcune scelte di fondo dell'Italia (in primis, quelle di politica estera) né rappresentare un momento conclusivo di un processo che deve cercare ulteriore occasione per essere veramente compiuto. Bisogna comunque difendere alcuni orientamenti fondamentali. Di qui la volontà di realizzare il centro sinistra, ma anche la necessaria cautela nei tempi e nelle circostanze. Questo spiega la lunga elaborazione del progetto - praticamente dal 1958 al 1963 -; ma anche la fermezza nel perseguirne la linea di fondo, come sanno i genovesi - e Taviani a Genova conta! - tra i primi in Italia ad essere governati - febbraio 1961 - con Pertusio da una Giunta di centro sinistra, malgrado pressioni e appelli autorevolissimi in senso contrario.

Nel programma "riformatore" del centro sinistra, ha una collocazione di primo piano l'attuazione dell'ordinamento regionale previsto dalla Costituzione. In quegli anni Taviani è agli Interni e svolge un ruolo di primo piano nel definire non solo il quadro giuridico, ma anche nell'individuare le motivazioni politiche dell'ordinamento regionale. Di quel dibattito vorrei ricordare un aspetto particolare, ma allora importante. Si fronteggiavano da due posizioni: una autonomistica, ma fortemente ancorata allo Stato unitario anche nella strumentazione amministrativa, e l'altra che vedeva nelle regioni, sbagliando, a mio giudizio, l'occasione per liberarsi da un centralismo ritenuto vessatorio sul piano democratico e conservatore - se non reazionario - sul piano economico e sociale. Snodo di questo confronto era il ruolo dei prefetti, garanti della presenza amministrativa dello Stato. Taviani non si sottrae a questo dibattito e sceglie con estrema chiarezza la prima posizione. Non c'è praticamente, in quella tornata di tempo, un suo discorso sull'argomento che non tratti questo tema. Anch'esso si inserisce in una visione propria del centro sinistra: un cammino che deve arricchirsi di nuovi apporti e di nuove prospettive, senza abbandonare quanto deve ritenersi acquisito nella realtà storica dello Stato italiano.

L'esperienza ministeriale di Taviani cessa nel 1974. Siamo negli anni del terrorismo, gli anni di piombo. Taviani intuisce che la formula politica di lotta al terrorismo - gli opposti estremismi - non risponde alla realtà. Dichiarerà - con grande scandalo di molti - che la teoria degli opposti estremismi non regge, il Partito comunista è sostanzialmente estraneo al terrorismo. La sua dichiarazione - da ministro degli Interni - suscita diffuse polemiche (oggi possiamo aggiungere - alla prova dei fatti - non solo ingiuste, ma anche miopi). Alla prima crisi di governo successiva a quelle dichiarazioni si pone un problema politico delicato: è evidente che la riconferma di Taviani agli Interni rappresenta - per la Democrazia Cristiana - il rifiuto del teorema degli opposti estremismi. Questo rifiuto non è ritenuto opportuno e quindi la riconferma agli Interni di Taviani non è giudicata possibile. Vengono proposte altre soluzioni ministeriali largamente remunerative sul piano del potere, ma Taviani - certamente uomo di potere - rifiuta. Immaginando, forse, di vedere una qualche solidarietà da chi pur l'aveva promessa, ma poi subito abbandonata, proprio per quegli incarichi ministeriali da Taviani rifiutati.

Il decennio che inizia con il 1960 è anche un periodo di trasformazioni della Democrazia Cristiana. Si passa da un partito governato da un gruppo dirigente ristretto, scelto con un sistema maggioritario, ad un partito retto da organismi pletorici, espressioni di un correntismo esasperato che si è conquistato il "diritto" a una rappresentanza misurata fino al millesimo. Naturalmente gli organismi pletorici sono la facciata; la realtà è costituita dal comitato dei capicorrenti, ciascuno forte soprattutto delle tessere rappresentate. Taviani si oppone fino all'ultimo all'introduzione della proporzionale nel partito, ne vede con chiarezza gli aspetti devastanti sul piano politico, e non solo su quello. Quando la regola è comunque imposta, cerca di accettarla e di stare al gioco, se pure dando ad esso dignità politica. Nasce con Sarti e Cossiga la corrente dei pontieri, con l'obiettivo esplicito di rappresentare un punto di contatto tra maggioranza e sinistra.

Ma le correnti hanno bisogno di ben altro che di un disegno politico; l'esperienza dei pontieri è un'esperienza breve, che Taviani interrompe - forse con disappunto di qualche suo amico - perché intravvede quali sono le regole ferree - oggi tristemente evidenti - del correntismo partitico, e, con esso, le inaccettabili conseguenza morali e politiche. Con il 1974, dicevamo, cessa la presenza governativa di Taviani, che ovviamente non smette di fare politica anche se si muove su un terreno - lui deputato dalla Costituente, anzi, già membro della Consulta - in realtà fino allora un po' trascurato: quello della vita parlamentare. Presidente della Commissione di vigilanza della RAI, Presidente della Commissione Esteri del Senato, Vice Presidente vicario del Senato e, infine, a coronamento di una vita politica intensa ed esemplare, la nomina a Senatore a vita.

Taviani individua nuovi campi di azione e di iniziativa, dove esprime al meglio il suo giudizio politico, la sua onestà, il suo ottimismo, la sua concretezza: anni che lasciano maggiore spazio per un antico amore mai trascurato: Colombo, la grande scoperta, l'avventura del più grande navigatore di tutti i tempi, e - attraverso Colombo - il rinnovato impegno per Genova.

Genova e la Liguria. L'aver considerato dato preminente della vita pubblica di Taviani - come credo corretto - il suo apporto alla storia della Repubblica, non deve far dimenticare i rapporti stretti di Taviani con la propria terra, di cui conosce ogni aspetto con un rapporto di intenso amore. Taviani conosce della Liguria non solo la storia, la geografia più dettagliata (su di essa ha scritto un bel libro), il carattere dei suoi abitanti. I più articolati rapporti politici, ma anche il folklore e persino la cucina (di quest'ultima Taviani si dichiara, come noto, esperto; ma su questo suo giudizio - devo confessare - mi risulta che l'unanimità non sia stata ancora raggiunta!).

Genova e la Liguria - cucina a parte - hanno saputo comprendere i legami di Taviani con la sua terra. Lo hanno dimostrato in molte circostanze: ricordo che Taviani è sempre stato il primo degli eletti della Democrazia Cristiana nella nostra circoscrizione, superando la soglia "mitica" delle 100.000 preferenze.

A Taviani va riconosciuto il merito di importanti realizzazioni della nostra regione. Volle, con il senatore Bo, la costruzione dell'attuale sistema autostradale: ottenne l'inserimento nel piano autostradale del 1961 della Savona - Ventimiglia, della Sestri Levante - Livorno, del raddoppio della Genova - Savona; e più tardi si deve a lui la delibera dell'autostrada ideata da Massimo Risso: la Voltri - Alessandria - Imperia. Taviani fece passare in Consiglio dei Ministri, l'ultimo giorno del 1953, la legge per l'aeroporto. Come disse Pertusio: in zona Cesarini.

Promosse - favorendo la realizzazione di diverse opere pubbliche - lo sviluppo e il recupero di tanta parte del nostro entroterra. Durante i 20 mesi di vita partigiana trascorsi almeno per la metà sui monti, Taviani si rese conto dello stato deplorevole in cui l'Italia liberale e fascista aveva mantenuto la viabilità nel territorio fra il mare di Liguria e il Po.

Fin da consultore (1945) e poi come deputato, ministro e senatore, si dedicò soprattutto alla viabilità minore. Si può calcolare che fra nuovi tronchi di strade minori, riassetto e asfaltatura, disponiamo oggi in Liguria di oltre tremila km in più rispetto al 1945. Non era il tempo degli appalti: i Comuni ricevevano i contributi e li utilizzavano alla luce del sole.

Taviani guidò con prestigio ed efficacia, in molte circostanze, i deputati liguri di tutti i partiti quando era necessario un intervento dello Stato a favore di Genova e della Liguria: da ultimo, il finanziamento delle opere per le celebrazioni dei quinto centenario delle scoperte colombiane.

Di questo periodo non so andar oltre le linee generali. Si allenta la mia frequentazione, fino allora tanto intensa, con Taviani, dal momento che le circostanze mi allontanano dalla partecipazione attiva alla vita politica.

Nasce in me, e penso in voi, a questo punto, una domanda.

Cosa c'è alla base di risultati così significativi, come quelli che hanno accompagnato gli ottant'anni di vita di Taviani ? Cosa c'è, intendo, al di fuori di Taviani stesso, delle sue doti personali di intelligenza, di onestà, di carattere, di visione delle cose (e anche di un forte realismo, da taluno giudicato talvolta eccessivo) ?

Ci sono, innanzitutto, i suoi genitori, soprattutto il padre che io non ho conosciuto (ho conosciuto invece assai bene al madre, donna dal carattere molto fermo), ma che credo sia stato colui che, come molti cattolici della sua generazione, indicò al figlio che era giunto il momento di un più vasto impegno civile e politico, e lo fece forse - penso a mio padre - con sollecitazioni indirette, come il richiamo al valore nazionale della prima guerra mondiale, alla quale il prof. Ferdinando Taviani partecipò da valoroso.

C'è stato l'ambiente della sua formazione giovanile e alcune figure di autentici maestri, don Guano, don Costa, mons. Montini - il futuro Papa Paolo VI, negli anni Trenta Assistente Centrale della Fuci -, il card. Siri, forse alcuni laici prematuramente scomparsi, come Igino Righetti e Sergio Paronetto, l’amico del cuore Gianni Borgna.

C'è stato il mondo della Resistenza verso il quale Taviani ha sempre avuto un atteggiamento solidale nella sua globalità, anche nei momenti delle più grandi fratture politiche e verso il quale ha sempre nutrito motivi di speranza, certo di poter contare su di esso - su tutto il mondo della Resistenza - nei momenti di vera difficoltà per il nostro Paese. Come interpretare diversamente la stima e la fiducia tante volte manifestata - specialmente negli anni di piombo - per il comandante partigiano Arrigo Boldrini ?

E infine, cardine di tutto, la famiglia. Una famiglia forte, unita, ispirata a valori autentici, ricca di comprensione reciproca. Al centro di questa famiglia, la signora Vittoria, la sua fede, la sua intelligenza, la sua dedizione al marito, ai figli e oggi, penso - ho minori occasioni di incontrarla - ai numerosissimi nipoti. Taviani e la signora Vittoria hanno conosciuto il più grande dolore che un padre e una madre possano conoscere: per serbarlo così vivo nel cuore, senza che la vita ne risulti stravolta, occorrono sentimenti giusti e forti, convinzioni profonde. Quelle, appunto, che ho visto tante volte nella famiglia di Vittoria e Paolo Emilio Taviani.

Gli ottant'anni di Taviani sono una tappa della sua vita, altre ne seguiranno, ci auguriamo, numerosissime. Il traguardo è lontano per cui non mi sento di esprimere un pensiero conclusivo neppure parziale.

Vorrei invece svolgere una breve riflessione. L'Italia vive momenti difficili. Quel patrimonio costruito in questi anni da uomini come Taviani è stato trascinato da taluni ribaldi - meno numerosi di quanto si creda, ma sono essi che riempiono le pagine dei giornali - in bottega, talvolta nel retrobottega. Si tratta di un delitto gravissimo. Non penso alla sua dimensione economica; penso alla frattura determinata tra i cittadini e le istituzioni, allo spazio offerto a proposte disgreganti e stravolgenti che sono tuttavia diventate, pericolosamente ma inevitabilmente, punti di riferimento per un popolo frastornato e deluso.

Abbiamo bisogno di ascoltare voci chiare e ferme; voci soprattutto autorevoli per la storia personale di chi le pronuncia; voci di condanna ma anche di esortazione e di speranza; voci che vengano non da profeti improvvisati ma da persone, come Lei Senatore Taviani, che hanno vissuto da protagonisti la storia degli ultimi decenni di questo Paese.

Non vuole essere questa mia riflessione un suggerimento, ma un semplice auspicio. La speranza di un amico e di un estimatore che soffre per le sofferenze del nostro Paese e si domanda se questo non possa essere - il richiamo, l'ammonimento, l'indicazione di obiettivi politici - il prossimo traguardo di un cammino così lungo e che vogliamo ancora molto lungo - percorso sempre a servizio della democrazia italiana.

Dr. Giancarlo Piombino
"Gli ottanta anni di Paolo Emilio Taviani"
Genova, 6 novembre 1992

* * *


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014